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  1. #1
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    Predefinito Politica e Spiritualità

    In questo forum si fa spesso riferimento alla “spiritualità”. Mi sembra che la vediate come uno dei pilastri della vostra ”Area nazionalpopolare”. Dall’atra parte ci sarebbero le forze materialiste (liberalismo e marxismo), figlie dell’Illuminismo.

    Io ho una concezione ”terra terra” della politica. I movimenti, le ideologie, i partiti nascono da interessi socioeconomici concreti e si sviluppano in rapporto a scelte progettuali (sociali, economiche, istituzionali…).
    La spiritualità rientra in un altro ambito, che la politica nn deve invadere, lasciando piena libertà individuale. In generale, la dimensione spirituale di una persona di sinistra (o di un liberale) può essere più forte e profonda di quella di uno di voi.
    Sinceramente, credo che ci sia da diffidare da chi riporta in modo integralista tutta la sua concezione della realtà ad un principio totalizzante. Rappresenta un pericolo, perché potenzialmente intollerante, totalitario, cieco di fronte all’esperienza concreta.
    Certo, per i credenti Dio è il principio di tutto e di questo devono essere sempre consapevoli. Ma l’essere umano è limitato, nn ha le facoltà per comprendere la realtà in toto. Deve servirsi degli strumenti che ha (tra questi l’esperienza e la ragione). Il credente che si occupa di politica nn deve pretendere di far discendere ogni sua considerazione ed ogni sua azione dai propri principi religiosi. La religione può dargli “solo” alcuni indirizzi (ad es. dall’amore verso il prossimo).

    Voi come vivete questo rapporto tra spiritualità e politica? La spiritualità non diventa una copertura fittizia degli interessi e delle paure che vi sostengono?
    Siete dei neohegeliani? Credete che tutto sia Spirito?
    Le forme di spiritualità variano nel corso della storia. Per conto mio sono influenzate dal contesto culturale, che a sua volta subisce l’influenza di quello socioeconomico. Per qualcun altro possono essere diverse manifestazioni dello stesso Spirito…
    Ogni spiritualità va bene? Voi a quale vi rifate? Alla cristiana, alla dionisiaca, a quella della Grecia antica o di Roma, all’identità nazionale, all’antimodernismo o al futurismo? O ne esiste una nuova?

    Saluti e Buon 2003
    Franzele

  2. #2
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    Predefinito

    No, secondo me non sei sulla strada giusta.
    Quando nell'area si parla di spiritualità, e lo si fa non in riferimento all'esperienza del singolo ma nel senso di progettualità politica, non si intende la volontà di imporre una spiritualità, bensì la volontà di realizzare una politica che tenga conto dell'uomo nella sua interezza e non solo materialisticamente come soggetto economico. Significa volontà di ricreare quelle condizioni ambientali che permettano all'uomo di recuperare l'idea di sè come membro di Comunità, famigliare, lavorativa, nazionale e di riscoprire il proprio senso in relazione agli altri. Questa Area resta comunque frutto di una reazione alla modernità, che ha rescisso quei legami comunitari che crediamo necessari all'uomo per realizzarsi pienamente e non vivere in una condizione di solitudine reale, psicologica, esistenziale.

    ciao

  3. #3
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    Predefinito

    in piu' mi sento di dover aggiungere che quando parliamo di spiritualita' non facciamo riferimento a un pensiero filosofico di impronta individualistica ( ho visto citato i neohegeliani) o a un insieme piu' o meno vasto di regole moraleggianti,
    parlando di spiritualita' parliamo della base, delle radici sulle quali va costruita la societa' e sulla quale il mondo antico come quello greco o romano ad esempio edificarono le loro civilta'


    che il prossimo anno sia fausto a tutti

  4. #4
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    Predefinito

    Aggiungerei che la spiritualità dovrebbe essere fondante per l'ordine politico ma oggi la cessopolitica è la negazione di ogni forma di spiritualità
    Gundam

  5. #5
    Enclave MUSSOLINISTA
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    Predefinito Il primato culturale degli italiani

    Popolo di Santi, poeti e navigatori, questo erano gli italiani agli occhi degli Europei in un tempo ormai lontano.

    Tale sintesi ben rappresentava un primato nell’arte e nella spiritualità che era frutto di duemila anni di civiltà, prima romana e poi cristiana, e che nel tardo medioevo e nel Rinascimento vedeva il suo apice.

    Per primeggiare in un campo sono necessarie due cose: un numero apprezzabile di personaggi di spicco e una scuola che produca un buon numero di talenti minori.

    L’Italia aveva in gran numero sia gli uni che gli altri; se fissiamo la nostra attenzione sul periodo che va dal XIV secolo alla fine del XVI troviamo per la letteratura un personaggio che nonostante scrivesse in volgare e non nella lingua dotta dell’epoca e cioè il latino, può essere considerato il più grande poeta e letterato di tutti i tempi: Dante.

    Certamente non è possibile stilare una classifica per un campo come la letteratura dove esiste anche il fattore soggettivo, ma è pur vero che in Europa non c'é stato nessun altro che padroneggiasse la cultura del suo periodo come Dante, né Milton né Goethe, né Shakespeare né Beaudelaire.

    Gli artisti italiani del periodo non avevano rivali; prima il solo Giotto, poi contemporaneamente Leonardo, Michelangelo e Raffaello riuscirono a compiere quei passi in avanti che li portarono ad essere il modello delle generazioni future.

    Anche gli architetti italiani furono maestri e modelli di emulazione: Brunelleschi, Leon Battista Alberti, Bramante, Sangallo sperimentarono soluzioni ardite ed innovative che ancora affascinano per la maestosità. Accanto ai maestri c’erano poi una infinità di artisti minori che formavano una scuola degna di ammirazione: prendendo ad esempio le arti pittoriche è ancora oggi possibile, visitando antichi borghi, sorprendersi nel trovare affreschi di artisti minori del ‘400 in chiesette semisconosciute, segno che l’arte non era patrimonio esclusivo dei grandi centri urbani.

    Se da questo punto di vista tra i patroni che favorirono maggiormente gli artisti furono proprio gli ecclesiastici, lo sviluppo della arti musicali fu invece condizionato troppo dall’arte sacra, anche se la mancata creazione di una scuola autonoma non impedì agli italiani di avere fino al settecento una supremazia incontrastata in questa arte con artisti quali Monteverdi, Palestrina, Frescobaldi e Vivaldi.

    Poi venne l’epoca dei grandi compositori germanici e la musica italiana pagò caro il non avere gettato le basi di una scuola non asservita alla Chiesa, perché fino all’ottocento mancheranno veri maestri.

    Fino al 1500 l’Italia era quindi il centro mondiale della cultura classica, considerando anche che il resto d’Europa, dove si era ben sviluppata l’architettura, anche se non con il gusto tipico di quella italiana, era notevolmente arretrato nelle arti figurative e letterarie.

    Contemporaneamente il primato politico era però stato perso a favore delle lande barbare dei Germani e dei Francesi, conservando una indipendenza più esteriore che sostanziale, ma pur sempre una sufficientemente autonomia.

    Anche questa, purtroppo, svanì allorché l’Italia perse l’indipendenza a causa delle invasioni dei francesi e degli spagnoli che si divisero la penisola all’alba del XVI secolo. Da quel momento lo stato di soggezione politica nei confronti degli stranieri si tramutò in un impoverimento culturale di quei posti, come Firenze, che erano state la culla degli artisti rinascimentali.

    La minima rifioritura del barocco ebbe come centro Roma che proprio grazie all’aiuto della Chiesa, che non cessò di alimentarli, poté godere degli ultimi fuochi del genio italico con gli architetti Bernini e Borromini. Il lento declino cominciato allora è stato intervallato ma non interrotto da alcuni personaggi nient’affatto minori come Tiziano, Caravaggio e Canova che vissero un periodo nel quale gli europei, dopo avere imparato dai nostri maestri, avevano fondato scuole come quella fiamminga nel XVI e XVII secolo o quella degli impressionisti francesi nel XIX secolo o i cubisti spagnoli del XX secolo che rappresentavano l’avanguardia del loro tempo.

    Se fosse vero che c’è fermento culturale se c’è stabilità politica, poiché l’instabilità distrae le menti degli uomini di ingegno, c’è da chiedersi perché nell’Italia di oggi, serenamente indipendente, il genio italico non torni a fiorire ed a essere apprezzato universalmente come meriterebbe. Non esistono più italiani in grado di farsi apprezzare?

    La verità è che il fermento politico e quello intellettuale vanno di pari passo; anche i grandi intelletti hanno bisogno di stimoli adeguati per far brillare il proprio astro: Dante diede il meglio di se mentre errava esule per le corti italiane (come sa di sale lo pane altrui).

    Basti pensare che le grandi avanguardie culturali degli ultimi due secoli hanno sempre preannunciato i grandi rivolgimenti politici; l’esempio più recente è quello dei futuristi che incarnavano in sé alcuni ideali di cui il fascismo, di lì a poco, si sarebbe fatto paladino.

    L’omologazione, la frustrazione dei grandi ideali, l’asservimento perpetuo al dominio straniero, questi sono i nemici dell’arte; l’artista, colui che crea il nutrimento degli animi, non è solamente colui che esprime dei sentimenti e l’arte non è come diceva Croce la “tensione lirica di un sentimento”.

    Una massiccia chiesa romanica o un austera abbazia benedettina sono tutto tranne tensione lirica, eppure sono arte.

    L’artista deve al contrario essere interprete del suo tempo, deve riuscire a capire ciò che provano e sentono le persone e ciò di cui hanno bisogno. L’architettura razionalista tanto in voga nel ventennio fascista può anche non piacere ed essere considerata povera esteticamente, ma, indubbia-mente funzionale, esprimeva appieno le necessità delle persone dell’inizio del novecento, quando le città andavano ripensate in modo completamente nuovo. Il vero artista, l’intelletto superiore, non deve fare l’eremita per poi pontificare sulle disgrazie di gente che conosce solo per sentito dire; egli deve affrontare ed imbattersi nel mondo. Solo così egli oggi riuscirebbe a distinguere in quale panorama devastato versa oggi l’Italia, figlia dei mali di un secolo il cui corso naturale è stato spezzato bruscamente a metà: steppe di mediocrità esaltata fino a divenire quasi oggetto di culto; pseudointelligenze ad occupare posti in vista nella società che conta; squallidi figuri che governano i palazzi della politica.

    I risultati sono stati il completo sfascio delle istituzioni, la perdita di beni e ricchezze inestimabili; basti pensare a quanti beni architettonici, culturali, archeologici sono andati persi per l’ignavia di chi si doveva occupare di proteggerli, parla per tutti la crollata cattedrale di Noto, splendido esempio del barocco in Sicilia. Povertà culturale e mancanza di gusto appaiono evidenti se si guarda poi all’architettura urbanistica e civile nelle opere pubbliche degli ultimi cinquant’anni; questa non solo non ha saputo creare nulla di innovativo ma neanche niente di esteticamente bello o funzionale. Le tracce architettoniche di questo periodo si perderanno ben presto nel tempo, al contrario di quelle dei periodi rinascimentali, barocco e addirittura ottocentesco che ancora contraddistinguono la struttura di città come Roma. C’è peraltro da dire che di grandi opere pubbliche non è che ne siano state fatte molte se si escludono gli stadi e le strutture per lo sport. E’ un dato di fatto che a Roma le ultime rivoluzioni urbanistiche furono fatte durante il ventennio del regime. Un grande paese come il nostro non può permettersi di rinunciare ad un posto di leadership culturale che gli spetta per la sua storia stessa; bisogna rifondare delle scuole di pensiero che dettino dei canoni, far in modo che i personaggi illustri vengano gratificati dallo Stato in modo tale che possano essere da modello per i giovani, fare in modo che la cultura scolastica formi gli studenti in modo che possano pensare in modo autonomo.

    Nel 1926 venne fondata l’Accademia d’Italia, una associazione che conferiva ai suoi membri l’ambito titolo di accademico. Venivano premiati quei personaggi che avevano dato lustro al paese con la loro opera in campo scientifico e artistico; vi fecero parte lo scienziato Marconi, il poeta D’Annunzio, il filosofo Gentile, il commediografo Pirandello, il poeta futurista Marinetti, lo storico medioevale Volpe. Negli altri paesi già esistevano per esempio l’Accademia di Francia o la Royal Society e quindi l’Italia si era solamente messa al passo con gli altri paesi. Ciò non di meno l’Accademia svolgeva una opera assai utile perché, finita l’epoca dei mecenati, era lo Stato stesso che si prendeva cura dei suoi figli illustri. Finita la guerra e caduto il regime venne smantellata perché organizzazione fascista.

  6. #6
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    Vassilij:
    ricreare quelle condizioni ambientali che permettano all'uomo di recuperare l'idea di sè come membro di Comunità, famigliare, lavorativa, nazionale e di riscoprire il proprio senso in relazione agli altri. Questa Area resta comunque frutto di una reazione alla modernità, che ha rescisso quei legami comunitari che crediamo necessari all'uomo per realizzarsi pienamente e non vivere in una condizione di solitudine reale, psicologica, esistenziale.
    Quali sarebbero quelle miracolose “condizioni ambientali”? E “le radici sulle quali va costruita la societa' e sulla quale il mondo antico come quello greco o romano ad esempio edificarono le loro civiltà” (Otto Rahn)?
    Per conto mio nn è mai esistito un tempo in cui i rapporti umani siano stati idilliaci come li descrivete voi. Anzi, rispetto ad oggi c’erano più sfruttamento, rapporti di servitù, disparità sociali (e nn parlo degli straordinari progressi materiali)…
    Certamente con la rivoluzione industriale è morta la società rurale e con essa i rapporti di solidarietà di villaggio. Ma nn si può tornare indietro. E men che meno attraverso un’imposizione dello Stato. Lo Stato che fa da padre autoritario, pretendendo di plasmare i cittadini (ma a quel punto si può parlare di massa di sudditi) secondo un proprio modello (nn importa se ritenuto “naturale” o “conforme alla storia ed alle tradizioni nazionali”) è totalitario. Lo Stato pensi al buon governo, ad un’equa e sostenibile ripartizione delle risorse, a garantire servizi sociali, a promuovere la cultura e l’istruzione…
    Se le parrocchie nn sono + un importante luogo di aggregazione, i fedeli si impegnino per comunicare la loro fede. E se le sedi dei partiti sono vuote, devono essere gli iscritti a dare nuove motivazioni, cercando di capire la realtà e di dare risposte convincenti.

    Natow ha incentrato il suo discorso sull’arte, che è una nobile manifestazione della sensibilità umana. E’ quindi giusto che lo Stato la promuova e difenda. Attenzione però ad uno Stato troppo invasivo (no ad ogni forma di censura).
    La stabilità e il fermento politici possono certamente contribuire alla formazione di un contesto fertile per lo sviluppo dell’arte di qualità. Però ci sono anche artisti (e, più in generale, persone che coltivano la propria spiritualità) che si isolano dalla realtà politica. E politica ed arte hanno tempi di reazione diversi rispetto agli impulsi della società (può darsi che la prima anticipi l’altra o viceversa e nn è che ad ogni cambiamento di linea politica germoglino novità nel campo dell’arte).

    Con la caduta del fascismo abbiamo guadagnato democrazia e libertà. E il regime mussoliniano non può essere considerato un modello neanche dal punto di vista artistico. Si pensi allo squarcio del colonnato di S. Pietro per aprirlo su via della Conciliazione: una violenza nei confronti dell’arte. O alla demolizione di molte case antiche di Roma.

    Invece, NatoW, descrivi il presente in modo esageratamente catastrofico. Sicuramente l’interesse per la cultura dovrebbe essere + sviluppato a discapito della noncultura consumistica (si pensi alla recente creazione di spa che contengono i beni pubblici, che diventano cedibili, o al taglio dei fondi alle Università), ma un manicheismo “passato magnifico vs presente schifoso” mi sembra fuori luogo.
    Anche perché progressi nel campo dell’istruzione diffusa ci sono stati: un tempo la maggioranza della popolazione era tagliata fuori (è un esempio banale ma importante).


    Saluti
    Franzele

  7. #7
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    Secondo voi la cultura è influenzata dalle condizioni socioeconomiche?

  8. #8
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    Predefinito L'emblema fulgurale della potenza: il Fascio Littorio

    Il più antico fascio littorio fu rinvenuto presso Vetulonia e risale, molto probabilmente, al sec. VIII-VII a. C. ; si tratta quindi di un ritrovamento di epoca preromana. La sua struttura (scure bipenne inserita tra dodici verghe) e la sua composizione (ferro) rivelano stretti legami esistenti fra le tradizioni nordiche e chi fu l’artefice di tale sacro oggetto. La scure bipenne, in stretta connessione col significato del culto di Janus (Giano),dio romano delle origini, è uno dei simboli più antichi della sovranità regale. La dualità simmetrica dei due tagli rappresenta l’integrazione creatrice delle polarità opposte. Tale incontro avviene in un punto dell’asse che è il centro immobile, il punto di passaggio tra futuro e passato, il terzo volto di Janus, il sacro che genera. I tagli dell’ascia rappresentano esattamente “il simbolismo del fulmine”, espresso dalle tradizioni nordiche con le rune e la cui composizione forniva lo schema rappresentativo con cui si indicava il sacro Mjölnir, il martello del dio Thor. La folgore ha significato simbolico doppio: da una parte illumina, squarcia le tenebre, dall’altro distrugge, incendia. Poiché spesso, nell’antichità, l’uso della folgore era prerogativa del dio supremo, questa è considerabile come verità che può essere intuita in forma istantanea solo da chi è capace di resistere alla prova del fuoco incenerendo tutto quello che di sé è mortale, raggiungendo, così, una condizione di supervita.



    Il tracciato stesso della saetta spiega questo processo: una prima fase rappresenta la discesa del fuoco divino sulla terra, la seconda fase è la trasmutazione che fa dell’uomo che ha saputo intuire l’insegnamento un essere simile ad un dio, la terza fase è ancora una discesa, un ritorno di colui che, libero dai vincoli corporei, torna alla terra per riaprire il ciclo. Secondo alcune tradizioni la destra è l’attributo divino della misericordia, la sinistra è la giustizia. Presso gli arabi tali attributi sono la maestà (volto maschile) e la bellezza (volto femminile). Ma presso gli indù la misericordia è prerogativa dei sacerdoti (Brahamana) che possiedono la chiave dei misteri, mentre la giustizia è un guerriero (Kshatrya) che ha diritto di vita e di morte sui sudditi: diritto che egli esercita per mezzo della verga ( lo scettro del potere). Ecco allora che via contemplativa (sacerdotale) e via attiva (guerriera) si fondono nel centro dal quale traggono la ragione stessa della loro esistenza (l’asse tradizionale, la corona regale segno del potere unico e totale). Le dodici verghe che “incoronano” la scure bipenne sono il ciclo zodiacale con la sua metà ascendente e discendente, aventi origine e fine nei solstizi d’inverno e d’estate, sono rappresentazione dell’universalità totale ed infinita dell’azione radiante della tradizione. I segni zodiacali sono ad un tempo i gradi della potenza e della conoscenza che va dall’inqualificazione originaria, dalla notte che precede il giorno (solstizio d’inverno, colore nero), attraverso il soffio creatore della luce (equinozio di primavera, colore bianco), fino all’acme espansivo del mezzogiorno in cui la luce tutto pervade ed infuoca (solstizio d’estate, colore rosso).

  9. #9
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    Predefinito

    E' proprio a quella "solidarietà del villaggio" a cui mi riferisco. E' chiaro che nessuno vuole prendere un periodo storico del passato e trasferirlo a forza nel 2000. Semplicemente si prende atto che nel passato vi erano talune condizioni di socialità che con il 1789 sono gradatamente venute meno. L'ambizione ( o utopia?) è quella di recuperare le cose positive del passato, e non le nefaste.
    Come si ricreano le condizioni ambientali? Partendo dall'educazione, innanzitutto, perchè quella è la chiave di tutto. Non imponendo altro che quei valori e modelli che, partendo dall'ovvia constatazione che non siamo atomi sganciati nello spazio, bensì necessariamente interagiamo con una Comunità, permettano una vita comunitaria e cioè una vita basata sul principio del dovere verso gli altri, perchè il bene di ciascuno dipende dal comportamento altrui. Quindi no alla "libertà individuale" come principio assoluto.
    Creando occasioni di socializzazione, nel lavoro, ad esempio, con la cogestione, ricreando le condizioni che un tempo garantiva l' assenza di proprietà privata della terra.
    E' chiaro che tutto ciò presuppone una visione dello Stato diversa, uno Stato in cui siano inserite le categorie produttive, in grado dunque di provvedere al bene comune.
    In realtà non esiste uno Stato non totalitario, bisogna solo capire a chi risponde lo Stato. Se cioè sia la Comunità che si autogoverna nella forma dello Stato, e con esso provveda ai suoi bisogni, oppure se lo Stato sia solamente un produttore di norme volte a garantire unicamente il dispiegarsi di un sistema economico.
    La contestazione alla società moderna parte dalla constatazione che essa può essere idonea (??) a soddisfare i bisogni materiali dell' uomo, ma non quelli spirituali ossia quelli non attinenti alla sfera dell' "interesse" e dell'istinto, ossia ad esempio il bisogno di condivisione, di rapporto con il passato e con il futuro, la necessità di un "senso" della propria esistenza che solo la religiosità comunque intesa, ed un "ruolo" riconosciuto in una "comunità" dotata di passato e di destino possono dare.

  10. #10
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    Predefinito La vittoria del sole

    Il solstizio d’estate è un momento molto importante dell’anno dal punto di vista naturale: è difatti il giorno più lungo: il sole diffonde la sua luce sulla terra per un arco di tempo maggiore rispetto agli altri giorni. Inoltre la stagione che ritorna è quella legata al raccolto e quindi, per le civiltà antiche, un momento fondamentale che determinava le condizioni della loro esistenza e del loro prossimo futuro. Tutto ciò ha fatto sì che, per le civiltà che si rifacevano a questo culto, il solstizio d’estate venisse festeggiato come il trionfo delle forze solari e della prosperità. Un altro fattore molto importante è l’aspetto magico legato a questa ricorrenza: è noto, infatti, che avvenimenti astrali di questa portata siano particolarmente propizi per stabilire (o meglio, ristabilire) un contatto con gli dei e le forze celesti e affinché ciò si verificasse venivano celebrati degli appositi riti che propiziassero tale avvenimento.

    Ora noi, uomini del mondo moderno, calati in questa civiltà antitradizionale atea e materialista, non possiamo certamente celebrare con gli antichi riti, oramai dimenticati, la vittoria di quella tradizione solare che noi rivendichiamo, né tanto meno rallegrarci per i frutti della terra che ci daranno sostentamento, poiché l’agricoltura e soprattutto la sua funzione e il suo significato originario sono oramai completamente andati perduti.

    Possiamo però, anzi dobbiamo, non lasciarci sfuggire la possibilità di poter varcare il “portale del cielo”, poiché in questo giorno è aperto e più vicino che nel resto dell’anno; dobbiamo assolutamente cercare di cogliere l’impulso divino che ci consenta di essere uomini della Tradizione anche in pieno Kali Yuga, e pur non potendo disporre dei riti e delle formule dei nostri padri, a causa di una interruzione della trasmissione tradizionale, possiamo però disporre della giusta predisposizione che è naturalmente innata.

    L’ultima considerazione rilevante, su cui inevitabilmente ritorneremo, è che non solo è giusto e santo cercare il contatto con lo Spirito Assoluto, ma è per noi assolutamente necessario avere una tal guida in questo mondo materiale e antispirituale, in cui a volte per poter, non esistere, ma resistere andiamo incontro ad un compromesso che equivale alla cacciata di Dio dalla nostra esistenza.

 

 
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