La Stampa del 6 gennaio 2003.
«Ognuno di noi fa quello che vuole, purché non comprometta l´organizzazione»
«Michele Pegna e le nuove Br? No, i nostri amici corsi non l´hanno mai incontrato»
Dal nostro inviato a CAGLIARI.
I miei amici corsi mi hanno detto che quel Michele Pegna accusato di far parte delle Brigate rosse, loro non l'hanno mai visto e che io sappia non hanno visto neppure altri brigatisti».
E' appena rientrato dalla Corsica, dove si reca spesso così come va almeno due volte all'anno nei Paesi Baschi, «dagli amici di Batasuna».
Personaggio sfuggente, il nostro interlocutore si qualifica come «indipendentista». Spiega di essere uno degli «ambasciatori all'estero» di «Sardigna Natzione», un movimento contenitore di diverse anime politiche che, per il suo coordinatore nazionale Bustianu Cumpostu, sono «tutte ugualmente preziose perché stimolano il dibattito interno e sono saldamente unite dalla comune rivendicazione nazionalista sarda».
Per il nostro interlocutore «l'azione politica degli indipendentisti» comporta anche «l'azione militare».
Non rivendica esplicitamente la paternità diretta degli attentati che stanno tormentando la Sardegna, però con alcune di queste azioni si dichiara «perfettamente d'accordo».
E sugli ultimi episodi, le pallottole spedite ai due sindacalisti e al magistrato che si occupa di terrorismo, solleva un dubbio: «Quei proiettili se li sono spediti loro. Vogliono creare un clima di Stato di polizia». Comunque, non crede che in Sardegna siano nati o stiano nascendo - così come temono gli investigatori e gli inquirenti - gruppi legati al brigatismo rosso. E ricorda che alla fine degli anni Settanta ebbe modo di incontrare quell'Antonio Savasta in missione sull'isola per fondare una colonna sarda delle Brigate Rosse.
Completo di velluto nero, sopracciglia luciferine, il nostro interlocutore è avaro di grandi discorsi. E' telegrafico, i suoi giudizi sono mitragliate: «Siamo un popolo oppresso dal punto di vista economico, culturale e politico».
E, soprattutto, le sue affermazioni si prestano a più di una interpretazione.
Per esempio, quando dice: «Ognuno di noi fa quello che vuole purché non comprometta l'organizzazione. Non potrebbe mai accadere che il nostro leader, Bustianu Cumpostu, dia disposizioni di procedere ad azioni militari e, comunque, non vorrebbe saperlo».
Fa riflettere la sua valutazione: «In questo momento l'indipendentismo sta perdendo il consenso».
E' uno strano caleidoscopio questo universo indipendentista, separatista, autonomista sardo. Diviso al suo interno, in cerca di rilancio, in perdita verticale di consenso, almeno dal punto di vista elettorale. E già, perché il futuro di quest'isola è una incognita: il malessere sociale, la crisi economica, la disillusione politica rischiano di creare un varco ad avventure velleitarie.
Diceva il ministro dell'Interno, Beppe Pisanu, commentando gli attentati recenti: «C'è il rischio che queste azioni esercitino una qualche suggestione fra quelle fasce di giovani disoccupati, disorientati e disperati».
Insomma, la Sardegna potrebbe trovarsi stretta tra l'incudine del terrorismo (di varie matrici) e il martello di un indipendentismo senza prospettive.
Gli attentati attribuiti o rivendicati da un'area indipendentista sono diversi. Gli ultimi due, il 26 e il 28 settembre. Il primo a Nuoro, alla sede dell'Assoindustria, in contemporanea a quello dei Nuclei proletari per il comunismo alla Prefettura, è stato rivendicato dall'Organizzazione Indipendentista Resistentia, il secondo, due giorni dopo, al ripetitore Rai di Capoterra, rivendicato da un breve comunicato: «Contro l'accordo capitale-informazione, contro il colonialismo, resistentia».
Il nostro interlocutore «apprezza» l'attentato al ripetitore Rai come pure, e forse ancora di più, quello del 3 maggio del 2000 - rivendicato dalle «Brigate ecologiste della Marmilla» - contro la villetta dell'amministratore delegato della Gold Mining, Garray Johnston, una società austrialiana che si occupa di estrazioni aurifere: «Hanno la licenza di devastare le colline della Sardegna - afferma - e di avvelenarla con il cianuro».
Gli investigatori e gli inquirenti, a differenza dell'«indipendentista», ritengono che anche l'attentato all'Assoindustria di Nuoro sia ricollegabile agli indipendentisti che hanno agito in contemporanea con i neobrigatisti dei Nuclei proletari per il comunismo.
Due anni fa, al convegno di Barcellona per la costruzione dell'Europa dei popoli e delle nazioni, il leader di Sardigna Natzione, Bustianu Cumpostu, spiegava che il suo movimento è «impegnato in una lotta di liberazione nazionale della propria patria, contro il liberismo e il mondialismo».
E precisava: «L'indipendenza che noi vogliamo è il rifiuto di un rapporto di dipendenza unilaterale e di un separatismo imposto. La nostra lotta non può essere condotta solo all'interno e contro gli stati nazione che ci tengono in sudditanza ma deve trovare le occasioni e i modi per concretizzarsi in un fronte unico almeno a livello europeo».
"Sardigna Natzione" si è scissa.
Uno dei suoi dirigenti, Gavino Sale, e Giovanni Masia, leader del sindacato dei pastori Kuiles, hanno fondato «Indipendentzia Repubrica de Sardigna», presente con una vivace delegazione al recente Social Forum Europeo di Firenze.
In una intervista alla «Nuova Sardegna», Sale ha spiegato: «Siamo pacifisti, ci sentiamo parte di una sinistra mondiale di valori. Per questo siamo stati a Firenze per manifestare le nostre idee insieme ai movimenti no global. Il progetto di Sardigna Natzione è fallito, se dopo dieci anni si è rimasti fermi all'uno per cento dei consensi. Come pure è finito quel sardismo che ha prodotto la coscienza autonomistica».
Strade che si separano e che portano a fare delle scelte.
Per chi condivide e simpatizza con quella degli attentati, come il nostro "indipendentista", si tratta di una strada «a metà tra il ribellismo e la rivoluzione».




Rispondi Citando