«In Italia tanti telefonini, ma poca innovazione»
Siamo al quart’ultimo posto fra i Paesi industrializzati nella capacità di recuperare competitività
Oltre i telefonini, il deserto. Poche risorse per ricerca scientifica ed educazione universitaria, pochissime connessioni internet, zero commercio elettronico: un vuoto tecnologico figlio dei vecchi mali del sistema, con lo Stato che non funziona, le infrastrutture inadeguate, le lobbies di potere (politico, economico, ma anche sindacale e accademico) che bloccano ogni via di cambiamento. E il futuro promette peggio. Le scarse conoscenze tecnologiche, la poca attenzione allo sviluppo delle risorse umane e l’esiguo numero di brevetti prefigurano la prospettiva di allargare il gap che ci separa dagli Usa e dal resto d’Europa. E’ un’Italia che rischia di precipitare nelle retrovie del mondo industrializzato quella che esce dal rapporto «Innovazione di sistema» (sottotitolo: «Analisi comparata del potenziale innovativo dei principali paesi industrializzati») realizzato dalla Fondazione Rosselli per il Corriere della Sera . Un Paese che oggi appare arretrato e che, domani, la poca propensione alla conoscenza tecnologica minaccia di condannare a un inesorabile declino. Siamo i campioni mondiali nella diffusione di cellulari, ma la nostra spesa media in telecomunicazioni è meno della metà di quella dei grandi Paesi europei, segno che per noi i telefonini sono un giocattolo per chiamare mamma e per inviare messaggini ai compagni di scuola, mentre gli altri usano le linee per scambiare dati, per studiare, per lavorare. «Scontiamo l’eredità pesante lasciata dalla classe dirigente passata - osserva Riccardo Viale, presidente della Fondazione Rosselli e docente di Politica della ricerca e dell’innovazione presso la Scuola Superiore della Pubblica amministrazione di Roma -. E per classe dirigente intendo sia i governi, sia i sindacati e gli industriali, tutti responsabili di aver reso il Paese difficilmente riformabile. Anche chi ha cercato di introdurre cambiamenti, come Giuliano Amato quand’era premier, si è sempre trovato di fronte al muro delle resistenze conservatrici».
L’indagine della Fondazione Rosselli ha cominciato a prendere forma sulla scia del vertice europeo di Lisbona, nel marzo 2000, quando i capi di governo dei Quindici lanciarono la sfida per trasformare l’Unione, grazie alle tecnologie dell’informazione, nella «più competitiva e dinamica economia mondiale» nel giro di un decennio. Da qui sono stati fissati i criteri per misurare il «potenziale innovativo delle nazioni», basandosi sui dati statistici ufficiali (Ocse ed Eurostat) e valutando sia gli indicatori classici (spesa per la ricerca e numero dei brevetti, per esempio) sia indicatori più mirati (dalle risorse umane alla creazione e trasmissione di nuova conoscenza). Così, a quasi tre anni di distanza dal summit europeo, quella che emerge oggi è una mappa continentale a due velocità. Con la Gran Bretagna (grazie soprattutto all’iniezione di competitività che 11 anni di governo Thatcher hanno introdotto nel sistema), con i piccoli Paesi del Nord (soprattutto Svezia, Danimarca e Olanda) che corrono al ritmo degli Usa. E con i grandi (Germania, Francia, Italia e Spagna) che non riescono ad accelerare.
Per l’Italia, il bilancio è allarmante. Nella classifica complessiva sull’«innovazione del sistema» messa a punto dalla Fondazione Rosselli il Belpaese occupa le posizioni di coda. La Svezia trionfa, superando anche gli Usa. Noi invece, fra le nazioni Ocse, siamo al quart’ultimo posto, davanti soltanto a Portogallo, Grecia e Russia. E, in prospettiva, rischiamo di precipitare ancora più giù. Secondo Viale, i maggiori rischi di declino sono legati a due elementi: conoscenza e finanza. «La scarsa conoscenza tecnologica è il risultato di un sistema scolastico e universitario inadeguato - spiega il presidente della Fondazione -. Per quanto riguarda il secondo punto, invece, scontiamo il fatto di avere un sistema finanziario e bancario incapace di individuare e premiare la capacità innovativa delle imprese».
Ma l’indagine della Fondazione Rosselli sfata anche una serie di luoghi comuni nazionali. Non è vero, per esempio, che in Italia manchino le infrastrutture di base (ferrovie, strade). Il punto è che sono poco efficienti. Un altro luogo comune è la fuga dei cervelli. «In realtà il numero dei "cervelli" che lasciano il Paese è limitato - spiega Viale -. Il problema è dato dalla bassa qualità di quelli che rientrano. Torna in Italia chi non è riuscito a trovare una collocazione stabile negli Usa o altrove». Stiamo viaggiando verso il declino? «Purtroppo non vedo segni di svolta -dice Viale -. Dal governo ci si aspettava molto, invece ci troviamo con una Finanziaria 2003 che riduce risorse alla ricerca e senza individuare priorità».
Giancarlo Radice
E' un Paese che viaggia spedito verso l'Africa.
Il sistema Itaglia è come un cancro che pian piano sta distruggendo anche il buono che c'e' ( o c'era?) al Nord.




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