LA NUOVA DESTRA E LE SCORCIATOIE DELL’EUROPA
Pierangelo Giovanetti
I 150mila che hanno sfilato davanti alla spianata della Hofburg viennese in un piovoso sabato di febbraio, nella manifestazione organizzata da sindacati e partiti politici della sinistra contro il governo nero-blu di Schüssel, scandivano i loro slogan ritmando Haider-Hitler, in un’abbinata facilmente orecchiabile e di altrettanto facile effetto. Haider come il nuovo Hitler: questo è stato un po’ il filo conduttore attorno a cui si è costruita una certa qual reazione, in Austria ma soprattutto nel resto d’Europa, all’ascesa al governo di Vienna del leader liberal-nazionalista della Carinzia. Da parte politica, ma anche giornalistica, si è pigiato molto su questo parallelo, capace di risvegliare nell’immaginario collettivo spettri e paure, sepolti da più di mezzo secolo. Il paragone è stato sventolato ben bene anche Oltreoceano dove tra l’opinione pubblica nord-americana notoriamente si conosce ben poco di quanto accade in Europa, e quel poco è fermo ad alcune grandi fobie: il comunismo, il fascismo, il nazismo.
Il fascismo è sepolto sotto le macerie del Novecento
L’ascesa di Jörg Haider, in realtà, e soprattutto il voto di un austriaco su tre per il partito liberal-nazionalista, ha ben poco a che vedere con il fascismo e con la sua variante nazista. Sì, è vero, l’Austria non ha mai fatto veramente i conti fino in fondo con la propria storia; non ha mai accertato con coscienza critica le profonde compromissioni con il nazismo di Hitler; non ha mai partorito al suo interno voci di rilievo richiamanti ad una responsabilità collettiva, come ha invece fatto la Germania con Günther Grass, Heinrich Böll, Alexander Mitscherlich. Ed è anche vero che gli austriaci hanno sempre vissuto male e mai risolto la «sindrome da mutilazione», seguita al disfacimento del multinazionale Impero austroungarico degli Asburgo che faceva di Vienna la monumentale capitale di tredici nazionalità diverse.
Ciò detto, nonostante alcune battute infelici dello stesso Haider e di parte della dirigenza della Fpö (tra il resto poca cosa se paragonati a molti dei proclami del nostro padano Umberto Bossi, tipo «le pallottole per i magistrati si vendono al costo di sole 300 lire l’una»), la nuova destra che ha votato i liberal-nazionalisti e li ha portati al governo non è una destra neofascista. Come ha scritto Piero Ignazi in L’estrema destra in Europa «il fascismo è sepolto sotto le macerie del Novecento. La sua presa emotiva, ancora forte nei primi lustri del dopoguerra, alla fine degli anni Ottanta era ormai svanita»1.
I consensi mietuti dal populismo di Haider, come il 25% dei voti ottenuti nell’ottobre scorso dall’Unione di Centro di Christian Blocher in Svizzera, il 10,1% mantenuto dalla Lega Nord italiana fino ad un paio d’anni fa (prima delle piroette secessioniste del senatur), la crescita del Vlaams Blok fiammingo in Belgio, e via via il pujolismo della Catalogna spagnola per arrivare alla Csu bavarese di Stoiber, segnano l’avvento in Europa di una nuova destra, per certi versi altrettanto estrema di quella cromosomicamente fascista, ma di tipo completamente diverso. Una destra che, di fronte alla globalizzazione, all’internazionalizzazione al multiculturalismo dominanti il processo di trasformazione sociale in atto, raccoglie le ansie, le aspirazioni, le richieste, le frustrazioni dei cittadini frastornati ed impauriti da tale repentino cambiamento e dà loro una risposta alle due domande di fondo: la domanda di appartenenza e di senso (e quindi di protezione) e la domanda di novità e di mutamenti radicali.
Il senso di identità minacciato dalla globalizzazione
Oggi, in Occidente, il senso di identità e di comunità è minacciato dal processo di globalizzazione: l’impennata nei flussi di immigrazione sia per motivi politici (la caduta del Muro), sia economici (il crescente divario tra paesi ricchi e poveri e la circolazione delle informazioni connesse) hanno incrinato il senso di identità nazionale. A questo si aggiunga la fine del senso di appartenenza a comunità un tempo ben definite come la classe operaia causata dall’economia postindustriale. Non solo la classe operaia perde i vincoli identitari: perde anche la sicurezza nel mercato del lavoro. La nuova «società del rischio» attenta per prima queste fasce sociali. La destra estrema risponde a tali «domande di senso» richiamando l’ethnos, l’appartenenza alla comunità nazionale definita su base etnica e rinnegando il demos, l’appartenenza sulla base della cittadinanza. La xenofobia, che spesso prende le tinte del razzismo, l’opposizione al multiculturalismo, il nazionalismo etnocentrico sono il balsamo di successo per coloro che, di fronte all’immigrazione, pensano di essere invasi, contaminati, corrotti. Insomma che «in casa propria non si è più a casa propria»2.
Tale nuova destra, quindi, non rivendica in nulla la continuità con il passato. Anzi piuttosto ne rimarca l’estraneità. Non esalta il ruolo dello Stato interventista. Non immagina soluzioni corporative. Non rinnega i principi dello stato democratico. Non adotta modalità d’azione politica violente. Si potrebbe dire invece che è una destra post-industriale.
La Fpö di Haider, per esempio, si caratterizza per un rifiuto dell’attuale sistema sociale culturale e politico austriaco, in quanto considerato vecchio, burocratico e clientelare (e in questo ha intercettato i sentimenti di buona parte della popolazione stanca della Grande coalizione popolari-socialisti). Ma non mette in dubbio il concetto di democrazia. La Fpö rifiuta l’uguaglianza sociale e l’integrazione di fronte ad una società, quella dell’arco alpino, che si è modernizzata impetuosamente. E riesce a parlare ai perdenti della modernizzazione, quel settore della società che ha paura, che vive nell’insicurezza, che ha bisogno di immagini e di parole forti, di qualcuno che dia una risposta di identità e di sicurezza sociale e culturale3. Non per niente i suoi elettori sono soprattutto operai e disoccupati e i settori economici non protetti, tra cui moltissimi giovani. Gli stessi che votano il Front National francese (24% operai), i Republikaner e la Dvu tedeschi (41% operai), il partito del progresso danese (34% operai), il Vlaams Blok belga (36% operai).
Le stesse paure dei manifestanti di Seattle
Haider, per certi versi, è la risposta di destra agli stessi timori, alle stesse paure, allo stesso rifiuto della triade globalizzazione-liberalizzazione-internazionalizzazione che portano a sinistra a reazioni come quella di Seattle contro la Wto o come quelle di molti gruppi di base eco-pacifisti (vedi gli appelli di padre Alex Zanotelli). È indubbio che la globalizzazione spaventi i popoli: in Italia il 55% delle famiglie dichiara esplicitamente di temere conseguenze negative in proposito4.
Ecco quindi, come risposta, la ricerca di porti sicuri, di piccole patrie locali, di luoghi di senso, di Heimat, di omogeneità culturale e sociale (un mondo di simili). Ecco quindi l’enfasi sull’Europa delle Regioni, metafora dell’Europa della paura di fine millennio, l’Europa che «s’avverte come una città assediata, violentata da una migrazione epocale, da un’invasione barbarica»5. Ad un regionalismo inteso come aspirazione delle popolazioni all’autogoverno locale, come riconoscimento del principio di sussidiarietà e di un maggior efficiente livello di partecipazione democratica, l’idea su cui la nuova destra fa leva è quella di un regionalismo micronazionalista, dove il popolo viene equiparato alla nazione, definita secondo criteri di omogeneità etnica, una Heimat dove vi è piena corrispondenza tra identità etnoculturale e spazio regionale, una comunità aggregante fondata sul principio di esclusione6.
Nel suo libro-manifesto Die Freiheit die ich meine (La libertà come io la intendo), Jörg Haider respinge la società multiculturale «fallita in tutto il mondo», e difende una concezione etnocentrica della cittadinanza, contrapponendo al principio territoriale dello ius soli, quello dello ius sanguinis, perché «ogni popolo ha il diritto alla tutela contro l’invadenza straniera, sia essa violenta o pacifica»7.
Una destra figlia della modernità e della democrazia politica
L’altro secondo elemento-risposta su cui fa leva la nuova destra di fronte ai problemi dei cittadini europei di oggi è quello dell’insofferenza nei confronti del funzionamento dei partiti, delle istituzioni, delle burocrazie, nazionali e soprattutto quelle nuove di Bruxelles. È un malessere che spiega il rigetto sempre più forte nei confronti della politica tradizionale, delle alchimie di partito, della vuota ritualità verbale che capi e capetti infliggono quotidianamente al cittadino. «Siamo per un’Europa delle regioni contro un’Europa degli Stati», ha dichiarato a Il Mattino di Bolzano Richard Piock, capitano delle compagnie degli Schützen sudtirolesi, che di mestiere fa il direttore generale di una multinazionale (con sede a Bressanone) che esporta nei cinque continenti il 96% della sua produzione ad alta tecnologia. «I popoli sentono con sempre maggiore sofferenza l’invadenza dell’Europa. La gente non capisce perché l’Europa debba stabilire in maniera per tutti eguale che il cetriolo abbia un certo diametro per essere un cetriolo. È un abuso quello che fanno continuamente le burocrazie di Bruxelles (oltreche essere ridicolo)»8.
La nuova destra dà voce alla richiesta di una politica nuova e pulita, di qualcuno che faccia marciare bene le cose senza tante discussioni, che sappia interpretare naturalmente e immediatamente i voleri profondi del popolo, che faccia piazza pulita dei corrotti e degli inefficienti. Questi sentimenti antipartitici e antipolitici costituiscono uno dei richiami più efficaci e in Belgio e in Austria sono la principale motivazione di voto ai rispettivi partiti di estrema destra9.
Haider = Hitler? Miope scorciatoia
Se così stanno le cose, è evidente che crogiolarsi nel semplice slogan Haider = Hitler sublima il proprio gratificante bisogno di «nemico» da demonizzare ma non porta da nessuna parte. Soprattutto, ed è più grave, non aiuta a capire quanto sta succedendo. Ha ragione Massimo Cacciari quando mette in guardia: «Il rischio è la balcanizzazione, non è il nuovo Hitler. Se l’integrazione non va avanti, con la politica, il welfare, la difesa comune, allora si cade nei localismi, nella paura del globale, nei timori del ceto medio. Haider è questo, la Lega è questo»10.
Se l’Europa pensa di esorcizzare Haider e la nuova destra semplicemente richiamando irrinunciabili valori liberal-democratici, probabilmente – per quanto parole alte e convidisibili – non si andrà molto lontano nel riconquistare la fiducia dei cittadini e nel dar risposta alle domande di fondo da loro poste. Forse, dopo i duri richiami, è arrivato il tempo di dare qualche altro segnale, più concreto, sul piano di un rafforzamento politico e identitario e di una rifondazione su nuove basi del modello sociale. Prima di aver eroso la sovranità e la legittimazione degli Stati nazionali, senza aver costruito una democrazia europea. Dopo sarebbe troppo tardi.




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