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  1. #1
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    Predefinito "Scudo umano" per scelta

    Dal sito www.ilnuovo.it

    Uno scudo umano per la pace nel mondo
    L'idea è venuta a un livornese. Obiettivo: insediarsi all’interno di scuole, ospedali, asili e altri edifici civili durante gli eventuali bombardamenti. Partirà da Vienna assieme ad altre 200 persone

    http://www.ilnuovo.it/nuovo/foglia/0...165071,00.html

  2. #2
    ennerre
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    Predefinito

    Bisogna ammirare persone così. E' una scelta difficile, è da prendere da esempio per tutti coloro che aspirano a cambiare in modo radicale se stessi e ciò che lo circonda.

    Saluti antagonisti

  3. #3
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    Originally posted by ennerre
    Bisogna ammirare persone così. E' una scelta difficile, è da prendere da esempio per tutti coloro che aspirano a cambiare in modo radicale se stessi e ciò che lo circonda.

    Saluti antagonisti
    Daccordissimo,vorrei essere capace di trovare il coraggio per un gesto del genere,ma purtroppo conosco i miei limiti

    Un saluto radicale

  4. #4
    Enclave MUSSOLINISTA
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    Predefinito APOLOGIA DELLA GUERRA

    Apologia della guerra



    Il paradiso è all’ombra delle spade---Corano

    Non sembra possibile, nell'epoca che ci è toccata in sorte, dichiararsi cultori dello spirito guerriero e delle tradizioni belliche senza apparire, ai più, pazzo, stupido o esibizionista. Non è, infatti, dato, in questa nostra civiltà che fa un vanto della sua discendenza illuministica, discutere alcuni capisaldi della cultura dominante. Tra questi, fa bella posta il rassicurante mito della pace perpetua che, per corollario, conduce ad un odio fanatico ed irrazionale verso tutto ciò che sia, anche vagamente, riconducibile alla guerra. Le ragioni di tale stato di cose sono abbastanza note. Il progressismo, inteso come chiave di lettura storica, presuppone che tutto ciò che appartiene al passato sia, per ciò stesso, primordiale ed imperfetto. Su tali basi, le culture guerriere, che, da Sparta e Roma fino alla Prussia, hanno caratterizzato per secoli la civiltà europea, sono considerate poco più che barbariche. L'equazione non sembra lasciare adito a dubbi di sorta: la strada che porta l'uomo alla perfezione passa per il ripudio della guerra. Questa concezione moderna, che nasce con il lapidario brocardo kantiano "la ragione condanna la guerra", non si spinge a considerare inutili gli eserciti e criminali i soldati, ma relega quella che Sun Tzu (cfr. box sottostante) definiva, già nel 400 a.c., "l'arte della guerra" al ruolo di mero strumento di polizia internazionale contro l'aggressione altrui. Tutto ciò non è condivisibile e, confortati dalle coraggiose prese di posizione di tanti autorevoli esponenti del così detto "pensiero forte", tenteremo di illustrarne succintamente i motivi. La guerra è pacificamente definita come l'uso della forza per ottenere il riconoscimento coattivo dei diritti di un popolo da parte di altri popoli. Il soggetto che ha il monopolio di tale forza è lo Stato, il quale la esercita verso l'esterno dotandosi di un esercito e, verso l'interno, di una polizia. L'individualismo borghese, per sua natura egoista e utilitarista, preme per la massima tutela possibile degli interessi del singolo (e questo è anche giusto), mentre con difficoltà percepisce la rilevanza degli interessi diffusi e generalizzati di un intero popolo (e questo è meno giusto ). Se invece si abbandona lo squallido punto di vista borghese, tutto incentrato sulla preoccupazione fisica per la sicurezza, per il benessere e la prosperità materiale, e si riconosce il primato della comunità nazionale e dei suoi interessi la questione si ribalta. La guerra, sotto questa luce, è la vitalità di una popolo. E' la sua fierezza. Non un inutile macello, non la pazzia di generali senza etica ma "... un duello fra popoli..., un eminente faida in senso cavalleresco, dove, di fronte all'imparziale tribunale dei secoli futuri, una questione non accomodabile in un patto divino deve venir decisa dal destino della fortuna delle armi liberamente scelto da entrambe le parti " (R. von Lilienstern). Nessuno ha l'ardire di contestare che, a volte, per un popolo la guerra è l'unico mezzo per raggiungere la libertà, l'autodeterminazione e la prosperità. Solo pochi negano che la storia delle grandi nazioni è tale per il susseguirsi di grandi vittorie. Nessuno, in altri termini, ignora gli oggettivi vantaggi che derivano da una vittoriosa disputa bellica. Ciò che fanno gli eredi di un male interpretato umanesimo è di considerare inaccettabile il prezzo di tali risultati. Un prezzo che si chiama morte, distruzione e sofferenza. Per confutare tale considerazione potremmo riferirci al fatto che quelle stesse persone, quelle che non accettano che si perda una sola vita per difendere gli interessi di una intera nazione, non mostrano difficoltà ad accettare che si perda quella dei poliziotti che, continuamente, cadono nelle nostre città, magari nel tentativo di proteggere gli interessi di una banca a capitale straniero. Questa differenza di atteggiamento non deriva da una diseguale considerazione della vita dei soldati e di quella dei poliziotti, ma da una diseguale considerazione degli interessi pubblici di quelli privati, ritenuti, ormai, più importanti dei primi. Ma non è con tali argomenti che vogliamo affermare che il prezzo di una guerra non è troppo alto. A tale valutazione si giunge se si avverte la dimensione spirituale del combattimento, quella che però, si badi, non è di tutti gli uomini, ma solo di coloro tra questi che dicansi guerrieri. Per costoro la guerra è lo stato essenziale, quello in cui l'uomo è solo a combattere contro le forze telluriche del caos e della materia. Per costoro l'idea guerriera "... non è sinonimo dell'esaltazione del bruto uso della forza e di una violenza distruggitrice , ma la formazione calma, cosciente, dominata dell'essere interiore " (J. Evola). Per questi eletti spiriti non si configura un dovere alle armi ma un diritto alle armi. Per loro la morte in battaglia è la dolce morte, è la morte che ci coglie vivi. E' il "... voglio morir baciando un ora di guerra " scolpito in versi da Ezra Pound. Ma non si fraintenda, questa apologia della guerra intesa come astratto confronto tra Orazi e Curazi non può certo spingeresi sino alla legittimazione delle moderne barbarie. La guerra di massa, la distruzione delle città, il sacrificio degli inermi non sono che storture inaccettabili. Per non parlare dei moderni strumenti di distruzione, convenzionali e nucleari, che hanno ridotto l'uomo da soggetto a oggetto della guerra. Ce lo aveva già anticipato Ernst Jünger: "L'uomo moderno creando la tecnica per dominare la natura, ha firmato una cambiale che ora viene presentata allo sconto".



    Sun-tzu e l’arte della guerra

    Sun-tzu o Sunzi era l’appellativo di un comandante militare di nome Sun Wu vissuto intorno alla fine VI secolo a.C. Del personaggio non si sa molto a parte quello che è contenuto nell’opera Bingfa o arte della guerra, che peraltro non è improbabile che non sia stata scritta direttamente da lui. Tale trattato militare è stato utilizzato in Cina per secoli ed anche in tempi recenti ha fornito elementi per gli strateghi moderni; addirittura, in estremo oriente se ne è tentata l’applicazione nel campo economico-manageriale, soprattutto in Giappone. L’opera è divisa in tredici "pian" (capitoli) che affrontano i vari aspetti della guerra, dalla conduzione del conflitto alla pianificazione dell’attacco, dalle manovre degli eserciti allo studio dei terreni e all’uso delle spie. Al lettore occidentale risulterà alle volte difficile comprendere come alcune disposizioni possano essere moralmente accettate ed altre no; bisognerà sempre tenere conto che l’onore per gli orientali ha significato leggermente diverso da quello occidentale e perciò non si deve giudicare con la propria mentalità. Senza dilungarci in ulteriori commenti riportiamo alcune frasi tratte dall'opera:

    "...Le questioni belliche seguono il Dao dell’inganno. Perciò, se si è capaci bisogna mostrarsi incapaci, e se si è attivi bisogna mostrarsi inattivi. [......] Si tenti il nemico facendolo sentire in vantaggio, e lo si schiacci fingendosi confusi. Con un nemico compatto si stia pronti al confronto, ma un nemico troppo forte va fuggito....".

    "...La suprema arte militare consiste nell’insidiare le altrui strategie; a ciò seguono, nell’ordine, la rottura delle altrui alleanze e l’attacco diretto all’esercito...".

    "...Chi chiede la pace senza gravi motivi sta tramando qualcosa. [...] Se metà delle truppe avanza e l’altra metà indietreggia c’è di mezzo un tranello. Se i soldati si reggono in piedi appoggiandosi alle lance, vuol dire che sono affamati. Se chi va ad attingere l’acqua beve per primo, l’esercito è assetato. Se il nemico non avanza pur vedendosi avvantaggiato significa che è stanco."

    Da tutto il trattato traspare poi un grande senso dell’onore militare, per il quale bisogna trattare con benevolenza i prigionieri, non infierire sui vinti e dar sempre la possibilità di una resa onorevole.

 

 

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