articolo di Salvatore Tropea uscito sul SOLE 24 ORE DI LUNEDI'
TORINO - "La crisi Fiat non esiste". Aveva l'aria di esserne proprio convinto Paolo Fresco quando a fine luglio, in un'intervista a Repubblica, si lascio' scappare questa affermazione che aveva tanto il sapore di un paradosso, una via di mezzo tra la dichiarazione di fede e il desiderio. Sembrava farsi coraggio e ne aveva bisogno visto che oltre quattro mesi dopo la crisi c'e' ancora. Esattamente un anno dopo il primo manifestarsi di un malessere tanto profondo e palese che neppure i vertici del Lingotto erano stati piu' in condizioni di attutirne gli effetti. C'erano ancora Roberto Testore e Paolo Cantarella che oggi non fanno piu' parte dell'azienda. Ma la crisi e' sempre li' con i suoi numeri che pesano come macine da mulino e oltre 8 mila lavoratori in cassa integrazione a zero ore.

Una crisi finanziaria e di prodotto che poi vuol dire indebitamento, bilanci in rosso, perdita di quote di mercato. La sopravvivenza dell'azienda in discussione col socio americano che potrebbe tra un paio d'anni passare da una quota del 20 per cento della Fiat Auto al totale controllo ma mostra di non essere poi tanto interessato all'affare. Le banche creditrici, a loro volta sotto controllo da parte delle agenzie di rating, costantemente in allerta nel tentativo di recuperare vecchi e nuovi crediti. E in Italia e fuori un coro sempre piu' insistente e monocorde che recita: gli Agnelli vendano i gioielli di famiglia per rimediare a questo disastro.

Risposta altrettanto insistente e monocorde da parte del Lingotto: la Fiat ha gia' provveduto ad avviare un programma di dismissioni di asset non strategici, ovvero di aziende che potevano trovare posto in un gruppo onnivoro e generalista ma diventano un lusso quando a perdere come un rubinetto spanato e' la principale delle societa' cioe' quella autoveicolistica. In realta' la Fiat, abituata in passato a fare shopping, si e' incamminata sulla strada delle cessioni a malincuore. Ma lo ha fatto. Resta da vedere se cio' che ha sinora ottenuto e' sufficiente a riposizionarla sulla strada virtuosa della crescita cancellando il colore rosso dai suoi bilanci.

Ha cominciato nel marzo di quest'anno vendendo un pezzo di Magneti Marelli e portando a casa 70 milioni di euro. Nello stesso mese ha ceduto l'Immobiliare San Babila di Milano incassando altri 240 milioni di euro. In aprile ha continuato vendendo la divisione sistemi elettronici, altro pezzo di Magneti Marelli, per 70 miliardi. Primo break di controllo con le banche che dicono che non basta. Ci vuole qualcosa di piu' corposo che testimoni la volonta' del gruppo di rinunciare ad alcuni pezzi pregiati in cambio di quattrini necessari ad arginare la falla. E allora arriva il colpo della Ferrari: in giugno Mediobanca compra il 34 per cento sborsando 775 milioni di euro. E cosi' si sfonda il tetto del miliardo di euro.

L'impegno che il Lingotto ha assunto per evitare il peggio e' quello di ridurre del 50 per cento il carico dei debiti entro il 2002 o piu' esattamente entro l'approvazione del bilancio di quest'anno cioe' nella primavera del 2003. Cio' vuol dire un taglio da 6 a 3 miliardi di euro. Ed ecco le nuove cessioni effettuate in settembre: la divisione alluminio della Teksid per 290 milioni di euro e il 40 per cento di Europ Assistance per altri 125 milioni. La settimana scorsa infine l'ultima vendita: Il Banco Fiat in Brasile passato al Banco Itau' per 100 milioni di euro. Bilancio complessivo? Dismissioni per 1.670 milioni di euro.

Contemporaneamente il Lingotto ha proceduto ad alcune operazioni di rifinanziamento ricorrendo al meccanismo degli incrementi di capitale e ai prestiti. La prima di queste operazione e' del 20 febbraio ed e' un aumento di capitale operato da Fiat Spa per 1.020 milioni di euro. A luglio tocca alla CNH -la Case New Holland che negli Stati Uniti e nel mondo produce trattori agricoli e macchine movimento terra- con un aumento di capitale di 200 milioni di euro. A settembre matura il prestito convertendo con un pool di banche guidato da Capitalia, Sanpaolo Imi, IntesaBci, Unicredit che poi sono quelle piu' esposte nei confronti di Fiat. Alla fine dello stesso mese arriva la monetizzazione della quota del 24 per cento che Fiat ha in Italenergia e sono altri 700 milioni.

Il tutto fa la bella cifra di 7,6 miliardi di euro, una somma che di per se' sarebbe sufficiente per far dormire sonni meno agitati ai vertici del Lingotto. In altre parole il dimezzamento dei debiti sarebbe piu' che assicurato. Senonche' mentre Fiat cercava di portare a casa soldi altri ne uscivano per effetto della crisi, rendendo sempre piu' complicata l'operazione pulizia della posizione finanziaria netta. Indiziata numero uno, ovvero responsabile di questa fatica di Sisifo, la societa' dell'auto che nei primi nove mesi del 2002 ha bruciato 1.163 milioni di euro a un ritmo di oltre 100 miliardi al mese, cioe' con una violenza che si e' andata attenuando solo nell'ultimo scorcio dell'anno.

Il perdurare della negativa performance della divisione automobilistica ha contribuito a rallentare il risanamento, appesantendo la posizione finanziaria e rendendo sempre piu' costoso il reperimento di danaro per via del rating sempre meno lusinghiero da parte delle agenzie di controllo. Di qui la necessita' di proseguire la cura soprattutto bloccando il rubinetto spanato dell'auto. Nelle intenzioni del Lingotto il ricorso alla cassa integrazione fa parte di questa cura nel senso che dovrebbe servire a contenere i costi e ad effettuare risparmi in modo che, unitamente ad altre misure, si riesca a mettere un argine alle perdite.

Potra' bastare? E' la domanda che rimbalza negli ambienti finanziari in questi giorni. Mentre il coro insistente e monocorde ha ripreso a martellare: ci vogliono altre vendite, gli Agnelli devono mettere sul mercato i "gioielli della corona", ci vuole qualcosa di piu' sostanzioso. E il tam tam ripropone costantemente la voce della messa sul mercato della Toro Assicurazioni e della Fiat Avio. Soprattutto la prima e' un bel boccone che fa gola a molti. Ma Corso Matteotti, quartier generale di Ifi e Ifil, le due finanziarie attraverso le quali la famiglia Agnelli controlla poco piu' del 30 per cento della Fiat, sinora ha opposto un rifiuto.

Gli Agnelli, che hanno sempre sostenuto la validita' del piano industriuale dei manager, ritengono che la parentesi delle vendite possa considerarsi chiusa, salvo qualche marginale asset non strategico. In realta' essi si oppongono a quella che nella situazione in cui si trova la Fiat piu' che una vendita sarebbe una svendita. Essi sanno benissimo che non c'e' peggiore momento per una dismissione di quello in cui il venditore e' stretto nella morsa della necessita', la stessa che imbaldanzisce e rende spietato l'acquirente. Percio' resistono cercando altre vie d'uscita. Non sara' necessario aspettare molto per sapere come finira'.