Risultati da 1 a 6 di 6
  1. #1
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    Predefinito Sito ufficiale di Gioventù Nazionale

    Ecco il nostro regalo di Natale... GN ha finalmente un sito internet ufficiale:

    www.gioventunazionale.org

    il sito è in una fase, diciamo così, iniziale, quindi altre cose verrano inserite al più presto... sono ovviamente ben accette critiche e suggerimenti...

    Camerateschi saluti e Buon Anno

  2. #2
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    Noto con dispiacere che anche il vostro sito riporta una leggenda urbana:
    Martino Traversa non è stato ucciso da compagni ma da Stefano Di Cagno che giusto due anni prima era stato condannato per attività fascista con altri militanti della sezione del FDG di Bari Vecchia, l'Andrea Passaquindici...
    UMT

  3. #3
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    grazie per la segnalazione, ci informeremo meglio e nel caso di errore provvederemo a modificare il testo immediatamente.

    Saluti

  4. #4
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    Originally posted by netdepa88
    grazie per la segnalazione, ci informeremo meglio e nel caso di errore provvederemo a modificare il testo immediatamente.

    Saluti
    Non perdere tempo: ecco la storia dell'unico gruppo di fuoco misto (rossi&neri insieme) degli anni di piombo.
    Sono ampi stralci dal mio volume Fascisteria (Castelvecchi, 2001), dal capitolo sul "caso Bari". Spezzato in due parti perché già così il 3d è troppo lungo.


    Nessuna attenzione nelle ricostruzioni storiche è stata data all’u-nica realtà in cui l’alleanza tra estremisti di destra e di sinistra, tanto auspicata da un’ampia corrente neofascista ma in realtà mai sviluppata, ha raggiunto il livello dell’azione armata unitaria: Bari. Protagonisti dell’esperienza un nucleo di nazional-socialisti di fede strasse-riana (“nazionalbolscevichi”) e una banda di autonomi, che riunirono le proprie forze – esigue ed elitarie mantenendo inalterati i propri “dogmi”. L’esperienza fu stroncata sul nascere: erano in progetto l’omicidio di un dirigente Digos, assalti ad armerie e altre azioni spettacolari ma un incidente nel corso di un’azione di propaganda armata (l’uccisione – non voluta– di un dj di simpatie missine in una radio di proprietà della DC) portò all’immediato arresto di alcuni militanti e alla fuga del leader, Stefano Di Cagno, già condannato per “attività fascista”, e della moglie, Cecilia Marvulli (ex trotzkista). Tutto comincia alla fine del 1975: un gruppo di ragazzini si appropriano di una sede (4 metri su 4 sulla strada) del Fronte della Gioventù. Hanno dai 15 ai 17 anni, di famiglie medio e alto–borghesi, per lo più “borghesia rossa” o padri ex partigiani. Qualche volta separate, come i Di Cagno, padre industriale comunista, madre stilista svedese: «Dai 13 anni – racconta – sono stato uno scap-pato di casa: prima pingponghista tra le case dei miei, litigavo con uno e andavo dall’altra, con intervalli dalla nonna se le liti coincidevano, poi ho bivaccato in sezione, nelle macchine e le trombe delle scale e i box dei genitori degli amici. Di giorno vi-vevo con i sotto-proletari che riempivano la sezione finché mi hanno accolto i suoceri e ci stavo bene» . I ragazzini hanno tutti consumato un’esperienza insoddisfacente nella sezione centrale (anche come ubicazione geografica) del FdG, dominata da una banda di ex avanguardisti, di estrazione borghese ma invischiati in pratiche malavitose: passavano il tempo in federazione a ta-glieggiare i figli di papà che frequentavano il Fronte. La nuova sezione, dedicata ad Andrea Passaquindici, un caduto della Folgore, è in periferia. I ragazzini hanno costruito, senza leader, senza maestri, una modesta base ideologica rivoluzionaria: partecipando alla diatriba nominalistica che lacerava tante sezioni periferiche, non si dichiarano fascisti in rottura con la vecchia guardia ma nazionalsocialisti e per giunta di sinistra (Strasser e i nazional-bolscevichi). Le letture “cult” sono il “socialista” Drieu La Rochelle, i romanzi di Larteguy e di Sven Hassel. La percezione della realtà è piuttosto distorta, di chi si ostina a negare che il fascismo è reazionario, pur avendo avuto già modo di verificare quanto i fascisti lo siano. La quadratura del cerchio: restaurare il giusto stato delle cose, tornare alla purezza delle origini (il Dician-nove per il fascismo, la socializzazione della RSI per il neofascismo) e costruire un’esperienza di fascismo sociale e popolare. La rifondazione politica comincia dal nome della sezione, ribattezzata AP15 (da Andrea PassaQuindici...) e dall’uso esclusivo della croce celtica come simbolo. Nessun componente del gruppo prende la tessera del Fronte ma sono regolarmente iscritti i nuovi adepti. Attorno al nucleo di estrazione borghese, si raccolgono una cinquantina di militanti per lo più proletari e sottoproletari e un centinaio di simpatizzanti, una cifra per gli standard locali. Il padre dei Minelli è un appuntato dei Carabinieri. Marzolla, elemento di punta della SS (la Squadra di Sorveglianza: una trentina di lumpen che garantiscono l’“ordine nero” nel quartiere) è figlio di un ambulante che vende fiori all’angolo del carcere: lui, disoccupato, fa il trimestrale all’ufficio pacchi del car-cere, poi lavora come meccanico. Alfredo Gargaro, un altro lumpen della SS, finisce al carcere minorile per furto: qui mostra la sua coscienza politica, capeggiando una protesta con un “compagno”. Sarà regolarmente pestato e trasferito.
    La massiccia adesione popolana accentua nei ragazzini il rifiuto di accettare il giudizio di condanna dei “compagni”. Nasce anzi il mito risarcitorio di una borghesia, di una cultura dominante che disinformano per mettere contro “camerati” e “compagni”. A li-vello istintivo si sviluppa una contraddizione lacerante tra la fru-strazione per l’antifascismo della larga maggioranza dei giovani, alimentata dalla simpatia per la frenetica attività militante dei “rossi” (che stimolava il culto vitalistico dell’agisco, quindi sono) e il continuo scontro fisico, per avere la possibilità di “fare politica”. Questi sentimenti contrastanti non contaminano l’impianto ideologico dell’AP15. Il libro politico più gettonato (ed è già una rarità che in una sezione del Fronte si leggesse tanto) è La conquista di Berlino, il diario in cui Goebbels narra la sua storia di agitprop nella Berlino rossa di Weimar, che nello stesso pe-riodo è un testo base delle scuole quadri di Lotta studentesca. Nell’immaginario dei ragazzini – che si stanno facendo le ossa negli scontri quotidiani con i compagni – la battaglia per lo spazio vitale è una riedizione della via Paal. In un anno la missione della SS è compiuta, con l’epurazione di tutti i compagni nella zona al di là della ferrovia che divide Bari, lasciando ai “rossi” la parte verso il mare, dove ha sede la federazione del Msi. I giovani nazionalbolscevichi, memori delle angherie subite dai camerati più scafati, neanche mettono piede in centro godendosi il “territorio liberato”, l’area più degradata della città, che è interdetta ai compagni. I militanti di Lotta Continua e gli autonomi che vivono nel quartiere, stanchi delle aggres-sioni sistematiche, ottengono un patto di non belligeranza dai militanti dell’AP15. Per loro, del resto, il nemico vero sono i “kompagni” della Fgci e del Movimento lavoratori per il socialismo, che ha in Bari il punto di forza al Sud. I “katanga” sono ossessionati dall’antifascismo e picchiano duro (a Milano hanno mandato in ospedale più di un autonomo e l’odio è reciproco). Nel clima del 1977 – anche per l’ultrasinistra il nemico principale è il Pci – il passaggio dalla non belligeranza alla benevolenza è facile. La scandalo di un quartiere controllato dalla teppa nera e interdetto solo ai militanti della sinistra ufficiale non può durare e così alla prima occasione – l’omicidio Petrone – il Pci re-gola la partita per via giudiziaria. In quel periodo ricompare in città Pino Piccolo. [un ex- avanguardista dai trascorsi complicati e] che riappare in un periodo di scontri quotidiani. Dà il suo contributo a mantenere alta la tensione, aggirandosi di sera per accoltellare compagni. Alcuni giorni prima di uccidere Petrone nello scontro davanti al Comune – racconterà qualcuno – Piccolo passa davanti all’AP15, accappatoio e ciabatte, un lungo coltello da cucina, farneticando di “dover uccidere i rossi”. Qualcuno lo aveva già ferito in scaramucce – riconoscerà poi qualche compagno – ma tutti militanti che gli erano andati addosso volontariamente, e che si curarono da dottori privati. Verità o leggenda metropolitana che sia si arriva al morto, il diciottenne Benedetto Petrone, un contrabbandiere politicizzato di Bari vecchia, il centro storico rosso e proletario... Poiché Piccolo e chi l’ha aiutato sono della zona centro, il pm Magrone, che sta indagando sulle attività del-l’AP15, imbastisce un processo bis, politico, che mette assieme Piccolo (latitante), i coimputati, gli accusati di un attentato al partito radicale, tre dirigenti dell’ AP15. Le accuse vanno dalla ricostruzione del PNF a una dozzina di reati vari.
    Il processo per direttissima si risolve in una pagliacciata. Il pm lascia continuamente trasbordare la sua passione antifascista (nel 1994 è eletto deputato progressista). La mobilitazione permanente dei compagni che fanno casino in aula indispettisce il presidente, uno della vecchia guardia, convinto che pestaggi e blocchi stradali in corte d’assise stonano. Gli imputati, molti figli di papà, tre minorenni, vestono in giacca e cravatta. Finisce tutto a tarallucci e vino, con pene varianti tra un anno e otto mesi (per Mo-dola e Crocitto) e un anno per i minorenni per “attività fascista” per sei imputati: i tre leader del-l’AP15 (Modola, Di Cagno e Crocitto)... Piccolo e i suoi complici sono assolti
    (1.continua)

  5. #5
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    Ecco la seconda parte:

    Dopo il blitz della magistratura la Questura aveva chiuso, invocando la legge sui covi, l’AP15. Tre mesi dopo i camerati sono tutti fuori. Il Msi decide di staccare la spina: consegna una lista di nomi di militanti alla Polizia – se ci sono guai, sono loro – e non presenta ricorso per far riaprire l’AP15. L’espulsione del gruppo diri-gente dell’AP15 – per “contatti con i marxi-sti–leninisti” – colpisce gente che la tessera del Fronte non l’ha mai avuta. Il gruppo si frantuma. Una banda – leader i fratelli Minelli e Grimaldi – ruota intorno alla sezione missina rimasta aperta vicino al “covo” chiuso e fiancheggia Tp, che ha una notevole presenza nel Materano. Un’altra – che fa capo a Di Cagno e Modola e fa base nello scantinato dove questi sconta le misure di sicurezza dopo la condanna per l’AP15 – comincia a frequentare i “gatti sel-vaggi”, gli autonomi che ruotano intorno a una redattrice di Controinformazione, Francesca Ventricelli. Un po’ si discute di po-litica, un po’ si fanno le canne. Il grosso della truppa, sconvolta, impau-rita, si sbanda. Molti cominciano a “farsi”. Quando Fiora Pirri, leader di Primi Fuochi di Guerri-glia, in sciopero della fame, è trasferita nel carcere di Bari l’unica azione di protesta è un lancio di volantini siglati con la croce celtica, organizzato da Di Cagno e Mo-dola. Che si preoccupano anche di fare volantinaggi sul ruolo del Pci al soldo del capitale o più concretamente di organizzare la mobilitazione contro l’au-mento del prezzo dei biglietti dell’autobus. ...
    L’aggregazione tra “rossi” e “neri” – che già si era espressa in una manifestazione di tripudio per l’“esecuzione” di Moro – va avanti in estate. Poi, per tutto l’inverno, la vita è da banda. Nel giro di un anno la droga trasforma nove politici su dieci in micro o macrospacciatori–con-sumatori. Nell’estate 1979 il vecchio gruppo dirigente dell’AP15 si riaggrega sul piano umano. Di Cagno si rivede con i Minelli e li mette in contatto col giro di Modola e dei “gatti”. Una lite notturna tra rossi e neri è l’occasione della nuova e definitiva rottura tra Modola e i Minelli. La nuova aggrega-zione emargina chi ha cominciato a farsi. Si concretizza l’idea di un gruppo armato misto. Un percorso lineare: superamento nella pratica militare delle originali appartenenze (ex AP15, ex LC), autofinanziamento e costruzione di un’aggregazione politica, su basi programmatiche elaborate dai già ricomposti “militari”. A spingere sull’acceleratore sono Di Cagno e i rossi. I Minelli preferirebbero un rapporto forte con TP, qualche altro camerata vuole solo i soldi. Il maggior limite è la scarsa fiducia nelle ca-pacità operative. ... Tutto è comunque molto confuso e i riferimenti politici più specifici mancano o restano quelli di provenienza. ... Il senso comune della banda è fornito da alcuni semplici acquisizioni ma-turate nel corso di anni di mili-tanza e poi di sbanda-mento:«ci eravamo scannati – spiega Di Cagno – tra pischelli che, tutti, odiavamo l’ingiustizia sociale, i borghesi, i loro servi armati; i capi fascisti erano dei porci, le ideologie rivoluzionarie di destra alla fine solo uno strumento per imbrigliare dei ribelli; le ideologie rosse un fallimento ovunque, slegate dalla realtà, in qualche misura dipendenti/discendenti dal-l’universo concettuale bor-ghese. Qualcosa si doveva fare» .
    La sera dell’11 marzo 1980 è in programma l’irruzione in una radio libera democristiana, Bari Levante, per leggere un proclama. Entrano in tre. Il dj, Martino Traversa, 19 anni, simpatizzante mis-sino, impaurito, reagisce. Nella colluttazione a Di Cagno parte un colpo dal can-nemozze: la rosa dei pallettoni colpisce in pieno Traversa e ferisce di striscio un componente del commando, Nicola De Caro. Il dj muore dissanguato. Il tentativo di gestire la situazione fallisce sul nascere: Di Cagno insiste sulla necessità di rendersi preventiva-mente irreperibili ma per qualcuno è più urgente non fare impensierire la madre. La polizia parte dal ferito e arriva subito a casa Minelli. Massimo fa coppia fissa con De Caro. Crolla dopo 18 ore di interrogatorio duro e confessa: era lui l’autista. Alle 8 e mezza di mattina, in preda al pa-nico, De Filippis, il qu-arto uomo, telefona a casa Minelli. La signora lo avverte che i figli sono stati fermati. Il ragazzo, completamente nel pallone, non pensa che il telefono è sotto controllo e si lamenta: «Accidenti, adesso arrive-ranno da me». Si costituisce poche ore dopo. L’unico che riesce a scappare è Di Cagno che si tra-scina nell’ultima avventura la moglie. Rimediano due do-cumenti falsi e puntano sulla Spagna. Qui trovano aiuto in modo rocambolesco. Si pre-sentano nella sede di un gruppo extra-parlamentare di destra a Barcellona e chiedono ospitalità...


    Ma questa è un'altra storia
    umt

  6. #6
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    Ti ringrazio per le preziose e dettagliate informazioni. Ad ogni modo, data l'importanza e la delicatezza della questione, è opportuno chiedere ulteriori informazioni anche ad altre persone che vissero quei tempi.

    Un saluto cameratesco

 

 

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