La mafia a Barcellona
Un giornalista contro i padrini di Messina


a cura di Monica Centofante


Quando fu ucciso, l’8 gennaio del 1993, Beppe Alfano era corrispondente de La Sicilia di Catania da Barcellona Pozzo di Gotto. clicca leggi tutto

Lo era soltanto dal 1° agosto del 1991 ma la sua «fama» di uomo libero, incondizionabile e ribelle ai sistemi di potere corrotti e collusi con la mafia si era già diffusa attraverso le antenne barcellonesi di Telenews, l’emittente televisiva rilevata nel '90 dall'amico d'infanzia Antonio Mazza. Alfano è direttore dei servizi giornalistici, si occupa della cronaca mentre Mazza cura gli editoriali. Insieme denunciano abusi, inadempienze, sprechi della pubblica amministrazione negli anni in cui il senatore andreottiano Carmelo Santalco domina la scena politica di Barcellona. L'abilità con cui mettono alla corda gli amministratori più in vista nei dibattiti politici mandati in onda la sera, incalzandoli con domande pungenti, sarcastiche, mai concordate prima della trasmissione ed esponendoli alla pubblica piazza grazie alla «linea diretta» con i telespettatori fa di loro, in breve tempo, dei personaggi scomodi. Tanto scomodi da spingere i politici a disertare il programma e il boss Giuseppe Gullotti a parlare di un giornalista da eliminare perché comincia «a dare seri fastidi in particolare all'avvocato Santalco (figlio del senatore ndr.)», almeno secondo quanto successivamente dichiarato dal collaboratore di giustizia Orlando Galati Giordano il quale aggiunge che il riferimento poteva anche non essere ad Alfano ma che l'episodio accaduto qualche mese prima, quando un misterioso incendio aveva distrutto la macchina del cronista, era quantomeno indicativo. Gullotti, che fino al 1998 risulta incensurato, è, secondo i magistrati, l'uomo di fiducia di Nitto Santapaola nel barcellonese in seguito all'assassinio del boss Francesco Rugolo, capo del gruppo storico di Cosa Nostra in contatto con la 'Ndrangheta calabrese e perfettamente integrato fino agli anni '80 nel tessuto economico, sociale e politico della città. A volere la morte di Ciccio Rugolo è Pino Chiofalo, detto Pino «u sceccu» che non accetta la subalternità a Santapaola e si batte per l’autonomia di Barcellona. L'omicidio, che viene consumato nel settembre del 1987, sigla l'inizio di una sanguinosa guerra che dura sei anni, provoca un centinaio di morti e vede la condanna per duplice omicidio di Chiofalo il quale, per un certo periodo, continua a dettar legge dall’interno del carcere. Durante questo conflitto tra chiofaliani e gullottiani l'allora ministero di Grazia e Giustizia decide di istituire a Barcellona il tribunale. E’ qui che Alfano entra in immediata sintonia con il giovane sostituto Olindo Canali e si guadagna il titolo di «infamone», termine mafioso con cui viene indicato chiunque abbia confidenza con carabinieri, polizia o magistrati. A rivelarlo è il pentito Maurizio Bonaceto in una deposizione del 12 maggio 1993 nella quale dichiara che il boss Giuseppe Iannello parla di Alfano come del giornalista che «non solo scattava fotografie di persone implicate in traffici illeciti, ma pure che era solito andare nell'ufficio del dottor Canali» o parlare con i carabinieri. Iannello, dal momento che in seguito alle denunce di Telenews la magistratura si era mossa sequestrando i libri mastri del Comune di Barcellona, teme che le inchieste degli investigatori possano approdare alla gestione illecita degli appalti e quindi al patto fra politici e mafiosi. E la sua paura non è priva di fondamento dal momento che le indagini di Alfano si mostrano sempre più pericolose: nel mirino del giornalista vi sono gli interessi speculativi legati al Piano regolatore, le opere pubbliche incompiute, la potente massoneria coperta operante nelle città di Barcellona e Messina. Inchieste alle quali, a partire dal 27 luglio del 1991, se ne aggiungeranno molte altre. Quel giorno infatti, per puro caso, si trova a Terme Vigliatore, un piccolo centro situato nei pressi di Barcellona. E' il giorno della festa della patrona e Lorenzo Chiofalo, figlio del boss Pino "u sceccu", viene assassinato mentre con un amico si trova a bordo di una moto. Solo quattro giorni più tardi un pezzo di Alfano sull'assassinio di Chiofalo, pubblicato da La Sicilia, da il via alla sua carriera di corrispondente per il quotidiano. In breve tempo il giovane riesce a crearsi una serie di contatti che gli permettono di comprendere gli spaventosi intrecci tra mafia, politica e mondo degli affari. La sua «coscienza critica che andava al di là del mestiere di giornalista, la coscienza critica di chi voleva ribellarsi a una situazione di degrado morale e intellettuale», così come la definisce il responsabile editoriale della redazione di Messina Gino Mauro, non accetta compromessi o tentativi di "ammorbidimento" e dalle pagine de La Sicilia emerge presto il vero volto di una Barcellona Pozzo di Gotto fortemente collusa con il potere criminale. «Alfano stava lavorando sul colossale businness degli appalti della nettezza urbana che il Comune di Barcellona concedeva a certe ditte in odore di mafia - spiega Mauro -; sui finanziamenti sospetti per il castello di Milazzo; su certi traffici che avvenivano al villaggio turistico Portorosa e che riguardavano il fallimento della vecchia società, la Baia Garden, alla quale subentrò un nuovo gruppo di Palermo. Una vicenda tutta da approfondire. Molto grossa». La magistratura parla inoltre di una indagine di Alfano sul traffico d'armi e su una serie di truffe alla Comunità economica europea per la produzione e l'esportazione di agrumi. Senza contare l'inchiesta sul traffico dell'eroina, che secondo il giornalista è il motivo scatenante di una nuova guerra di mafia. Ma è nell'estate del 1992 che il cronista muove i primi passi in un vespaio di gigantesche proporzioni che ruota attorno alla Regione siciliana e all'Unità sanitaria locale di Milazzo. Al centro dello scandalo vi è l'Aias (Associazione italiana assistenza spastici) in larga parte finanziata dalla Regione siciliana poiché gestita da politici appartenenti ai governi regionali di Dc e Psi. Solo nel '92 l'associazione avrebbe speso ventuno miliardi per investimenti di dubbia legittimità mentre i suoi dipendenti sarebbero stati tutti assunti con il sistema clientelare. Quando Alfano intervista Antonino Mostaccio, presidente dell'associazione, per chiedere delucidazioni in merito si sente rispondere, stando a quanto raccontato da Francesco Alfano (figlio del giornalista), che dell'Aias bisogna essere amici. Mostaccio, per diversi anni sindaco di Merì e amico del senatore Santalco ricopre cariche sindacali al comune di Barcellona. Secondo i magistrati che si sono occupati dell'inchiesta sul delitto Alfano, l'ex presidente dell'Aias sarebbe «un uomo con provate, sp ifiche e costanti frequentazioni mafiose». Di lui il pentito Pino Chiofalo rivela che «attraverso un affiliato al mio clan, Arturo Coppolino, aveva chiesto di far parte dell'organizzazione e in cambio ci avrebbe favorito in quanto amministratore. E' stato sindaco e vicesindaco di Merì e la sua collaborazione riguardava eventuali cambi di destinazione di terreni acquistati da qualcuno dei nostri». La dottoressa Santa Genovese, attuale presidente dell'Aias, afferma invece che «tra le amicizie vantate da Mostaccio vi erano quelle di Francesco di Gitto e di tale Pagano di Merì, persone gravitanti nell'ambito della malavita locale ed entrambi deceduti per morte violenta». Il pentito Maurizio Bonaceto sostiene in ultimo che «Mostaccio aveva ed ha dei profondi legami con la malavita barcellonese con la quale si scambiò spesso favori, ed in particolare aveva buoni rapporti, anzi ottimi, con Pippo Gullotti». Nel periodo in cui tramite il deputato regionale del Msi Benito Ragno e il deputato nazionale del Pds Tano Grasso chiede ed ottiene due interrogazioni parlamentari, Alfano, come dichiara il figlio Francesco «ci riferì di essere stato minacciato da Mostaccio, il quale gli disse di essere in grado di fare scomparire delle persone con un semplice schiocco di dita». Il boss Iannello, aggiunge la moglie del giornalista, si sarebbe poi avvicinato ad Alfano con l'intento di offrirgli del denaro per conto dello stesso Mostaccio e in seguito al suo rifiuto, prosegue il figlio del cronista, «si sarebbero fatti avanti due intermediari politici: il deputato regionale del Psi, Serafino Marchione, e lo stesso Benito Ragno del Msi offrendogli quaranta milioni. Quest'ultimo, amico di papà da tanti anni, gli consigliò bonariamente: "Beppe, prendi i soldi e datti una calmata"«. I personaggi coinvolti nella vicenda dalle dichiarazioni qui riportate hanno declinato ogni responsabilità in merito mentre alle rivelazioni dei familiari di Alfano si aggiungono quelle di Stefano Foti ex presidente dell'Aias destituito da tale carica proprio da Mostaccio. E' Foti il confidente del giornalista, l'uomo che, secondo l'avvocato di parte civile al processo Alfano avrebbe fornito informazioni con la speranza di essere reintegrato nell'Aias. Ed è nel settembre del '92 che viene rinominato direttore generale dell'associazione mentre, poche settimane dopo, Mostaccio viene destituito dalla carica di presidente. Nel corso delle sue indagini giornalistiche il cronista de La Sicilia viene intanto a conoscenza di un progetto di Mostaccio e Foti di costituire un consorzio che avrebbe raggruppato tutte le Aias siciliane. Il nome di tale struttura sarebbe stato Enea Duemila, ma l'idea andò a monte proprio il giorno seguente al conseguimento di un fido bancario di quaranta miliardi. L'Aias, inoltre, nel periodo in questione, risulterebbe proprietaria di immobili per il valore di venti miliardi mentre i propri dipendenti non percepirebbero lo stipendio. Secondo le dichiarazioni di Stefano Foti ai magistrati grazie ad un affare miliardario (l'acquisto di un immobile a prezzo gonfiato) lo stesso Foti, Mostaccio e un certo Tavilla, componente del consiglio di amministrazione, si sarebbero divisi una tangente di un miliardo con parte della quale avrebbero finanziato la campagna elettorale del '92 del senatore Francesco Cimino e dell'onorevole Serafino Marchione. Lo stesso pentito Maurizio Bonaceto dichiara che «al boss Giuseppe Iannello risultava che su alcuni investimenti immobiliari Alfano aveva ficcato il naso e poteva avere scoperto gli imbrogli fatti dai dirigenti dell'Aias e da Mostaccio in particolare. Mi parlò infatti di un grosso complesso immobiliare che l'Aias stava acquistando in Barcellona e sul quale aveva grossi interessi proprio Mostaccio». E ancora: «Quando Mostaccio di Merì maturò l'intenzione di uccidere il giornalista Alfano, si rivolse in prima persona al Gullotti per avere l'assenso. Se Gullotti avesse detto di no, di certo tale omicidio non si sarebbe verificato […]. Gullotti ebbe buon gioco a dare il proprio assenso, in quanto l'Alfano stava diventando pericoloso per la malavita di Barcellona». A detta del collaborante Santino Di Matteo, Gullotti si sarebbe così incontrato con Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella per chiedere il consenso all'omicidio mentre nello stesso periodo, questa volta in base alle dichiarazioni del pentito messinese Giuseppe Surace, il figlio dello stesso Surace, Cono, avrebbe ricevuto dall'affiliato Salvatore Longo la richiesta formulata dall'allora sottosegretario all'Interno Saverio D'Aquino, di intimidire Alfano sparandogli alle gambe. Sempre secondo il pentito, però, l'azione non fu commessa «in quanto degli "amici" di Barcellona dell'on. D'Aquino avrebbero provveduto a risolvere diversamente la questione». L'onorevole smentisce le accuse ed è comunque doveroso specificare che Alfano non scrisse mai articoli contro di lui, anche se corre voce che il giornalista fosse in procinto di "dedicare" a Saverio D'Aquino un intero dossier, del quale a tutt'oggi non vi è traccia. Il 22 novembre del 1992 Alfano pubblica in un trafiletto la decisione della dott.ssa Santa Genovese e di Stefano Foti di presentarsi alla magistratura per parlare di alcune operazioni illecite dell'Aias, cosa che non faranno mai perché fermati da un «avvertimento». Nello stesso periodo, a detta del pentito Giuseppe Surace, Giuseppe Iannello viene assassinato perché rifiuta l'incarico di uccidere il giornalista barcellonese; vengono emessi i primi avvisi di garanzia nei confronti dei dirigenti dell'Aias; Alfano capisce che presto tenteranno di fermarlo. Secondo la ricostruzione degli investigatori la sera di quel fatidico 8 gennaio fu lo stesso giornalista ad avvicinarsi al proprio assassino, probabilmente perché, conoscendolo, non temeva per la propria incolumità. Il pentito Bonaceto dichiarerà in seguito di aver visto, quella sera, un certo Antonio Merlino appoggiato al finestrino della macchina del cronista, intento a parlare con lui. Merlino, a detta di Bonaceto, era stato più volte indicato dal boss Iannello come persona fidata per omicidi o rapimenti. L'avvocato Luigi Autru Ryolo, difensore del boss Giuseppe Gullotti al processo Alfano, parla di una segnalazione anonima di tre persone sospette, la mattina del delitto, nei pressi dell'abitazione della vittima. Denuncia un atteggiamento di lassismo da parte della polizia che, anche in seguito alla morte del giornalista, provocata da tre colpi di arma da fuoco, non avrebbe approfondito le indagini. Sostiene inoltre che l'arma del delitto, una pistola calibro 22, non è generalmente usata nei reati di mafia e che i colpi che hanno raggiunto la vittima sarebbero stati sparati tutti «dal dietro in avanti». Ciò escluderebbe la possibilità che il carnefice si trovasse fuori dalla macchina. «La verità - sostiene quindi Luigi Autru Ryolo - è che sorse questa brillante idea che Alfano fosse stato ucciso dalla mafia. La sfortuna di Alfano è quella di essere stato "costruito" dagli investigatori, ma non è vittima di un delitto di mafia per la semplice ragione che nei suoi articoli la parola "mafia" compare non più di due volte […]. Può darsi che quella sera Alfano, incuriosito da traffici di piccoli spacciatori, si sia recato in via Marconi e sia stato ucciso con una pistoletta calibro 22». Ma la calibro 22 potrebbe essere stata usata per depistare le indagini, sostiene il pm Marcello Minasi, aggiungendo che spesso si sono verificati casi simili. Si sparge intanto la voce che il reale movente del delitto sia legato a problemi di donne o a debiti di gioco mentre negli ambienti mafiosi, secondo quanto riportato da Pino Chiofalo, si decide per l'eliminazione di Bonaceto, considerato un testimone troppo pericoloso. La cosa non verrà portata a termine per l'intervento di due affiliati. Poco tempo dopo le indagini portano all'arresto di Antonino Merlino e di Antonino Mostaccio accusati, rispettivamente, di essere il killer e il mandante dell'omicidio del giornalista barcellonese mentre Giuseppe Gullotti si da alla latitanza. Verrà catturato un anno più tardi. Nel luglio del 1993 vengono emessi 12 ordini di custodia cautelare nell'ambito dell'inchiesta Aias (due sono per Antonino Mostaccio e Stefano Foti) e viene ucciso l'editore di Telenews Antonio Mazza mentre, con la famiglia, si trovava nella sua casa di villeggiatura al mare. I magistrati escludono collegamenti con il delitto Alfano. Nel 1994, con l'accusa di aver tratto profitto dai traffici illeciti dell'Aias, vengono arrestati Francesco Sidoti, ex pretore di Milazzo e Antonino La Torre, presidente del tribunale di Messina. Il processo Alfano inizia nel 1995, quando il Palazzo di giustizia messinese è al centro di un colossale scandalo che porta all'arresto di una mezza dozzina di magistrati e la Corte d'Assise è presidiata da Domenico Cuccio, «un personaggio chiacchierato e potente, emblema di un tribunale abituato a seppellire le inchieste più scottanti sotto montagne di carta» (1). I processi Aias e Alfano vengono separati, le dichiarazioni rilasciate da Foti sono sconcertanti: «L'associazione milazzese era un punto di riferimento per i partiti, i cui dirigenti avrebbero preteso non solo assunzioni di favore, ma anche il "pizzo" sulle tangenti che venivano rastrellate su ogni contratto di fornitura o appalto». I presunti referenti politici dell'Associazione da lui citati sono: l'ex ministro socialista Nicola Capria, l'ex sottosegretario alle Poste Giuseppe Astone, l'ex presidente della Regione siciliana Vincenzo Leanza, l'onorevole Serafino Marchione e il senatore socialista Francesco Cimino. Al termine del dibattimento il Pm chiede l'assoluzione per Mostaccio e l'ergastolo per Gullotti e Merlino. Il processo in primo grado si conclude con una condanna di 21 anni e sei mesi di reclusione per Merlino e con l'assoluzione con formula piena per Mostaccio e Gullotti. Nel 1997, durante il secondo grado di giudizio, il legale del pentito Bonaceto è l'avvocato Santalco imputato, insieme allo stesso Bonaceto, nel processo "Mare nostrum". Nello stesso anno il collaborante ritratta tutte le sue dichiarazioni e sfuggito ad un omicidio tenta il suicidio. Al termine del processo la Corte conferma la pena per Merlino e condanna Gullotti a trent'anni di reclusione.