"L'occupazione anglo-americana del Mezzogiorno fu l'elemento che segnò maggiormente la transizione di quelle regioni dal fascismo al dopoguerra"

occupanti e liberatori


Mentre al Nord si consumavano gli ultimi mesi di guerra, il sud da più di un anno viveva l'esperienza dell'occupazione alleata e della coesistenza tra il potere del governo di Badoglio e quello delle truppe anglo-americane. In Sicilia prende piede l'esperienza autonomista. Nelle regioni continentali fiorisce la "borsa nera", mentre l'epurazione degli apparati statali fascisti procede in maniera alquanto contraddittoria. Nel complesso permane il tradizionale distacco tra istituzioni e società civile

Gloria Chianese

Alcune immagini tornano sempre in mente quando si pensa all'occupazione anglo-americana nel sud: i militari alleati che ballano con le "signurine" e sullo sfondo i sassofoni che suonano, lo scugnizzo che si vende il negro, il "baitista" che assale il camion. Immagini che alla fine finiscono per diventare un po' stereotipate semplificando una realtà che fu invece complessa e contraddittoria.
Per gli occupanti inglesi ed americani gli italiani erano in primo luogo gli sconfitti che avevano condiviso le scelte e le responsabilità del regime fascista, sui meridionali pesava inoltre il giudizio di popolo povero ed arretrato: un po' brigante, un po' borbonico.
Per la popolazione locale l'esercito anglo-americano era, prima di ogni altra cosa, colui che finalmente portava la pace ponendo fine al terrore tedesco e a una guerra ritenuta inutile e persa. Certo c'era stato, soprattutto in città come Palermo a Napoli, l'esperienza dei bombardamenti che avevano devastato uomini e cose, ma anche questo, alla fine, veniva considerato una sorta di prezzo da pagare pur di giungere alla conclusione del conflitto.
E' difficile dire quale fosse l'immagine che avevano gli italiani di paesi come l'America e l'Inghilterra. Su quest'ultima probabilmente continuava ad influire lo stereotipo veicolato dalla propaganda fascista di paese ricco ed imperialista, anche perché va ricordato che nel sud il colonialismo del regime in Etiopia, duramente contrastato dagli inglesi, aveva incontrato un qualche favore in rapporto a possibili sbocchi occupazionali, rivelatasi di fatto inesistenti.
Per l'America i punti di riferimento erano assai più concreti perché vi era la tradizione dell'emigrazione transoceanica che, anche se contenuta durante il fascismo, continuava a sedimentare nella cultura del mezzogiorno. L'America era il paese dalle immense risorse economiche e dal potenziale bellico smisurato di cui si era avuto sentore con i bombardamenti a tappeto della "fortezze volanti".
L'esperienza dell'occupazione anglo-americana va vista in qualche modo come un "continuum" rispetto agli anni di guerra perché permaneva un clima, per così dire, di pace dimezzata.
Continuavano, forse addirittura accresciuti, i disagi materiali, il mercato nero, i saccheggi e le violenze, continuava non molto lontano - lungo il Volturno e la linea Gustav - la guerra, continuava la scarsa visibilità delle istituzioni italiane così come era avvenuto nell'ultima fase del regime fascista. Ma di questa esperienza va colto anche il carattere di discontinuità, l'impatto forte con un mondo molto diverso ed assai variegato.
Si entrava in rapporto con soldati nordamericani, canadesi, inglesi, polacchi, indiani, marocchini che si comportavano da vincitori ma da cui potevano e dovevano essere tratte le risorse per la sussistenza. Tutto ciò comportava il confronto con mentalità ed istituzioni profondamente diverse.
L'occupazione anglo-americana costituì l'elemento che maggiormente influenzò nel sud l'intero processo di transizione dal fascismo al dopoguerra. Gli alleati scelsero la formula del controllo indiretto attraverso la costituzione dell'Amgot e dell'Acc, che in realtà esercitavano un controllo meticoloso su ogni aspetto della vita politica e sociale del paese. La campagna d'Italia era iniziata con l'operazione "Husky". Era stata occupata Pantelleria e, poi, in trentotto giorni era stata portata a termine l'occupazione dell'intera Sicilia, il che acquisiva una grande importanza militare in quanto consentiva di utilizzare le locali basi aeree. Sul piano strategico la scelta di effettuare la campagna d'Italia aveva avuto un significato diverso per inglesi ed americani. Per i primi essa s'inseriva in un progetto di controllo del Mediterraneo e assecondava la speranza che, una volta conquistata rapidamente l'Italia, ci si potesse, indirizzare verso i Balcani contenendo l'avanzata sovietica. Per i secondi, in particolare per Roosevelt, il fronte italiano aveva un'importanza secondaria in quanto si riteneva prioritario organizzare lo sbarco in Francia, anche se non poteva essere trascurato il fatto che la comunità italo- americana comprendesse ben sei milioni di elettori.
In realtà numerosi italo-americani furono inseriti nelle truppe di occupazione e per la Sicilia più volte è stato sollevato il problema del ruolo esercitato dalla mafia siculo-americana nelle operazioni di sbarco e poi nel controllo dell'isola.
M.Pantaleone ha sostenuto che l'apporto mafioso fu decisivo anche ai fini del successo militare ed ha sottolineato il ruolo di personaggi come Lucky Luciano e Vito Genovese. La mafia entrò in scena soprattutto "dopo" lo sbarco, in rapporto al controllo sociale del territorio. Assai numerosi furono i sindaci mafiosi insediati dagli alleati perché erano popolari, autorevoli ed addirittura potevano ammantarsi di un alone di vittimismo antifascista. Il caso più noto fu quello del mafioso don Calogero Vizzini designato sindaco di Villalba del tenente americano Beehr. La mafia inoltre ebbe un ruolo importante nella vicenda del Movimento per l'indipendenza siciliana, di cui in qualche modo costituì il braccio armato con la massiccia presenza di mafiosi nell'Evis. E sui rapporti tra anglo- americani e separatisti conviene leggere quanto osserva, nel 1962, la relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia in Sicilia: "All'indomani dello sbarco in Sicilia delle truppe anglo- americane, i responsabili del governo militare d'occupazione affidarono il novanta per cento delle amministrazioni dei comuni a politici separatisti. Tali scelte erano evidentemente predisposte dai responsabili americani ed inglesi da tempo. Esse tendevano a contrapporre, almeno in un primo momento, e in previsione di difficoltà nell'occupazione e nel mantenimento da parte delle truppe alleate, di tutto o di parte del territorio isolano, di una classe dirigente che potesse contrapporsi al governo italiano, capace di organizzare e dirigere un eventuale movimento di resistenza".
E' forse utile ricordare che lo sbarco in Sicilia avvenne il 10 luglio prima della fine del fascismo, ma l'atteggiamento degli alleati non mutò, nel caso siciliano, anche dopo il crollo del regime.
La campagna d'Italia proseguì con l'operazione Baytown per cui le truppe anglo-americane sbarcarono in Calabria agli inizi di settembre e poi avanzarono in Puglia occupando Foggia, anch'essa molto importante per l'utilizzazione degli aeroporti militari.
Nel frattempo maturava l'operazione Avalanche che prevedeva un ulteriore sbarco nel golfo di Salerno effettuato il 9 settembre, cioè dopo l'annuncio dell'armistizio. Sul piano militare le operazioni alleate incontrarono una forte resistenza da parte dei nazisti e registrarono gravissime disfunzioni che provocarono migliaia di vittime.
La proclamazione dell'armistizio e la stessa fuga del re e di Badoglio a Brindisi sancirono che tra gli interlocutori degli alleati vi erano la monarchia e il governo, i quali in tal modo venivano legittimati. Per l'Italia non fu posto il problema di una radicale sostituzione delle élites dirigenti diversamente da quanto sarebbe avvenuto in Germania e in Giappone, ma finì per prevalere il discorso della continuità attraverso il ruolo svolto dalla monarchia sabauda e l'0opera del personale politico badogliano. Peraltro è da ricordare che nell'autunno del 43 la contrapposizione tra monarchia, governo e forze antifasciste era netta e non furono disponibili ad assumere incarichi governativi neppure gli esponenti dello schieramento antifascista moderato deciso a salvaguardare la permanenza dell'istituto monarchico.
Nel gennaio 44 si svolse il I congresso dei Cln dell'Italia liberata (Bari 28/29-1-1944) che sancì l'egemonia Benedetto Croce, approvò la proposta di abdicazione del sovrano e la formazione di un governo provvisorio alternativo a quello Badoglio.
A partire dal febbraio i territori liberati iniziarono ad essere restituiti al governo italiano che in questo modo accresceva il proprio prestigio, anche se la sua autorità finiva con l'essere in gran parte formale. Dopo l'armistizio inoltre si era posto il problema della partecipazione dell'Italia alla guerra antifascista. Eisenhower premeva in tale direzione ed era stata fatta intravedere la possibilità che lo sforzo bellico avrebbe comportato il riconoscimento di nazione cobelligerante.
Il 13 ottobre l'Italia dichiarò guerra alla Germania ottenendo lo status di cobelligerante a fianco dei vincitori. Lo stato maggiore dell'esercito regio costituì così il I raggruppamento motorizzato che partecipò con vicende alterne alla battaglia di Montelungo.
In precedenza invece erano stati frustrati i tentativi di sostituire raggruppamenti militari di volontari antifascisti. Su pressione di Badoglio e degli stessi comandi alleati, soprattutto inglesi, era stato fatto fallire il tentativo del generale Pavone che aveva dato vita ai "Gruppi Combattenti Italia" d'ispirazione repubblicana.
Ma la decisione di continuare la guerra accanto agli alleati incontrò scarsissimo consenso tra la popolazione ed in particolare in Sicilia si sviluppò il "Movimento dei non si parte" con vere e proprie rivolte, tra cui la più incisiva fu quella di Ragusa, che si prolungò per cinque giorni e fu ferocemente repressa dall'esercito. Si è già osservato come l'esperienza della guerra avesse determinato il crollo del consenso del regime fascista e co me gli anglo-americani fossero stati vissuti, in primo luogo, come coloro che finalmente portavano la pace. Nessuno avrebbe mai pensato, né tanto meno desiderato ricominciare a combattere.La guerra contro i tedeschi era un affare che riguardava soltanto l'esercito alleato, "non" la popolazione civile italiana, né le migliaia di soldati sbandati che, dopo l'8 settembre, cercavano in mille modi di tornare a casa.
Il discorso era diverso per i militari che dopo l'armistizio si trovavano sui fronti di combattimento e scelsero di essere internati nei lager tedeschi piuttosto che giurare fedeltà alla repubblica di Salò. Anche il mezzogiorno diede il suo contributo, ma "in loco" la guerra era finita, anche se il ritorno ad una condizione di normalità era ben lontano dall'essere realizzato.
Continuava ad esservi una forte distanza tra società ed istituzioni locali. Gli alleati avevano promosso in una certa misura l'epurazione colpendo sia i gerarchi fascisti che i prefetti ed avevano sciolto le organizzazioni del regime, ma il ricambio fu effettuato utilizzando il personale badogliano o esponenti dell'antifascismo moderato liberale e demolaburista.
In realtà l'epurazione incise assai poco sulla configurazione del locale ceto politico ed economico. Alcune clamorose sentenze furono indicative ditale linea di tendenza. Fu il caso di Napoli del prefetto Domenico Soprano,che collaborò con i nazisti dopo l'8 settembre: processato dal Tribunale militare territoriale fu assolto nell'ottobre 1944. Anche figure significative degli ambienti imprenditoriali e finanziari come Giuseppe Cenzato e Giuseppe Frignani, direttore del Banco di Napoli, fortemente compromesse con il regime, furono soltanto scalfite dall'epurazione. Il rinnovamento delle élites locali fu perciò contenuto.
L'immagine di "liberatori" degli anglo-americani fu inoltre appannata dal fatto chele condizioni di vita in realtà non migliorarono. Continuavano a scarseggiare i generi di prima necessità così pure aveva un'ulteriore impennata l'inflazione. G li incrementi più significativi si registravano tra il dicembre 1943-1944 e il vorticoso giro delle am-lire, indotto dalla presenza alleata, era una delle ragioni del rapidissimo ritmo inflattivo, che falcidiava le già magre risorse sia dei citi medi a reddito fisso che di quelli popolari.
Al disagio di ampie fasce di popolazione faceva riscontro il rapido arricchimento di coloro che si inserivano nel circuito parassitario extralegale del mercato nero, il quale - va però precisato - si era già ampiamente sviluppato negli ultimi anni del conflitto. E' indubbio però che con l'arrivo delle truppe anglo-americane ci fu un ulteriore incremento. All'azione di repressione della Military Police facevano riscontro innumerevoli episodi di complicità di singoli militari, in gran parte disertori. L'inefficacia degli interventi repressivi e le diverse forme di connivenza delle autorità italiane ed alleate accentuavano l'importanza e l'insostituibilità del mercato nero.
Esso era sorretto da una capillare rete delinquenziale che prosperava nel clima di illegalità esistente.E su quest'ultimo aspetto è fosse opportuno fare qualche considerazione.
L'occupazione alleata significava anche convivere con i continui atti di microcriminalità commessi ai danni di civili e militari italiani. Il fatto che soldati inglesi, canadesi, nordamericani, indiani, marocchini avessero"di fatto" la facoltà di compiere violenze sessuali, di effettuare furti e rapine, di partecipare ai saccheggi che continuavano a verificarsi, di malmenare ed insultare poliziotti e carabinieri creava un clima di forte instabilità sociale e favoriva, tutto sommato, una domanda d'ordine, un bisogno di tornare ad una normalità lungamente vagheggiata. In tal modo si consolidava un atteggiamento di estraneità al governo badogliano, ma anche alle nuove strutture della democrazia antifascista, atteggiamento che si poneva in continuità con la radicale sfiducia nei confronti del regime fascista dopo il crollo del "fronte interno".
In conclusione, se si considera nella sua interezza la fase dell'occupazione americana nel sud, sembravano prevalere gli elementi che favoriscono un processo d'involuzione moderata. Le autorità locali non erano autorevoli; i "liberatori" anglo- americani disponevano di innumerevoli risorse a cui era possibile accedere attivando strategie e comportamenti che ribadivano per gli italiani la condizione di popolo vinto.
D'altro canto si è già osservato in precedenza "l'alleato nemico" si sentiva in primo luogo vincitore e questo aspetto, proprio di una mentalità da truppe d'occupazione, ci viene restituito da alcuni romanzi coevi di scrittori inglesi ed americani come Lewis o Burns che, ovviamente con linguaggi e sensibilità diversi, destrutturano l'immagine del soldato alleato portatore di ricchezza, giustizia e democrazia.
In sintesi l'occupazione anglo-americana ebbe aspetti compositi. Segnò la fine della guerra ma anche l'inizio di una sorte di "intermezzo" in cui permaneva un rapporto di lontananza e estraneità tra società e istituzioni. Essa ebbe anche alcuni aspetti di modernizzazione come, ad esempio, l'adozione di nuovi farmaci come il Ddt contro l'epidemia di tifo petecchiale o la penicillina contro le malattie veneree.
Nel complesso però costituì una sorta di "coda" all'esperienza di disgregazione...