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    Predefinito Gli elementi costitutivi della Nazione e della Razza secondo la Tradizone Cattolica

    La Civiltà Cattolica, Roma, 6 agosto 1938, a. 89, vol. III, quad. 2115, pp. 209-223

    GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DELLA NAZIONE E LA RAZZA
    Che cosa é una nazione? Non è opportuno dare subito una risposta alla domanda, aggiungendo fin dal principio una nostra definizione, alle altre numerose già rammentate. Questa al più dovrà essere il risultato finale dell'indagine, che intraprendiamo e alla quale passiamo senz'altro, affrontando la questione sulla natura e le parti costitutive dell'aggregato nazionale.

    In primo luogo è cosa evidente che la nazione appartiene al novero degli aggregati sociali. Ogni nucleo di esseri intelligenti, congiunti insieme da un principio interna di unità, che suole essere l'adesione della volontà dei singoli componenti a uno scopo ben determinato, costituisce un,aggregato sociale, o una società in senso lato e generico. Perché sorga un'associazione umana di fatto non basta l'accostamento temporaneo e accidentale di alcuni individui, ma si richiede, oltre all'elemento umano dato dalla massa più o meno numerosa, un legame interiore, che unisca e cementi insieme le membra prima slegate e indipendenti, un principio informatore, che organizzi le singole cellule umane e ne impedisca la dispersione.

    Queste due parti costitutive di ogni aggregato umano, sia naturale e necessario sia volontario e accidentale, si trovano nella nazione, la quale, componendosi di un nucleo umano stretto insieme da un principio informatore, entra a far parte di quegli enti collettivi, detti aggregati sociali.

    Nondimeno la nazione non è una società nel senso stretto e specifico del termine. Esiste una società in senso stretto, quando, come avverte bene il Delos, si ha « un raggruppamento di persone umane in vista di un fine comune da proseguire e di uno scopo da ottenere mediante la convergenza e la coordinazione degli sforzi » (La société internationale, op. c., p. 35.). Tuttavia questi elementi non bastano a costituire una società pubblica. La società pubblica raggiunge la sua perfezione e la sua perfetta costituzione, e diventa vitale, quando gli sforzi dei singoli sono diretti al fine naturale da un potere sovrano, che è come una sintesi delle volontà individuali interpreta autoritativamente le esigenze del corpo sociale.

    Alla nazione non mancano invero né l'elemento umano né un fine proprio naturale che lo informi, come vedremo, ma manca una delle proprietà essenziali di ogni vera società, vale a dire il potere supremo, che stimola, dirige, obbliga i membri della collettività al conseguimento dello scopo comune. La distinzione fra nazione e. società pubblica non può essere fondata sulla assenza di un fine comune nell'aggregato nazionale, poiché l'uomo, come essere ragionevole, anche se opera mosso dalle forze congenite innestate nella sua natura, non può astrarre e non astrae mai di fatto da uno scopo ben determinato, conosciuto e voluto quale bene collettivo. Questo termine razionale di convergenza delle volontà individuali si rende assolutamente necessario, quando delle membra di loro natura autonome e libere e perfettamente costituite nel loro essere devon essere ridotte ad unità, e mantenute insieme in vista di una collaborazione collettiva, che non può risultare se non da un legame ideale.

    Né bastano, a nostro avviso, a costituire la nazione il fatto della generazione comune, sia pure intesa in senso latissimo come formazione integrale di tutto l'uomo, e tutte quelle unità reali prodotte dai vari fattori della nazionalità, come sembrerebbe intendere il Delos'( La société internationale, op. c., p. 36.), almeno in un primo tempo; poiché, fino a quando in questo amalgama omogeneo non sarà scoppiata la scintilla del fine collettivo, intorno al quale si polarizzino spontaneamente le parti, non si avrà un aggregato sociale, ma una costellazione di atomi indipendenti; come non bastano a porre in essere qualsiasi raggruppamento umano e a renderlo vitale l'identità di natura dei componenti e la somiglianza fondamentale delle loro aspirazioni e dei loro bisogni.

    Perché l'istinto di socievolezza passi dalla potenza all'atto e si concreti in associazione di fatto, è necessario,oltre all'identità di origine e delle prerogative essenziali della natura a tutti comune, un elemento psicologico, un fine cioè produttore e creatore dell'unità morale. Bisogna, dunque, assegnare alla nazione uno scopo naturale: quale esso sia, verrà determinato a suo luogo.

    Resta nondimeno fermo il punto principale, che qui interessa maggiormente: ossia che la nazione non è una società, specificamente intesa, e ciò non soltanto perché essa non richiede di sua natura e come presupposto necessario alla sua esistenza un potere centrale e un'autorità sovrana, ma anche per altre differenze, che saranno messe in pieno rilievo quando si determineranno le relazioni della nazione con lo Stato.

    Per questa ragione crediamo che non si possa convenire col Taparelli, il quale ha nella sua definizione praticamente identificati i due concetti di nazione e di società pubblica, quantunque in una nota ne avesse rilevate le differenze, scrivendo: « E' chiaro altro essere una Società pubblica, altro una Nazione secondo il rigoroso suo significato: l'Italia, benché divisa in molti Stati, è detta una Nazione; l'Austria in un unico Stato unisce molte Nazioni » (Saggio teoretico, op. c., p. 385, nota 3).

    Nonostante questa osservazione esatta, egli ha inserito nella definizione di nazione il concetto di società pubblica, ritenendo poi la presenza dell'autorità suprema, o di un governo, come egli si esprime, quale una proprietà essenziale della nazione. Non vi è dubbio che una nazione senza alcun governo ripugna, come il Taparelli osserva a dimostrazione del suo assunto, ma la ripugnanza tocca l'esistenza di una nazione senza alcuna forma di governo, non tocca però l'esistenza di una nazione senza un governo nazionale, il che è molto differente e toglie ogni forza alla dimostrazione.

    Infatti, se esistesse ripugnanza sostanziale a che dna nazione fosse governata da un potere non nazionale, la storia avrebbe creato dei mostri di natura, e il principio di nazionalità avrebbe un fondamento naturale, che lo renderebbe assoluto. Né l'uno né l'altro può essere ammesso: resta quindi che una nazione non è di sua natura una società pubblica, sebbene convenga con questa nel genere.

    * * *
    Sembrerebbe superfluo farsi a dimostrare. che la nazione è inoltre un aggregato sociale naturale. Ma la necessità di chiarire questo particolare aspetto della questione è generata dalle negazioni, invero incomprensibili, di parecchi , pubblicisti.

    Il Jellinek, ad esempio, ritiene come un principio già definitivamente acquisito dalla dottrina « che le nazioni non sono formazioni naturali, bensì storico sociali » (La dottrina generale dello Stato, op. c., p. 227).

    Così egli si riannoda alla teoria dinastica del Renan, secondo il quale la forza principale, che ricava effetti politici dal caos della religione, del territorio, della lingua e della razza, è il potere politico o la dinastia (Cfr. DELOS, La société internationale, op, c., p. 9). Tra di noi il Pagano ha attenuato in modo reciso, e ha cercato di dimostrare il suo assunto con larga messe di argomenti storici, che la nazione è creazione dello Stato. « E' lo Stato che ha creato la nazione, egli scrive, e non viceversa. La teoria romantico-popolaristica dell'origine spontanea delle nazioni è smentita dalla storia » ( Idealismo e nazionalismo, op. c., p. 104).

    Contro queste affermazioni, a parer nostro erronee; sta proprio l'argomento storico, invocato dal Pagano. Non si nega che il potere politico possa accelerare, con provvedimenti appropriati, la fusione di varie genti originariamente diverse e appartenenti a nazionalità distinte. Questo soltanto ha dimostrato il Pagano con tutti i suoi argomenti storici, che hanno il difetto di restringere l'indagine alla formazione delle nazioni moderne.

    Infatti l'azione efficace di un governo, che raduna sotto una dominazione politica unica popoli di differenti nazionalità, ma conviventi sullo stesso territorio e in continuo scambio culturale, può aiutare efficacemente l'impulso di cause naturali presenti e attive negli agglomerati sociali, e suscitare lentamente quella coscienza di unità, che fa di molte genti una nazione omogenea. Ma in ultima analisi la sua azione non potrà ridursi ad altro se non alla cura di eliminare gli ostacoli al dispiegamento delle forze naturali, che tendono all'associazione, e a stimolarle perché operino in modo più efficace.

    Ad escludere che il potere politico sia il fattore principale e unico delle nazioni, basta osservare come, prima ancora del suo intervento, al quale bisogna riconoscere un grande influsso nella formazione di alcune nazioni moderne, esistevano già nel territorio sottoposto al suo dominio delle cellule sociali bene individuate da caratteri specifici come gruppo etnico, alle quali non si può negare positivamente il nome di nazione, giacché possedevano in modo concreto e distinguibile le note, che contrassegnano un aggregato nazionale (Il PAGANO si propone la grave difficoltà, che deriva per la sua teoria storico-politica dal fatto incontrastabile che l'Italia fu per secoli una nazione, prima di diventare uno Stato, e la risolve affermando che la creazione della nazione italiana si dovette alla diffusione della lingua toscana, diffusione, a sua volta, promossa dalle corti. La soluzione, come è evidente, riposa sopra due affermazioni, dettate più dalla tesi preconcetta che dalla storia. Cfr. Idealismo e nazionalismo, op. c., p. 109 e segg..).

    Si dirà che anche queste cellule sono state il prodotto di un'azione politica preponderante? A tale riguardo non è stata ancora portata una prova storica, che dia fondamento all'illazione. Ma, ammessa pure l'ipotesi, il problema non sarebbe ancora risolto nel senso della teoria storico-politica dell'origine delle nazioni, poiché ci sarebbe ancora da risalire indietro nel tempo, sino alla culla dell'umanità, e dimostrare che anche allora la causa principale e unica, che ha condotto le genti a radunarsi in gruppi omogenei di origine, di costumi, di tradizioni e di lingua sia stato il potere politico. , Dimostrazione impossibile, dopo che l'etnologia si è incaricata di sfatare ogni simile supposizione, provando come il sorgere delle nazioni sia dovuto a cause, che nulla hanno da fare col potere politico, come l'esogamia, gli scambi e le relazioni commerciali, le feste religiose e simili (Cfr., SCHMIDT, Razza e nazione, op. c., p. 127).,Non sarà, dunque, l'argomento storico a consolidare la teoria storico sociale della formazione delle nazioni, la cui origine, come ben dice il Johannet, si perde nella notte dei tempi (cfr. LE FUR, Races, nationalités, Etat, op. c., p. 11).

    All'opposto la storia dimostra che, quando il potere politico ha voluto premere sulle minoranze nazionali, nell'intento di assorbirle e livellarle, si è determinata una reazione sorda, e qualche volta anche violenta, a difesa quasi istintiva del patrimonio culturale della nazione, che invece di portare all'unione e alla fusione ha condotto alla scissione irriconciliabile, ha suscitato odi inestinguibili e moti separatistici non facilmente arginabili.

    Non è la nazione a supporre lo Stato, ma lo Stato, nel caso in cui questo sia nazionale, e solo in questo,caso, suppone la nazione, la quale potrebbe allora chiamarsi col Duguit « l'ambiente nel quale si produce il fenomeno dello Stato » (Cfr. DELOS, La société internationale, op. c., p. 8). Si può pertanto concludere con tutta tranquillità che la teoria dell'origine spontanea delle nazioni, chiamata dal Pagano, in tono dispregiativo, romantico-popolaristica, non ha contro di sé la storia, e che, lungi dall'essere smentita dai fatti, rimane da essi confermata in tutto il suo valore.

    * * *
    Del resto, a dare il bando alla teoria contraria, sarebbe bastato lo studio della natura umana con le leggi immanenti di socialità, che le sono proprie. L'uomo è per istinto naturale un essere sociale e tende, obbedendo necessariamente a questo impulso innato, ad inserirsi in aggregati umani sempre più ampi e comprensivi, nei quali cerca la soddisfazione adeguata dei suoi innumerevoli bisogni.

    Questo impulso, generico nella sua inclinazione originaria, si specifica, in primo luogo nella società domestica, e poi soverchiando la cerchia familiare, troppo ristretta per fornirgli tutti i mezzi richiesti per la sua soddisfazione integrale, si attua in associazioni più vaste e più potenti. Ma come, per istinto naturale, l'uomo intreccia relazioni sociali, così ancora dal medesimo istinto è portato a istituire comunanza di vita con quelle persone, con le quali si sente unito, oltre che dalla natura fondamentalmente comune, da legami particolari di origine, di costumi, di omogeneità strutturali fisiche e spirituali, di uguaglianza di sentimenti e di abiti morali.

    Tali somiglianze, che non si devono per nulla all'azione di una causa volontaria, ma che l'uomo trova impresse nel suo corpo e nella sua anima quasi in modo deterministico, segnano la direzione lungo la quale si esplicherà il suo istinto sociale, specificando l'inclinazione generica e indeterminata. Ora sia l'impulso generico verso la vita sociale, sia la direzione specifica, che esso prende sotto l'azione di queste cause determinanti, sono opera della natura, effetto spontaneo delle sue leggi, e quindi la nazione, non essendo altro che il portato ultimo della mutua influenza di queste cause naturali, è un frutto genuinamente naturale, un aggregato sociale naturale.

    L'impulso naturale di socievolezza si attua così secondo una gradazione di vita sociale, che corrisponde alle leggi immanenti nell'essere umano, e che va dalla famiglia, nel suo inizio unione di due esseri complementari per la riproduzione della specie e poi società domestica stretta insieme dalla comunità di sangue, alla nazione aggregato più vasto, il cui fondamento unitivo è la comunità di origine e soprattutto di cultura, allo Stato società politica, che sta al culmine della scala ascendente, e imprime il carattere di organicità a tutti gli elementi, anche eterogenei, attratti entro la sua orbita.

    * * *
    Messo in chiaro che là nazione è un aggregato sociale naturale, conviene ora determinare il suo elemento generico e specifico, vale a dire conviene procedere all'assegnazione dei suoi elementi essenziali, dai quali è distinta da tutti gli altri raggruppamenti consimili.

    Come si è già rilevato, a questo riguardo esiste una congerie di opinioni disparatissime, poiché non vi è uno dei così detti fattori della nazionalità che non sia servito di fondamento a una teoria. La razza, la lingua, la religione, il territorio, lo Stato sono stati elevati di volta in volta, o separatamente o raggruppati insieme, secondo i gusti degli studiosi, alla funzione di elementi essenziali della nazione. E' necessario, quindi, innanzi tutto sgombrare il terreno, sottoponendo a una rapida critica tali opinioni. Questo processo di eliminazione ci condurrà quasi naturalmente alla scoperta di quegli elementi, che a nostro avviso meritano di essere ritenuti come essenziali.

    La teoria, che riduce la nazione alla razza, è rappresentata oggi e difesa, con una ostinatezza e un fanatismo ideologico degno di migliore causa e con una povertà di argomenti pseudo-storici, e pseudo-scientifici, che fanno poco onore alla scienza, da tutti gli scrittori che traggono ispirazione dal mito razzista della nuova Germania.

    Non è qui il luogo di risalire alle fonti di questa ideologia, che nata in Francia col Gobineau, si trapiantò in Germania, dove germogliò rigogliosamente sul terreno preparato dall'immanentismo dell'Hegel e del Fichte. Momentaneamente la teoria ci interessa solo in quanto identifica nazione e razza, e sotto questo rispetto conviene ora esaminarla e vagliarla.

    Il concetto di razza é derivato dalla zoologia. In questa scienza serve alla classificazione delle varie specie animali, secondo alcuni caratteri somatici distintivi di ciascuna specie. « Tutti gli animali, che possiedono insieme una certa somma di determinate qualità, vengono raggruppati sotto la medesima razza », scrive lo Holzheimer (cfr. SCHRÖDER, Rasse und Religion, München, 1937, p. 20.).

    L'antropologia, mutuando questo concetto dalla zoologia, lo ha applicato all'uomo, senza tuttavia uscir fuori dal significato originario del termine. « Con l'espressione razza, scrive lo Schröder, viene designata un'accolta di individui, i quali mostrano una qualche somiglianza in tutte le caratteristiche somatiche, e una perfetta identità nelle note principali » (Rasse und Religion, op, c., p. 20.
    Il FINOT a sua volta scrive «Le dottrine implacabili sull'ineguaglianza degli umani, ornate di una vernice scientifica, si moltiplicano all'infinito. Fondate sulle differenze cranologiche, la grandezza o la piccolezza delle membra, il colore della pelle o dei capelli, si sforzano di chiamare come garante delle loro tesi audaci una specie di pseudo scienza con le sue leggi problematiche,i suoi fatti non verificati e le sue generalizzazioni ingiustificabili». cfr. Le préjugé des races, Paris, 1921, p. 15.). Il concetto di razza, trasportato all'uomo, si restringe dunque a rilevarne le qualità somatiche, e queste considera in modo esclusivo.

    Si è dunque in presenza di un concetto prettamente materialistico, che non può essere applicato all'uomo integralmente, senza abbassare la creatura ragionevole al livello degli animali. L'uomo non è soltanto animalità, ma è anche spirito; non ha soltanto dei caratteri somatici, ma ha ancora qualità spirituali, che sovrastano di gran lunga quelle corporali, né si possono a queste ridurre. La ristrettezza del concetto di razza non può dunque contenere ed esaurire quello di nazione. In caso contrario una mandria di animali, che possiede gli stessi caratteri somatici, dovrebbe dirsi una nazione.

    Ma anche a voler dare alla razza un significato meno materialistico di quello sopra notato, seguendo la scuola antropo-sociologica, non si potrebbe su di essa fondare scientificamente una teoria sulla nazione. Pei confessione comune di tutti gli studiosi seri di antropologia e di etnologia, nessun concetto è così oscuro, così indeterminato, così vago e controverso come quello di razza. Lo Schröder, già citato scrive: « Fin da questo momento noi dobbiamo persuaderci del fatto, che non esiste una sicura derivazione della parola e un concetto di razza perfettamente determinato e universalmente ammesso » (Rasse und Religion, op. c., p. 19.).

    La scienza a questo riguardo non ha fatto molti progressi, da quando il Babington poteva definire la razza « un vago fantasma » (cfr. COLAJANNI, Latini e Anglo-Sassoni, Roma, 1906, p. 3). Tutto infatti rimane ancora incerto: incerto il criterio di discriminazione delle diverse razze (Cfr, COLAJANNI, opera sopra citata, p. 4, scrive: «così è avvenuto che alcuni classificano le razze dal preteso luogo della loro origine (razza caucasica, mongolica, africana ecc.i; o dal colore della pelle (bianca, gialla, nera, ecc.i; o dalle dimensioni del cranio (brachicefali, mesaticefali, dolicocefali); o dalla forma del cranio (Sergi); o dalla forma dei capelli (crespi, lanosi, lisci: Haekel); o dal linguaggio (monosillabico, agglutinante, a flessione); o dalla statura ecc. ecc.»), incerto il loro numero (Il medesimo COLAJANNI, alla pagina sopra citata, nota: «E per la stessa ragione mentre Blumenbach distingueva cinque razze, Topinard ne ammetteva diciannove; Nolt e Gliddon riconoscono sessantaquattro famiglie divise fra otto razze; Deniker ammette 29 razze racchiuse in 17 gruppi, che poi etnicamente raggruppa, tenendo conto della lingua, in ariani e anariani; Haekel ne enumera 34, ecc. » Sullo stesso argomento il FINOT, Le préjugé des races, op. c., p. 79, dice: «Tante scuole antropologiche, tante divisioni degli umani.., Mentre gli unì non cercano che a dividere l'umanità in quattro rami nettamente separati, gli altri, più generosi, arrivano persino a centinaia di divisioni e di suddivisioni »), incerti i caratteri somatici specifici secondo i quali esse dovrebbero selezionarsi, incerte molto più le leggi della loro trasmissione ereditaria, incerte infine le diversità psichiche, sulle quali si è di recente rivolta l'indagine scientifica (Relativamente alla psicologia dei popoli, il FINOT ironicamente osserva: «Quale popolo è stato, per esempio, più studiato dei greci antichi? La bibliografia dedicata a questo soggetto è una delle più vaste e delle più nutrite, Il numero dei volumi che parlano dei greci è di gran lunga superiore alla cifra degli abitanti sotto Pericle. Nondimeno, quantunque tutti i lati della sua vita siano stati messi a nudo, noi non possiamo dare una definizione esatta della sua anima,». Le préjugé des races, op. c., p. 294.).

    Il P. Schmidt, dopo un esame accurato delle teorie .razziste, riesce a questa conclusione negativa. « Da tutto ciò risulta chiaramente .che le teorie della razza rimangono per ora, anche presso gli studiosi più accreditati, sospese in un flusso incerto, da cui si può giungere alle più opposte conclusioni » (Razza e nazione, op. c., p. 51). Alla medesima soluzione negativa perviene lo Schröder, relativamente alle diversità psichiche delle varie razze. La scienza, egli dice, non è riuscita in questo suo lavoro di ricerca a stabilire chiaramente le differenze razziali psichiche, trasmissibili per eredità, né ha trovato dei punti certi sui quali regni la concordia (Rasse und Religion, op. c., p. 165).

    Ora, posta una tale assoluta incertezza e oscurità nel concetto di razza, è, non solo antiscientifico, ma addirittura mostruosamente illogico voler fondare su di esso una teoria qualsiasi sulla nazione. Per quanto i fanatismi ideologici possano violentare i dati della scienza e della storia, ogni uomo di buon senso non potrà fare a meno di respingere sdegnosamente queste acrobazie del pensiero, vere aberrazioni mentali collettive. L'onore della scienza e dell'umanità richiede che una buona volta si accantonino tra i rifiuti tali concezioni arbitrarie, che non hanno alcun serio fondamento.

    * * *
    Andando ora più da presso al nostro soggetto, anche a prescindere dalle incertezze entro le quali si dibatte la dottrina della razza, è facile avvertire come fra nazione e razza passano differenze profonde, che impediscono ogni identificazione delle due entità. La nazione va contraddistinta soprattutto per i suoi caratteri spirituali, da inconfondibili elementi di civiltà, la cui somma viene oggi chiamata cultura. Ora non soltanto è da negare la connessione, voluta affermare, tra cultura e razza, ma si deve positivamente affermare che fra nazione e razza passa una differenza qualitativa e quantitativa.

    « Di fronte alla razza, scrive il P. Schmidt, la nazione è un'entità più estesa, più vasta. Non è solo quantitativamente più grande, ma anche qualitativamente più alta: ché per quanto si possa insistere sul fatto che la « razza » possiede in sé anche qualità spirituali, si tratta pur sempre della misura in cui queste possono avere una sede nel corpo, cioè nel cervello, nei tendini, nei nervi ecc. Ma nozione significa invece la compartecipazione a tutta una cultura, non solo a quella materiale ma anche a quella spirituale. L'essenza della cultura è nello spirito, e l'elemento materiale appartiene alla cultura in quanto viene afferrato e figurato dallo spirito » (Razza e nazione, op. c., p. 12 b).

    La contrapposizione, che passa fra razza e nazione, si riduce a quella del tutto irriconciliabile, che corre fra materia e spirito, fra animalità e razionalità. « Come la razza viene classificata, scrive il Colajanni, e contraddistinta da caratteri somatici comuni, così la nazione lo è dai caratteri psichici e dalle manifestazioni sociali comuni » (Latini e Anglo-Sassoni, op. c., p. 26).

    A corroborare la netta distinzione, necessaria ad ammettersi, fra razza e nazione, concorre il fatto che non esistono popoli, i quali non risultino da un miscuglio di razze diverse, fusesi insieme e mutatesi in nazioni. Lo stesso Lapouge, fanatico dottrinario del principio razzista, ha dovuto ammettere questa verità. Infatti egli scrive: « La nazione che comincia a formarsi comprende delle razze diverse in proporzioni differenti e ripartite in una certa maniera nella gerarchia sociale. Da questi individui esce a poco a poco un gruppo più compatto. Di generazione in generazione le linee si congiungono, si ramificano e si uniscono ancora all'infinito. La comunità di plasma si stabilisce in tutta la massa e non vi è individuo che non sia un poco parente di tutti » (Citato dal COLAJANNI, Latini e Anglo-Sanssoni, op, c., p, 7). .

    Ricapitolando il suo studio sull'origine della razza e della nazione, il P. Schmidt scrive: « Una conclusione significativa delle nostre indagini sopra la posizione delle nazioni deve saltare subito agli occhi: mentre le razze risalgono colle loro radici agli inizi della storia dell'umanità, le nazioni hanno un'origine molto più tarda e si formano solo all'inizio delle culture superiori, quando le singole culture primarie, che sono egualmente più antiche delle nazioni, si fondono o vengono fuse insieme da un più grande destino sociale, in cui raggiungono anche la coscienza di questa comunità, appunto; di carattere culturale » (Razza e nazione, op. c., p.158).



    La composizione eterogenea delle nazioni moderne, sotto l'aspetto della razza, è perfettamente riscontrabile con dati storici incontrovertibili, ed è cosa tanto universalmente ammessa che proprio non mette conto di insistervi (Cfr. JEILINEK, La dottrina generale dello Stato, op. c., p. 227. SCHMIDT, Razza e nazione, op. c., p. 89. - FINOT, Le préjugé des races, op. c., p. 425 e p. 444). Basterà a questo proposito riportare un passo del Keane, illustre antropologo, citato dal Colajanni. « Flinders Petrie, egli scrive, ha acutamente osservato che il solo senso che può avere adesso la parola razza è quello di un gruppo di uomini, il cui tipo si è unificato coll'eccedenza della funzione dell'assimilazione sulla funzione del cambiamento prodotto da elementi stranieri. E con Gustavo Tosti dobbiamo ricordare che nello stato attuale della scienza la parola razza è una formula vaga, alla quale nulla di definito può corrispondere. Da una parte le razze originarie possono ammettersi soltanto nella paleontologia; mentre i gruppi più limitati che ora si chiamano razze non sono razze ma popoli e riunioni di popoli, affratellati più dalla civiltà che dal sangue » ( Latini e Anglosassoni, op. c., p. 29).

    Per comune consenso della vera scienza non esistono, dunque, oggi razze pure, ma miscugli di razze svariate, fuse insieme da cause molteplici, tanto che, secondo il P. Schmidt, l'ufficio dell'indagine scientifica sulle razze europee sarà quello di « stabilire da quali razze più antiche, con quale percentuale, e in quali rapporti di mescolanza le razze europee abbiano acquistato, nelle singole parti, il loro aspetto odierno » (Razza e nazione, op. c., p. 89).

    Da tutto ciò si deve concludere che, se l'unità di razza fosse un elemento essenziale della nazione, oggi non esisterebbe alcuna vera nazione, degna di questo nome. E così verrebbe ad essere distrutta la realtà stessa, della quale si cerca di determinare gli elementi costitutivi, e si riuscirebbe all'assurdo che, mentre da un lato si cerca di determinare l'essere e la natura della nazione, la nazione rimane negata nella sua stessa esistenza. Bisogna dunque escludere in modo assoluto che la nazione si riduca alla razza.

    Ci siamo dilungati, forse un poco troppo, nel ribattere la teoria razzista della nazione, ma ci è parso necessario toccare almeno i punti fondamentali, per dimostrare la vacuità di questa ideologia, oggi tanto fanaticamente proclamata dai cultori del mito razzista. Accenneremo ora soltanto di sfuggita agli altri fattori della nazionalità, ritenuti da qualcuno come elementi essenziali della nazione. Vengono particolarmente in considerazione la lingua, la religione, il territorio e lo Stato. Tralasciamo di considerare lo Stato, dovendo più in là toccare l'argomento più diffusamente.

    Indubbiamente la lingua è uno degli indici più evidenti della nazionalità, e una delle cause più attive a far sorgere il sentimento dell'unità nazionale, e tuttavia non può essere ritenuta come l'elemento principale della nazione, e molto meno come un suo costitutivo essenziale. Vi sono infatti dei popoli che parlano la medesima lingua, eppure sono divisi in parecchie nazioni, spesso in aperto antagonismo. Il fatto si mostra in tutta la sua evidenza nelle repubbliche dell'America latina.

    Si danno ancora, come osserva il Jellinek (La dottrina generale dello Stato, op. c., p. 228), dei frammenti di nazione le quali parlano una lingua differente dalla maggioranza, e nondimeno si considerano come parti di un'unità nazionale più estesa. « La lingua, come elemento unificante, scrive il P. Schmidt, non deve essere sopravvalutata, tenendo conto dei confini oscillanti tra lingua e dialetto e. del fatto che nel vasto territorio di una nazione possono trovarsi necessariamente un gran numero di dialetti, e anche una certa quantità di lingue straniere » (Razza e nazione, op. c., p. 147).

    Come la lingua, così non vanno sopravvalutati la religione e il territorio. L'unità della credenza religiosa non è necessariamente richiesta dall'esistenza di una nazione, nella quale possono bene convivere insieme gruppi appartenenti a diverse credenze religiose, che sebbene divisi' nelle verità accettate per fede e nelle. forme del culto, si sentono tuttavia uniti nella comune appartenenza a un medesimo organismo nazionale. Nel fatto non esiste oggi nazione, dove non si noti la presenza di comunità religiose dissidenti.

    Il territorio, poi, sebbene abbia il suo influsso nella formazione di alcuni caratteri nazionali e faciliti gli scambi culturali fra i popoli viventi in contatto continuo, è evidentemente un elemento più accidentale degli altri, potendo di tempo in tempo cambiare di estensione e di confini, senza che la nazione cessi di esistere o si disperda.

    Sembra, dunque, necessario concludere, dopo quanto si è detto, che né la razza, né la lingua, né la religione; né il territorio costituiscono l'essenza della nazione, e che pertanto questa debba essere ricercata in qualche altro elemento, che riduca ad unità gli individui contrassegnati da tutti questi caratteri distintivi.

    A. MESSINEO S. I.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Humanum genus


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    Il genere umano, dopo che per l’invidia di Lucifero si allontanò miseramente da Dio creatore e donatore dei beni soprannaturali, si scisse in due campi diversi e nemici fra loro; di essi, uno combatte senza posa per il trionfo della verità e del bene, l’altro per tutto ciò che è contrario alla virtù e alla verità. Il primo è il regno di Dio sulla terra, cioè la vera Chiesa di Gesù Cristo, e coloro che vogliono aderire ad essa sinceramente, e in modo che giovi alla salvezza, devono servire con tutta la mente e con il massimo zelo Dio e l’Unigenito suo Figlio; l’altro è il regno di Satana, e sono sotto il suo superbo dominio coloro che, seguendo i funesti esempi del loro capo e dei progenitori, ricusano di ubbidire all’eterna e divina legge e cercano di ottenere i loro scopi senza curarsi di Dio e spesso contro Dio. Questi due regni, simili a due città che con leggi opposte procedono verso opposti fini, vide e descrisse acutamente Agostino, il quale intuì la causa efficiente di entrambi con la penetrante brevità di queste parole: "Due amori generarono le due città; l’amore di sé fino al disprezzo di Dio generò la città terrena, e l’amore di Dio fino al disprezzo di sé generò la città celeste" . In tutta la lunga serie dei secoli l’una combatté contro l’altra con vario e molteplice genere di armi e di scontri, anche se non sempre con lo stesso impeto e con lo stesso ardore. Ma nel tempo presente i partigiani della città malvagia sembrano cospirare insieme e tutti lottare con grande vigore, con la protezione e l’aiuto di quella associazione di uomini che chiamano Massoneria, solidamente strutturata e largamente diffusa. Infatti, senza più dissimulare i loro propositi, essi insorgono con estrema audacia contro la maestà di Dio; in pubblico e a viso aperto tramano per abbattere la santa Chiesa, col proposito di spogliare completamente, se fosse possibile, i popoli cristiani dei benefici recati da Gesù Cristo Salvatore. Gemendo su questi mali, Noi, sospinti dalla carità, siamo spesso costretti a invocare Dio in questi termini: "Ecco, i nemici tuoi alzarono gran clamore, e quelli che ti odiano hanno alzato la testa. Contro il tuo popolo nutrirono malvagi propositi, e hanno congiurato contro i tuoi protetti. Hanno detto: "Venite e cacciamoli dal novero delle nazioni"" (Sal 82,2-4).

    In una situazione tanto grave, in una così fiera e accanita guerra contro il cristianesimo, è Nostro dovere segnalare il pericolo, additare i nemici, resistere per quanto possiamo ai loro propositi e agli inganni perché non vada perduta per sempre la salvezza di coloro che sono a Noi affidati, e il regno di Gesù Cristo, commesso alla Nostra tutela, non solo stia e rimanga integro, ma si estenda in ogni parte della terra in virtù di nuove conquiste.

    I Romani Pontefici Nostri Predecessori ben presto compresero (vigilando insonni sulla salute del popolo cristiano) di che natura fosse, a che fine mirasse questo capitale nemico che usciva dalle tenebre di una segreta cospirazione; antivedendo l’avvenire, essi diedero quasi un segnale, ammonendo principi e popoli perché non si lasciassero ingannare dalle male arti né catturare dalle insidie. Il primo segnale di pericolo fu dato da Clemente XII nell’anno 1738 ; la sua Costituzione fu poi confermata e rinnovata da Benedetto XIV . Seguì le orme di ambedue Pio VII , e Leone XII con la Costituzione Apostolica "Quo graviora" , facendo propri, in proposito, gli atti e i decreti dei precedenti Pontefici, ordinò che essi fossero ratificati e validi per sempre. Nello stesso modo si espressero Pio VIII , Gregorio XVI , e più volte anche Pio IX .

    Infatti si è potuto chiaramente conoscere la natura e lo scopo della setta Massonica da indizi sicuramente accertati, dallo studio delle cause, dalle loro leggi diventate di pubblico dominio, dai riti, dai memoriali e spesso dalle frequenti testimonianze degli stessi complici; perciò questa Apostolica Sede dichiarò e stabilì apertamente che la setta dei Massoni, fondata in spregio del diritto umano e divino, non era meno funesta per il cristianesimo che per la società; minacciando le pene con cui la Chiesa è solita punire i colpevoli, essa fece divieto categorico di iscriversi a quella associazione. Adirati per tale motivo, i settari credettero di poter evitare o indebolire la forza di quei provvedimenti in parte con il disprezzo, in parte con la calunnia; perciò accusarono i Pontefici Massimi, autori di quei decreti, di aver commesso una ingiustizia o di aver oltrepassato la misura nel giudicare. In questo modo cercarono di eludere l’autorità e il peso delle Costituzioni Apostoliche di Clemente XII, di Benedetto XIV e così pure di Pio VII e di Pio IX. Invero, in quella stessa associazione non mancarono coloro che, loro malgrado, riconobbero che le sentenze dettate dai Romani Pontefici erano giuste, in relazione alla dottrina e alla disciplina cattolica. E ai Pontefici diedero il loro assenso molti principi e uomini di Stato, i quali ebbero cura o di denunciare alla Sede Apostolica la Società Massonica, o di proscriverla di propria iniziativa con leggi speciali, come in Olanda, Austria, Svizzera, Spagna, Baviera, Savoia e in altre regioni d’Italia.

    Ma ciò che più importa, la prudenza dei Nostri Predecessori fu giustificata dal corso degli avvenimenti. Infatti le provvide e paterne loro cure non sempre e dovunque ottennero gli esiti desiderati o per l’ipocrisia e l’astuzia di coloro che seguivano la setta o per l’avventata leggerezza di altri che pur avrebbero avuto interesse di stare all’erta. Perciò, nello spazio di un solo secolo e mezzo la setta Massonica si diffuse più del previsto; inserendosi con l’audacia e con l’inganno in tutti gli ordini dello Stato, cominciò ad essere tanto potente da sembrare quasi una forza dominante nella società. Da questo così celere e pauroso sviluppo è derivato alla Chiesa, al potere dei principi, alla salute pubblica quel danno che i Nostri Predecessori avevano previsto da tempo. Siamo dunque giunti al punto di dover temere seriamente non già per la Chiesa (che ha fondamenta assai più solide della capacità umana di demolirle) ma piuttosto per la sorte di quegli Stati nei quali la setta di cui parliamo è troppo forte, ed altre associazioni affini si comportano come ancelle e satelliti della prima.

    Per questi motivi, non appena eletti al governo della Chiesa, vedemmo e sentimmo vivamente la necessità di resistere, per quanto possibile, a questo male così grande opponendogli la Nostra autorità. Cogliendo spesso l’occasione opportuna, insistemmo su certi importanti principi dottrinali sui quali pareva che avesse più intimamente influito la perversità delle opinioni Massoniche. Così con la Nostra Lettera Enciclica Quod Apostolici muneris abbiamo cominciato a confutare le fantasticherie dei Socialisti e dei Comunisti; con l’altra Arcanum Ci preoccupammo di difendere e spiegare la vera e genuina nozione di famiglia che ha origine e fonte nel matrimonio; inoltre, con quella che comincia con Diuturnum proponemmo una forma di potere politico in linea con i principi della sapienza cristiana, coerente in modo mirabile con la natura, con la salute dei popoli e dei sovrani. Ora poi, seguendo l’esempio dei Nostri Predecessori, abbiamo deciso di prendere risoluta posizione contro la stessa associazione Massonica, contro tutte le sue dottrine, le sue decisioni, i suoi programmi di pensiero e d’azione, perché sempre meglio si conosca la sua forza malefica, e ciò valga a scongiurare il contagio di un morbo funesto.

    Varie sono le sette che, sebbene differiscano nel nome, nel rito, nella forma e nell’origine, tuttavia si collegano tra loro per una certa analogia di programmi e per affinità dei principali principi, e perciò sono coerenti con la setta Massonica che è come il centro da cui muovono tutte, e a cui tutte ritornano. Sebbene sembri che esse non vogliano più oltre occultarsi nelle tenebre, e tengano le loro riunioni in piena luce e sotto gli occhi dei cittadini, e stampino i loro periodici, tuttavia, guardando a fondo, conservano ancora il carattere e le abitudini delle associazioni clandestine. Molti loro comportamenti sono misteriosi, ed è legge che molte cose siano celate con scrupolosa diligenza non solo agli estranei ma anche agli adepti: di tal natura sono le intime ed estreme decisioni, i sommi capi delle fazioni, certe conventicole riservate ed esclusive, e ancora le risoluzioni prese e il modo e con quali mezzi eseguirle. A questo mira quel divario di diritti, di incarichi, di funzioni; a questo la sancita distinzione di ordini e di gerarchie, nonché la severa disciplina che li governa. Gli iniziati sono tenuti a promettere, anzi di solito a giurare di non rivelare mai a nessuno, in nessun momento, a nessun patto, gli affiliati, i simboli, le dottrine. Così, sotto mentite spoglie e sempre con la stessa ipocrisia i Massoni, come un tempo i Manichei, si preoccupano soprattutto di rimanere nascosti e di non aver altri testimoni che i loro adepti. Cercano appunto dei nascondigli, adottando la maschera di letterati o di filosofi o di associati a scopo di erudizione; hanno sempre pronta in bocca la passione per una più elevata civiltà, l’amore per la plebe più umile; l’unica loro volontà è quella di migliorare le condizioni del popolo e di mettere in comune con il maggior numero di persone i beni posseduti dalla società civile. Questi propositi, ancorché fossero sinceri, non sono che una parte dei loro disegni. Inoltre, i cooptati devono promettere ai capi e ai maestri di ascoltare con riverenza e fede assoluta la loro parola; di eseguire gli ordini, pronti ad ogni loro cenno e indicazione; di non ricusare il più grave castigo e la morte stessa se avranno agito altrimenti. Di fatto, coloro che sono condannati per aver tradito la disciplina o per essersi opposti gli ordini, vanno spesso incontro ai supplizi, e il boia non raramente sfugge, con molta audacia e destrezza, alla giustizia vigile e vindice dei delitti.

    Orbene, questa simulazione e questa volontà di rimanere nascosti; il legare strettamente a sé gli uomini come schiavi, senza spiegarne a sufficienza la ragione; lo spingere i succubi a qualsiasi delitto per arbitrio altrui; armare le destre degli uomini per la strage, assicurando l’impunità al delitto: si tratta di crudeltà immani che la natura non sopporta. Perciò la ragione e la stessa verità convincono che l’associazione di cui parliamo è nemica della giustizia e della naturale onestà.

    Inoltre, anche altri e chiari argomenti dimostrano che la natura di quella setta è in contrasto con l’onestà. Infatti, per quanto siano grandi negli uomini l’arte di fingere e l’abitudine di mentire, tuttavia non è possibile che una causa non si manifesti in qualche modo dai suoi effetti: "Il buon albero non può produrre cattivi frutti, né un albero cattivo dare buoni frutti" (Mt 7,18). Ora la setta dei Massoni dà frutti dannosi e assai aspri. Infatti dai certissimi indizi che prima ricordavamo, risulta chiaro il loro supremo proposito, ossia distruggere a fondo tutta quella educazione religiosa e civile che le istituzioni cristiane hanno insegnato, e fondare una nuova dottrina a misura del loro intelletto, traendo dal Naturalismo i fondamenti e le leggi.

    Quanto dicemmo o diremo deve essere riferito alla setta Massonica come tale e in quanto comprende associazioni ad essa apparentate e federate, ma non ai singoli suoi seguaci. Nel numero di costoro vi possono essere molti che, sebbene non esenti da colpa poiché si lasciarono invischiare in siffatte congreghe, tuttavia non sono partecipi di fatti delittuosi e ignorano lo scopo ultimo che esse tentano di conseguire. Similmente tra le stesse associazioni alcune forse non approvano certe estreme conclusioni che sarebbe ovvio condividere in quanto derivano necessariamente da comuni principi, salvo che la loro stessa turpitudine non sia di per sé dissuasiva per l’orrore che suscita. Inoltre la condizione dei luoghi e dei tempi convince talune sette ad essere meno audaci di quanto esse vorrebbero o altre osano; non per questo però sono da considerare estranee al patto Massonico, poiché tale patto non deve essere giudicato dagli atti e dai fatti compiuti, ma dal complesso dei suoi principi.

    Orbene, il caposaldo dei Naturalisti, come col nome stesso rivelano, consiste nella necessità che l’umana natura e la ragione umana siano maestre e sovrane in ogni cosa. Stabilito tale principio, essi poco si curano dei doveri verso Dio, o li sovvertono con opinioni vaghe ed erronee. Negano infatti che Dio ci abbia tramandato alcuna verità; non riconoscono alcun dogma religioso, alcuna verità che l’umana intelligenza non comprenda, alcun maestro a cui si debba credere per l’autorità dell’incarico. E poiché è dono singolare e unicamente proprio della Chiesa Cattolica il possedere nella loro pienezza, e conservare nella loro pura integrità, le dottrine divinamente rivelate, l’autorità del magistero e gli altri celesti strumenti di salvezza, ne consegue che il furore e l’impeto dei nemici contro di essa sono enormi. Ed ora si osservi come si comporta la setta Massonica nei confronti di ciò che attiene alla religione, soprattutto là dove è più libera la possibilità di agire: e poi si giudichi se essa non sembri voler seguire fedelmente le massime dei Naturalisti. Infatti, con lungo e ostinato travaglio fa in modo che il magistero della Chiesa e la sua influenza nulla possano nella società: per questo motivo predica e si batte ovunque per la totale separazione della religione e della politica. In tal modo si esclude la salutare virtù della religione cattolica dalle leggi e dalla amministrazione dello Stato; ne consegue che si vuole ordinare la società indipendentemente dalle istituzioni e dalle dottrine della Chiesa. I Massoni non si accontentano di tenere lontana la Chiesa, ottima guida, ma si adoperano per nuocerle con persecuzioni. Pertanto diventa lecito assalire impunemente gli stessi fondamenti della religione cattolica con la parola, con gli scritti, con l’insegnamento; si violano i diritti della Chiesa né sono salvi i doni divini in grazia dei quali essa si è ingrandita. Ad essa è consentita una ridottissima facoltà di operare, e ciò in forza di leggi in apparenza non troppo repressive, ma in verità concepite in modo da inceppare la libertà. Inoltre vediamo che al Clero vengono imposte leggi particolari e vessatorie in modo che esso ogni giorno di più si vede diminuito di numero e privato dei mezzi necessari; vediamo i residui beni ecclesiastici stretti da vincoli iugulatori, subordinati al potere e all’arbitrio dei governanti; soppresse e disperse le comunità degli ordini religiosi. Ma contro la Sede Apostolica e il Romano Pontefice arde ancor più violento l’accanimento dei nemici. Prima di tutto, con menzogneri pretesti il Pontefice fu spogliato del principato civile, roccaforte della sua libertà e del suo diritto; poi fu ridotto a una condizione iniqua e ad un tempo intollerabile per gli ostacoli ovunque frapposti; finché si è giunti a questi tempi in cui i settari dichiarano apertamente ciò che a lungo avevano segretamente macchinato tra loro: occorre abolire il sacro potere dei Pontefici e distruggere totalmente la stessa divina istituzione del Pontificato. Prova sufficiente di ciò, ove altri argomenti mancassero, è la testimonianza di uomini consapevoli, la maggior parte dei quali, sia altre volte, sia di nuovo e per memoria recente, dichiararono che è vero quanto si è detto dei Massoni: essi vogliono soprattutto perseguitare con implacabile avversione il cattolicesimo, e non si placheranno finché non vedranno distrutte tutte le istituzioni religiose fondate dai Sommi Pontefici. Se è vero che gli iscritti alla setta non sono forzati a rinnegare espressamente la fede cattolica, ciò non contrasta affatto con i propositi dei Massoni in quanto, se mai, giova ad essi. In primo luogo, infatti, ingannano con questo espediente i semplici e gli incauti, e ne lusingano molti con generose offerte. Inoltre, accogliendo chiunque s’incontri, e di qualsivoglia religione, conseguono il risultato di trascinare nel funesto errore del nostro tempo per cui è necessario abbandonare gli scrupoli religiosi in quanto non vi è differenza alcuna tra le varie confessioni. Questo ragionamento è rivolto al fine di sopprimere tutte le religioni e particolarmente la cattolica la quale, essendo l’unica vera tra tutte, non può essere confusa con le altre senza gravissima offesa.

    Ma i Naturalisti vanno più oltre. Affrontando audacemente e in modo del tutto erroneo questioni fondamentali, cadono a precipizio in errori estremi, sia per la fragilità della natura umana, sia per volontà di Dio che infligge giuste pene alla superbia. Così avviene che le stesse verità che si comprendono per lume naturale di ragione, quali sono certamente la esistenza di Dio, la separatezza dell’animo umano da ogni aggregato di materia e la sua immortalità, non abbiano più per essi consistenza e certezza. La setta dei Massoni va ad incagliarsi negli stessi scogli per un analogo errore di rotta. Sebbene ammettano generalmente l’esistenza di Dio, tuttavia essi stessi dichiarano che questa credenza non aderisce alle menti di ciascuno per fermo consenso e per stabile convinzione. Infatti non nascondono che questo problema di Dio è per loro la fonte e la causa principale di dissidio; anzi risulta che su tale argomento vi fu tra loro in tempi recenti una rilevante discussione. Fatto sta che la setta lascia agli iniziati piena facoltà di difendere a buon diritto, l’una e l’altra tesi, circa l’esistenza o meno di Dio. E coloro che negano ostinatamente Dio sono tanto facilmente accolti quanto coloro che credono in Dio ma lo concepiscono in modo errato, come i Panteisti: ciò significa cogliere della divina natura una certa ingannevole apparenza e sopprimere la verità. Ora, una volta scalzato e abbattuto questo essenziale fondamento, ne consegue che vacillino anche quelle verità che si conoscono perché insegnate dalla natura: cioè che tutte le cose esistono per libera volontà di Dio Creatore; che il mondo è governato dalla provvidenza; che non esiste la morte per le anime; che a questa vita umana che si compie in terra dovrà succederne un’altra, eterna.

    Crollati questi principi, che sono come principi di natura, essenziali per la conoscenza e per la pratica, è facile capire quali possano essere in futuro i costumi pubblici e privati. Non parliamo delle virtù soprannaturali, che nessuno può esercitare né conseguire senza uno speciale favore e dono di Dio: è inevitabile che di esse non si trovi traccia in coloro che disprezzano come inesistenti la redenzione del genere umano, la grazia celeste, la felicità da raggiungere in cielo. Parliamo piuttosto dei doveri che procedono dalla onestà naturale. Dio, Creatore e provvido reggitore del mondo; la legge eterna che comanda di conservare l’ordine naturale e vieta di turbarlo; il fine ultimo degli uomini posto molto più in alto delle vicende umane, fuori da questa dimora terrena: queste le fonti, questi i principi di giustizia e di moralità. Se li si sopprime, come fanno solitamente i Naturalisti e i Massoni, ecco che la nozione di giustizia e d’ingiustizia non potrà più avere un punto d’appoggio né saprà come proteggersi. E invero la disciplina dei costumi, la sola che i Massoni approvino, e che considerano necessaria alla formazione degli adolescenti, è quella che essi chiamano "civica, indipendente e libera", ossia quella in cui non sia inclusa alcuna credenza religiosa. Ma quanto essa sia povera, quanto sia fragile ed esposta ad ogni soffio di passione, è dimostrato a sufficienza da quei frutti detestabili che già si manifestano. Infatti, dove quella setta cominciò a dominare più liberamente, escludendo l’educazione cristiana, ivi più rapidamente si corruppero gli onesti e puri costumi; prevalsero oscure, deliranti opinioni, e di buon passo sale l’audacia dei delitti. Tutto ciò è motivo di lamento e di deplorazione generale; ne danno spesso conferma non pochi di coloro che pur non vorrebbero, ma sono incalzati da tale lampante verità.

    Inoltre, siccome la natura umana è inquinata dal peccato originale, e per questo motivo è più propensa ai vizi che alla virtù, per essere onesti si richiede di tenere a freno i torbidi moti dell’animo e di sottomettere alla ragione gli appetiti. In questa battaglia occorre molto spesso disprezzare i beni terreni, sopportare immani fatiche e molestie in modo che la ragione vincitrice conservi sempre il suo predominio. In verità i Naturalisti e i Massoni, rifiutando di credere in ciò che ci è stato rivelato da Dio, negano che il progenitore del genere umano abbia peccato e perciò ritengono che il libero arbitrio non sia affatto "affievolito né inclinato" al male . Anzi, esagerando la virtù e l’eccellenza della natura, e collocando soltanto in essa il principio e la norma della giustizia, non possono rendersi conto che per frenare i suoi impulsi e per moderarne gli appetiti occorrono continui sforzi e grande costanza. E questa è la ragione per cui vediamo offerte pubblicamente alla gente molti stimoli alle passioni: giornali e cronache intemperanti e senza pudore; rappresentazioni teatrali di smaccata licenziosità; l’ispirazione artistica attinta sfacciatamente da quelle regole che chiamano "verismo"; raffinati artifici intesi a rendere delicata e molle la vita; infine l’avida ricerca di tutte le lusinghe voluttuose che assopiscano e addormentino la virtù. Si comportano dunque in modo ignominioso, ma sono coerenti con se stessi in quanto escludono la speranza dei beni celesti e fanno consistere la felicità nei beni caduchi, e quasi la confinano in terra. E ciò può essere confermato da un fatto più incredibile che reale. Infatti, poiché quasi nessuno è disposto a servire tanto passivamente uomini scaltriti e astuti come coloro il cui animo è stato fiaccato e distrutto dal dominio delle passioni, sono state individuate nella setta dei Massoni persone che dichiarano e propongono di usare ogni accorgimento e artificio per soddisfare la moltitudine di sfrenata licenza; fatto ciò, esse l’avrebbero poi soggiogata al proprio potere arbitrario, e resa facilmente incline all’ascolto.

    Per quanto riguarda la comunità domestica, quasi tutta la dottrina dei Naturalisti può essere espressa in questi termini. Il matrimonio è un contratto civile; può essere legalmente rescisso ad arbitrio di coloro che l’hanno contratto; appartiene ai pubblici ufficiali il potere sul vincolo coniugale. Nell’educare i figli, nulla di certo e di preciso si insegni sulla religione; sia lasciato libero ognuno di seguire quel credo che più gli aggrada, quando abbia raggiunto una certa età. Ora, questi principi sono pienamente accolti dai Massoni; né questi si limitano solo ad accoglierli, ma da tempo studiano il modo di introdurli nel costume e nella consuetudine. Già in molti Paesi, e anche in quelli cattolici, si è stabilito che le nozze non siano legali se non celebrate con rito civile; altrove è lecito divorziare; altrove si agisce in modo che quanto prima sia lecito il divorzio. Così rapidamente si tende a trasformare la natura del matrimonio in un rapporto instabile e passeggero che la libidine rinsalda e poi scioglie, quando si va spegnendo. Inoltre, con unanime concorso di volontà, la setta dei Massoni mira anche ad impadronirsi della educazione degli adolescenti. Infatti essi sentono di poter facilmente plasmare e piegare a proprio arbitrio quell’età tenera e flessibile; perciò non vi è nulla di più adatto per consegnare la prole dei cittadini a uno Stato quale essi vagheggiano. Quindi nella educazione e nella istruzione dei fanciulli non lasciano ai ministri della Chiesa parte alcuna né di insegnamento né di vigilanza; e già in molti luoghi hanno ottenuto che l’educazione degli adolescenti sia tutta in mano ai laici e che nella formazione del costume non interferiscano quei principi che uniscono l’uomo a Dio e a nobili e santissimi doveri.

    Seguono i principi della scienza civile. Dove in genere dettano legge i Naturalisti, tutti gli uomini hanno gli stessi diritti e una condizione perfettamente uguale; ciascuno è libero per natura; nessuno ha il diritto di comandare agli altri. Significa usare violenza il volere che gli uomini si sottomettano all’autorità di chiunque se non da essi medesimi prescelta. Ogni potere dunque risiede nel libero popolo; il comando è esercitato per volere o per concessione del popolo, così che, se muta la volontà popolare, è lecito spodestare i principi anche se riluttanti. La fonte di ogni diritto e di ogni dovere civile o si rinviene nel popolo o nel potere che governa la comunità purché si regga sui nuovi principi. Inoltre, lo Stato deve essere ateo; tra le varie forme di culto non vi è alcuna ragione per cui l’uno sia anteposto all’altro: tutti sono da considerare alla stessa stregua.

    Ora, che queste regole piacciano ai Massoni e che sulla scorta di esse vogliano organizzare gli Stati è così risaputo che non occorre dimostrarlo. Già da tempo infatti essi apertamente operano a questo fine con tutte le loro forze e sostanze in modo da spianare la via ai numerosi più audaci, protesi verso i peggiori misfatti, fautori della uguaglianza e comunanza di tutti i beni, dopo aver fatto scomparire nella società ogni distinzione di classe e di censo. Da queste sommarie indicazioni che abbiamo raccolto, si evince a sufficienza che cosa sia la setta dei Massoni e quale itinerario percorra. I suoi più importanti dogmi ripugnano talmente e con tanta evidenza alla ragione che nulla può esservi di più perverso. È somma stoltezza ed empietà temeraria voler demolire la religione e la Chiesa che Dio stesso ha fondato e conduce a vita immortale, voler risuscitare i costumi e le istituzioni dei pagani dopo diciotto secoli. Non è misfatto meno orrendo o più sopportabile il ripudiare i benefici elargiti amorevolmente da Gesù Cristo e non solo ai singoli individui ma alle famiglie e alle comunità civili; tali benefici sono considerati preziosi anche secondo il parere e la testimonianza dei nemici. In siffatto tenebroso e folle proposito sembra quasi si possa riconoscere quell’odio implacabile, quella furia vendicativa che infiamma Satana contro Gesù Cristo. Similmente l’altra impresa che tanto impegna i Massoni, di sovvertire i più solidi fondamenti di una corretta moralità e di offrirsi come collaboratori a coloro che, a guisa di animali, vorrebbero fosse lecito tutto ciò che piace, altro non significa che sospingere il genere umano alla rovina con ignominia e abiezione. Aggravano il male i pericoli che minacciano sia la famiglia, sia la società civile. Come infatti esponemmo altra volta, nel matrimonio è presente alcunché di sacro e di religioso, per consenso di quasi tutte le genti di quasi tutti i tempi: poi la legge divina ha disposto che non è lecito sciogliere i matrimoni. Se questi diventano profani, se è lecito annullarli, ne consegue di necessità che nella famiglia subentrino turbamento e confusione, in quanto le donne perderanno la loro dignità e la prole non avrà più la sicurezza che rimarranno integri i suoi beni. Non prendersi cura alcuna della religione, e nell’ordinare e gestire la società civile non avere nessun rispetto di Dio, come non esistesse affatto, è una temerità inaudita perfino per i pagani, nella mente e nel sentimento dei quali era così intimamente radicata non solo l’idea del divino, ma anche la necessità della religione pubblica, che ritenevano più facile trovare una città senza fondamenta che senza Dio. Veramente la società umana, alla quale natura ci ha predisposto, fu istituita da Dio creatore della natura; da Lui, come dal principio e dalla sorgiva, deriva tutta quella perenne copia di innumerevoli beni di cui essa abbonda. Dunque, come la voce stessa della natura invita ciascuno di noi a venerare Dio con religiosa pietà, dato che da Dio ricevemmo la vita e i beni che accompagnano la vita, così per la stessa ragione invita i popoli e gli Stati. Ora è evidente che coloro i quali vogliono che la società civile sia sciolta da ogni dovere religioso, agiscono non solo in modo iniquo, ma anche ottuso e assurdo. Poiché per volere di Dio gli uomini appartengono dalla nascita alla società civile, e il potere di comandare è un vincolo così necessario al vivere civile che, una volta soppresso, la società non può che disgregarsi rapidamente, ne consegue che l’autorità del comando deriva da quello stesso principio da cui deriva la società. Perciò si comprende che chi detiene il potere, chiunque egli sia, è ministro di Dio. Per tale motivo, fin dove è richiesto dal fine e dalla natura dell’umano consorzio, è giusto ubbidire al legittimo potere che rispetta la giustizia, non altrimenti che alla sovranità di Dio reggitore dell’universo. In primo luogo è contrario alla verità affermare che è facoltà del popolo rifiutare l’obbedienza quando gli aggrada. Similmente nessuno dubita che tutti gli uomini siano uguali tra loro, se si considera che hanno in comune l’origine e la natura, che a ciascuno è stato proposto un fine ultimo da perseguire secondo diritti e doveri che procedono autonomamente. Ma poi, siccome le capacità non possono essere uguali in tutti, e l’uno si distingue dall’altro o per la forza dell’animo o del corpo, e numerose sono le differenze di costumi, di inclinazioni, di carattere, ecco che nulla ripugna tanto alla ragione come voler comprendere il tutto in un unico abbraccio e tradurre nelle istituzioni civili una uguaglianza completa in ogni sua parte. Come la perfetta conformazione del corpo umano è il risultato della congiunzione e della compagine di diverse membra, che differiscono per la struttura e per l’uso, e tuttavia unite e opportunamente disposte, concorrono a formare un organismo bello d’aspetto, dotato di forza, adatto alla vita pratica; così nello Stato è pressoché infinita la differenza tra le funzioni umane; se gli uomini si ritenessero uguali e ciascuno seguisse il suo arbitrio, nessun tipo di società sarebbe più deforme; se invece concorreranno, con diversi livelli di dignità, di studi, di attività, al bene comune, ne deriverà l’immagine di una cittadinanza bene ordinata e conforme a natura.

    Del resto, da quei perniciosi errori che abbiamo ricordato derivano grandi paure che le comunità dovrebbero temere. Infatti, una volta soppresso il timor di Dio e il rispetto delle leggi divine, disprezzata l’autorità dei principi, permessa e approvata la libidine delle sedizioni, fomentate fino alla licenza le passioni popolari, abolito ogni freno, salvo quello dei castighi, è inevitabile che ne derivi un mutamento, una sovversione generale. Proprio questo mutamento, questa sovversione sono lo scopo e il tema delle meditazioni di numerose associazioni di Comunisti e di Socialisti; ai propositi di costoro non si direbbe aliena la setta dei Massoni, che accoglie con favore le loro opinioni e ha in comune con essi i più importanti assiomi. Se di fatto non pervengono subito né ovunque alle estreme conseguenze, non è merito della loro disciplina né della loro volontà, ma della divina religione che non può essere spenta, e della parte più sana degli uomini che, ricusando di servire alle società segrete, respingono con animo incrollabile i loro insani tentativi.

    E volesse il cielo che tutti giudicassero la radice dai frutti e conoscessero il seme e l’origine dei mali che incalzano e dei pericoli che incombono! Si ha a che fare con un nemico astuto e fraudolento che, lusingando popoli e principi, conquistò entrambi con melliflui e adulatori discorsi. Insinuandosi come falsi amici nell’animo dei principi, i Massoni cercarono di averli soci e alleati potenti nell’opprimere il cattolicesimo; e per far sentire ad essi più forti stimoli, con ostinate calunnie hanno accusato la Chiesa di contendere per invidia ai principi il potere e le prerogative regie. Raggiunta frattanto con queste arti la sicurezza e il coraggio, cominciarono ad avere influenza nei governi; d’altronde si erano preparati a scuotere le fondamenta degli Stati, a perseguitare, a calunniare, a cacciare i sovrani qualora nel governare agissero in contrasto con i loro propositi. In modo non dissimile si sono fatti beffe del popolo, pur adulandolo. Celebrando a gran voce la libertà e la prosperità pubblica, facendo credere che dipendeva dalla Chiesa e dai sommi Principi se il popolo non riusciva a riscattarsi da un iniquo servaggio e dalla povertà, lo resero smanioso di novità e lo aizzarono contro l’uno e l’altro potere. Tuttavia, dei vantaggi sperati è maggiore l’attesa che la realtà; anzi la plebe, ancor più oppressa, è costretta da loro a rinunciare a gran parte di quei vantaggi che avrebbero potuto ottenere, agevoli e abbondanti, in una società ispirata ai principi cristiani. Ma tutti coloro che attentano all’ordine stabilito dalla divina provvidenza, ricevono questo castigo della loro superbia: là dove avventatamente si aspettavano una fortuna prospera e conforme alle promesse, ivi hanno incontrato afflizione e miseria.

    La Chiesa invero, per il fatto che ordina agli uomini di obbedire soprattutto a Dio, supremo Signore dell’universo, sarebbe ingiustamente e falsamente accusata di usurpare il potere civile o di pretendere per sé parte dei diritti sovrani. Anzi, ciò che è giusto rendere al potere civile, essa ritiene che lo si debba rendere per convinzione e per dovere di coscienza. Poiché dallo stesso Dio deriva il diritto di comandare, grande è l’accrescimento di dignità che ne consegue al potere politico, e non esiguo il concorso diretto ad ottenere il rispetto e la benevolenza dei cittadini. Amica della pace, fautrice della concordia, la Chiesa abbraccia tutti con amore materno; unicamente intenta a giovare ai mortali, insegna che occorre unire la giustizia con la clemenza, il comando con l’equità, le leggi con la moderazione: nessun diritto deve essere violato; occorre mantenere l’ordine e la pubblica tranquillità, alleviare quanto più è possibile, in forma privata e pubblica, la povertà dei reietti. Per usare le parole di Agostino: "Credono o vogliono far credere che la dottrina cristiana non reca alcuna utilità alla società perché non vogliono che lo Stato poggi sul fondamento delle virtù ma sulla impunità dei vizi" . Pertanto, sarebbe assai conforme alla saggezza civile e necessario alla comune sicurezza che i principi e i popoli collaborassero non già con i Massoni per distruggere la Chiesa, ma con la Chiesa per respingere gli assalti dei Massoni.

    In ogni caso, visto che un male così grave è già troppo diffuso, è compito Nostro, Venerabili Fratelli, impegnare il pensiero nella ricerca dei rimedi. E poiché sappiamo che nella virtù della religione divina (tanto più odiata dai Massoni, quanto più temuta) è posta la migliore e più salda speranza del rimedio, riteniamo sia essenziale ricorrere a questa salutare virtù come alleata contro il comune nemico. Pertanto tutti i decreti che i romani Pontefici Nostri Predecessori promulgarono per ostacolare i propositi e i tentativi della setta massonica; tutti i provvedimenti che essi sancirono per allontanare o richiamare i fedeli da siffatte associazioni, tutti e singolarmente Noi li ratifichiamo e li confermiamo con la Nostra autorità Apostolica. E in tale frangente, confidando pienamente nel buon volere dei cristiani, preghiamo e scongiuriamo ciascuno di loro, per la loro salvezza, di impegnarsi ad ubbidire alle disposizioni che in proposito la Sede Apostolica ha impartito.

    Preghiamo poi e supplichiamo Voi, Venerabili Fratelli, di cooperare con Noi per estirpare questo impuro veleno che serpeggia per tutte le vene dello Stato. A Voi tocca difendere la gloria di Dio e la salvezza del prossimo; proponendovi questi scopi, nella lotta non vi mancheranno il coraggio e la forza. Spetterà alla Vostra saggezza giudicare con quali validi mezzi si possano superare impedimenti ed ostacoli. Ma poiché l’autorità del Nostro magistero richiede che Noi stessi indichiamo qualche opportuno modo di agire, decidete dunque, prima di tutto, di restituire ai Massoni la loro faccia, strappando loro la maschera; occorre insegnare ai popoli, con la parola e anche con Lettere episcopali, quali siano gli artifici di siffatte associazioni per blandire e adescare, quale la perversità delle loro opinioni, quale la turpitudine delle loro azioni. Come i Nostri Predecessori confermarono, nessuno pensi che per qualunque motivo sia lecito iscriversi alla setta Massonica, se ha care – come è doveroso – la professione della fede cattolica e la propria salvezza. Nessuno si lasci ingannare da una simulata onestà: a certuni può sembrare che i Massoni nulla chiedano che sia apertamente contrario alla santità della religione o dei costumi; ma siccome lo scopo e la natura della setta sono totalmente nel vizio e nell’inganno, non può esser lecito aggregarsi ad essa o giovarle in qualsiasi modo.

    Inoltre è necessario, con insistenti discorsi ed esortazioni, trascinare la moltitudine al diligente apprendimento dei precetti della religione; a tal fine raccomandiamo caldamente che con scritti e discorsi opportuni siano esposti i principi fondamentali della santissima dottrina in cui si raccoglie la filosofia cristiana. Questo impegno è rivolto a risanare le menti degli uomini con l’istruzione e a premunirle contro le numerose forme di errori e i vari allettamenti dei vizi, soprattutto in questa sfrenata libertà di scrivere e inesauribile avidità d’imparare. Opera certamente di grande impegno, nella quale, tuttavia, sarà soprattutto partecipe e socio delle Vostre fatiche il Clero, se sarà, con il Vostro sostegno, reso idoneo mediante una vita disciplinata ed una preparazione letteraria. In verità, una causa così nobile e importante richiede altresì l’attività solidale dei laici che coniugano la carità di patria e di religione con l’onestà e la dottrina. Associate le forze di entrambi gli ordini, fate in modo, Venerabili Fratelli, che gli uomini conoscano a fondo la Chiesa e l’abbiano cara; infatti, quanto più grandi saranno la conoscenza di essa e il relativo amore, tanto maggiori saranno l’insofferenza e la fuga dalle società clandestine. Perciò non senza motivo abbiamo approfittato di questa occasione per ripetere ciò che altrove dichiarammo: è necessario propagare e proteggere con cura il Terzo Ordine dei Francescani di cui recentemente, con prudenza, mitigammo la regola. Come infatti è stato stabilito dal suo autore, questa è la sua ragione d’essere: chiamare gli uomini alla imitazione di Gesù Cristo, all’amore per la Chiesa, alla pratica di tutte le virtù cristiane; perciò può essere molto adatto ad eliminare il contagio di inique associazioni. Si rinnovi pertanto e cresca di giorno in giorno questo santo sodalizio, da cui ci si possono aspettare molti frutti e soprattutto il più prezioso, quello cioè che gli animi siano condotti a libertà, alla fraternità, alla uguaglianza di fronte alla legge: non quali i Massoni assurdamente concepiscono, ma quali Gesù Cristo donò al genere umano e Francesco seguì. Ci riferiamo alla libertà dei figli di Dio, per cui rifiutiamo di servire sia a Satana, sia alle passioni, iniqui tiranni; alla fraternità, la cui origine risalga a Dio, creatore e padre comune di tutti; alla uguaglianza che, fondata sulla giustizia e sulla carità, non elimini le differenze tra gli uomini, ma dalla varietà della vita, dei doveri, delle culture derivi quel mirabile consenso e quasi un concento che per natura tende al profitto e alla dignità dei cittadini.

    In terzo luogo, esiste una istituzione, saggiamente fondata dai nostri antenati e poi abbandonata con l’andar del tempo, la quale può servire anche oggi come forma e modello a qualcosa di simile. Ci riferiamo ai Collegi, o Corporazioni, di mestieri, atti a tutelare insieme gli interessi e i costumi, sotto la guida della religione. Se i nostri antenati, per uso ed esperienza protratti nel tempo, avvertirono l’utilità di quelle associazioni, forse a maggior ragione dovrebbe avvertirla l’età nostra, poiché esse hanno la singolare opportunità di fiaccare le forze delle sette. Coloro che soffrono per mancanza di lavoro e di salario, oltre ad essere, per la loro condizione, degnissimi più di tutti di carità e di assistenza, sono pericolosamente esposti alle lusinghe di chi usa la frode e l’inganno. Perciò occorre aiutarli con la maggiore generosità possibile e invitarli in associazioni oneste, in modo che non si lascino trascinare in quelle disoneste. Per questo motivo vorremo ardentemente che ovunque risorgessero quelle corporazioni, opportunamente adattate ai tempi, per la salute del popolo, sotto gli auspici e il patrocinio dei Vescovi. E non Ci è di poco conforto il fatto che già in parecchi luoghi sono state costituite siffatte corporazioni e, analogamente, società di patronato; il proposito delle une e delle altre è di aiutare l’onesta classe dei proletari, di proteggere i loro figli e le loro famiglie, di tutelare le opere di pietà e la dottrina religiosa, insieme con l’integrità dei costumi. A questo punto e su questo argomento non possiamo passar sotto silenzio quella associazione, insigne per il lodevole esempio e tanto benemerita presso la più umile popolazione, che prende il nome da San Vincenzo. È noto come agisca e che cosa voglia: essa è tutta dedita allo spontaneo soccorso dei poveri e degli sventurati, e ciò con sensibilità e modestia mirabili: quanto meno vuole apparire, tanto più è conforme alla carità cristiana e adatta ad alleviare le miserie altrui.

    In quarto luogo, per conseguire più facilmente il Nostro intento, raccomandiamo caldamente alla fede e alla vigilanza Vostra la gioventù, speranza dell’umano consorzio. Dedicate la massima parte delle Vostre cure alla sua educazione e non dovete mai credere che il Vostro impegno sia stato tanto grande da non richiederne uno maggiore per tenere lontana l’adolescenza da quelle scuole e da quei maestri da cui si teme che possa emanare l’alito pestifero delle sette. I genitori, i direttori spirituali, i Parroci insistano nell’insegnamento della dottrina cristiana. Per iniziativa Vostra, insistano opportunamente nel mettere in guardia i figli e gli alunni contro la rea natura di quelle associazioni, in modo che imparino per tempo a guardarsi dalle varie e subdole arti che gli emissari di esse sono soliti usare per irretire la gente. Anzi, coloro che preparano gli adolescenti a ricevere i sacramenti secondo il rito, agiranno nel modo migliore se li indurranno a stabilire e ad accettare di non legarsi mai ad alcuna associazione all’insaputa dei genitori, o senza il consiglio del Parroco o del confessore.

    Ben comprendiamo che le nostre comuni fatiche per svellere dal campo del Signore questa perniciosa semenza non sarebbero sufficienti, se non ci soccorresse benevolmente il celeste padrone della vigna nel conseguimento dei nostri fini. Dunque è necessario implorare, con ardente e sollecito zelo, il suo prezioso aiuto, quale e quanto richiedono l’imminenza del pericolo e l’ampiezza del bisogno. Imbaldanzita dal successo, la setta dei Massoni insolentisce, e già sembra non voler porre alcun limite alla propria ostinazione. Tutti i suoi seguaci, uniti in un patto scellerato e in un’occulta unanimità di propositi, si aiutano a vicenda, e l’uno sospinge l’altro a malefica audacia. Un assalto così impetuoso richiede una difesa altrettanto salda; senza dubbio è necessario che tutti gli onesti si colleghino in una vasta alleanza per agire e pregare. Pertanto chiediamo loro di opporsi a ranghi serrati, a pie’ fermo e con concorde volontà, contro la crescente forza delle sette; con alti lamenti tendano a Dio le mani supplici e Lo implorino perché il cristianesimo fiorisca e cresca vigoroso, perché la Chiesa goda della necessaria libertà, perché i traviati ritornino alla salvezza, perché gli errori cedano finalmente alla verità e i vizi alla virtù. Invochiamo come soccorritrice e interprete Maria Vergine, Madre di Dio, perché, come vinse Satana fin dal suo stesso concepimento, così si mostri dominatrice delle malvagie sette nelle quali rivivono chiaramente gli spiriti ribelli del demonio insieme con l’indomita, simulatrice perfidia. Preghiamo il principe degli Angeli celesti, vincitore dei nemici infernali, Michele, e parimenti Giuseppe, Sposo della Vergine santissima, celeste e salvifico patrono della Chiesa Cattolica; Pietro e Paolo grandi Apostoli, propagatori e invitti difensori della fede cristiana. Col loro patrocinio e con la perseveranza delle comuni preghiere, confidiamo che Dio vorrà benignamente soccorrere il genere umano esposto a tanti pericoli.

    Come testimonianza dei doni celesti e della Nostra benevolenza, a Voi, Venerabili Fratelli, al Clero e a tutto il popolo affidato alle Vostre cure, impartiamo con affetto nel nome del Signore l’Apostolica Benedizione.

    Dato a Roma, presso San Pietro, il 20 aprile 1884, settimo anno del Nostro Pontificato.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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