Elezioni Europee: chi sale e chi scende.
di Omar Kamall
Vince il Pdl, più o meno - Il Pdl vince, ma non convince. Direte che si tratta di un banale gergo calcistico, ma non è così. Il Premier si era detto convinto di superare gli -anta (in termini elettorali, chiaramente), ma si è visto - se pur leggermente - ridimensionato. La qual cosa, pare non gli abbia fatto piacere. Più o meno, penso abbia avuto lo stesso attacco di orchite che ho provato io quando ho letto di alcuni candidati del Pdl. Ma tant'è, la vita va avanti. Soprattutto per Berlusconi, che ha la certezza che il partito unico del centrodestra è pur sempre il primo partito d'Italia. Dove i partiti in gioco, non sono più tanti quanti gli scacchi, ma sono nove, occhio e croce. Il Pdl si ferma poco sopra il 35%. Non è il 40% prospettato dal Cavaliere, ma guai a lamentarsi. Il Premier da la colpa all'ennesima manovra mediatica della sinistra e all'astensionismo. Sarà, ma nel vedere tutto il chiasso attorno alla platinata Noemi (anche durante il giorno delle elezioni), qualcosa si capisce, non va come dovrebbe. Che sia la stampa o altro, non importa. Il punto è che questa non è più politica.
L'Europa che ci piace - C'è un dato ancor più importante e significativo: l'Europa tira a destra. Il che, per noi tutti, è un bene. Il motivo tuttavia, non è quello sbandierato dal centro sinistra a livello europeo e in più lingue. Vale a dire, che ad aver perso sono state le sinistre nazionali interessate più alle beghe nazionali che non alla sfida europea. Non è così. Il punto è che in tempo di crisi, perché di crisi trattasi, l'elettorato del vecchio continente (su per giù 200 milioni di teste pensanti e votanti) preferisce saggiamente una risposta conservatrice. Meglio quindi una soluzione realistica, possibilista e con i suoi tempi, che non cassandre che hanno perso di credibilità in ogni dove. Tranne che in Grecia. Quindi Sarkozy va avanti, Zapatero perde (Deus Gratias!), la Merkel viene sì ridimensionata ma mantiene la maggioranza relativa, e mr. Gordon Brown assiste al tracollo di se stesso, assieme a quello di tutto il Partito Laburista inglese.
Perché il celodurismo leghista va ancora di moda - "Noi della Lega c'è l'abbiamo duro" disse Bossi in tempi non sospetti. L'Umberto, vero animale politico, non se l'aspettava nemmeno lui questo colpaccio. Ma in cuor suo, deve averci sperato, e al Pdl un po' "gliel'ha tirata". I numeri dicono che le camice verdi non hanno perso colore. Anzi, si godono il 10,22%: tradotto, 3.124.363 voti. Tutti quanti al nord. Molti di questi voti provengono dai due estremi dell'arco politico, vale a dire destra e sinistra. Questo perché la Lega ha da sempre mantenuto una certa ambiguità. Non si dicono né di destra, né di sinistra, né (figuriamoci) di centro, e questo fa sì che sia un partito papabile per i più. Dopo la nascita del Pdl, una parte dell'elettorato di destra, già orientato sulle posizioni dei lumbard, la croce sul simbolo del partito di Bossi deve avercelo messo. Non tanto per i proclami, quanto per le politiche locali. La Lega, partito alla buona, ha una sua semplice linea di condotta: si dice ciò che si pensa, si fa ciò che si dice. E questo pragmatismo, nonostante la rozzezza di taluni, ha premiato. Buon per loro.
Cresce l'UDC, raddoppia Di Pietro - Il partito di Casini cresce, sebbene di un solo punto. "Buttalo via" direbbe qualcuno. Nel suo limbo, Casini non si trova così male. Non scappa a sinistra, ne tantomeno resta a destra. Non ha creduto alle furbesche lusinghe del Pd, ma non ha neppure digerito gli out out di Berlusconi. Mantiene il proprio elettorato con messaggi rassicuranti e slogan credibili. Ci manca solo che Casini racconti le favole per radio, giusto per far addormentare i bambini. Occhio però, perché la Lega da una parte e l'UDC dall'altra, si banchettano (e non poco) con gli avanzi del Pdl. Avanzi che non fanno schifo, dato che il piatto dice quasi il 17%. Chi fa meglio di tutti e Tonino Di Pietro. L'ex pm, politico sgrammaticato di professione, non ci scherza troppo e anzi, pare che "c'azzecchi". Si cucca l'8%, a danno del Pd e di ciò che resta della sinistra che fu. Di Pietro vince, ma a stento se ne comprende il "perché politico". Dato che i più non conoscono nulla del programma dell'Idv e sfido i suoi elettori a conoscerlo meglio. Di Pietro da l'idea di essere uno schietto, nonché l'unico avversario dal Cavaliere. Uno che a Berlusconi fa venire i sorci verdi. Basta chiedere a Mentana. Va da sé che qualcuno, non molto tempo fa, disse che Berlusconi andò a destra perché lì non c'era nessuno, e non perché fosse di fatto un uomo di destra. Poi fu il momento della discesa in campo di Antonio Di Pietro, che sempre a detta di quel qualcuno, si collocò a sinistra semplicemente perché stava dalla parte opposta a Berlusconi, e non perché Tonino fosse di sinistra. Motivo per cui, a destra, alcune delle cose dette da questo semplice uomo di Montenero di Bisaccia, tanto schifo non fanno.
Pd? No party 2 - Per il Pd continua la politica "Pd? No party". Si attesta al 26% il partito di Franceschini. Perde terreno con i Radicali che navigano a parte, e con l'Idv che fagocita l'idea di Veltroni un passo per volta. Non c'è scampo per questo contenitore privo d'identità. Ogni qual volta le cose potrebbero migliorare, in realtà peggiorano. Un partito senza una vera leadership, di cui non si capisce nulla. Tutti fanno i re, ma nessuno porta la corona. In compenso c'è il facente funzioni di Veltroni che non dispiace. Ma che neppure piace. Arduo ammetterlo per Fassino e compagni, ma un tempo, il 26%, i DS l'avrebbero fatto per conto proprio. Senza dover ricorrere a una fusione fra più partiti. Da qui, l'amletica domanda: il Pd è stato veramente un affare? Io dico di no, e loro non l'ammetteranno mai. Anche se l'elettorato sta facendo di tutto per farglielo capire.
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