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    Predefinito Michael Hardt coautore di Impero sull'imperialismo(mah?)

    Le farneticazioni di Michael Hardt (coautore de L'Impero)



    L'articolo qui sotto, dal titolo eloquente <Le elites globali devono
    rendersi conto che l'imperialismo statunitense non è con i loro interessi>,
    e' stato pubblicato sul quotidiano inglese The Guardian del 18 dicembre.
    (traduzione altremappe.org).

    Meglio delle 800 pagine del libro scritto con Negri, le righe qui sotto
    chiariscono non solo quanto sia astratta e velleitaria l'analisi che essi
    compiono della situazione che viviamo, ma quanto gramo e peregrino sia lo
    sbocco politico che da quella analisi i nostri fanno discendere. Neppure un
    riformismo, ma un meta-riformismo planetario. Il movimento no-global deve
    allearsi con le elite illuminate del sistema imperiale (multinazionlai e FMI
    compresi) allo scopo di contrastare l'imperialismo rappresentato da Bush,
    che e' un colpo di coda della storia. Solo questa alleanza illuminata puo'
    far fuori i "malfattori" come Saddam Hussein che minacciano la pace
    universale e spingere l'Impero verso la sua naturale evoluzione.... il
    comunismo!?

    "Alcune delle più grandi tragedie della storia umana avvengono quando le
    elites sono incapaci di agire nei loro interessi. Gli anni della decadenza
    dell'antica Roma, ad esempio, furono pieni di errori politici a di avventure
    militari che portarono morte e distruzione alle elites così come ai loro
    alleati ed ai loro nemici. Sfortunatamente stiamo attraversando di nuovo una
    situazione simile. Sembra inevitabile che gli USA presto condurranno una
    guerra in grande scala in Iraq. Gli USA, inoltre, sono impegnati in una
    guerra al terrorismo che può estendersi a tutte le religioni del globo. E,
    cosa più importante, gli Stati uniti si sono imbarcati in una politica
    estera di "sicurezza", che non risponde semplicemente alle minacce, ma le
    anticipa con colpi preventivi.
    Queste imprese militari sono un segno del fatto che gli Stati uniti stanno
    velocemente divenendo una potenza imperialista secondo il vecchio modello
    europeo. , ma su scala globale. Si sta imponendo come il centro attivo e
    determinante dello spettro militare, economico, politico del mondo. Tutti
    gli scambi e le decisioni sono costretti a passare attraverso gli Stati
    Uniti: l'ultima arroganza dei leaders politici statunitensi è quella di
    credere che non solo possono costringere i cambiamenti di regime e nominare
    nuovi leader per vari paesi, ma anche modellare l'ambiente globale -un
    audace estensione della vecchia ideologia imperialista della missione
    civilizzatrice. Il cambio di regime in Iraq è solo il primo passo di un
    progetto ambizioso di ricostruzione dell'ordine politico dell'intero Medie
    Oriente. Ed i loro disegni di potere si estendono ben oltre tutto questo.
    Molte elites politiche ed economiche , comunque, non gradiscono la creazione
    di un nuovo imperialismo statunitense. Un'osservazione comune è che i
    leaders politici europei generalmente si oppongono all'unilateralismo USA
    perché li esclude e preferisce invece soluzioni politiche multilaterali. Ad
    essere più significativi, comunque, non sono i conflitti di interesse che
    separano le elites statunitensi dalle altre, ma piuttosto i loro interessi
    comuni. Gli interessi comuni delle elites globali sono più visibili nella
    sfera economica. I business leaders di tutto il mondo riconoscono che
    l'imperialismo danneggia gli affari perché mette barriere che ostacolano i
    flussi globali. I profitti potenziali della globalizzazione capitalistica,
    che hanno stimolato gli appetiti delle elites affaristiche ovunque solo
    qualche anno fa, dipendono da sistemi aperti di scambio e produzione. Questo
    è vero anche per i magnati americani. Anche per gli industriali statunitensi
    ubriachi di olio, i loro interessi reali si basano sui potenziali profitti
    della globalizzazione capitalista.I loro interessi comuni sono visibili,
    ugualmente dalla prospettiva della sicurezza. È stupido credere che la
    rimozione di qualche malfattore, come Osama bin Laden o Saddam Hussein,
    provvederà alla sicurezza. Neanche i leader statunitensi hanno l'illusione
    che questa guerra porterà la pace. La vedono piuttosto come una guerra
    duratura e forse interminabile, guidata dalle continue minacce emergenti.
    Molto probabilmente, infatti, le azioni militari americane alimenteranno gli
    antagonismo creati dalle disuguaglianze di potere e ricchezza nel mondo,
    incrementando esponenzialmente l'insicurezza delle elites globali. Questo è
    doppiamente vero per le elites statunitensi, poiché le azioni militari
    unilaterali disegnano gli USA come bersaglio per chiunque cerchi di
    attaccare il centro della dominazione globale.
    Tuttavia, c'è un'alternativa all'imperialismo: il potere globale può essere
    organizzato in forma decentrata, che io e Toni Negri chiamiamo "impero".
    Questo non è semplicemente una coalizione multilaterale dei principali stati
    nazione.
    Pensiamo a questo come un multilateralismo elevato al quadrato. L'impero è
    una rete composta da diversi tipi di potere, inclusi gli stati nazione
    dominanti, le organizzazioni sovranazionali, come le nazioni unite o il
    Fondo monetario internazionale, le imprese multinazionali, le organizzazioni
    non governative, i mezzi di comunicazione e d altri. Ci sono gerarchie tra i
    poteri che costituiscono l'impero, ma nonostante le loro differenze
    funzionano insieme in rete.
    Questa rete decentrata di potere dell'impero corrisponde agli interessi
    delle elites globali perché agevola i profitti della globalizzazione
    capitalista e spiazza o disinnesca le minacce alla sicurezza. Una volta che
    l'impero si è saldamente stabilito come la forma di regolazione globale
    prevalente, coloro che si oppongono alla dominazione delle elites globali in
    nome dell'uguaglianza, della libertà e della democrazia troveranno
    certamente le forme per combattere contro di esso. Ma questo non significa
    che oggi preferiamo l'imperialismo. Possiamo confidare che alla lunga i loro
    reali interessi condurranno le elites globali a sostenere l'impero ed a
    rifiutare ogni forma di imperialismo statunitense. Nei prossimi mesi, e
    forse anni, potremmo affrontare una tragedia di cui abbiamo letto nei
    periodi più bui della storia umana, quando le elites erano incapaci di agire
    nei loro interessi."




    (http://www.antiimperialista.org
    Notiziario del Campo Antimperialista .... 29 dicembre 2002
    itacampo@antiimperialista.it)

  2. #2
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    Credo che anche questa presa di posizione di Hardt mostri come, nonostante tutto l'apparato teorico poststrutturalista mobilitato in "Impero", la prospettiva dell'autore e di Negri sia quanto di più deterministico e teleologico ci possa essere sul piano dell'analisi dei conflitti internazionali. Già Negri in un intervista al "Manifesto" del febbraio 2002 aveva parlato della politica dell'amministrazione americana come "un colpo di reni contrario e regressivo rispetto alla tendenza imperiale...legato a vecchie strutture di potere, a vecchi metodi di comando". In quest'ottica, nella fase attuale, gli interessi della moltitudine negriana e delle elites globali dovrebbero convergere nella prospettiva dell'Impero, perchè più progressiva rispetto a quella dell'imperialismo, la quale è poi ridotta ad una formula di comando arbitraria, dal momento che tutta la sfera produttiva e biopolitica sarebbe già dislocata su un piano puramente "imperiale". L'imperialismo c'è, insomma, ma è un residuo, una vuota ripetizione di se stesso al di sopra della potenza viva della moltitudine e della rete imperiale (questo ha precise radici nella filosofia di Negri...basti dire che nell'ultimo libro-intervista "Du retour. Abécédaire biopolotique" arriva a dire che la moltitudine lotta di fatto contro "QUALCOSA CHE NON C'E' ").
    Non mi dilungo sulle possibili critiche ad una tale prospettiva (che, del resto, ho trovato spesso ben sviluppate nel vostro forum). Vorrei solo segnalarvi, su questi temi, la recensione del libro "Impero" fornita da Maria Turchetto sul sito internet www.intermarx.com. Contro la visione, ancora circolante, di Negri come "cattivo maestro" esaltatore del conflitto irriducibile e dell'insurrezione la Turchetto, da un punto di vista che deve molto alle elaborazioni di Althusser, denuncia appunto l'intimo storicismo della lettura negriana.
    Scusate la lunghezza del messaggio.
    Saluti antimperialisti.

  3. #3
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    Grazie Leonce: si è proprio la visione storicista ed economicista che porta alle "sbandate" negriane...negli anni settanta era l'operaio sociale che era il soggetto della trasformazione, oggi le "moltitudini", ieri era il capitalismo che avrebbe determinato l'avvento del socialismo, oggi le stesse elites globali faranno altrettanto...Insomma mi sembra di cogliere un'approssimazione molto forte in questo discorso, mentre apprezzo molto l'impostazione di Gianfranco La Grassa che oggi pone il problema della lotta antiimperialista come contraddizione piu' importante e come condizione necessaria per il passaggio al risolvimento della contraddizione borghesia / proletariato.

    Saluti antiimperialisti

  4. #4
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    Questa volta vorrei volare basso.
    Premesso che anch'io, come voi, trovo la teoria descritta su "Impero", che ammetto di non aver mai letto completamente eccessivamente storicistica e basata sul presupposto comtiano: conoscere per prevedere e controllare (mentre io mi sento vicino all'assunto batesoniano per il quale non è possibile controllare alcunché, ma semmai essere costruttivamente partecipi dell'interazione), ciò che davvero mi sconcerta è la mancanza sia di una visione della "complessità", sia delle "persone" (come pensa la gente, come agisce, come vive), sia dei popoli e delle nazioni.
    Benchè utopica e discutibile, la visione d'Impero debenostiana ha dalla sua una visione europea complessa, di nazioni e federazioni in interazione. Quella negriana e hartiana mi sembra invece rappresentare il Mito non visto come archetipo, bensì il Mito delle élites. Insomma, ancora una volta, alla faccia dell'idea democratica, si risponde con una visone tecnocratica in attesa di una liberazione escatologica.
    Mi sembra che queste visioni, anche quand'erano condivisibili, nei fatti abbiano portato a totalitarismi perversi.

    PS: appunto molto personale. Pur non condividendo l'immagine di Tony Negri come "cattivo maestro", quando vedo la coppia Negri-Hardt mi inquieto: sembrano esseri senz'anima.
    Ciao.

  5. #5
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    Predefinito

    In effetti Claudio tocca un punto essenziale dell'elaborazione di Negri e Hardt, che tende davvero ad una riduzione estrema della complessità e della differenza. L'aspetto interessante è che questo avviene proprio mentre le figure proposte da Negri vorrebbero apparire quanto più "inclusive" (Negri oscilla tra il presentare la moltitudine, e prima l'operaio sociale, come un nuovo soggetto antagonista o come una funzione che unifica lotte e soggetti differenti). Credo che alla base di questa ambiguità ci sia ancora il modo abbastanza riduttivo, portato avanti dall'operaismo, di affrontare il rapporto tra fabbrica (intesa coem sfera della produzione immediata) e società...ma non mi fermo su questo.
    Negri insiste molto sul concetto di "molteplicità di singolarità" come tratto della moltitudine. E' un fatto però che ogni singolarità viene valorizzata solo nella misura in cui si concilia con le qualità precedentemente attribuite alla moltitudine stessa. Tutto il resto è regressivo, arbitrario, mediocre.
    Così, ad esempio, la lotta di liberazione palestinese può essere valorizzata da Negri come espressione delle potenzialità antagonistiche della moltitudine mondiale...ma depurata da ogni rivendicazione concreta di uno Stato autonomo (e quindi privata di ogni specificità storica, politica e culturale).
    Ciao

 

 

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