Intervista a: Ahmed Tibi, ex consigliere di Arafat
«Un insulto la Knesset vietata agli arabi»
a cura di Umberto De Giovannangeli
«Una decisione scandalosa che va ben oltre la mia persona. Impedire la mia candidatura alla Knesset è uno schiaffo in faccia all'intera comunità araba israeliana; uno schiaffo ancor più bruciante se si pensa che la stessa commissione che ha votato a maggioranza contro la mia candidatura, ha dato il via libera a quella di un noto razzista anti-arabo, Baruch Marzel, ex portavoce di un movimento dichiarato fuorilegge (il Kach, ndr.), aperto sostenitore della espulsione di massa degli arabi, siano essi arabi israeliani che palestinesi, da Israele e dai Territori. Ma io non mi arrendo: ho già presentato ricorso urgente alla Corte Suprema. Chi voleva chiudermi la bocca ha commesso un grave errore. Non smetterò mai di denunciare il tentativo in atto di segregazione politica degli arabi israeliani».
È un torrente in piena, Ahmed Tibi. Un «torrente» di indignazione e di volontà a battersi contro la decisione, presa a stretta maggioranza dalla Commissione elettorale della Knesset di interdire la sua presentazione alle elezioni del prossimo 28 gennaio. Un caso politico che scuote e divide Israele, meritando le prime pagine dei maggiori quotidiani. Un risalto dovuto alla figura di Ahmed Tibi, uno dei leader della comunità araba d'Israele (oltre 1 millione di persone, il 18% della popolazione), testa di lista del partito Hadash Ta'al, già consigliere di Yasser Arafat per gli affari israeliani.
«Mi accusano di aver sostenuto le organizzazioni terroriste palestinesi - sottolinea Tibi - ma se così fosse avrebbero dovuto chiedere il mio arresto, presentando prove circostanziate. Cosa che non è accaduta. La loro è una persecuzione politica oltre che la dimostrazione che per la destra ebraica gli arabi israeliani sono un pericolo, una presenza insopportabile, una quinta colonna dei terroristi palestinesi nello Stato ebraico».
Con Ahmed Tibi proseguiamo la serie di interviste su «Israele verso le elezioni» iniziata con il nuovo segretario del Partito laburista, Amram Mitzna.
Nel prossimo Parlamento israeliano non c'è dunque spazio per Ahmed Tibi?
«Così vorrebbero coloro che vedono come fumo negli occhi il protagonismo politico degli arabi israeliani. Costoro vogliono tapparci la bocca, intendono criminalizzare la nostra azione, e non si rendono conto dei guasti terribili che possono provocare all'interno della società israeliana».
A quali guasti si riferisce?
«Il rischio è quello di determinare una spaccatura insanabile tra ebrei e arabi israeliani, ponendo questi ultimi sempre più ai margini della vita politica e sociale di Israele. E questo processo di esclusione - testimoniato anche dalla decisione presa a stretta maggioranza dalla Commissione elettorale di tagliare fuori dalle elezioni il partito arabo-israeliano "Balad" e il suo leader Azmi Bishara - alimenterebbe solo la protesta violenta. C'è una deriva fondamentalista dell'ultradestra ebraica che dovrebbe impensierire chiunte abbia davvero a cuora la democrazia in Israele».
La motivazione addotta dalla maggioranza della Commissione elettorale per la sua estromissione dalla lista di Hadash Ta'al è il sostegno attivo da Lei offerto ai gruppi armati palestinesi.
«Come, dove, quando avrei sostenuto attivamente i gruppi terroristi? Se così fosse avrebbero dovuto arrestarmi. Ma non esiste alcuna prova di un mio coinvolgimento, diretto o indiretto, ad azioni terroristiche che ho sempre condannato. La verità è che si è inteso criminalizzare una posizione politica contraria alla brutale repressione condotta dal governo Sharon nei Territori. Sostenere il diritto dei palestinesi ad un loro Stato, battersi per una pace fondata sul principio di due Stati e due popoli, chiedere il rispetto delle risoluzioni Onu, tutto questo non può essere giudicato "attività terroristica". La pace non è una concessione fatta ai palestinesi né solo un atto di giustizia, ma è l'unica via attraverso la quale Israele può acquisire sicurezza e piena integrazione nell'area mediorientale».
Insisto: l'accusano di essere stato consigliere per gli affari israeliani di Yasser Arafat.
«Ho svolto questo incarico, peraltro conclusosi da tempo, alla luce del sole, quando il presidente Arafat incontrava e negoziava con i vari primi ministri di Israele, da Rabin a Peres allo stesso Netanyahu. Ho lavorato per favorire il dialogo e l'ho fatto nell'interesse stesso di Israele, perché ero e resto sempre più convinto che solo il rilancio del processo di pace può garantire sicurezza, benessere e dignità per ambedue i popoli. Ora vengo accusato di connivenza con il "capo dei terroristi" ma allora perchè Omri Sharon (il figlio del premier israeliano), a Intifada iniziata mi chiese di metterlo in contatto con Arafat e i suoi più stretti collaboratori?».
Qual è oggi la condizione degli arabi israeliani?
«Quella di una minoranza di oltre un milione di persone che i fanatici di "Eretz Israel" considerano una presenza ingombrante, un peso di cui liberarsi. Ma non riusciranno a ridurci al silenzio. Continueremo a lottare per i nostri diritti contro chi ci vorrebbe condannarci in eterno a essere cittadini di serie B».
Teme una vittoria della destra alle elezioni?
«Lo temo doppiamente: da israeliano che crede nella pace, e da arabo israeliano costretto a fare i conti con i propositi fondamentalisti della destra nazionalista e ultrareligiosa».
Cosa farà se la Corte Suprema dovesse respingere il suo ricorso?
«Di certo non mi ritirerò a vita privata. Continuerò a battermi per le cose in cui credo con ancora maggiore determinazione. Ma la Corte Suprema non è chiamata solo a dare una risposta al parlamentare Ahmed Tibi, ma all'intera comunità degli arabi-israeliani. In gioco non è un posto alla Knesset ma il diritto di cittadinanza politica di un milione di persone».
l'Unità 3 gennaio 2003
http://www.unita.it


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