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    Hanno assassinato Calipari
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    Predefinito Intervista a Saddam Hussein

    Ecco l'intervista all'uomo di cui tutti parlano.

    SADDAM: L'IRAQ NON E' L'AFGHANISTAN

    di Sayyid Nassar

    da "Al-Jazira"

    Ecco il testo integrale dell'intervista al Presidente iracheno Saddam Husayn. Il giornalista egiziano, prima di passare alle domande, si dilunga descrivendo l'atmosfera da lui incontrata a Bagdad.

    Ho trascorso più di due ore col Presidente Saddam Husayn e con Tareq Aziz, vice-Premier e decano della diplomazia araba da più di mezzo secolo. Ci trovavamo in uno dei palazzi presidenziali, nella parte antica della città, quella costruita dal califfo Abu Ja'far al-Mansur, centro del califfato islamico abbaside che vide sovrani come al-Amin, al-Ma'mun e Harun ar-Rashid. All'epoca questa ricca regione conobbe un'enorme produzione scientifica e innumerevoli furono le traduzioni dei più importanti testi in lingua persiana e cinese: Bagdad era un faro per la Scienza ed il palazzo in cui mi trovavo un tempo era circondato da rose e non da missili. L'Iraq è un Paese composito per etnie e religioni: arabi, curdi, turcomanni, caldei, sunniti, sciiti. Qui sono sepolti i Dodici Imam dello sciismo a partire da 'Ali e dai suoi figli Hasan e Husayn. E' il Paese delle dieci mila palme e dei datteri migliori. E' il Paese dei più grandi poeti arabi come Abu Nawas e al-Mutanabbi. Bagdad, circondata dai giardini e dalle aree verdi e dal più grande parco del mondo, quello di Zawra'... Bagdad che vieta la costruzione dei grattacieli in cemento... Bagdad amica dell'ambiente che non USA mai mezzi distruttivi... L'Iraq centro del califfato abbaside nella sua epoca d'oro e dei luoghi sacri dello sciismo.


    D: Signor Presidente, cosa vogliono gli USA?

    R: Gli USA vogliono distruggere i centri di potere in tutti gli stati arabi. Sia che si trovino al Cairo o a Damasco sia a Bagdad. Ci si guardi attorno nella regione, si guardi ai tentativi di dividere il Sudan in un nord e in un sud, e si guardi agli effetti che ciò potrebbe avere sull'Egitto, sulla sua sicurezza nazionale e, in generale, sulla sicurezza dei Paesi arabi. Si guardi a cosa succede in Algeria e cosa è accaduto e tuttora accade in Somalia e in tutti i paesi del Corno d'Africa. Guardi cosa accade nella Palestina Occupata e ciò che ha fatto Sharon con i nostri fratelli palestinesi. Sono tutti indizi che rivelano l'esistenza di un piano contro la nazione araba.

    D: Ma in particolare, cosa vogliono gli USA dall'Iraq?

    R: Gli USA vogliono imporre la loro egemonia sulla nazione araba e, per iniziare vogliono impadronirsi di Bagdad, colpire i paesi che si ribellano a questo disegno che rifiutano tale egemonia. Da Bagdad occupata militarmente passeranno a colpire Damasco e Tehran che anch'esse saranno divise. Creeranno grandi problemi all'Arabia Saudita e tenteranno di creare piccole entità statali governate da guardie e sentinelle che lavoreranno per gli Stati Uniti. Così facendo non ci sarà più nella regione uno Stato più grande di Israele, né nella quantità né nella modalità. Il petrolio arabo sarà sotto il controllo di Washington e l'intera regione -in special modo i pozzi di petrolio dopo la distruzione dell'Afganistan- saranno sotto la loro totale egemonia. Sono tutti fatti che vanno a favore di Israele. Lo scopo è di trasformare Israele in un enorme Impero dell'area. Adesso è l'Iraq che subisce questa strategia mentre gli altri [Paesi arabi, n.d.t.] non si rendono conto che difendendoci difendiamo anche loro. Nessuno si salverà dal complotto ora in atto contro l'Iraq. Per Washington e Tel Aviv sono tutti uguali e ciò che colpisce noi e che viene preparato per noi oggi, accadrà agli altri domani.

    D: Il piano di spartizione riguarda anche l'Arabia Saudita e i Paesi del Golfo?

    R: Dissento con chi dice che l'Arabia Saudita verrà divisa in favore dello Yemen o dell'Oman e con chi afferma che c'è la possibilità che sceiccati e emirati del Golfo possano scomparire. Al contrario ritengo che il prototipo degli sceiccati e dei piccoli emirati si diffonderà nell'area. Per questo tutti i grandi stati come l'Iraq o la Siria o l'Arabia Saudita saranno divisi in piccoli emirati: questi piccoli staterelli potranno governare ma potranno solo stare a guardia dei pozzi. Questo in favore degli USA che controlleranno le zone petrolifere dall'Algeria fino al Mar Caspio. Ed ora si preparano a controllare l'Iraq, l'Iran e la Siria.

    D: Due settimane fa la Corea del Nord ha ammesso, o meglio, ha annunciato senza nessuna pressione esterna, che ha sviluppato un programma nucleare. E non abbiamo sentito o visto reazioni ostili da parte degli USA simili a quelle mosse contro l'Iraq, eppure quest'ultimo ha affermato pubblicamente di non possedere armi di distruzione di massa, così come lo hanno confermato gli ispettori internazionali. Ma gli USA concentrano la loro campagna solo contro l'Iraq ignorando la Corea del Nord. Perché?

    R: In breve: prima di tutto perché la Corea del Nord non ha petrolio, secondo perché la Corea non è un nemico di Israele né è un Paese ad esso vicino.

    D: Signor Presidente -ancora una volta- cosa vogliono gli Stati Uniti dall'Iraq?

    R: Washington vuole un Iraq che si arrenda all'egemonia geopolitica americana sulle ricchezze arabe. Così come vuole un Iraq che ammetta la presenza sionista e il suo dominio sulla Palestina. Ma soprattutto gli USA vogliono un Iraq privo di una coscienza nazionalista e che accetti la distruzione della Lega araba e la creazione di un'organizzazione mediorientale. Vuole un Iraq non arabo ma internazionale.

    D: Teme che l'attacco sia prossimo?

    R: Noi siamo pronti ad affrontare una guerra anche fra un'ora. Con i loro attacchi giornalieri, i loro tentativi di consumare le nostre forze, l'uccisione dei civili con i loro missili lanciati dagli aerei e con attacchi dalle basi dei Paesi vicini, gli Stati Uniti ci fanno vivere dal 1991 in un continuo stato di guerra. Noi siamo comunque pronti alla guerra. Ma l'Iraq non sarà mai come l'Afganistan. Questo non significa che siamo più forti degli USA -con la loro flotta e i missili a lunga gettata- ma noi possediamo la fede in Dio, nella patria e nel popolo iracheno. E' importante credere nel popolo arabo. Non lasceremo che sia una passeggiata per i soldati americani e britannici, mai. La terra combatte affianco del suo popolo, sempre.

    D: Crede che il tempo giochi a suo favore o contro di Lei?

    R: Il tempo gioca certamente a nostro favore. Dobbiamo prendere altro tempo perché così potrebbe sfaldarsi l'alleanza anglo-americana per motivi interni o sotto la pressione della loro opinione pubblica. I popoli sanno la verità e possono capire di più rispetto ai governanti. Questi ultimi sono allineati ai piani sionisti, i quali a loro volta istruiscono i mass-media per portare a compimento tali piani. Ma la gente non è cieca.

    D: Signor Presidente, Lei sta affrontando l'attuale crisi in modo diverso da come fece nel 1991. Questo perché ha studiato in qualche modo gli avvenimenti passati assieme alla situazione presente? Oppure sta traendo delle lezioni solo dal passato?

    R: La politica è una scienza, e come tutte le scienze è soggetta alla sperimentazione. L'uomo politico è sempre un allievo che impara dalle sue esperienze personali e da quelle degli altri. Noi crediamo all'importanza dell'opinione pubblica e della sua influenza. Impariamo dalla nostra esperienza. L'esattezza e l'errore sono fatti umani, errare è umano. Soltanto Iddio è perfetto.

    D: Per quanto riguarda le relazioni con gli altri Paesi arabi, come valuta la posizione generale araba rispetto alla questione irachena, all'assedio e alle minacce di una prossima guerra?

    R: Noi non chiediamo agli arabi di dare più di quanto non possano. Valutiamo le condizioni di ogni paese, la sua posizione nello scenario politico e la sua possibilità o meno di fornire un appoggio. Il saper dare è frutto dalle relazioni e dall'armonia reciproca. E' il risultato di circostanze storiche, di forza personale e delle posizioni di ogni capo politico. In ogni caso noi ci sentiamo tranquilli: i fattori positivi aumentano rispetto a quelli negativi, e la posizione generale è più favorevole all'Iraq. Mi lasci dire con franchezza che noi ci concentriamo sui fattori positivi tralasciando quelli negativi fino a che questi non diminuiscono o addirittura scompaiono o da soli.

    D: Ma è chiaro che da parte araba si fa ben poco per sostenere l'Iraq.

    R: Come ho detto mi interessano solo i fattori positivi. Quelli negativi scompariranno spontaneamente quando tutti capiranno la sincerità delle nostre intenzioni, delle nostre circostanze e di ciò che si sta complottando contro di noi e contro di loro [i Paesi arabi, n.d.t.]. L'Iraq non è l'unico Paese arabo che è vittima di complotti. Gli USA vogliono imporre la loro egemonia nella regione e per far ciò devono mostrare la loro ostilità al mondo arabo e, in particolare, ai Paesi principali. Tutto in favore dell'Entità sionista e del sionismo internazionale.

    D: E' soddisfatto di quello che hanno fatto alcuni Paesi arabi nei confronti dell'Iraq? E' soddisfatto dell'appoggio che hanno fornito a Bagdad per contrastare i piani di attacco anglo-americani? Non crede che ci sia un'evidente omissione in tutto ciò?

    R: Sono soddisfatto di ogni sforzo fatto in sostegno della resistenza araba in Iraq e in Palestina. La questione non è più solo irachena ma è di tutta la nazione araba, dal Marocco all'Iraq. Il destino è unico, ora scritto col sangue dei martiri. Crediamo che ogni successo realizzato da un popolo arabo, tra cui il popolo kuwaitiano, è un successo per noi e va ad aggiungersi ai fattori positivi. Il popolo kuwaitiano è arabo, crede al suo nazionalismo, e quel che è accaduto alla base americana lo conferma [episodio di Falaika dell'ottobre 2002, si veda a questo proposito il testamento di al-Kandari, n.d.t.]. Noi contiamo molto sul popolo arabo. Il popolo arabo non dorme -come credono alcuni- di un sonno profondo: le manifestazioni che vediamo nel mondo arabo e in Occidente sono fatte da centinaia di migliaia di sostenitori della pace contro la guerra e contro l'aggressione al popolo iracheno. Queste persone sfidano il desiderio dell'estrema destra sionista a Washington di distruggere l'Iraq.

    D: L'atteggiamento di alcuni Paesi arabi contro il suo governo ha influenzato negativamente il suo operato? E' stata intaccata la fede che Lei ripone nell'arabismo e nel nazionalismo [arabo, n.d.t.]?

    R: No, al contrario la mia fede nel nazionalismo si è rafforzata. Quando ci si rende conto del dovere di essere un nazionalista arabo, si prende fiducia nel fatto di poter vincere anche se dovrà passare tanto tempo. Il nazionalismo arabo non è un vestito da indossare oggi e da gettar via domani.

    D: Per quanto riguarda i rapporti con il Kuwait, sappiamo che quest'ultimo ha posto come condizione per una riconciliazione con Bagdad il rilascio dei suoi prigionieri. Avete ancora cittadini kuwaitiani nelle vostre carceri?

    R: E' stato emesso un decreto governativo con cui abbiamo rilasciato tutti i carcerati sia politici che criminali, in generale arabi, non solo iracheni. Eccezion fatta per le spie che hanno lavorato per gli USA e Israele. Abbiamo rilasciato anche i condannati per omicidio a condizione che la famiglia del colpevole si accordi con quella della vittima e che sia concesso il perdono secondo la volontà delle due parti. Per la prima volta nella Storia, le prigioni irachene sono oggi le uniche prigioni al mondo ad esser vuote.

    D: Vuole dire che le guardie carcerarie rischiano di rimanere disoccupate?

    R: Sì, ed in caso troveranno lavoro negli orfanotrofi, per tutti quei bambini senza genitori per colpa dei quotidiani bombardamenti americani nel sud e nel nord del Paese e nelle periferie di Bagdad...

    D: E' preoccupato dall'opposizione irachena che si organizza e si allea con Washington e Londra? Quest'opposizione può sostituire il governo di Bagdad?

    R: Prima di tutto non c'è una vera opposizione irachena tanto da farci preoccupare. Se pure ci fosse, sarebbe più onorevole per loro che per ottenere il potere combattessero nel Paese, e non dall'esterno, a decine di migliaia di miglia di distanza. Noi non abbiamo notizie degli oppositori, né li incontriamo, né sono conosciuti dalla nostra gente. Non sono altro che un gruppetto di individui, alcuni condannati per reati finanziari e altri per crimini umanitari. Quel che sappiamo è che non sono affatto astuti, che non nascondono di essere agenti dei servizi americani e britannici, pagati da Washington e da Londra, e di essere stati anche accusati di aver rubato e dissipato quel denaro. In fin dei conti non è che un gruppo i cui membri si contano sulla punta delle dita [lett. un gruppo che riesce a riempire appena un autobus di Bagdad, n.d.t].

    D: Per quanto riguarda la questione curda, non è forse giunta l'ora di una riconciliazione nazionale con i nostri fratelli curdi del nord?

    R: Lei sa bene che l'Iraq ha dato loro ciò che non è stato loro dato da altri. Lei è stato il primo giornalista arabo che ha incontrato il Mullah Mustafa Barzani nel 1966. Ha sentito dalla sua viva voce che il massimo dell'autodeterminazione che si augurava lo ha avuto dall'Iraq. Quello che mancava era la secessione, fatto però che noi rifiutiamo così come la rifiutano gli intellettuali curdi. Crediamo che se gli Stati Uniti e la Gran Bretagna ci lasciassero il nord dell'Iraq senza più ingerenze, decideremmo in piena libertà il nostro destino e riformeremmo il Paese.

    D: Signor Presidente, pochi giorni fa si è svolto un referendum per un altro mandato di sette anni, ma alcuni si chiedono il significato di quel 100 per cento, sconosciuto alla cultura occidentale.

    R: Significa molto. Significa che ho la ragione e la fiducia del mio popolo. Per gli altri che ritengono che io non rappresenti il mio popolo, significa che lo rappresento veramente. Questo è il risultato del referendum libero svoltosi in presenza di osservatori, di inviati e giornalisti arabi e stranieri. Questo rivela che chi continua a dire che in Iraq non esiste un opposizione al governo, costui mente.

    D: Ha scarcerato anche i prigionieri politici. Perché questa decisione e cosa significa?

    R: Durante il suo soggiorno Lei avrà avuto modo di visitare tutte le prigioni e avrà notato che non c'è un carcere che non abbia aperto le sue porte, che si sia svuotato. Ciò significa che i diritti umani in Iraq sono rispettati più di quanto non lo siano negli Stati Uniti stessi.

    •   Alt 

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  2. #2
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    Il vecchio Saddy ha scoperto l'acqua calda....comunque andare a fare la guerra all'unico paese arabo, l'Irak, dove la minoranza cistiana è libera di professare la propria fede e che non ci invade di immigrati è una vergogna per l'Europa (al pari dell'immensa catastrofe serba del '99, a cui l'italia di D'Alema ha dato il suo contributo), e spero che questa guerra assolutamente non si faccia. Tengo a precisare che io sono un anti-islamico viscerale, ma quella di saddam non l'unica causa musulmana che sostengo: sono dalla parte dei palestinesi e con i curdi, contro le due gambe (israele e turchia) che reggono la potenza globalizzatrice usa in quelle regioni e che ci invadono di immigrati col benestare amecano per destabilizzare l'Europa e islamizzare i balcani.
    Mi schiero ivece radicalmente contro i talebani (già armati dagli americani contro i sovietici e che sarebbero dovuti essere spazzati via nel '96 e non certo nel 2001), contro l'Iran khomeinista (e spero in una rivoluzione interna che rovesci il regime), infine contro la Libia di Gheddafi (che ci invade di immigrati dalle coste libiche).

  3. #3
    Hanno assassinato Calipari
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    Io sono dalla parte della pace, non mi piace essere anti-qualcosa.

  4. #4
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    allora non sei neanche anti-fascista o anti-razzista?

  5. #5
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    fascismo e razzismo sono qualcosa?

  6. #6
    Hanno assassinato Calipari
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  7. #7
    Hanno assassinato Calipari
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    Predefinito L'intervista di Tony Benn

    Lunga intervista al rais: "Le superpotenze cercano
    pretesti
    Vogliono il nostro petrolio per conquistare il mondo"
    "Nessun legame con Al Qaeda"
    In tv la verità di Saddam Hussein
    Repliche a Bush e agli ispettori: "In Iraq non ci sono
    armi"
    "Non vogliamo la guerra, ma se attaccati ci
    difenderemo"

    ROMA - "Esiste una sola verità: l'Iraq non possiede
    armi di distruzione di massa". La verità è quella di
    Saddam Hussein, che ha rimandato al mittente le accuse
    di Usa e Gran Bretagna, ha ribadito la propria
    estraneità ad Al Qaeda e ha puntato l'indice contro i
    "pretesti" trovati dalle superpotenze per muovere
    guerra al suo Paese. Le parole del rais sono contenute
    in un'intervista realizzata per Channel Four dall'ex
    ministro laburista britannico Tony Benn. Ed è la prima
    intervista concessa dal leader iracheno da almeno
    dodici anni. Saddam ha parlato di pace, ma allo stesso
    tempo ha sottolineato che, se attaccato, il popolo
    iracheno reagirà: "Difenderà il suo Paese, la sua
    sovranità, la sua sicurezza".

    Il documento video è stato registrato a Bagdad, in uno
    dei palazzi presidenziali di Saddam. Benn ha
    incontrato il leader iracheno durante il fine
    settimana e l'intervista, acquistata da Channel Four
    sembra per circa 75.000 euro, è stata trasmessa
    dall'emittente britannica questa sera alle 19. Poco
    dopo, nel nostro Paese, è andata in onda su La7.
    Realizzazione e messa in onda non sono state scelte a
    caso: proprio ventiquattr'ore prima della riunione al
    Palazzo di vetro dell'Onu, prevista per domani, nel
    corso della quale il segretario di Stato americano,
    Colin Powell, presenterà, come annunciato, documenti
    con i quali dovrebbe smascherare l'inadempienza
    irachena su disarmo. Benn, che, appunto, non è un
    giornalista, ma un uomo politico, è apparso piuttosto
    "accondiscendente" nei confronti di Saddam Hussein: in
    sostanza, si è limitato a porre le domande senza
    esercitare alcun contraddittorio.

    "Ogni persona imparziale sa che, per quanto concerne
    la risoluzione 1441 - ha detto Saddam nell'intervista
    - gli iracheni hanno ottemperato agli obblighi imposti
    loro da tale risoluzione"; tuttavia, secondo il leader
    iracheno, sono i governi americano e britannico a
    volere per forza la guerra, per potersi garantire il
    pieno controllo sul petrolio del Medioriente. Poi, la
    replica a chi, come gli ispettori dell'Onu Hans Blix e
    Mohamed El Baradei, ha lamentato scarsa collaborazione
    da parte di Bagdad: semplici divergenze occasionali,
    ha detto, "non significano che l'Iraq sia interessato
    a frapporre ostacoli con cui intralciare i loro sforzi
    per poter giungere alla verità". Dunque, ha incalzato
    Saddam, quelli accampati dalle superpotenze non sono
    che "pretesti": "Ne possono creare in qualunque giorno
    - ha detto - per denunciare che l'Iraq non sta
    adempiendo agli obblighi, come già in passato avevano
    dichiarato che l'Iraq non stava osservando le
    precedenti risoluzioni".

    Secondo Saddam, la situazione attuale è "cruciale"
    poichè "le risoluzioni dell'Onu, che siano applicate o
    meno, o la motivazione dietro queste risoluzioni,
    potrebbero portare la situazione attuale verso la
    strada della pace o della guerra". Il rais ha anche
    replicato alle affermazioni del presidente George W.
    Bush, che una settimana fa aveva accusato Bagdad di
    legami con la rete terroristica di Al Qaeda; "non
    abbiamo alcun rapporto - ha detto -, se ne avessimo e
    credessimo nella loro validità, non ci vergogneremmo
    certo di ammetterlo". Poi, la sua verità: "come ho già
    sostenuto in precedenza, in numerose occasioni,
    affermo che l'Iraq non possiede armi di distruzione di
    massa. Sfidiamo chiunque dica che le abbiamo, a
    presentare le prove all'opinione pubblica'".

    Saddam ha accusato i paladini, negli Stati Uniti,
    della "entità sionista", vale a dire di Israele, di
    aver alimentato le pressioni per avviare un nuovo
    conflitto contro l'Iraq. Secondo il rais, sono stati
    "i sionisti" a dire alle amministrazioni americane, "e
    specialmente a questa, che se vuoi controllare il
    mondo devi controllare il petrolio. E la distruzione
    dell'Iraq è un prerequisito per controllare il
    petrolio e dunque il pianeta, con un atteggiamento
    ostile" che è "il marchio distintivo di questa
    amministrazione, basato solo sul desiderio di
    controllare il mondo e di allargare la propria
    egemonia".

    Nell'intervista, il presidente iracheno ha sostenuto
    poi che "la guerra, la distruzione e la morte" non
    aiutano nessuno e "non servono agli interessi di lungo
    periodo dell'America e del suo popolo, o di altre
    nazioni". Infine, Saddam ha detto di pregare Dio
    perché dia forza a quelli che lavorano contro la
    guerra; "gli iracheni non amano la guerra, ma se viene
    imposta, se sono attaccati e offesi, si difenderanno.
    E difenderanno il loro Paese - ha concluso -, la loro
    sovranità e la loro sicurezza".

    (4 febbraio 2003)
    http://www.repubblica.it/online/este...ntervista.html

    «L'Iraq detesta la guerra, ma sapremo difenderci»
    «Non abbiamo alcun rapporto con Al Qaeda»
    Intervista di Saddam Hussein all'ex ministro
    britannico Benn
    «Ripeto che non possediamo armi di distruzione di
    massa»
    LONDRA - Smentisce qualsiasi rapporto con Al Qaeda,
    dichiara di non possedere armi di distruzioni di
    massa, sottolinea di essere fermamente contrario alla
    guerra e, soprattutto, accusa gli Stati
    Uniti di voler «controllare il mondo» attraverso la
    conquista del petrolio. Intervistato a Baghdad dall'ex
    ministro laburista britannico Tony Wedgwood Benn,
    Saddam Hussein ha dato la sua visione a tutto campo
    della crisi tra l'Iraq e l'Occidente, che potrebbe
    sfociare in un'azione militare contro il suo regime
    già nelle prossime settimane.

    L'INTERVISTA - Benn ha avuto il colloquio con il
    leader iracheno durante il fine settimana e
    l'intervista - acquistata da Channel 4 (sembra per
    circa 75.000 euro) - è stata trasmessa dall'emittente
    Tv britannica questa sera alle 19:00 (le 20:00 in
    Italia). In Italia è stata diffusa da La7. Con la
    guerra che sembra ormai alle porte, Saddam ha parlato
    di pace, ma allo stesso tempo ha sottolineato che - se
    attaccato - il popolo iracheno si difenderà:
    «Difenderà il suo Paese, la sua sovranità, la sua
    sicurezza». Benn è subito venuto al dunque: Saddam
    Hussein ha armi di distruzione di massa? Ha rapporti
    con l'organizzazione terroristica Al Qaida?, gli ha
    chiesto.

    AL QAEDA - Il rais iracheno, che non ha mai
    pronunciato i nomi di George W. Bush e Tony Blair, ha
    risposto senza esitare: «Se avessimo un rapporto con
    Al Qaida, e se credessimo in quel rapporto, non ci
    vergogneremmo di ammetterlo - ha dichiarato -. Quindi,
    vorrei dire a Lei in modo diretto, e inoltre
    attraverso di Lei a chiunque sia interessato a
    saperlo, che noi non abbiamo alcun rapporto con Al
    Qaida». Altrettanto diretta, è stata la sua risposta
    sulla questione delle armi di distruzione di massa.
    «Questa è un'opportunità per raggiungere il popolo
    britannico e le forze della pace nel mondo - ha
    premesso il leader iracheno -. C'è una sola verità e
    quindi io Le dico, come ho già detto in molte
    occasioni, che l'Iraq non ha assolutamente armi di
    distruzione di massa». E poi: «Noi sfidiamo chiunque
    dica che le abbiamo a produrre le prove e presentarle
    all'opinione pubblica». Secondo Saddam, la situazione
    attuale è «cruciale» poiché «le risoluzioni dell'Onu,
    che siano applicate o meno, o la motivazione dietro
    queste risoluzioni, potrebbero portare la situazione
    attuale verso la strada della pace o della guerra».

    LA RISOLUZIONE - Per quanto concerne la risoluzione
    1441, ha quindi sottolineato, «ogni persona di buon
    senso sa che gli iracheni hanno soddisfatto i loro
    obblighi previsti dalla risoluzione». Il presidente
    dell'Iraq ha quindi tenuto a precisare che «quando
    l'Iraq fa delle obiezioni sulla condotta di coloro che
    applicano le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza,
    ciò non significa che l'Iraq voglia spingere le cose
    verso il confronto. L'Iraq non ha alcun interesse alla
    guerra. Nessun funzionario o cittadino iracheno ha
    espresso il desiderio di andare alla guerra». Saddam
    Hussein ha poi girato il tavolo: «La questione
    dovrebbe essere posta all'altra parte - ha detto
    riferendosi all'occidente -. Stanno cercando un
    pretesto per poter giustificare la guerra contro
    l'Iraq? Se il motivo è assicurarsi che l'Iraq sia
    privo di armi nucleari, biologiche e chimiche, allora
    possono farlo. Queste armi non si trovano sotto forma
    di piccole pillole che si possono nascondere in
    tasca... Noi l'abbiamo detto spesso in passato e lo
    diciamo ancora oggi: l'Iraq è privo di queste armi».

    ACCUSE - Il rais iracheno ha inoltre ribaltato contro
    Stati Uniti e Gran Bretagna l'accusa di «essere più
    motivati dalla guerra che dalla loro responsabilità a
    favore della pace. Quando parlano di pace, tutto
    quello che fanno è accusare altri che loro voglio
    distruggere nel nome della pace». Sostengono, ha
    aggiunto, «che curano gli interessi dei loro popoli.
    Ma voi - ha proseguito rivolgendosi ai telespettatori
    britannici - sapete come me che questo non è vero».
    Sul tema del petrolio Saddam ha sottolineato
    l'aggressione «evidente per più di un decennio contro
    la regione», osservando che la decisione americana è
    legata al «sostegno all'Entità sionista (Israele)
    creata alle spese della Palestina e del suo popolo». E
    «quella gente», ha aggiunto, forza «la mano
    all'amministrazione americana denunciando che gli
    arabi sono una minaccia per Israele». Sempre i
    sionisti sono andati dicendo alle amministrazioni Usa
    «e specialmente a questa, che se vuoi controllare il
    mondo devi controllare il petrolio. E la distruzione
    dell'Iraq è un prerequisito per controllare il
    petrolio».

    PETROLIO - Per Saddam, gli Stati Uniti pensano inoltre
    che controllando il petrolio del Medio Oriente
    «possono controllare il mondo», con un atteggiamento
    ostile che è «il marchio distintivo di questa
    amministrazione, basato solo sul desiderio di
    controllare il mondo e di allargare la propria
    egemonia». Nel suo lungo intervento, il presidente
    iracheno ha sostenuto poi che «la guerra, la
    distruzione e la morte» non aiutano nessuno e non
    servono agli interessi di lungo periodo dell' America
    e del suo popolo, o di altre nazioni«.
    Nell'intervista, infine, Saddam ha detto di pregare
    Dio perchè dia forza quelli che lavorano contro la
    guerra. «Gli iracheni non amano la guerra, ma se la
    guerra viene imposta, se sono attaccati e offesi, si
    difenderanno. E difenderanno il loro paese, la loro
    sovranità e la loro sicurezza», ha concluso.
    4 febbraio 2003
    http://www.corriere.it/Primo_Piano/E...4/saddam.shtml

  8. #8
    Hanno assassinato Calipari
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    Predefinito Sulla sinistra irachena

    Ma OLTRE SADDAM C'E' VITA POLITICA IN IRAQ ?
    Vi posto un'intervista a Ilario Salucci:

    Ilario Salucci ha scritto una approfondita storia della sinistra irachena
    pubblicata nei numeri scorsi. Gli rivolgiamo qui una serie di domande sullo
    stesso argomento al fine di introdurre a questa tematica anche chi non è
    ancora familiarizzato con le complesse dinamiche che hanno diviso e
    ricomposto la sinistra mondiale. Ed anche per comprendere sulla base della
    storia della sinistra irachena che possibilità ci sono nella crisi in atto
    per una "uscita" a sinistra.

    D: Abituati come siamo alle immagini di un Iraq passivizzato e devastato
    dall'embargo, ci riesce difficile immaginare che la sinistra e le masse di
    lavoratori e contadini abbiano mai avuto un qualche ruolo nel determinare il
    corso della storia di questo stato. La studio che hai fatto dimostra, ci
    pare, il contrario. (il 48, il 91, ecc.)


    R: Le lotte popolari in Iraq sono state importantissime nel determinare il
    corso della storia di questo paese. Le date chiave sono quelle del 1920,
    1948, 1958 e 1991. Nel '20 vi è una enorme rivolta contadina contro
    l'imperialismo britannico che occupava il territorio iracheno, nel '48 una
    sollevazione urbana contro la monarchia filoinglese e per migliori
    condizioni di vita ("pane e scarpe"), nel '58 una rivoluzione che mise fine
    alla monarchia e nel '91 una rivolta urbana congiunta ad una sollevazione
    dei soldati. Se da un lato queste date segnano una serie di fallimenti,
    visto l'esito di queste rivolte, sollevazioni ed insurrezioni, tutte
    schiacciate a più o meno breve distanza di tempo con ondate repressive
    terribili, dall'altro queste lotte non sono state delle parentesi, chiuse
    col sangue e nulla più. La rivoluzione del 1958 non ci sarebbe stata senza
    le lotte precedenti, che non furono esplosioni isolate ma sedimentarono nel
    corso dei decenni senso e dignità popolare, odio verso l'imperialismo e la
    monarchia, dedizione alla causa della liberazione dei lavoratori e dei
    contadini di molti militanti, che rimpiazzavano via via nel tempo i molti
    che cadevano sotto i colpi della repressione. La natura popolare della
    rivoluzione del '58 impedì il ritorno alla situazione preesistente, e quanto
    di positivo è avvenuto in Iraq nei tre decenni successivi - la scomparsa di
    relazioni sociali precapitaliste, la rottura con le potenze imperialiste, la
    cancellazione del nucleo centrale della borghesia - è dovuto più agli
    effetti sul lungo periodo di quella rivoluzione, che alle singole persone e
    forze che hanno preso questa o quella misura ai vertici dello stato
    iracheno. Quanto di negativo è avvenuto nei trent'anni successivi, a
    cominciare dal fatto che rottura con l'imperialismo, nazionalizzazioni e
    così via non avvennero nell'interesse dei lavoratori e dei contadini, ma
    nell'interesse di una burocrazia statale con tratti, comportamenti e
    aspirazioni borghesi, è dovuto al fatto che la rivoluzione del 1958 si fermò
    a metà strada, non distrusse il pilastro dello stato borghese iracheno,
    l'esercito. E' stato dal seno di questo esercito che è emersa la burocrazia
    di tipo borghese al potere da allora. Nel 1991 vi fu la possibilità che
    questo pilastro venisse distrutto, con la grandiosa rivolta di marzo, ma le
    debolezze - in primo luogo politiche - della sinistra irachena non hanno
    permesso che questa possibilità si realizzasse: la rivolta fu confinata al
    sud e al nord del paese, e venne quindi, anch'essa, schiacciata nel sangue.

    D: Il PC iracheno è conosciuto come "partito dei martiri". Puoi fare una
    breve panoramica delle vicissitudini di questo partito che giustificano tale
    definizione?


    R: Il PC iracheno è stato quasi sempre in clandestinità. I primi nuclei
    comunisti sorgono nel 1924: da allora ad oggi, quasi ottant'anni, il PC ha
    avuto piena esistenza legale per soli cinque anni, dal 1973 al 1978, ed
    anche in quei cinque anni si "autolimitava" e si autocensurava pesantemente
    per evitare di incorrere nelle ire del potere. Comunque in quei cinque anni
    altre formazioni comuniste, scissioni di sinistra del PC, vissero
    nell'illegalità forzata e furono duramente perseguitate. Per quanto riguarda
    il PC, nella sua storia ha subito tre ondate repressive terribili, con
    centinaia di vittime, migliaia di arresti, altre migliaia di compagni
    costretti all'esilio e alla fuga: nel 1949, quando anche il suo segretario
    generale fu impiccato ed il suo corpo lasciato per ore in piazza a monito
    della popolazione, nel 1963, quando anche il suo segretario generale venne
    arrestato e morì in modo atroce dopo quattro giorni di torture, e nel 1979
    (in quest'ultima occasione i più alti vertici del partito riuscirono
    fortunosamente a salvarsi). La lista dei "martiri" comunisti iracheni e dei
    militanti operai e di quelli contadini massacrati dalle forze
    "dell'ordine" - almeno dagli anni '40 ad oggi - è purtroppo lunghissima.

    D: La nascita della sinistra nei Paesi del cosiddetto "Terzo mondo" non ha
    seguito la stessa dinamica che abbiamo conosciuto, ad esempio, in Europa
    alla fine del XIX sec. con la nascita dei partiti socialisti e dei sindacati
    di massa. Ci puoi descrivere la nascita e lo sviluppo del Partito Comunista
    Iracheno nel contesto dell'Iraq degli anni trenta e quaranta?


    R: L'origine del PC in Iraq è in gruppi di intellettuali, che facevano
    battaglie "modernizzatrici" per usare un termine odierno (contro
    l'islamismo, per la liberazione della donna, contro il "feudalesimo"
    predominante nel paese) e antimperialiste. Si chiedeva la "rivoluzione
    sociale immediata in tutti gli ambiti della vita". Di lavoratori tra i
    comunisti ce n'erano pochi: ma bisogna ricordare che la realtà della classe
    operaia irachena degli anni '20 e '30 è ben diversa da oggi. Per lo più si
    trattava di artigiani, o di lavoratori presso ditte minuscole, in una
    situazione sociale non ben distinguibile da quella della piccola borghesia.
    Questi lavoratori iniziarono negli anni '30 a sindacalizzarsi, ma senza
    chiare linee di indipendenza di classe, in sindacati diretti da esponenti
    nazionalisti (che ebbero vita effimera, perché presto messi fuori legge). E'
    solo negli anni '40 che emerge un nucleo - piccolo, ma molto combattivo - di
    classe operaia industriale, nel settore petrolifero, nei porti, nelle
    ferrovie. E' stato un pregio del PC quello di legarsi immediatamente a
    questa classe operaia, fin dal '41-'42, indirizzando ad essa tutti i propri
    sforzi. Quando vennero legalizzati per un breve periodo i sindacati (dal '46
    al '48) i comunisti ne avevano la direzione incontrastata. Il PC era
    diventato la spina dorsale del militantismo operaio iracheno, e furono
    questi militanti operai che diressero la grande sollevazione del 1948,
    quando a Baghdad si respirava il "profumo della rivoluzione sociale".
    Inoltre il PC iniziò anche a radicarsi nelle campagne, con risultati
    limitati, ma localmente importanti - comunque alla fine degli anni '40 il
    quadro politico nelle campagne era completamente mutato rispetto a
    trent'anni prima: le rivolte contadine non erano più dirette dalle vecchie
    classi possidenti (contro gli imperialisti, come nel 1920), ma erano dirette
    contro queste classi possidenti. La lotta di classe aveva contagiato anche
    l'Iraq rurale.


    D: Il PCI all'inizio degli anni quaranta assume le caratteristiche tipiche
    di un partito stalinista: allineamento a Mosca, mancanza di democrazia
    interna, strategia dei "due tempi". Ci spieghi cosa significava in concreto
    questa tipologia nel contesto iracheno e in che modo influenzò lo sviluppo
    del partito?


    R: Il Partito comunista dell'Iraq iniziò ad allinearsi alle direttive
    sovietiche all'inizio degli anni '40, quando il partito venne ricostruito
    sotto la direzione di "Fahd". Questo comportò, dal 1942 al 1944, un cambio
    radicale di politica: mentre prima il nemico numero uno dei lavoratori e dei
    contadini iracheni era l'imperialismo inglese che controllava e sfruttava il
    paese, ora la Gran Bretagna diventava un alleato nella "guerra antifascista"
    e doveva quindi essere sostenuto (anche se continuava a controllare e
    sfruttare l'Iraq). Va a merito del PC il fatto che questo orientamento venne
    adottato in ritardo sui tempi di Mosca e venne abbandonato in anticipo: i
    danni che comportò in Iraq furono quindi limitati, e si ebbe un forte
    sviluppo del partito nonostante questo orientamento. Il PC adottò in pieno
    invece la strategia dei "due tempi": prima assicurare una rivoluzione
    borghese, diretta dalla borghesia nazionale irachena contro l'imperialismo,
    e solo dopo si sarebbe aperta la prospettiva della lotta per il socialismo.
    Le parole d'ordine politiche erano molto, molto moderate. Questo
    orientamento comunque non impedì che i militanti comunisti e il PC in quanto
    partito, si battessero per i diritti e gli interessi immediati dei
    lavoratori e dei contadini: non è che il PC era a favore di scioperi e della
    lotta di classe solo dove i padroni erano inglesi! La strategia dei "due
    tempi" attuata in questo modo non influì più di tanto sullo sviluppo del
    partito negli anni '40 e '50, ma quando scoppiò la rivoluzione nel 1958 la
    questione del potere si pose in tutta la sua importanza e attualità, le
    questioni astratte di strategia diventarono materia di scelte politiche
    quotidiane, e allora le conseguenze di questo orientamento dei "due tempi"
    furono veramente catastrofiche.

    Il funzionamento interno del partito divenne, sempre a partire da quegli
    anni, centralizzato e abbastanza antidemocratico, provocando numerose
    fratture interne: ma questo, più che un frutto dello stalinismo, fu anche
    una conseguenza della condizione di clandestinità in cui si trovò il PC. Il
    funzionamento interno del PC era, più che "staliniano", di un tipo
    "zinovievista" (da Zinoviev, che fu il segretario dell'Internazionale
    Comunista a metà degli anni '20): autoritario, con al centro della vita di
    partito la "direzione" che nominava i gruppi dirigenti locali, ma il
    confronto politico era accettato e non c'era repressione di chi la pensava
    diversamente. Così ad esempio nella prima metà degli anni '50 l'influenza
    della rivoluzione cinese portò ad una svolta "maoista" del PC per un paio
    d'anni. Questo significa che la vita interna del partito non era solo una
    finzione. Un altro esempio è che negli anni '40 e '50 tutte le scissioni che
    vi furono sono state fatte "a destra", di compagni che accusavano il partito
    di non essere sufficientemente allineato a Mosca, e che conduceva una
    politica avventurista, ultrasinistra.

    D: Nel tuo scritto si accenna alla posizione che l'URSS mantenne riguardo
    alla creazione dello stato di Israele. Che conseguenze ebbe questa politica
    sui PC dell'area e segnatamente su quello iracheno? E poi: perché l'URSS
    favoriva la politica dei "due tempi"?


    R: E' impossibile sottovalutare l'impatto catastrofico che ebbe la posizione
    dell'URSS su Israele nel 1948. Quanto avvenne quell'anno continuò ad avere
    effetti per decenni. Dopo che un elemento centrale nella politica dei PC
    mediorientali era la battaglia antisionista (non antiebraica: la forte Lega
    Antisionista in Iraq, creata dal PC, era composta da ebrei), l'URSS votò
    all'Onu a favore della nascita dello stato israeliano, si mise a elogiare il
    sionismo, riconobbe lo stato d'Israele ancor prima degli Stati Uniti, e
    rifornì d'armi l'esercito israeliano che organizzava l'espulsione di massa
    degli arabi dalla Palestina. Mosca inoltre pretese che tutti i vari PC
    adottassero la sua stessa politica. Questo provocò un rigetto di massa nei
    paesi arabi contro l'URSS e contro i comunisti, in una congiuntura che era
    di grandissima ascesa delle lotte di massa in tutti i paesi arabi: in Iraq
    questa svolta, insieme alla repressione, fece sì che il PC per diversi anni
    perse il sostegno di massa di cui prima godeva.

    Mosca fu per la politica dei "due tempi" nei paesi dipendenti (e non solo in
    quelli: neppure in Europa occidentale era all'ordine del giorno la
    rivoluzione socialista) non per un "errore teorico": questa politica si
    rivelò catastrofica tante volte, ma Mosca non cambiò il suo orientamento.
    Dopo il 1945 gli elementi fondamentali che giocarono a favore di questo
    orientamento furono due. In primo luogo evitare uno sbocco socialista a
    processi rivoluzionari che si sviluppavano nel mondo garantiva che si
    mantenesse l' "ordine di Yalta", il patto di divisione del mondo siglato
    dall'URSS e dagli Stati Uniti e Gran Bretagna alla fine della seconda guerra
    mondiale (la nascita della guerra fredda nel 1948 non intaccò nella sostanza
    l' "ordine di Yalta", che sopravvisse fino al 1989-1990). Dove comunque
    questo sbocco socialista si ebbe (in Cina, a Cuba, in Vietnam), questo
    avvenne contro la volontà di Mosca, che non ebbe il potere di impedirlo. In
    secondo luogo la burocrazia al potere a Mosca temeva sopra ogni altra cosa
    qualsiasi processo rivoluzionario, che potenzialmente avrebbe potuto avere
    effetti internazionali e avrebbe potuto mettere in discussione il proprio
    ruolo e il proprio potere.

    D: Nonostante la stalinizzazione il PC iracheno mantenne delle
    caratteristiche peculiari che ne garantirono lo sviluppo negli anni
    successivi alla seconda guerra mondiale. Ci puoi descrivere queste
    differenze nel contesto della crescita del PC negli anni quaranta e
    cinquanta?


    R: Il PC iracheno negli anni '40 e '50 era un partito stalinizzato a metà,
    per i motivi che dicevo prima. Il problema era che, a parte la parentesi
    "maoista" nel 1953-1954, credette veramente nella giustezza della politica
    dei "due tempi". Fu solo dopo le drammatiche esperienze del 1958-1964 che la
    direzione del PC si interrogò seriamente su questa strategia. Il
    mantenimento di una prospettiva strategica "non socialista" da parte del PC
    dopo il 1959 trasformò il partito, che diventò davvero un partito
    stalinizzato, un partito controrivoluzionario. Non era più questione di
    essere convinti di una data politica: era una questione di interessi, di
    legare totalmente il proprio destino a quello dei burocrati sovietici,
    contro gli interessi dei lavoratori del proprio paese. Basti pensare alla
    responsabilità enorme del PC nel consolidamento del regime di Saddam Hussein
    negli anni '70, al fatto che appoggiò Saddam Hussein proprio mentre
    scatenava la repressione contro i comunisti non allineati a Mosca e la
    guerra contro i kurdi, mentre Saddam Hussein stringeva accordi con il
    pilastro imperialista nel Medio Oriente, l'Iran. Le responsabilità del PC
    negli anni '70 sono davvero terribili. L'Iraq odierno deve molto delle sue
    disgrazie alla politica del PC degli anni '70.

    Il discorso dello sviluppo del partito è un discorso diverso. Un partito
    stalinizzato, un partito controrivoluzionario, può svilupparsi e diventare
    lo stesso un partito di massa. Lo sviluppo di un partito non dipende solo
    dal suo orientamento politico complessivo: si tratta di vedere se assolve
    delle funzioni importanti per la classe operaia, garantendo delle conquiste
    parziali. In questo caso può essere un partito stalinizzato, un partito
    controrivoluzionario, ma con una forte base nella classe operaia. Questo è
    più o meno quello che è successo negli anni '70, con un PC con un
    orientamento politico terribile ma con una forte base di massa: vi furono
    una serie di miglioramenti delle condizioni di vita dei lavoratori, ed il PC
    assicurava che questi miglioramenti ci fossero e venissero mantenuti, era la
    forza politica che più di ogni altro si batteva per questi miglioramenti (il
    Codice del Lavoro del 1971 ad esempio rendeva molto sicuro il posto di
    lavoro). Ma il suo orientamento politico complessivo portò al rafforzamento
    di Saddam Hussein, che quando ne ebbe la forza prima schiacciò nel sangue il
    PC, nel 1979-1980, e cancellò poi nel corso degli anni '80 tutte le
    conquiste dei lavoratori.

    D: Il 14 luglio 1958 un colpo militare promosso da un gruppo di "Ufficiali
    Liberi" instaurò la repubblica e promosse una serie di limitate riforme.
    Quale fu l'atteggiamento del PC iracheno verso il regime di OAbd-ul-Karim
    Qasim e quali furono i risultati di questa politica?


    R: Il PC iracheno vide nella rivoluzione del 1958 la rivoluzione borghese
    che tanto aveva sognato. Qasim diventava il leader borghese per eccellenza
    di questa rivoluzione, era il leader che garantiva il corso borghese e
    progressista della rivoluzione. Il PC subordinò totalmente tutta la propria
    attività al mantenimento al potere di Qasim: se uno sciopero metteva in
    difficoltà Qasim non si doveva farlo, se le lotte contadine per una riforma
    agraria radicale mettevano in difficoltà Qasim non si dovevano fare, se
    Qasim scatenava la repressione contro i comunisti si doveva tacere, per non
    metterlo in difficoltà, e così via. Fu una vera politica suicida. Il PC era
    cresciuto enormemente con la rivoluzione del 1958, 25.000 aderenti e
    probabilmente centinaia di migliaia di persone nelle sue varie
    "organizzazioni di massa", delle donne, dei giovani, degli studenti, dei
    pacifisti, e così via, senza contare il suo controllo delle associazioni
    contadine e dei sindacati: grazie a questa politica si ritrovò quasi senza
    influenza nel 1963, quando un colpo di stato rovesciò e uccise Qasim (la sua
    ultima decisione politica fu di non distribuire le armi ai manifestanti che
    cercavano di opporsi al colpo di stato) e scatenò la repressione contro i
    comunisti, da tempo senza più nessuna "organizzazione di massa", espulsi dai
    sindacati e dalle associazioni contadine, e con circa 10.000 aderenti. La
    politica del PC sotto Qasim fu la stretta applicazione della politica dei
    "due tempi": una volta arrivata la rivoluzione borghese tutte le forze
    dovevano essere concentrate a rafforzare la borghesia nazionale. In realtà
    tale "borghesia nazionale" era talmente debole e con interessi talmenti
    intrecciati a quelli delle vecchie classi dominanti che la "rivoluzione
    borghese" fu una pallidissima copia del modello (rottura con l'imperialismo,
    riforma agraria radicale che spazzasse via il potere delle vecchie classi
    dominanti, sviluppo economico nazionale, uno stato basato su diritti
    costituzionali, diritti e libertà democratiche per tutti e in primo luogo
    per i lavoratori): il PC, prigioniero della politica dei "due tempi" e del
    sostegno alla "borghesia nazionale" si ritrovò ad appoggiare tutte le scelte
    catastrofiche di questa borghesia bastarda, l'unica esistente nel paese. Il
    fallimento di questa borghesia fu così anche il fallimento del PC.


    D: Tra gli anni cinquanta e sessanta si diffuse nel mondo arabo la corrente
    "panarabista": cos'era, su quali forze contava e quale fu l'atteggiamento
    verso di essa della sinistra irachena?


    R: Il nazionalismo panarabo è associato negli anni '50 e '60 ai nomi di
    Nasser, il leader egiziano salito al potere in Egitto con il colpo di stato
    degli "ufficiali liberi" del 1952 , e a quello del Ba'th, il partito sorto
    in Siria negli anni '40, e che faceva dell'unità araba il proprio vessillo
    (Saddam Hussein è il leader del Ba'th iracheno). L'appello a questa unità
    araba ebbe un forte impatto tra le masse del Medio Oriente: l'aspirazione a
    questa unità, contro una serie di frontiere tracciate arbitrariamente dagli
    imperialismi dopo la prima guerra mondiale, è evidente nelle ricadute che
    gli avvenimenti politici di un paese provocano immediatamente in tutti gli
    altri. Si pensi al 1948, alla nascita di Israele e alla cacciata dei
    palestinesi. Si pensi al 1967, con la sconfitta degli eserciti arabi nella
    guerra contro Israele. Ancora oggi questa aspirazione all'unità da parte
    delle masse arabe è un potente fattore nella vita politica del Medio
    Oriente. Le forze comuniste inizialmente furono risolutamente a favore
    dell'unità araba: Mosca poi impose un orientamento opposto, a partire dalla
    seconda metà degli anni '30 (politica di Fronte Popolare e di alleanza con
    la Francia). Questo orientamento contro l'unità araba continuò fino al 1956,
    quando si ebbe una nuova svolta, a favore (legame dell'URSS con il regime
    nasseriano), ma durò poco perché l'orientamento anti-unità araba riemerse
    come "linea" nel 1959 (rottura dell'URSS con Nasser e il Ba'th). Finalmente
    nuova svolta a favore, nel 1965 (nuova luna di miele tra l'URSS e Nasser).
    Negli anni successivi questo orientamento è stato mantenuto. Il problema è
    che questo orientamento da parte comunista ha risposto solo e unicamente
    agli interessi della politica estera sovietica, non alle aspirazioni delle
    masse arabe, alle loro lotte. Anche quando i PC furono "filo - unità araba"
    questa venne sempre intesa come allineamento a questo o a quel regime: più
    che un orientamento "filo - unità araba" i PC mediorientali furono volta a
    volta "filo-Qassim", "filo-Nasser", "filo-Saddam Hussein" e "filo-Assad"
    (l'uomo forte del Ba'th al potere in Siria).

    I nasseriani e i ba'thisti erano nazionalisti, populisti, ferocemente
    anticomunisti. Vi furono fenomeni di radicalizzazione all'interno di queste
    organizzazioni, con la nascita di organizzazioni di sinistra che ruppero con
    la loro precedente tradizione populista, ma furono delle eccezioni (le due
    più importanti sono state la nascita del FPDLP palestinese e del Partito
    Socialista yemenita sorti dalle ceneri del Movimento Nazionalista Arabo).
    Hanno goduto di un importante appoggio di massa nelle situazioni in cui il
    movimento operaio non aveva raggiunto l'indipendenza politica, con forti
    sindacati e partiti di sinistra. In Iraq ebbero quindi un peso di massa
    molto limitato, e nel 1958-1959 furono il veicolo di tutte le forze
    schierate accanitamente contro la rivoluzione.

    D: L'8 febbraio 1963 un colpo di stato militare rovesciò il regime di Qasim.
    Seguirono una serie di aggiustamenti che terminarono con il colpo di stato
    del 30 luglio 1968 che portava al potere il Ba1th. L'uomo forte del nuovo
    regime diverrà poi Saddam Hussein. Quale atteggiamento tenne il PC iracheno
    verso il nuovo regime?


    R: Qasim viene rovesciato da un colpo di stato militare nel febbraio 1963:
    ne seguono cinque anni convulsi, in cui i colpi di stato - sia riusciti che
    falliti - si succedono a ritmo incalzante. Nel luglio 1968, con due colpi di
    stato a brevissima distanza l'uno dall'altro sale al potere il Ba'th. Nel
    1973 il PC iracheno stringe un'alleanza con il Ba'th ed entra nel governo
    (in realtà il governo non aveva alcun potere decisionale, detenuto dal solo
    "Consiglio del Comando Rivoluzionario" composto solo da membri del Ba'th).
    In questi dieci anni il PC oscilla tra una contrapposizione netta contro il
    potere in carica (come con il regime sorto dal colpo di stato del 1963) e la
    ricerca di un accomodamento con lo stesso potere (una linea "accomodante"
    verso l'esercito al potere, assunta nel 1964, viene ritirata un anno dopo
    perché i militanti non la applicavano, e la direzione si ritrovò contro
    tutto il corpo del partito). Sono i dieci anni in cui la borghesia nazionale
    viene spazzata via da una serie di nazionalizzazioni, e in cui una
    burocrazia borghese prende le redini non solo dello stato ma anche
    dell'economia: il PC si ritrova spiazzato. Il soggetto storico della
    "rivoluzione borghese" non esiste più! Inoltre il PC affronta la sconfitta
    del 1963, quando la repressione cancella praticamente tutte le sue
    strutture, e cerca di individuare le radici dei propri errori. Sono gli anni
    in cui la strategia dei "due tempi" viene sottomessa a una forte critica, e
    in cui è forte l'influenza castrista e guevarista. Lo sbocco di questa
    situazione è una scissione di sinistra, che prende la via della lotta armata
    (Partito Comunista Iracheno - Comando Centrale), mentre il vecchio PC
    accetta le aperture del Ba'th e si allea strettamente con Saddam Hussein,
    glorificato come un nuovo Castro grazie alle nazionalizzazioni delle
    compagnie petrolifere. Il Partito Comunista Iracheno - Comando Centrale
    finirà i suoi giorni alla fine degli anni '70, schiacciato dalla
    repressione, dai propri errori politici e dai tradimenti subìti. Il vecchio
    PC vede in Saddam Hussein la "via non capitalista allo sviluppo", da
    assecondare nello stesso identico modo in cui era stata assecondata la
    "borghesia nazionale" nel 1958-1963, ma crederà di aver raggiunto la gloria
    solo per pochi anni, perché nel 1979 arriva il suo turno nella ruota
    repressiva. Senza bisogno di un nuovo colpo di stato: ci pensa lo stesso
    Saddam Hussein. In generale non si capisce nulla della politica del PC in
    questi anni se non si considerano i legami tra Baghdad e Mosca.

    D: In termini generali come si è rapportata la sinistra irachena nei
    confronti della questione curda?


    R: I comunisti all'inizio appoggiavano la rivendicazione dell'indipendenza
    per il Kurdistan: ma come per la rivendicazione dell'unità araba, dalla fine
    degli anni '30 venne abbandonata. La posizione che il PC ebbe sempre da
    allora ad oggi è per un Iraq federale in cui vengano riconosciuti una serie
    di diritti alla popolazione kurda, ma non quello dell'autodeterminazione
    nazionale. Su questo non ha mai conosciuto oscillazioni. Nei momenti in cui
    il PC era impegnato ad appoggiare il potere in carica (tra il 1958 e il 1963
    con Qasim e tra il 1973 e il 1979 con Saddam Hussein) ha anche appoggiato le
    guerre di Baghdad contro i kurdi.

    La scissione di sinistra del Partito Comunista Iracheno - Comando Centrale
    alla fine degli anni '60 e un settore uscito dal PC nel 1993 (ma rientratovi
    quest'anno) si sono invece battuti per una totale autodeterminazione del
    popolo kurdo.


    D: Infine: l'Occidente si affanna a cercare forze politiche alternative a
    Saddam e certo non le andrà a cercare nelle file della sinistra. Che chance
    hanno i comunisti iracheni di poter influire nella crisi in atto e in quella
    che, prevedibilmente, seguirà la guerra?


    R: Il PC dopo il 1980 è cambiato molto. Negli anni '80 i suoi legami con
    Mosca si allentarono, ed evidentemente dal 1990 non esiste più la tutela
    sovietica. Sull'onda del crollo dei paesi dell'est ha assunto una posizione
    di tipo socialdemocratico pragmatico (riconoscendo il ruolo del capitale
    privato nell'Iraq del post - Saddam Hussein), ma ha mantenuto una posizione
    radicale contro il regime di Baghdad. Ha accumulato una esperienza
    importante, in termini di lotta armata, di radicamento in clandestinità nei
    centri urbani. Anche la sua visione strategica sotto alcuni aspetti si è
    arricchita, dopo il fallimento dell'insurrezione del marzo 1991.

    I movimenti profondi nella società irachena sono complessi e non vi sono
    informazioni sufficienti per un osservatore esterno per poter emettere un
    giudizio netto. Di certo l'attività clandestina in Iraq, comprese attività
    militari, sono continuate in questi anni, e all'inizio del 1999 una rivolta
    di massa è scoppiata in tutti i maggiori centri iracheni. La popolazione
    irachena, nonostante dodici anni tra l'incudine dell'embargo internazionale
    e il martello del regime di Saddam, non è piegata: farà di certo sentire la
    sua voce nei mesi e negli anni a venire. Il PC iracheno e l'estrema sinistra
    irachena hanno commesso errori terribili, ma anche accumulato esperienze
    molto ricche. Oggi il PC è risolutamente contro la guerra degli Stati Uniti
    e altrettanto risolutamente contro il regime di Saddam. Per me è la
    posizione giusta. Usando un'immagine politica molto vecchia direi che solo
    un Iraq in mano ai lavoratori, ai contadini, ai semiproletari urbani, solo
    un Iraq democratico potrà far fronte all'imperialismo statunitense, alle sue
    pretese, ai suoi appetiti. Solo questo Iraq può aver la forza per ergersi
    contro la superpotenza statunitense. L'Iraq di Saddam di fronte agli Usa non
    potrà che soccombere nell'ignominia e nel disprezzo.

    E' possibile la rivoluzione in Iraq? A gennaio due autorevoli commentatori
    marxisti arabi hanno scritto su Le Monde Diplomatique che sarà improbabile.
    Ma già il fatto che ci si interroghi pubblicamente su questa possibilità e
    su un giornale così importante a livello mondiale indica che uno sviluppo
    del genere non è assolutamente impensabile, ma è inscritto tra le
    possibilità dell'attuale situazione. E se iniziassimo a ragionare su come
    possiamo aiutare i nostri fratelli iracheni in questa prospettiva?


    http://www.ecn.org/reds

  9. #9
    Benvenuto nel mondo reale
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    scusa yuri non per polemica ma a parte copia e incolla hai qualcosa da dire ? se no posta solo il link no ?


    (se ti offendi sei stronzo )

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    Le religioni, I Partiti, Le Bandiere offuscano le menti. Pensare col
    Proprio cervello e non con quello di altri e' cosa BUONA.
    LIBERARSI DAI PLAGI DELLE IDEOLOGIE E' QUESTA LA VERA LIBERTA!
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    Che vuol dire reale? Dammi una definizione di reale. Se ti riferisci a quello che percepiamo, a quello che possiamo odorare, toccare e vedere, quel reale sono semplici segnali elettrici interpretati dal cervello.

    Lo leggo nei tuoi occhi: hai lo sguardo di un uomo che accetta quello che vede solo perché aspetta di risvegliarsi. E curiosamente non sei lontano dalla verità.

    è ovunque, è intorno a noi, anche adesso nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra o quando accendi il televisore. L'avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo dinanzi agli occhi, per nasconderti la verità.


    tu sei uno schiavo. Come tutti gli altri sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore, una prigione per la tua mente. Nessuno di noi è in grado purtroppo di descrivere Matrix agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi che cos'è. È la tua ultima occasione: se rinunci, non ne avrai altre. Pillola azzurra: fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del Bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più.



  10. #10
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    Ho solo portato dei documenti che non vengono di solito utilizzati o letti nell'opinione pubblica, credo che sull'Irak e la guerra non siano mai mancati miei apporti in altri topic.

 

 

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