Dal messaggero di roma 5 Gennaio
Venezia: vogliono
processare
Napoleone,
ma fanno ridere
di FULVIO CAMMARANO
CHISSÀ come avrebbe reagito Napoleone alla notizia che nel 2003 alcuni cittadini di Venezia, con molto tempo libero a disposizione, si sarebbero riuniti in un “comitato antibonapartista" per sottoporlo a “regolare" processo? Con quale accusa? Aver dissolto la repubblica “democratica" di Venezia. Probabilmente si sarebbe fatto una bella risata. Già, perché se a cavallo fra XVIII e XIX secolo esisteva una sia pur timida prospettiva democratica questa era legata proprio alle armate napoleoniche che, pur non essendo congreghe di benefattori, come tutte le armate di questo mondo, di fatto stavano esportando in gran parte d’Europa quelle parole d’ordine nate con la Rivoluzione francese (fraternità, uguaglianza, libertà) che, Serenissimi permettendo, sono ancora oggi alla base delle moderne democrazie. Condannare storicamente Napoleone perché ha disintegrato la decrepita oligarchia della repubblica veneziana o perché ha danneggiato gli interessi della Chiesa cattolica è più che lecito a patto che non lo si pretenda di fare in nome della democrazia.
La vicenda, dunque, non meriterebbe alcun commento se dietro la kermesse strapaesana non ci fosse una sempre più diffusa tendenza a voler processare la storia. Che è l’altra faccia, se così si può dire, di un’altra perniciosa tendenza, quella di utilizzare la storia per fini di bassa cucina politica. Disquisire degli “errori" storici potrebbe essere senza dubbio un esercizio lodevole, se non fosse che ognuno tende a scorgere, con estrema chiarezza e grande capacità di indignazione, la pagliuzza nell’occhio del vicino senza far mai alcun accenno alla trave ben conficcata nel proprio. Questo non significa che non si debba in ogni modo cercare di individuare una linea che separi anche nel giudizio storico il torto dalla ragione, che distingua l’aggressore dall’aggredito, solo che tale esercizio non deve mai dimenticare la complessità del contesto storico se non vuole trasformarsi in una poltiglia buona solo per i ring mediatici.
Ad esempio, rubare approfittando della guerra è certamente un atto riprovevole, ma perché limitarsi a chiedere, come è emerso in questi giorni, la restituzione delle opere d’arte trafugate da eserciti invasori e non pretendere, tanto per dirne una, la ricostruzione degli edifici distrutti da quegli stessi eserciti se non, addirittura, l’indennizzo per le vite dei civili uccisi? Forse uccidere e distruggere è lecito in tempo di guerra e rubare no? Non minori sono poi i paradossi che porta con sé l’ormai diffusa tradizione di “processare" in piazza non solo i “cattivi" della storia, ma anche i personaggi più insospettabili (si pensi solo per fare un esempio a Cristoforo Colombo “accusato" di aver favorito il genocidio dei popoli indios) come se avessero agito fuori da ogni logica e cultura del loro tempo.
Per tornare alla vicenda veneziana, è evidente la matrice politica dell’iniziativa. Essa è il più o meno diretto frutto avvelenato delle esternazioni di Umberto Bossi, il quale qualche settimana fa aveva tuonato, in occasione della trasmissione dello sceneggiato televisivo sull’epopea napoleonica, contro Bonaparte descritto come sanguinario affossatore delle “innocenti" piccole patrie padane. Forse il leader della Lega non lo sa ma, se oggi egli è un uomo libero, in grado di confrontarsi democraticamente con altri uomini liberi, lo deve in piccola parte e, s’intende per “li rami", non a un “pacifico" doge o a un qualche pio pontefice, ma proprio, ironia della sorte, al violento e autoritario Napoleone.




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