Crescono i parti. Il 26 per cento dei nuovi arrivi ha almeno un genitore straniero. «Nelle coppie milanesi la voglia di figli si manifesta troppo tardi»
Aumentano i nati, ma il babyboom è multietnico
Nel 2002 la Mangiagalli a quota 6.500. Il ginecologo Fausto Maraschio: il 60-70 per cento delle persone che si rivolgono al nostro ospedale sono extracomunitari
Meno figli per coppia rispetto alla media nazionale. Un invecchiamento dei cittadini più accentuato. E un bilancio tra nascite e morti in perdita da oltre un decennio. In un’Italia che in questi giorni il «New York Times» ha chiamato in causa come Paese simbolo del calo demografico europeo con la città di Ferrara in testa, Milano è al di sotto della media italiana per numero di bambini a famiglia. E al di sopra per percentuale di over 60enni. Secondo i dati del settore Statistica del Comune, alcuni (ancora provvisori)aggiornati al settembre 2002. Numeri che parlano di una città in crisi di nascite. In cui la media 2001 di bambini per nucleo familiare è di 1,15 contro la media italiana di 1,25, la percentuale di ultrasessantenni (375.302) è del 28,8% contro quella del 25% a livello nazionale e il saldo naturale è ancora negativo. Nei primi nove mesi dell’anno la differenza tra le morti e le nascite è di 2.215 persone. Mentre in Italia nel 2001 il bilancio è tornato in pareggio dopo sette anni.
Eppure, da gennaio a settembre, i parti in città segnano un lieve aumento. Con 8.825 nati (4.613 maschi, 4.212 femmine) contro gli 8.700 dello stesso periodo dell’anno scorso. E un numero di bambini per coppia che è passato dallo 0,98 del 1997, all’1 del ’98 e all’1,02 del ’99, fino all’1,1 e più registrato a partire dal 2000.
E’ una crescita che vede la sua ragion d’essere nell’esplosione delle nascite di bambini extracomunitari. Anche qui a parlare chiaro sono le percentuali statistiche. Oggi almeno il 26% dei nuovi nati ha un genitore straniero: solo otto anni fa la percentuale non era neppure del 9%. Non solo. «La fecondità è in ripresa anche per un motivo strettamente demografico - spiegano al settore Statistica del Comune -. Ossia per il fatto che oggi è entrata nell’età fertile la generazione del baby boom. Un forte calo di nascite potrebbe, invece, verificarsi nei prossimi anni. Quando chiamata all’appello sarà la generazione di figli unici degli Anni Ottanta e Novanta».
A Milano un osservatorio privilegiato delle nascite è la clinica Mangiagalli. Non solo l’ospedale ginecologico con il più alto numero di parti meneghini, ma anche uno dei principali istituti ostetrici italiani. Nel 2002 alla Mangiagalli sono nati più di 6.500 bambini. Nella fila di extracomunitari che si rivolgono al suo ambulatorio, nell’impennata dei parti stranieri, nel numero sempre più alto di donne milanesi che cercano un bambino dopo i 34 anni, in tutto ciò è riflessa la città che ad avere figli «pensa poco». Come sottolinea il ginecologo Fausto Maraschio, in forza alla Mangiagalli da quasi vent’anni.
«Il 60-70% delle persone che si rivolgono al nostro ospedale per una prima consulenza - spiega - sono extracomunitari. Lo stesso vale per il 25% e più dei parti». La fotografia scattata da Maraschio racconta di una metropoli sempre più divisa tra carriera e problemi economici. «Nelle coppie di oggi - dice - la voglia di figli si manifesta molto tardi. Quando la professione è ben avviata. E questo vale a maggior ragione per Milano, città dalle mille opportunità professionali. A questo punto, però, molte donne rischiano di incontrare parecchie difficoltà a restare incinta: la fertilità diminuisce con il trascorrere degli anni».
Così diverse famiglie decidono di fermarsi a un solo figlio. Da qui la crisi delle nascite. «Ad affievolire il desiderio di bambini - continua Maraschio - è anche la mancanza di soldi. E Milano non fa eccezione. Un bambino incide in modo pesante in un bilancio familiare e spesso impone sacrifici che sempre meno coppie sono disposte a fare».
Simona Ravizza
Cronaca di Milano
LO SCRITTORE
Biagi: restiamo una città aperta
Il vecchio milanese, quello della tradizione? Lo si può ancora incontrare per strada o in Galleria. «E’ un giovane venuto tanti anni fa da Agrigento in cerca di lavoro. Quel terùn , come è sempre stato chiamato con grande affetto, che è stato accolto a braccia aperte e che è rimasto». Certo, anche Enzo Biagi parla di una Milano molto diversa, «rispetto a quando arrivai come un emigrante... con mia moglie e le mie figlie. E’ cambiata da quando ci spingevamo fino in centro, mano nella mano, quasi per paura di perderci, come facevano tutti gli esuli. Ma qui, tutto sommato, si sta ancora bene».
E com’è la Milano di oggi?
«E’ una città multirazziale. Una città aperta, anche grazie al segno che hanno lasciato gli emigranti».
Quindi non esiste più la Milano della tradizione?
«No c’è ancora la Milano di una volta, però solo nelle commedie dialettali. E’ inutile nasconderlo: Milano è la città dove si lavora e si passa. E questo l’ha portata a essere una capitale ancora più internazionale».
Gli emigranti del Sud di ieri sono gli stranieri di oggi...
«Le uniche differenze stanno nella lingua e nel fatto che adesso si arriva da Paesi più lontani. Ma la possibilità di integrarsi è sempre la stessa, le opportunità che Milano offre sono sempre le stesse».
Anche a uno straniero?
«Esatto. La mia colf è una ragazza peruviana, in regola con tutte le previdenze. A parte ciò, ormai fa parte della mia famiglia: ha un’ala della mia casa tutta sua. Questo per dire che sempre più gli stranieri stanno diventando parte integrante della vita sociale».
Il suo è un giudizio più che positivo, nonostante i molti tratti negativi con i quali viene spesso dipinta Milano.
«Le isole felici non esistono. Se Roma è la città del turismo, Milano è la capitale dell’economia. Una volta lo era anche morale, ma con Tangentopoli le cose sono cambiate. Direi però che Milano è una città particolare, soprattutto perché è leale. Ti dà quello che ti meriti, ricevi per quello che vali».
Quindi, da una parte, laboriosa e, dall’altra, generosa?
«Quando arrivai, nell’aprile del 1952, mi colpì un avviso di fronte a una chiesa: "Date e vi sarà reso al cento per cento". Che strano, pensai, qui trattano pure con il Cielo. Ma era proprio così».
Insomma, le piace ancora la Milano che vede dal suo ufficio in Galleria?
«A dire il vero dalla Galleria non guardo più nulla. Potrei essere a Bergamo come a Bologna. Ricordo però che in un vecchio film di Germi una donna siciliana diceva che a Milano "ci sta gente cattiva". Qui invece c’è il teatro alla Scala, c’è l’editoria, c’è la cultura, c’è una città che lavora e che è sempre più internazionale. E’ una città dove chi arriva, sia un emigrante di Agrigento o un extracomunitario dell’Africa, si ferma e sta bene».
Da. Gor.
Cronaca di Milano
Poteva mancare il commento di Biagi che pontifica su quanto è bella la società multietnica?
Un consiglio a Biagi: perchè non si traferisce a Città del Capo in Sud Africa per assaporare le squisitezze del multiculturalismo?




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