Aperti gli archivi. Ecco come il Grande Recensore “aggiustava” i film di regime
Mosca. “Il genio di tutti i tempi e di tutti i popoli”, come modestamente si lasciava chiamare Iosef Stalin, si divertiva guardando il cinema. I russi lo sapevano. Ora hanno qualche dettaglio in più per capire che cosa significava, per loro, la passione del dittatore. In Russia è stata resa pubblica la maggior parte dell’archivio personale di Stalin. Tra i documenti si distinguono le annotazioni di Boris Shumjazkiy, dirigente della cinematografia sovietica, sulle proiezioni di film al Cremlino. Le 250 pagine di Shumjazkiy sono appunti di quello che diceva Stalin. Il capo usava guardare i film prima del loro montaggio definitivo. Le proiezioni avvenivano di notte, sei-otto volte al mese. Registi e sceneggiatori non dormivano, aspettando di essere chiamati. Stalin spiegava a tutti che cosa c’era da correggere. “Bisogna mandare la protagonista in una casa di riposo a Jalta, nell’ex palazzo dello zar. E’ là che il guidatore di trattori deve farle la dichiarazione d’amore. Allora il finale aprirà la prospettiva, non rimarrà lirico, locale”. Oppure: “L’assassinio di Shakov non deve essere l’apice del copione. Bisogna presentare la cosa in modo che la lotta tra i trotzkisti e il governo sovietico sia intesa come scontro tra i due programmi. Vale a dire la sceneggiatura va rifatta”. Quando alcuni critici osarono dubitare della necessità di un happy end ideologico nel film “Dubrovskiy”, tratto dall’omonimo racconto di Alexandr Pushkin, Stalin reagì: “Guarda che sapientoni! Pubblicate subito un buon articolo sulla Pravda, mettendo in chiaro l’inammissibilità dell’approccio, basato sulla logica formale, verso tendenze politiche delle opere d’arte”. Mal sopportava recensioni che davano giudizi differenti dai suoi. Una volta il giornale Izvestia si permise di criticare “Ciapaev”, film su un celebre personaggio della guerra civile in Russia. I redattori non sapevano che era il film preferito del gran capo: lo vide ben 38 volte. “Bisogna che Mekhlis (direttore della Pravda, ndr) – disse sdegnato Stalin – analizzi questo caso in dettaglio e insegni ai critici come scrivere”. Ma poteva andare peggio. Lo stesso Shumjazkiy, bolscevico, “compagno di lotta” del genio di tutti i popoli, colui che aveva il raro permesso di chiamarlo “Koba”, cioè col suo soprannome rivoluzionario, finì fucilato come trotzkista e spia. “Guardate che non vi scavalchi Mussolini” C’erano registi che perdevano i sensi dopo un’osservazione critica di Stalin. Non si sapeva mai come sarebbe andato a finire l’incontro con il dittatore. Un artista, incaricato di interpretare la parte di Stalin, per avvicinarsi alla sua immagine, espresse il desiderio di visitare la sua dacia. Forse voleva manifestare in quel modo la sua serietà. “Vuole studiare la mia vita? – chiese Stalin – Allora cominci con Turukhansk!”. Era una remota località in Siberia, dove Stalin aveva trascorso il suo esilio prima della rivoluzione d’ottobre. I temi dei film, i nomi degli sceneggiatori, dei registi, degli attori principali erano approvati dall’ufficio politico del partito comunista, suprema istanza del potere. Il politburo fissava gli obiettivi: 50 film nel ’39, 58 nel ’40. Alla proposta di costruire una cinecittà Stalin rispose: “Non tirate per le lunghe! Guardate che non vi scavalchi Mussolini!”. Sostenitore della formula leninista: “Il cinema è per noi l’arte più importante”, il “genio di tutta l’umanità” si interessava di qualsiasi genere artistico. Proprio questo dato lo fece diventare uno dei padri fondatori del fenomeno noto sotto il nome di cultura socialista. Gli intellettuali erano per lui “l’intellighenzia operaia e contadina”, gli scrittori “ingegneri d’anime umane”. I compositori dovevano essere diretti, e quando non lo erano, “si buttavano nella giungla di diversi ghiribizzi”. “Ora – spiegò Stalin agli spettatori di un evento notturno al Cremlino – dopo che sulla Pravda è stato dato un chiarimento (si riferiva a un articolo contro il compositore Dmitriy Shostakovich, ndr) tutti i nostri compositori devono cominciare a produrre una musica chiara e comprensibile, non rebus ed enigmi”. Dovevano produrre. Come si produce la ghisa o l’acciaio. La musica gli sembrava uno strumento per ispirare entusiasmo, e non importava se nella costruzione socialista o nella difesa della patria. “La marcia – disse una volta a un regista – deve corrispondere al passo dei reparti militari. Il compagno Voroshilov (il ministro della Difesa, ndr) vi invierà il suo direttore d’orchestra, compagno Cernezkiy. Includete la marcia ‘Sempre più in alto’ e, una volta corretto il brano, fatemelo vedere”. La censura in Russia era nata prima della cultura socialista, e ne diventò poi parte costitutiva. Stalin la rese onnipresente. Figlio di un calzolaio, da giovane cantò in un coro parrocchiale, scriveva poesie. Non era forse egli stesso l’immagine della cultura di classe? L’attuale leader dei comunisti russi Ghennadij Zjuganov risponderebbe di sì. Perché, in una forma o in un’altra, è d’accordo con l’idea della cultura “al servizio degli operai e dei contadini”. Ma è – come prova l’esperienza russa – una strada che porta alla censura.
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