Vessillo di origini massoniche e della rivoluzione risorgimentale QUEL “TRICOLORE” CHE NON VOGLIAMO È il simbolo della oppressione religiosa e politica a danno dei tanti Popoli costretti nello stato italiano.

Gilberto Oneto


Il 7 gennaio 1997 gli Italiani festeggiano i duecento anni di vita del loro tricolore. Lo fanno con grande pompa ufficializzando una nuova Festa nazionale (“del tricolore”, appunto), varando una Legge sull’uso della bandiera nazionale e organizzando fastosi festeggiamenti che costano ai contribuenti la bella cifra di 5 miliardi.
Tutto questo patriottico parafernale induce a una serie di considerazioni.
La prima riguarda la facilità con cui vanno e vengono le Feste nazionali italiane: dal 1861 nessuna “storica” ricorrenza è durata più di una generazione, nessuna è sopravvissuta all’effimera vita di un regime politico o alla durata di un macilento accordo partitico; tutte hanno ribadito anche nel campo del più languido repertorio patriottico la frivolezza che già Shakespeare attribuiva agli abitanti dello stivale. Così sono comparse e sparite le ricorrenze dello Statuto, della presa di Roma, della Marcia su Roma, della fondazione di Roma (e dàj che l’è on sciatt!), della fondazione dell’Impero, della Vittoria, il Genetliaco del Re, la Conciliazione, il 3 gennaio (che nessuno più si ricorda cosa ricordasse)... Dei prodotti dell’ultima sfornata repubblicana, è già svanito il 2 giugno, comincia a vacillare (sotto i colpi del “volemose bene” unitarista) anche il 25 aprile e resiste solo il 1 maggio ma più in virtù del suo antico radicamento religioso (il celtico Beltane) che dell’entusiasmo operaistico. Se ne sono viste tante che ora va bene anche questa “Festa nazionale del tricolore”.
La scarsa resistenza delle ricorrenze (sempre gabbate per “eterne”) lascia ben sperare anche sulla durata dell’ente festeggiante.
La seconda considerazione riguarda i promotori di questo prodigioso risveglio di amore per il tricolore.
A proporre la legge sul rispetto per la bandiera è stata la deputatessa romana Maretta Scoca del CCD che ha (come gran parte del mondo cattolico e della gerarchia ecclesiastica) abbandonato ogni proposito di vendetta contro l’unità massonica e anticlericale d’Italia e ogni risentimento contro il suo simbolo più noto inventandosi una sorta di “santificazione” dell’oggetto degna di altri più vigorosi ventennii. La patriottica legge prevede che il tricolore dovrà essere esposto all’esterno di tutti gli edifici pubblici, anche periferici, e degli enti locali, sui musei e sulle biblioteche, sulle stazioni ferroviarie, sui porti e aeroporti “senza limitazioni di orario”: esso dovrà garrire anche di notte e “dopo il tramonto deve essere adeguatamente illuminato”. Lo slancio di patriottismo di questa signora le ha fatto superare con un balzo anche le più antiche consuetudini che limitavano l’uso dei vessilli alle ore del dì, con il loro commovente corollario di alza e ammaina bandiera. La bandiera poi non “deve essere esposta in cattivo stato d’uso” (un vero business per produttori e un duro colpo per i romantici sostenitori della “bandiera vecchia, onor di capitano”...); se esposta con altre bandiere, deve stare in centro e “qualora le altre siano issate su pennoni vicini, deve essere issata per prima e ammainata per ultima”: una bella complicazione per gestori di campeggi e stabilimenti balneari...
A disporre che il tricolore venga permanentemente esposto anche nelle Commissioni parlamentari ci ha pensato Luciano Violante, a proporre l’istituzione della “Festa nazionale del tricolore” è stato Francesco Rutelli e a firmare la richiesta di finanziamento per le celebrazioni del 7 gennaio 1997 a Reggio Emilia è stata la vedova Togliatti.(1) Si tratta di esponenti di un partito e di un’area politica che fino a qualche tempo addietro ritenevano il tricolore un simbolo fascista e invocavano la Legge Scelba contro chiunque ne facesse un uso “eccessivo”. Chi non ricorda le democratiche randellate contro chi ne sventolava uno fuori dagli stadi (o lo avesse appiccicato sull’auto) o le bandiere italiane bruciate in piazza nelle radiose giornate proletarie (del 1919, del 1945 ma anche del 1968 e dintorni)?
I comunisti il tricolore non l’hanno proprio mai digerito: com’è che adesso sembrano ardere di accorato amor di patria più di chiunque altro? In realtà si sta assistendo a una specie di “marcia longa” patriottarda nella quale si affollano e sgomitano verdi (apolidi fino all’altro giorno), post-democristiani (che avevano addirittura abolito dal vocabolario il termine “patria”), post-comunisti (da sempre sudditi sovietici e ora rimasti senza una patria), assieme ai post-fascisti che sono gli unici a poter vantare una inossidabile coerenza tricolore.
Venti anni fa sulle schede elettorali c’erano – ad esempio – sintomatiche sbrodolate di falci e martelli e a ricordare il tricolore c’era solo la stinta e cavouriana bandiera dei liberali e la funerea “fiamma fatua” che usciva da una graficizzazione del sarcofago di Mussolini (2); oggi i simboli partitici sono tutto un tripudio di tricolori su bandiere, vele, scudi, palloncini e cotillons.
Prima confinato nelle sedi fasciste, negli stadi e attorno al salame di una nota marca, il tricolore viene oggi sventolato dappertutto e in tutte le occasioni, dalle gite parrocchiali fino alle manifestazioni sindacali. Sic transit gloria mundi.
E ancora una volta aveva ragione Samuel Johnson quando diceva che “il patriottismo è l’ultimo rifugio dei mascalzoni”. L’afflato patriottardo che avvolge oggi di tricolore tanti figuri non rappresenta infatti un segno a favore di qualcosa (l’unità, il bene comune) ma contro qualcosa: contro il pericolo di cambiamenti veri e di perdere potere e vantaggi, contro le richieste di indipendenza e di libertà, contro la fine imminente del dispotismo romano. Per tutto questo, il 7 gennaio non è tanto il giorno del tricolore ma è soprattutto un segno contro la Padania e gli ideali che essa incarna.
La terza considerazione concerne il giorno scelto per la neopartorita festa patriottica: non sono d’accordo neppure sulla data. Qualcuno la vorrebbe anticipare, altri spostare di mesi.
Il problema sorge dalla nascita del glorioso vessillo che più che di gioiose doglie popolari è frutto di un “parto cesareo a puntate”. Il proposto 7 gennaio ricorda l’adozione a Reggio Emilia della coccarda e della bandiera tricolore (a bande orizzontali) per la Repubblica Cispadana. (3) Qualcuno vorrebbe però anticipare il parto ai giorni 16 e 18 ottobre 1796, quando in una assemblea a Modena venne costituita la Federazione Cispadana (diventata Repubblica a dicembre) e ordinata una annessa Legione Italiana dotata di cappello ornato da un garrulo pennacchio bianco, verde e rosso. (4)
Altri collegano la nascita del tricolore con la storia della Milizia urbana di Milano (formata nel 1633 e diventata nel 1796, con la formazione della Repubblica Transpadana, Guardia Nazionale). Fin dal 1782 i militi milanesi vestivano una uniforme bianca e verde ed erano perciò popolarmente chiamati “remolazzitt”, cioè rafanelli. La scelta del verde derivava dalla necessità di disporre di uniformi diverse da quelle austriache nelle quali erano presenti tutti i colori tranne che quello. Nel 1796 alla uniforme furono aggiunti accessori cremisi (e una coccarda con i colori francesi) e furono consegnate (il 20 novembre) bandiere con quattro riquadri (due bianchi, uno rosso e uno blu). (5)
La sostituzione del blu con il verde avvenne fra quella data e il 26 gennaio 1797 quando fu ufficializzata da una lettera di Bonaparte. (6) Altri fanno risalire la prima comparsa del tricolore agli stendardi a strisce verticali verde-bianco-rosse fatti a imitazione del tricolore francese con l’inserimento del verde tradizionale della milizia (o della Padania) e consegnati l’11 ottobre 1796 alle truppe della Legione Lombarda che fu creata per affiancare l’esercito francese. (7)
Qualcun altro va ancora più indietro, al 1794, quando durante la congiura di Bologna (promossa da Luigi Zamboni e Giovanni Battista De Rolandis) fu usata per la prima volta una coccarda tricolore.
In ogni caso è solo l’11 maggio 1798 che la Repubblica Cisalpina rende ufficiale la bandiera tricolore a tre bande verticali che prima era stata usata in maniera “casuale” e con i colori disposti in vario modo (orizzontali, a losanghe, eccetera). Quasi subito dopo si ricominciò però a preferire il tipo formato da un campo rosso, caricato di una losanga bianca sulla quale figurava un rettangolo verde (adottato il 20 agosto 1802). (8)
Per tutto il periodo delle guerre napoleoniche l’uso del tricolore restò confinato alla Repubblica Cisalpina (poi Italiana e poi Regno d’Italia) che occupava la porzione centro-orientale della Padania. Tutti gli altri stati hanno impiegato vessilli costruiti sull’adattamento dei colori tradizionali locali all’uso giacobino di accostare bande di cromatismi diversi. A Genova le bandiere erano bianco-rosse, a Roma a bande orizzontali blu-bianca-rossa, a Napoli a bande orizzontali blu-nera-rossa (poi diventata la bandiera della carboneria) e – più tardi – sono tornate bianche. (9)
Con la caduta di Napoleone scompare anche il vessillo cisalpino (10) e solo nel 1848 il tricolore bianco-rosso-verde (impiegato con accostamenti “liberi” sia verticali che orizzontali) riprende vigore come bandiera anti-austriaca del popolo lombardo (ancora lontano da ideologie “italianiste”) che la ripesca nell’arsenale simbolico del napoleonico Regno d’Italia. Il tricolore viene in quella occasione preferito ad altre bandiere che pure erano comparse nel frattempo, come quella carbonara azzurra-nera-rossa e quella rossa-azzurra-arancione usata dai repubblicani piemontesi fra il 1796 e il 1805. (11) È in realtà solo nel 1848 che il tricolore trova diffusione in tutta la penisola essenzialmente come bandiera della Guardia Civica che si va riformando un po’ dappertutto: nell’aprile di quell’anno sostituisce la bandiera verde e bianca a bande orizzontali di Reggio Emilia, in Toscana i colori tradizionali e nell’estate il bianco-giallo romano. (12)
Il 28 aprile 1848 il tricolore quadrato a bande verticali verde-bianca-rossa con lo stemma sabaudo e la sciarpa azzurra viene ufficializzato per la Milizia Comunale del Piemonte e da questa pas serà nel 1859 a rappresentare il Regno di Sardegna e, poi, il nuovo Regno d’Italia. (13)
La rapida diffusione e fortuna del tricolore porta a fare una serie di considerazioni sui suoi significati e sui motivi che lo hanno fatto preferire ad altre bandiere ben più antiche e gloriose, come il drapò sabaudo (erede diretto del “vessillo di sangue” imperiale) o le bandiere bianche reali o quelle oro imperiali.
Esso va innanzitutto inquadrato nel mondo dell’araldica rivoluzionaria che si è espressa nella costruzione delle bandiere soprattutto attraverso la produzione di tricolori sia a bande verticali che a bande orizzontali. Gran parte delle bandiere moderne nascono in quel periodo (e in quella cultura), caratterizzato dalla volontà di rottura (anche simbolica) col passato e con i suoi segni, e pregno di simboli derivati dalla cultura massonica che caratterizzava quasi tutti i suoi protagonisti. Stemmi e bandiere si riempiono di stelle, fasci, corone di alloro e figure geometriche quasi sempre costruite sul numero tre. In quel mondo è nata la bandiera francese (che accosta il rosso e il blu della municipalità parigina al bianco di Francia) che ha costituito da modello per tutte le altre.
All’inizio il tricolore francese non voleva significare solo un paese ma l’idea stessa di rivoluzione e – come tale – è stato adottato ovunque i giacobini prendessero il potere e (come si è visto) anche in Italia. (14) Solo più tardi, quando gli interessi nazionali hanno prevalso sull’” internazionalismo rivoluzionario”, si sono creati vessilli diversi. Quello cisalpino ha trovato la propria caratterizzazione cromatica e la sua diffusione per una variegata serie di motivi. La prima riporta alla famigliarità dell’accostamento verde-bianco-cremisi che derivava dall’uniforme della Guardia milanese. La seconda (ancora più casuale) farebbe derivare la sostituzione del blu col verde da volgarissime disponibilità di stoffa negli esangui magazzini catturati dai giacobini. Una terza possibilità (la più nobile di tutte) ripropone un processo analogo a quello avvenuto per la bandiera francese: il bianco e il rosso dell’antico stendardo di Milano più il verde della Padania (e delle uniformi). L’ultima motivazione possibile ha a che fare con il fatto che il verde-bianco-rosso fosse l’accostamento cromatico dell’insegna del 33° grado del Rito Scozzese della massoneria. (15) Questo avrebbe ispirato il massone Bonaparte (16) ma anche la folta schiera di “fratelli” che hanno accompagnato la storia dell’unità d’Italia. (17) Non c’è prova che il tricolore sia una creatura direttamente o solo massonica: è assai più probabile che esso sia nato da più di uno (se non da tutti) i motivi elencati ma esso ha certamente tratto la sua fortuna dall’iconografia massonica che lo ha fatto preferire ad altri simboli e colori. Questo favore “di loggia” spiegherebbe anche la fortuna dell’identico tricolore ungherese (nato nel 1848 in circostanze analoghe) e, soprattutto, di quello del Messico, uno degli stati che hanno una origine più marcatamente (e dichiaratamente) massonica. (18)
L’influenza massonica nell’iconografia unitaria italiana è riprovata anche dall’utilizzo della stella a cinque punte (pentagramma) che nel 1871 ha sostituito la croce sabauda sul bavero dei soldati, che è posta sul capo della donna che raffigura l’Italia (il rinomato “stellone”) e che è stata ripresa nel sigillo della Repubblica (il cosiddetto “sale e tabacchi”). (19)
È comunque sintomatico che il tricolore (poi finito anche a infiocchettare i sindaci) sia una invenzione nata come emblema di uno stato comprendente la Padania centro-orientale e che sia stato utilizzato per l’intera penisola in mancanza di altri segni storici di unità che non c’erano e che non potevano esserci.
Questa sua mancanza di storia (e quindi di una precisa tradizione araldica) gli ha permesso una duttilità che ha pochi uguali: è stato quadrato e poi rettangolare (ma anche triangolare nei gagliardetti fascisti); ha ospitato la croce sabauda, l’aquila della RSI, stelle rosse, fasci e tutto quello che le correnti d’aria della storia e della politica gli depositavano sopra.
Il tricolore cispadano e cisalpino è stato imposto a tutti i popoli d’Italia con gli stessi metodi brutali con cui è stata loro imposta l’unità: tasse, oppressione culturale, centralismo questurino e tante guerre. Anche per questo il tricolore che era nato come segno di libertà e indipendenza si è nel tempo venuto associando a manifestazioni di vuota retorica e a meste ricorrenze mortuarie: fuori dagli stadi (unico caso in cui abbia conservato una valenza “allegra”), esso compare sulle caserme, sul petto dei funzionari di polizia durante le manifestazioni, sulle corone dei caduti, sulle bare dei morti e sui cimiteri di guerra. L’allegra speranza di libertà che rappresentava nella primavera lombarda del 1848 si è trasformata nella burocratica e retorica mestizia del 4 novembre. (20)
Oggi il tricolore viene istituzionalmente festeggiato in terra padana (dove peraltro è nato), con soldi in gran parte raccolti in Padania e in un momento in cui l’istituzione che rappresenta ha bisogno di sostanziose flebo di consenso e di manifestazioni scaramantiche, anche al limite della provocazione.
Ma non si riesce a provocare, sventolando una bandiera che ha 200 anni (forse 201, si mettano d’accordo...), un popolo che ha il vessillo che è il più antico in uso al mondo.
La Croce di San Giorgio ha accompagnato i nostri liberi guerrieri sui campi di Legnano nel 1176 e sulle mura di Gerusalemme nel 1099 e forse anche molto prima. Il Sole delle Alpi poi è nato con le nostre genti, all’alba della storia. Essi non hanno bisogno di festeggiamenti miliardari e di cerimonie grondanti retorica e ipocrisia: Croci e Soli sono scolpiti sulle pietre delle nostre montagne e nel cuore della nostra gente.
Note
(1) Gianni Pennacchi, “L’Italia s’avvolge nel Tricolore”, su Il Giornale, 24 settembre 1996.
(2) Il simbolo dell’MSI fu scelto il 26 dicembre 1946 dai “caporioni nostalgici che, ligi alla rituale necrofilia fascista, accettarono unanimi, forse su un’idea di Leccisi: la fiamma tricolore che sorgeva dal catafalco nero (di Mussolini, era sottinteso)”.
Mario Giovana, Le nuove camicie nere (Torino: Edizioni dell’albero, 1966), pag. 48.
(3) “Dopo che il 2 gennaio 1797 la Repubblica Cispadana ebbe adottato il suo stemma (scelto però nella sua forma definitiva solo il 25 febbraio), il 7 gennaio il deputato Giuseppe Compagnoni di Lugo di Romagna propose l’adozione dello “Stendardo, o Bandiera Cispadana di tre colori, Verde, Bianco e Rosso”: e fu perciò in quel giorno che nacque il nostro tricolore. Esso fu a tre strisce orizzontali, con il rosso in alto, il verde in basso e il bianco in centro, caricato dello stemma cispadano”.
Giacomo C. Bascapè e Marcello Del Piazzo, Insegne e simboli (Firenze: Le Monnier, 1983), pag.458.
(4) Whitney Smith, Le bandiere, storia e simboli (Verona: Mondadori, 1975), pag. 144.
(5) L’uniforme della Milizia consisteva in una sopravveste di color verde, con colletto e paramani bianchi, sottoveste e calzoni bianchi. La divisa fu concessa con dispacci del 18 aprile e del 9 maggio 1782 a patto che “l’uniforme della Milizia Urbana nè per colori, nè per qualsiasi altra guisa abbia somiglianza con le divise dei reggimenti austriaci”.
Il 2 fruttidoro dell’anno IV (18 agosto 1796), la Milizia viene trasformata in Guardia Nazionale Milanese. Al Titolo IV del relativo “Piano d’Organizzazione”, alla voce “Uniforme” si trova: “Vestito verde, rivolti, paramani, colletto, fodera scarlatta, e bordo bianco. Bottoni gialli stabiliti dalla Municipalità. Sott’abito e pantaloni bianchi, stivaletti, o mezze ghette. Pantaloni verdi per lo servizio ordinario. Cappello montato alla francese, ganza gialla, coccarda tricolore, come pure il pennacchio. Distinzione dei gradi alla francese. (...) Gli stendardi saranno a tre colori, aventi una iscrizione civica, ed il numero del Battaglione”.
Al museo del Risorgimento di Milano esiste il drappo della bandiera del 2° Battaglione della Guardia Nazionale Milanese. Vi sono rappresentati i colori di Francia, distribuiti in riquadri: uno rosso, uno bleu, due bianchi. Diagonalmente corre un vistoso fascio repubblicano.
Renato Artesi, La Guardia Nazionale a Milano e in Italia (Milano: RARA, 1993), pagg.17 e 20.
(6) Il 26 gennaio 1797, il Corriere Milanese pubblicava un periodo di una lettera indirizzata da Napoleone al generale Kilmaine con la quale si disponeva che: “la Guardia Lombarda e tutto ciò che vi ha rapporto deve portare i tre colori italiani: verde, bianco e rosso”. Ibidem, pag.22.
(7) Giacomo C. Bascapè e Marcello Del Piazzo, op.cit., pag.457.
(8) Whitney Smith, op.cit., pag.146.
(9) Renato Artesi, op.cit., pagg.38-42.
(10) Ad ogni partenza dei Francesi si cantavano inni politici di gioia, alcuni dei quali riguardavano il tricolore. La primavera del 1798, i milanesi cantavano:
Mai più statue de Marco Brutt,
Mai più mostagg de farabutt,
Mai più standard de tri color.
E, facendo riferimento ai fasci ricamati sulle bandiere:
E quii fass con el folcin
Simbol di lader e malandrin.
Ancora un anno dopo, si leggeva in un Inno di gioja per la resa di Mantova:
Le bandiere a tre colori
Avvilite in ogni luogo,
Son lo scherno, il riso, il giuoco
Dell’offesa umanità...
Giovanni De Castro, Milano e la Repubblica Cisalpina (Milano: Libreria Fratelli Dumolard, 1879), pagg. 240 e 266.
(11) Gilberto Oneto, Bandiere di libertà (Milano: Effedieffe, 1992), pag.23.
(12) “Il 22 maggio (1848) nella parrocchia di Santa Eufemia venne benedetta la prima bandiera della Guardia Nazionale Lombarda della legione di Milano. Essa constava di tre teli verticali, il verde all’asta, il bianco nel mezzo e il rosso al flottante, della larghezza totale di cm 149 e della altezza di cm 129".
Renato Artesi, op.cit., pag. 76. Per l’adozione del tricolore da parte della Guardia Nazionale degli altri Stati italiani, si veda lo stesso alle pagg.109-122.
(13) In data 28 aprile 1848 la Milizia Comunale del Regno di Sardegna venne insignita di bandiere con decreto a firma Eugenio di Carignano: “Le insegne delle Milizie Comunali si comporranno di tre liste uguali e verticali in verde, bianco e rosso e porteranno al centro lo scudo di Savoia con orlo azzurro. Le dimensioni delle insegne saranno di mt. 1,60 per l’altezza e di mt.1,50 per la larghezza”. Ibidem, pagg. 128 e 129.
(14) Con la rivoluzione, i tricolori (bandiere con varie combinazioni di tre colori) si diffusero in Europa e in America latina. Essi erano a tra bande verticali o orizzontali e spesso formati da combinazioni di rosso, bianco e blu. Questi sono significativamente i colori di Francia e degli Stati Uniti ma anche della prima vera bandiera rivoluzionaria: il Prinsenvlag della Repubblica olandese della rivolta del 1568, nella quale il rosso ha preso il posto dell’originario arancione (degli Orange) nel 1630 circa.
William Crampton, Guida illustrata alle bandiere (Milano: Vallardi, 1991), pagg. 10 e 44.
(15) “La bandiera italiana è allo stesso tempo un dono della Massoneria e della Rivoluzione francese. Per quel che riguarda le origini massoniche di questa bandiera, mi appoggio all’autorità dell’organo ufficiale della Grande Loggia d’Italia, Era Nuova, che nel suo numero dell’aprile-giugno 1925, ha affermato che il verde, il bianco e il rosso erano un tempo i colori della coccarda che ornava i cordoni dei Fratelli del 33° e ultimo grado del Rito Scozzese e che solo più tardi, quando questi colori erano diventati il simbolo della nazionalità italiana, essi furono abbandonati per l’Italia.
Dal punto di vista della storia profana, è il generale Bonaparte che ha concesso, nel 1796, alla prima legione lombarda una bandiera verde, bianca e rossa sormontata dalla livella massonica”.
Maria Rygier, La Franc-Maçonnerie italienne devant la guerre et devant le fascisme, pag. 28. Citata da: Léon de Poncins, La Franc-Maçonnerie d’après ses documents secrets (Vouillé: Diffusion de la Pensée Française, 1972), pagg. 152 e 153.
(16) L’appartenenza di Napoleone alla Massoneria è controversa. Qualche studioso, come padre Deschamps, sostiene che il Bonaparte avesse addirittura un grado piuttosto elevato all’interno dell’organizzazione; altri lo ritengono invece un “falso fratello”. Egli è stato in ogni caso circondato da massoni (come i fratelli Gerolamo, Giuseppe e Luigi e la moglie Giuseppina) e un grande protettore dell’Ordine.
George F. Dillon, Grand Orient. Freemasonry Unmasked (London: Britons Publishing Company, 1965), pag. 70, e AA.VV. Les Francs-Maçons (Paris: SEPA, 1976), pagg.19, 20 e 26.
(17) Gran parte dei principali protagonisti del risorgimento erano affiliati alla Massoneria. In particolare, Garibaldi è stato il primo Gran Maestro generale del Rito di Memphis-Misraïm. AA.VV., Les Francs-Maçons, op. cit., pag. 22. Si veda anche: Aldo A. Mola, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni (Milano: Bompiani, 1992).
(18) In realtà i colori ungheresi possono essere fatti risalire all’incoronazione di Mattia II (1608) ma la loro riproposizione è strettamente legata alla rivoluzione in un processo del tutto analogo a quello del tricolore italiano. I colori messicani vogliono invece rappresentare le “Tre garanzie”: la religione, l’indipendenza e l’unità.
Mauro Talocci, Bandiere di tutto il mondo (Milano: Mondadori, 1991), pagg. 39 e 164.
(19) F. Giantulli, L’essenza della massoneria italiana (Firenze: Pucci Cipriani, 1973), pagg. 79 e 80.
(20) Una delle argomentazioni più usate per la “santificazione” del tricolore (e dell’unità) è quella del sacrificio di tanti soldati nel corso delle guerre risorgimentali e, soprattutto, nella prima guerra mondiale. È sicuramente vero che tante centinaia di migliaia di giovani siano morti “per quella bandiera”, ma nel senso di “per colpa di quella bandiera” e di tutto quello che è stato ipocritamente nascosto dietro di essa. Ciò costituisce sicuramente una ragione per dovere al tricolore rispetto e interesse storico ma certo non per farne un oggetto di culto e di venerazione.

Da “Quaderni Padani” n° 8 del 1996. Sempre che il 96 non siano 50 anni fa per qualcuno