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  1. #1
    Franciscu Pala
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    Predefinito Movimenti politici sardi, violenza e nonviolenza. Un articolo da "La Stampa".

    La Stampa del 6 gennaio 2003.

    «Ognuno di noi fa quello che vuole, purché non comprometta l´organizzazione»
    «Michele Pegna e le nuove Br? No, i nostri amici corsi non l´hanno mai incontrato»



    Dal nostro inviato a CAGLIARI.


    I miei amici corsi mi hanno detto che quel Michele Pegna accusato di far parte delle Brigate rosse, loro non l'hanno mai visto e che io sappia non hanno visto neppure altri brigatisti».
    E' appena rientrato dalla Corsica, dove si reca spesso così come va almeno due volte all'anno nei Paesi Baschi, «dagli amici di Batasuna».
    Personaggio sfuggente, il nostro interlocutore si qualifica come «indipendentista». Spiega di essere uno degli «ambasciatori all'estero» di «Sardigna Natzione», un movimento contenitore di diverse anime politiche che, per il suo coordinatore nazionale Bustianu Cumpostu, sono «tutte ugualmente preziose perché stimolano il dibattito interno e sono saldamente unite dalla comune rivendicazione nazionalista sarda».

    Per il nostro interlocutore «l'azione politica degli indipendentisti» comporta anche «l'azione militare».

    Non rivendica esplicitamente la paternità diretta degli attentati che stanno tormentando la Sardegna, però con alcune di queste azioni si dichiara «perfettamente d'accordo».

    E sugli ultimi episodi, le pallottole spedite ai due sindacalisti e al magistrato che si occupa di terrorismo, solleva un dubbio: «Quei proiettili se li sono spediti loro. Vogliono creare un clima di Stato di polizia». Comunque, non crede che in Sardegna siano nati o stiano nascendo - così come temono gli investigatori e gli inquirenti - gruppi legati al brigatismo rosso. E ricorda che alla fine degli anni Settanta ebbe modo di incontrare quell'Antonio Savasta in missione sull'isola per fondare una colonna sarda delle Brigate Rosse.
    Completo di velluto nero, sopracciglia luciferine, il nostro interlocutore è avaro di grandi discorsi. E' telegrafico, i suoi giudizi sono mitragliate: «Siamo un popolo oppresso dal punto di vista economico, culturale e politico».

    E, soprattutto, le sue affermazioni si prestano a più di una interpretazione.
    Per esempio, quando dice: «Ognuno di noi fa quello che vuole purché non comprometta l'organizzazione. Non potrebbe mai accadere che il nostro leader, Bustianu Cumpostu, dia disposizioni di procedere ad azioni militari e, comunque, non vorrebbe saperlo».

    Fa riflettere la sua valutazione: «In questo momento l'indipendentismo sta perdendo il consenso».
    E' uno strano caleidoscopio questo universo indipendentista, separatista, autonomista sardo. Diviso al suo interno, in cerca di rilancio, in perdita verticale di consenso, almeno dal punto di vista elettorale. E già, perché il futuro di quest'isola è una incognita: il malessere sociale, la crisi economica, la disillusione politica rischiano di creare un varco ad avventure velleitarie.
    Diceva il ministro dell'Interno, Beppe Pisanu, commentando gli attentati recenti: «C'è il rischio che queste azioni esercitino una qualche suggestione fra quelle fasce di giovani disoccupati, disorientati e disperati».

    Insomma, la Sardegna potrebbe trovarsi stretta tra l'incudine del terrorismo (di varie matrici) e il martello di un indipendentismo senza prospettive.
    Gli attentati attribuiti o rivendicati da un'area indipendentista sono diversi. Gli ultimi due, il 26 e il 28 settembre. Il primo a Nuoro, alla sede dell'Assoindustria, in contemporanea a quello dei Nuclei proletari per il comunismo alla Prefettura, è stato rivendicato dall'Organizzazione Indipendentista Resistentia, il secondo, due giorni dopo, al ripetitore Rai di Capoterra, rivendicato da un breve comunicato: «Contro l'accordo capitale-informazione, contro il colonialismo, resistentia».

    Il nostro interlocutore «apprezza» l'attentato al ripetitore Rai come pure, e forse ancora di più, quello del 3 maggio del 2000 - rivendicato dalle «Brigate ecologiste della Marmilla» - contro la villetta dell'amministratore delegato della Gold Mining, Garray Johnston, una società austrialiana che si occupa di estrazioni aurifere: «Hanno la licenza di devastare le colline della Sardegna - afferma - e di avvelenarla con il cianuro».
    Gli investigatori e gli inquirenti, a differenza dell'«indipendentista», ritengono che anche l'attentato all'Assoindustria di Nuoro sia ricollegabile agli indipendentisti che hanno agito in contemporanea con i neobrigatisti dei Nuclei proletari per il comunismo.
    Due anni fa, al convegno di Barcellona per la costruzione dell'Europa dei popoli e delle nazioni, il leader di Sardigna Natzione, Bustianu Cumpostu, spiegava che il suo movimento è «impegnato in una lotta di liberazione nazionale della propria patria, contro il liberismo e il mondialismo».

    E precisava: «L'indipendenza che noi vogliamo è il rifiuto di un rapporto di dipendenza unilaterale e di un separatismo imposto. La nostra lotta non può essere condotta solo all'interno e contro gli stati nazione che ci tengono in sudditanza ma deve trovare le occasioni e i modi per concretizzarsi in un fronte unico almeno a livello europeo».

    "Sardigna Natzione" si è scissa.
    Uno dei suoi dirigenti, Gavino Sale, e Giovanni Masia, leader del sindacato dei pastori Kuiles, hanno fondato «Indipendentzia Repubrica de Sardigna», presente con una vivace delegazione al recente Social Forum Europeo di Firenze.

    In una intervista alla «Nuova Sardegna», Sale ha spiegato: «Siamo pacifisti, ci sentiamo parte di una sinistra mondiale di valori. Per questo siamo stati a Firenze per manifestare le nostre idee insieme ai movimenti no global. Il progetto di Sardigna Natzione è fallito, se dopo dieci anni si è rimasti fermi all'uno per cento dei consensi. Come pure è finito quel sardismo che ha prodotto la coscienza autonomistica».

    Strade che si separano e che portano a fare delle scelte.

    Per chi condivide e simpatizza con quella degli attentati, come il nostro "indipendentista", si tratta di una strada «a metà tra il ribellismo e la rivoluzione».

  2. #2
    Franciscu Pala
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    Unhappy Bomba a L'Unione Sarda, sede di Nuoro.

    www.unionesarda.it


    L’ordigno contro il nostro giornale simile a quelli di Genova e Milano
    L’isola centrale del terrore
    Inchiesta delle procure di mezza Italia


    L’allarme è nazionale: le procure di Milano e Napoli, ma anche quella di Reggio Calabria, stanno indagando sull’eversione in Sardegna. Non solo: le bombe sistemate a Nuoro ieri davanti al giornale, il 26 settembre nei pressi delle sedi di Prefettura e Confindustria, non sono molto diverse da quelle collocate il 9 dicembre davanti alla questura di Genova e il 28 giugno 2000 a Milano nel corso di una riunione della polizia penitenziaria. Ordigni fabbricati per uccidere.

    Il 9 novembre 2002 a Milano si sono incontrati i magistrati che coordinano le indagini nelle direzioni antiterrorismo di Cagliari, Napoli e Milano per uno scambio di informazioni sulla presenza nell’Isola di alcune persone legate all’indipendentismo.

    A ulteriore conferma sono arrivate ieri le parole del ministro Pisanu: i terroristi sardi «non sono un prodotto locale ma qualcosa di più pericoloso anche perché si avvalgono di comprovati collegamenti di gruppi eversivi nazionali e stranieri già responsabili di attentati, rapine, sequestri di persona e omicidi». Hanno soldi e armi, e non si tratta di cose da poco: nel covo di via Colombo, a Roma, sono stati trovati fucili mitragliatori e armi speciali insieme a molte pubblicazioni, non ultimo un libretto di istruzioni per l’anarchico-esplosivista sequestrato per la prima volta in Sardegna.
    Le forze dell’ordine prestano poi grande attenzione a un movimento che cresce all’interno delle carceri sarde: non è un caso perché uno dei temi di lotta dei gruppi anarco-insurrezionalisti è legato all’articolo 41 bis che prevede il carcere duro proprio per i terroristi.

    Pisanu ieri, a sorpresa, ha fatto riferimento a Matteo Boe, il bandito di Lula condannato per il sequestro Kassam «prossimo agli anarco-insurrezionalisti sardi che parteciparono al sequestro Silocchi: non è da escludere che in carcere si stiano stabilendo legami tra detenuti politici e comuni». Il clima, insomma, è rovente. L’attenzione degli inquirenti sembra concentrata sugli anarco-insurrezionalistiil cui movimento in Sardegna ha un peso di assoluto rilievo.

    Sicuramente i magistrati di Milano stanno indagando sui mittenti delle lettere-bomba indirizzate all’Unione Sarda e scoperte il 5 luglio 2002 dagli impiegati del centro di smistamento delle Poste Peschiera Borromeo. La procura di Napoli sta invece seguendo le mosse di alcuni personaggi dell’area anarco-insurrezionalista che si sarebbero riuniti in Sardegna. Uno degli episodi di cui si è discusso due mesi fa a Milano è il fallito attentato alla Deutsche Bank di via Mameli, a Cagliari, il 5 settembre 2001: la donna delle pulizie aveva trovato all’alba una pentola a pressione imbottita di zolfo e cavi elettrici, ordigno rudimentale che solo per un caso non è esploso.

    Alla Sardegna sono interessati anche gli investigatori di Bologna: una delle minacce rivendicate nella provincia di Sassari avrebbe fortissime analogie con una lettera trovata in precedenza nel capoluogo dell’Emilia Romagna. La riunione delle tre Ddat conferma dunque che le pista investigativa segue tre direzioni: da un lato gli indipendentisti, come quelli di Oir-Resistetzia che hanno firmato le lettere-bomba del 5 luglio e l’attentato incendiario del 28 settembre al traliccio Rai di Capoterra; dall’altro le nuove brigate rosse, cioè i nuclei proletari per il comunismo che hanno rivendicato le minacce di morte al magistrato cagliaritano Mario Marchetti e ai segretari regionali di Cisl e Uil Mario Medde e Gino Mereu, gli attentati dimostrativi del 26 settembre a Nuoro, l’ordigno esploso a Olbia l’8 dicembre nel palazzo dove ha sede la Cisl, le lettere alla gelatina spedite alla Banca Intesa di Sassari e Macomer sotto Natale; infine gli anarco-insurrezionalisti. Tutti hanno contatti continui con la penisola, gli anarchici anche con Spagna e Grecia.

    Sono diverse le persone sulle quali si concentrano le indagini, nomi top secret, si sa soltanto che ci sono alcune donne, non necessariamente sarde, e che si tratta di persone legate alle vecchie BR. La base dei nuovi terroristi sarebbe la Barbagia con una sezione distaccata a Sassari e una frangia di stanza a Cagliari.


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    Bomba a L'Unione
    ERA SIMILE A QUELLE DI GENOVA E MILANO


    martedì 7 gennaio 2003

    Le pallottole per posta non bastavano. Son tornati alle bombe. E hanno preso di mira, per la seconda volta, il nostro giornale, L’Unione Sarda.
    Con una carica di esplosivo chimico, probabilmente militare, hanno disintegrato l’altra notte un cristallo della redazione nuorese, in via Brigata Sassari a Nuoro. Roba seria: l’onda d’urto - come hanno accertato i carabinieri del Ris - ha scaraventato schegge dappertutto, lanciato i posaceneri come missili, riempito tutti gli angoli di minuscoli, micidiali spezzoni. Non c’è rivendicazione, per ora. Si aspetta, però, da un momento all’altro la voce dei Nuclei proletari per il comunismo. L’attentato, par di capire, dovrebbe far parte della campagna promozionale d’una avanguardia del partito armato.

    Dentro convivono molte anime, più o meno rivoluzionarie, più o meno indipendentiste.

    A Marreri proprio ieri qualcuno ha disegnato sul muro una bara, l’ha guarnita della stella a cinque punte, due sigle (Br e Mas, Movimento armato sardo) e una minaccia: morte a polizia e carabinieri.
    I colleghi dell’Unione di Nuoro non si aspettavano un attentato. A febbraio dell’anno scorso c’era stato chi aveva deposto davanti all’ingresso una corona funeraria: era Carnevale e nessuno ha pensato a nient’altro che uno scherzo. A novembre, poco più di un mese fa, hanno lanciato sassi contro l’insegna luminosa. Nessuno s’è preoccupato: perché pensare al terrorismo?
    Il problema è che la scorsa settimana sono poi arrivati due messaggi telefonici: minacce. Chiare, esplicite. Pesanti. Alla fine, com’era ovvio, la bomba. Erano circa le 23 quando un collega ha lasciato la redazione. Ha abbassato la saracinesca ed è uscito da una porta laterale. Intorno c’era silenzio, ha raccontato.

    Cinquanta minuti più tardi l’esplosione, violentissima: «Ero già arrivato a casa ma l’ho sentita». L’ha sentita tutta Nuoro. Gli artificieri sembrano escludere che sia stata usata gelatina o polvere nera. Ritengono più probabile si tratti di tritolo, oppure di un ordigno chimico, che ha lasciato poche tracce. Tracce già spedite a Roma per analisi di laboratorio coi gas cromatografici. Dovrebbero confermare il sospetto che abbiano impiegato un ordigno in dotazione alle forze armate.
    Interrogato come “persona informata dei fatti”, il collega che ha lasciato per ultimo la redazione ha riferito di non aver notato nulla di particolare quando ha percorso, sotto un vento fastidioso, i pochi passi che lo separavano dalla sua auto, in sosta nell’area di una stazione di servizio. I carabinieri sono convinti che prima di piazzare la bomba, gli attentatori si siano scrupolosamente accertati che intorno non ci fosse nessuno. L’esplosione avrebbe potuto uccidere chiunque si fosse trovato a passare per strada in quel momento.

    C’è quasi un’ora tra la chiusura della redazione e lo scoppio della bomba. Muovendosi con la delicatezza e la discrezione da muretto a secco, orgogliosamente anonimi e nascosti, i banditi (perché di banditi si tratta) hanno scelto una sorta di vetrina laterale, che separa il marciapiede dalle scrivanie degli impiegati della Pbm, concessionaria della pubblicità. Squassato il vetro, hanno fatto piovere frantumi in una specie di antisala che ospita le collezioni del giornale da un lato e uffici dall’altro. Un grumo di ferro si è conficcato sulla cornice della porta che si affaccia sull’ambiente dove lavorano i giornalisti. Che, va detto subito, sono apparsi perplessi più che spaventati, increduli più che allarmati.
    Dopo le lettere esplosive intercettate l’estate scorsa al centro di smistamento postale di Peschiera Borromeo, L’Unione Sarda torna sotto tiro senza stupire nessuno: nella sinistra corrispondenza dei Nuclei proletari per il comunismo, mancavano gli organi d’informazione.
    L’obiettivo, neppure tanto remoto, è quello di convocare gli stati generali di un possibile (e improbabile) partito armato. Pescando nel mare della crisi economica e sociale, bombe e pallottole tentano di riproporsi come la voce rabbiosa di un proletariato che ha da perdere soltanto le proprie catene. Chi raccoglierà l’appello alla rivolta? Per ora c’è solo un gruppo che sta faticosamente cercando di organizzarsi, incolonnare le frange disperse dell’antagonismo e finalmente avanzare. Ma avanzare, dove?

  3. #3
    Franciscu Pala
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    www.lanuovasardegna.it

    Dopo l'attentato contro l'«Unione» indagini a tutto campo nell'isola

    Accertamenti estesi a Cagliari, Sassari e Porto Torres. L'esplosivo utilizzato a Nuoro è lo stesso rubato nella polveriera di Campomela

    di Pinuccio Saba

    NUORO. Questa volta il messaggio al tritolo è giunto a destinazione. Con tutta la sua deflagrante potenza. Due, forse tre etti di un esplosivo sintentico di fabbricazione britannica, innescati (probabilmente) da una miccia cortissima e a combustione rapida. Chi la lasciato l'esplosivo davanti alla sede dell'Unione Sarda ha rischiato parecchio: quella strada, via Brigata Sassari, è sempre molto trafficata e gli attentatori quasi certamente non volevano correre il rischio di ferire un passante o un automobilista.
    Le indagini per far luce sull'ennesimo attentato dinamitardo si preannunciano estremamente difficili. Agli uomini della squadra mobile nuorese, guidati da Leo Testa, si sono aggiunti nella mattinata di ieri gli uomini del Ris, il Raggruppamento per le investigazioni scientifiche dei carabinieri guidati dal maggiore Giovanni Delogu, di stanza a Cagliari. E proprio i primi accertamenti, che ancora devono essere suffragati dalle analisi chimico-fisiche, avrebbero portato all'identificazione del Demex, un esplosivo di fabbricazione britannica, simile al famigerato Semtex di fabbricazione cecoslovacca e al C4 in uso a tutte le forze armato della Nato. I carabinieri hanno comunque chiesto tempo prima di fornire riposte precise e definitive. Una pista che porterebbe direttamente alla polveriera di Campomela, dove i soliti ignoti avevano portato via una incredibile quantità di esplosivi. Esplosivo che non è mai stato recuperato e che, sino ad ora, è stato usato molto parsimoniosamente. Anche perché, prima di essere utilizzato, il Demex deve essere trattato con un catalizzatore che ne moltiplica a dismisura la potenza detonante. Le forze dell'ordine erano riuscite a ritrovare solo qualche piccola quantità del materiale rubato a Campomela. Il resto è come svanito nel nulla.
    Per il resto gli investigatori devono affidarsi alle indagini tradizionali. La polizia ha interrogato a lungo i giornalisti della redazione nuorese dell'Unione, in particolare l'ultimo cronista che poco prima delle 23,30 ha lasciato gli uffici di via Brigata Sassari. Un interrogatorio che non avrebbe fornito alcun elemento utile alle indagini. Quando il giornalista ha abbassato le serrande della redazione, la strada era praticamente deserta, se non per la presenza di qualche automobile in transito.
    Secondo gli investigatori (alle indagini prendono parte anche i carabinieri del reparto operativo di Nuoro, al comando del capitano Christian De Melis) chi ha agito lo fatto con perizia e rapidità. Una miccia cortissima, da cinque o dieci secondi, e poi la fuga rapidissima, probabilmente in direzione di via Ciusa Romagna. E questo per mettersi al riparo rispetto al luogo dell'esplosione e potersi allontanare velocemente. Una miccia cortissima anche per evitare che l'esplosione potesse investire qualche passante.
    Per tutta la giornata gli uomini della squadra mobile e della Digos guidati da Stefano Fonsi e dall'ispettore Pino Caronia hanno interrogato diverse persone che sino a qualche anno fa militavano nell'area della sinistra extraparlamentare e che, in qualche modo, erano stati coinvolti negli «anni di piombo». Diverse anche le perquisizioni che non avrebbero dato risultati apprezzabili. Un lavoro che, inoltre, coinvolge le questure di Cagliari e Sassari, dove si sono registrate le ultime azioni dei nuovi terroristi.
    Un lavoro di intelligence che, nei prossimi giorni, dovrebbe vedere l'ingresso sulla scena delle indagini dell'Ucigos, l'ufficio della polizia di Stato che si occupa soprattutto dell'analisi delle informazioni raccolte dalle altre forze di polizia.
    Già da tempo la Digos, la squadra mobile e i carabinieri stavano monitorando il fenomeno del nuovo terrorismo. Un fenomeno che al momento non sarebbe in grado di progettare e attuare azioni clamorose, un fenomeno che si ispira alle vecchie bierre ma anche al neoseparatismo. E che, stando anche alle recenti dichiarazioni della magistratura, avrebbe stretto legami con altre organizzazioni eversive separatiste come i baschi o i corsi. Per polizia e carabinieri, un bel rompicapo e proprio per questo, oltre che a Nuoro, gli investigatori cercano indizi sia a Cagliari che a Sassari e Porto Torres.
    Infine, nel tardo pomeriggio di ieri, in prefettura è stato anticipato di un giorno il vertice del comitato proviciale sulla sicurezza al quale hanno partecipato, oltre al prefetto Giuseppe Oneri, il questore Salvatore Mulas, il capitano dei carabinieri Christian De Melis e il comandante provinciale della Guardia di finanza, il colonnello Armando Ceci.

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    Pisanu «la regia arriva dal carcere»
    Il ministro in visita al giornale parla di tre matrici eversive

    a.d.

    CAGLIARI. Il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu ha portato ieri sera la solidarietà dello Stato all'Unione Sarda. Un incontro già previsto da tempo che si è reso più che mai necessario dopo i fatti di Nuoro, con la bomba esplosa davanti alla redazione del quotidiano. C'erano anche il prefetto Efisio Orrù e il questore Antonio Pitea ad accogliere il ministro, che aveva effettuato poche ore prima una visita a Nuoro. In un viale Regina Elena blindato, mai così pieno di poliziotti, carabinieri e vigili urbani, il corteo è arrivato poco prima delle 18.
    Il ministro, superprotetto dalla scorta, si è subito incontrato con il direttore Roberto Casu e con i giornalisti dell'Unione sarda, esprimendo «rammarico per l'attentato ad una voce libera dell'informazione». Il ministro Pisanu, rispondendo immediatamente «all'appello alle istituzioni» del direttore, ha affermato che «le forze dell'ordine non lasceranno nulla di intentato per assicurare alla giusdizia i responsabili di questa troppo lunga e inquietante serie di attentati contro le istituzioni, i sindacati, la Confindustria, le banche e gli organi di informazioni».
    Il ministro ha voluto innanzitutto ascoltare, come suo solito. Poi non ha fatto mancare un'analisi molto lunga e precisa su un'emergenza che è già diventata allarme e che rischia di far salire la tensione nell'isola a livelli insopportabili. E non è mancato neppure un accenno alle contromisure già prese e da prendere per cercare di risolvere «in tempi stretti» problemi sul tappeto.
    Ormai è chiaro, il fenomeno terrorismo non può più essere sottovalutato: «Sono tre i gruppi che attualmente agiscono nell'isola - ha ricordato Pisanu - riconducibili a tre matrici: quella anarchico-insurrezionalista, quella marxista-leninista (erede dalla tradizione della vecchia colonna sarda delle Brigate rosse) e quella separatista. Gruppi che trovano alla fine comuni intenti per operare uniti. Ma non bisogna certo sottovalutrare la presenza tra questi gruppi di elementi locali e l'adesione della criminalità comune, del resto già segnalata in altre occasioni». E proprio questo è uno dei dati che più preoccupa: «Il pericolo è rappresentato dal fatto che questi gruppi trovano collegamenti con gruppi eversivi nazionali e stranieri, già responsabili in passato di fatti criminosi come attentati, rapine, sequestri di persona e omicidi. Proprio in questa direzione sono indirizzate parte delle indagini portate avanti per far luce completa sul fenomeno. La regia? Probabilmente occulta, collegata con elementi che sono attualmente in carcere». Un grande vecchio attualmente in manette dunque? Forse.
    Il ministro ha accennato alla presenza nell'isola di squadre speciali antiterrorismo che stanno analizzando il fenomeno e ricercando i responsabili, ma si è dimostrato comunque sfavorevole all'idea di una presenza dell'esercito nell'isola (come venuto fuori da alcune indiscrezioni in mattinata): «Non è attraverso una presenza massiccia sul territorio che si può risolvere il problema. Serve più un impiego di risorse per un puntuale lavoro di intelligence, con analisi del fenomeno e ricerca dei responsabili. Magistratura e forze dell'ordine stanno comunque già lavorando in stretto contatto, con notevole impiego di risorse umane e tecnologiche».

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    Gli indipendentisti: sembra una trappola
    Cumpostu e Marras parlano di terrorismo sospetto. "Tutto già visto"
    Accuse allo Stato e ai "gruppi armati" Da Piliu a Meloni, il fotomontaggio con Columbu dai libici

    di Umberto Cocco

    SASSARI. L'indipendentismo sardo conosce le provocazioni. Sa che dicembre è un buon mese. «Bainzu Piliu venne incarcerato con altri 17 il 3 dicembre del 1982. Un anno prima, Salvatore Meloni e altri quattro. La data, 15 dicembre». L'archivio, è la memoria di Giampiero Marras, storico dirigente di Sardigna Natzione, uomo-icona del movimento. «Prima tirano in ballo la parole: indipendentismo, terrorismo. Poi il passo verso i movimenti. Poi è la volta delle persone reali, strumenti di un gioco, di un teorema».
    Ieri il coordinatore nazionale di Sardigna Natzione, Bastiano Cumpostu, l'ha messo per iscritto: «Ma esistono davvero i Nuclei armati per il comunismo?». Secondo lei? «Il terrorismo sembra una scusa. Sembra servire come altre volte a portare più esercito e più polizia. La medicina di sempre, cogliendo magari anche l'occasione per criminalizzare gli indipendentisti».
    Possibile? Sempre dalla memoria di Giampiero Marras, un curioso episodio: «Era il 1975. Io ero un dirigente sardista, Michele Columbu deputato e segretario politico. Un prefetto inviò alle altre prefetture dell'isola, alla direzione centrale di pubblica sicurezza e al ministero degli Interni, un rapportino con alcune foto allegate, che ritraevano me e Michele in un ufficio dell'ambasciata libica di Roma dove saremmo stati entrambi in missione segreta per contrattare la concessione di due miliardi di lire per finanziare un movimento separatista nell'isola. I libici come finanziatori, un loro funzionario incaricato personalmente da Gheddafi. Era un fotomontaggio, io dovetti produrre il cartellino che allora timbravo tutti i giorni in banca per dimostrare di non essere stato a Roma quel giorno». Il mese, novembre. La rivelazione, con il testo del prefetto riprodotto da un quoidiano sardo, a dicembre. Commentava il giornale: «È la più grave provocazione ai danni del movimento sardista da parte dei servizi segreti italiani».
    Dice Cumpostu, tornando all'oggi: «I pacchi bomba non c'entrano niente con la lotta per l'indipendenza della nazione sarda. Le nostre sole armi sono la giustezza della nostra lotta e la determinazione con cui la portiamo avanti», dice Cumpostu.
    L'uomo, bittese, parla, in italiano stavolta, e letteralmente, di trappola. «Una trappola», portare all'ordine del giorno dell'isola una questione di terrorismo, quando «le fabbriche stanno chiudendo per l'alto costo dell'energia e dei trasporti, i pastori non riescono a spuntare un accettabile prezzo del latte, i saccheggiatori del territorio stanno rubando le nostre risorse minerarie, la continuità territoriale sta per finire». Tutto ciò «non sembra impensierire né lo Stato, né i rappresentanti politici in Sardegna, e nemmeno i nuclei armati, se esistono».
    Marras ha letto un'intervista alla «Stampa» di Torino, di un anonimo dirigente del loro stesso movimento. Che dice di avere un incarico informale di rappresentare il movimento sardo in Corsica e nei Paesi Baschi, e di essere una delle anime compresenti in Sardigna Natzione, fra le cui file è ammessa anche «l'azione militare». Dice Marras: «È una vergogna, che dietro l'anonimato una persona spacci cose di questo genere. Il nostro movimento contiene nello statuto le parole pacifico e pacifista. Noi siamo per una via democratica all'indipendenza, da raggiungere con libere elezioni o con referendum. Mai abbiamo ammesso l'idea di un'azione armata».
    Ma incontrate Batasuna, braccio politico dell'Eta militare, gli chiediamo. «È un'altra situazione. Batasuna non condanna l'Eta per non stare dalla parte dello stato spagnolo che nega l'autodeterminazione dei baschi».

    ---

    Un messaggio esplosivo a ogni arrivo di Pisanu nell'isola
    Quella strana sincronia
    tra visite e attentati

    p.s.

    NUORO. Corsi e ricorsi storici. O quantomeno singolari circostanze. Poco più di tre mesi fa i bombaroli avevano salutato l'arrivo del ministro degli Interni con due messaggi alla gelatina. Avantieri notte, 18 ore prima della nuova visita di Pisanu in Sardegna (la terza nel giro di pochi mesi), un nuovo messaggio, ancora più convincente e rumoroso del primo.
    Una visita, quella alla redazione dell'Unione Sarda, programmata da tempo.
    Il 24 settembre dello scorso anno il ministro degli Interni Beppe Pisanu non era ancora arrivato a Cagliari quando una guardia del servizio di vigilanza privata «La Nuorese» aveva scoperto, all'interno del cortile della sede dell'associazione degli industriali di Nuoro, un ordigno rudimentale ma non per questo meno pericoloso. Gli attentatori, forse disturbati, non erano riusciti ad accendere bene la miccia. Un ordigno grossolano, ma non per questo meno pericoloso: mezzo chilo di gelatina infilato in un tubo di plastica. Ancora più temibile la bomba abbandonata in via in via Pola, la strada che fiancheggia la Prefettura di Nuoro. Tre etti di gelatina racchiusi in un tubo metallico che, per buona misura, era stato infarcito di chiodi e bulloni.
    La bomba era stata scoperta all'alba, da alcuni agenti di polizia. I periti, giunti sul posto dopo che la zona era stata transennata e interdetta al traffico anche pedonale, avevano appurato che l'ordigno non era esploso per un difetto dell'innesco: la miccia, probabilmente vecchia e deteriorata, aveva bruciato solo per pochi secondi prima di spegnersi.
    Una bomba che, se fosse esplosa, avrebbe avuto effetti devastanti. Una sorta di benvenuto al ministro che arrivava in Sardegna per firmare un protocollo sulla sicurezza stradale. Una visita istituzionale, che ufficialmente non aveva niente a che vedere con le minacce di morte inviate al sindaco di Nuoro, minacce che avevano indotto il prefetto a predisporre un servizio di protezione per Mario Zidda.
    Le due bombe fatte trovare, o se si preferisce i due falliti attentati, avevano ulteriormente fatto salire la tensione. Se è vero che sino a quel momento non erano stati coinvolti bersagli istituzionali, il «salto di qualità» era avvenuto proprio in concomitanza con la presenza di un ministro della Repubblica in visita ufficiale. Un messaggio recepito perfettamente dal ministro Pisanu e dal capo della polizia Gianni De Gennaro, anche lui a Cagliari, che aveva immediatamente inviato a Nuoro il vice direttore dello Sco (il Servizio centrale operativo), Gilberto Caldarozzi e il direttore della polizia di Prevenzione Antonio Berrettoni.

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    La condanna del sindacato e dell'Ordine dei giornalisti. Oggi il direttivo dell'Assostampa si riunisce a Nuoro
    «Le bombe non riusciranno a piegare le voci libere»


    CAGLIARI. Solidarietà ai giornalisti dell'Unione è stata espressa dal mondo dell'informazione. «Le voci libere non si piegano con le bombe nè con intimidazioni di alcun genere - hanno detto il presidente ed il segretario della Fnsi Franco Siddi e Paolo Serventi Longhi -. Per ogni minaccia che arriva ci sarà una voce in più disposta a parlare e a scrivere, per ribadire il diritto dei cittadini alla conoscenza e per assicurare la funzione essenziale della stampa libera nella società democratica. Nessuno potrà immaginare di trovare la stampa fiancheggiatrice di messaggeri della violenza e del terrore, Chi agisce nell'oscurità vuole il male del popolo e non può trovare nè comprensione nè giustificazione». Anche l'Assostampa sarda si è mobilitata e il direttivo ha deciso di riunirsi oggi a Nuoro per un approfondito esame della situazione e per testimoniare la vicinanza di tutti i giornalisti sardi ai colleghi minacciati. L'Assostampa afferma che «sarà al fianco di tutti gli altri sindacati nella lotta contro la violenza, per la democrazia e la pacifica convivenza sociale e civile nella libertà delle idee e delle posizioni».
    Preoccupazione per l'attentato è stata espressa anche dal presidente nazionale dell'Ordine dei Giornalisti, Lorenzo Del Boca, il quale nel pomeriggio si è messo in contatto col presidente dell'Ordine regionale, Mauro Manunza, e con il consigliere nazionale Giancarlo Ghirra, inviato del quotidiano di Cagliari. «Non è la prima volta che menti criminali mettono nel mirino i giornali pensando di poterli usare, attraverso l'intimidazione violenta, come arma - ha detto Del Boca - per ottenere un'informazione più disponibile ai loro obliqui disegni. Questi obbiettivi sono falliti in passato e sono destinati a crollare ora».
    L'Ordine regionale poi esprime «la più ferma e sdegnata condanna» e si rivolge «alle autorità, alle forze sociali, alle organizzazioni di aggregazione e impegno civile, agli uomini di intelletto, alle forze dell' ordine, ai singoli cittadini e ai colleghi, chiedendo concrete manifestazioni per fermare e isolare ogni tendenza criminosa che si ponga l'obiettivo di minare, con la limitazione della libera informazione, il quieto vivere e la crescita della società civile».

 

 

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