Un articolo un po' datato ma denso di spunti di riflessione.
Quando uscì quest'articolo, gli ebrei chiesero a Sergio Romano una rettifica immediata. Dal 2000 ad oggi i toni di Romano nei confronti dei padroni del mondo sono completamente cambiati; la macchina che ha inventato il culto della "memoria" è un lento ma efficace tritasassi capace di spazzar via ogni ostacolo che incontra.
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Quando la regina Elisabetta visitò l'India, l'anno scorso, recitò un breve mea culpa per i misfatti del colonialismo britannico. Quando Massimo D'Alema incontrò Muammar Gheddafi a Tripoli, qualche settimana fa, riconobbe le responsabilità del colonialismo italiano. Quando il calendario delle ricorrenze storielle ricorda al mondo una particolare vicenda, i massacri di Cortes in Messico, le segrete dell'Inquisizione, la Notte di San Bartolomeo, il processo di Galileo, il rogo di Hus e quello di Giordano Bruno, il Papa e la Chiesa si battono il petto e confessano i loro peccati. Non passa mese ormai senza che uno stato, un gruppo nazionale o una chiesa non chiedano perdono per le colpe e gli errori di cui si sono macchiati nel corso della loro storia.
Qualcuno ancora si dibatte e cerca di evitare il rito dei lavacri. Gli uomini di stato giapponesi rifiutano di riconoscere esplicitamente le proprie responsabilità per i massacri della seconda guerra mondiale e adottano, nella migliore delle ipotesi, formule ambigue o evasive. I comunisti sovietici non hanno ancora chiesto perdono per la strage dei kulaki, i gulag e le fosse di Katyn. E non sembra che Jacques Chirac e Lionel Jospin abbiano intenzione di inginocchiarsi di fronte a un monumento algerino come Willy Brandi a Varsavia nel dicembre del 1970. Ma la liturgia del perdono appartiene ormai alla prassi delle relazioni nazionali e internazionali. Scusarsi è "politically correct". Cerchiamo di capirne le ragioni.
Il fenomeno nasce a Norimberga, dopo la seconda guerra mondiale, quando i vincitori trattano i vinti come criminali di guerra e li sottopongono a un giudizio penale. Con la cattura e il processo di Adolf Eichmann, il funzionario della Gestapo catturato in Argentina e trasportato segretamente a Tel Aviv, Israele rompe una vecchia regola del diritto internazionale e afferma implicitamente che la vittima può impadronirsi dell'aguzzino, dovunque egli sia, e punirlo.
Le organizzazioni internazionali, nel frattempo, preparano e sottopongono alla firma dei loro membri una serie di convenzioni contro la violazione dei diritti umani, la tortura, le discriminazioni razziali, politiche e sessuali. Prende corpo gradualmente l'ideologia dei "diritti umani", una religione laica di cui la comunità internazionale può e deve pretendere l'osservanza. Una grande organizzazione, Amnesty International, diffonde un rapporto annuale in cui denuncia le violazioni e misura il grado di "correttezza" dei singoli stati. Alcuni magistrati cercano di trasformare la teoria in prassi e instaurare una giustizia che scavalchi i tradizionali confini delle giurisdizioni nazionali. Il caso più clamoroso è quello di un generale cileno, Augusto Pinochet, trattenuto a Londra in attesa di estradizione o espulsione.
Ma le leggi, generalmente, non sono retroattive e questa tendenza non basterebbe da sola a giustificare il coro di mea culpa degli ultimi anni. Il fenomeno esplode quando l'ideologia dei diritti umani incrocia, nella storia del secondo dopoguerra, la convinzione che "occorre ricordare". La tesi, nelle sue grandi linee, è questa. Il nazismo, il fascismo, la tirannia, i genocidi e le persecuzioni razziali non sono episodi storici, riconducibili a particolari circostanze politiche e sociali. Sono germi malefici, continuamente presenti nelle società internazionali, a cui alcuni soggetti collettivi, le destre, certi gruppi nazionali, sono fisiologicamente inclini. Per evitare nuovi contagi occorre vigilare, diffondere e imporre la liturgia della memoria, ravvivare il fuoco dei ricordi, tenere d'occhio i "sieropositivi", pretendere i loro periodici atti di contrizione.
La nuova religione e i suoi dogmi presentano qualche inconveniente. In primo luogo, la memoria è selettiva. I sacerdoti ricordano particolarmente i crimini del nemico e dimenticano, o trattano con maggiore distacco, quelli degli amici. Alcuni massacri sono più orribili di altri e vanno quindi più frequentemente esorcizzati. Il lager è peggio del gulag, la tirannia hitleriana è peggio della tirannia staliniana, le colpe commesse dal colonialismo capitalista in Africa sono peggiori di quelle commesse dal colonialismo comunista in Asia centrale e nel Caucaso.
Non basta. Il culto della memoria finisce per distruggere la memoria storica. Se alcuni gruppi nazionali o sociali sono "sieropositivi", è inutile indagare sulle cause storiche di un particolare fenomeno. È inutile cercare di comprendere, per esempio, quale effetto le arroganti e umilianti clausole del trattato di Versailles abbiano avuto sulla psicologia del popolo tedesco. O indagare sugli errori della democrazia italiana prima del fascismo. O interpretare la guerra civile spagnola alla luce della lunga sequenza di pronunciamenti e colpi di mano che caratterizzò la storia del paese negli anni precedenti. O ricordare che l'involuzione autoritaria di alcuni paesi fra le due guerre fu provocata da due fenomeni storici: la Grande guerra e la paura del bolscevismo. O ricostruire le difficili condizioni nelle quali la Svizzera (oggi sempre più frequentemente sul banco degli accusati) dovette difendere la propria indipendenza durante la seconda guerra mondiale.
La distruzione della storia produce uno straordinario numero di anacronismi. Ogni politica autoritaria diventa "fascismo". Ogni discussione sull'ebraismo o sullo Stato d'Israele corre il rischio di essere definita "antisemita". Ogni leader nazionalpopulista contiene in sé i germi del futuro Hitler.
Questa interpretazione degli avvenimenti non è laica, ma religiosa, anzi integralista. Per le vestali della memoria vi è nel mondo un Anticristo (il fascismo e il razzismo) contro il quale occorre predisporre una sorta di vigilanza permanente. E se qualcuno appartiene a un paese che ha già peccato, occorre imporgli di fare penitenza con le parole e con le opere: confessioni, atti di contrizione, indennizzi. Poco importa che i penitenti, a tanti anni dalla fine della guerra, non abbiano nulla a che vedere con i peccatori. Poco importa che le aziende e le banche a cui vengono chiesti gli indennizzi abbiano strutture societarie, azionisti, manager e clienti completamente diversi da quelli di un tempo.
Fra i molti inconvenienti di questa liturgia della memoria uno dei peggiori è l'ipocrisia. Quando accettano di piegare le ginocchia e battersi il petto, gli stati e gli individui sono mossi generalmente da considerazioni pratiche e utilitarie. L'Italia importa una buona parte del suo petrolio dalla Libia ed è il suo maggiore partner economico: perché non dovrebbe dare qualche soddisfazione al colonnello Gheddafi? La Gran Bretagna vuole conservare buoni rapporti con l'India e altri paesi ex coloniali: perché non dovrebbe compiacere il loro amor proprio? Le banche svizzere hanno una forte presenza nel mercato americano e temono il boicottaggio della lobby ebraica: perché non dovrebbero affrettarsi a chiudere il capitolo degli indennizzi?
Il guaio è che queste manifestazioni di pragmatismo opportunista finiscono spesso per suscitare, in una parte della opinione pubblica, un'ondata di risentimento. Ne esce rafforzato in tal modo il radicalismo populista di alcune forze politiche, come per l'appunto in Austria il partito liberal-nazionale di Jórg Haider. E i sacerdoti della memoria, compiaciuti della loro preveggenza, possono così proclamare al mondo che "hanno avuto ragione".
Sergio Romano
Panorama, 24/2/2000




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