La Casa delle Libertà vinse le elezioni anche sull’onda dell’esasperazione causata da un ondata di criminalità sempre più arrogante e sfrontata.
Ora si può dire che l’ondata è stata arginata ma non si vedono certo segni del suo deflusso.
In questa situazione di emergenza conclamata e perdurante tutto mi pare opportuno tentare tranne la via dell’indulto e della clemenza inconsulta.
Certo le carceri sono piene ma contengono una frazione infinitesima dei delinquenti in circolazione; il non aver provveduto, per decenni, ad adeguare l’edilizia carcerario non mi pare un buon motivo per mandar fuori quei pochi che s’è riusciti a metter dentro.
I dati sono chiari, il 95% dei furti resta impunito del tutto e per quel 5% che si fa acciuffare, dato per assodato che il derubato mai vedrà rimborso alcuno, la sanzione penale è aleatoria.
Noi siamo prigionieri in casa, spaventati dall’uscire temendo di ritrovare, al rientro, violato il santuario domestico, spaventati dal rimanere in casa e subire un’aggressione tra le mura di casa.
Noi prigionieri loro liberi ed impuniti; noi vittime tacciati d’intolleranza, loro delinquenti vezzeggiati come martiri.
In questo mondo alla rovescia crimine non è il delinquere ma il difendersi dal delinquente.
Non v’è contraddizione, si badi, tra le norme garantiste recentemente introdotte e la mia avversione ad ogni colpo di spugna, al contrario.
Garantismo è assicurare a ciascuno un giusto processo e concrete possibilità di difesa, il garantismo riguarda la fase delle indagini e del processo, non l’espiazione di una pena irrogata a chi è riconosciuto colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio.
Fino ad oggi in Italia uno può essere arrestato, detenuto in attesa di giudizio per tempi biblici, dato in pasto alla stampa, accusato da “pittoreschi figuri” detti pentiti, gente che dribbla condanne pesantissime accusando altri ed ottenendone un vitalizio.
Poi, dopo tutto questo, per chi è assolto poche scuse e meno risarcimenti; per chi è riconosciuto colpevole permessi, permessini, gite premio e cotillon.
Il presunto innocente patisce tutti i rigori dei codici littori, il certo colpevole approfitta di tutto il lassismo delle leggi sessantottesche.
E qui casca l’asino, il solito asino, come noto (a pochi) Marx irride allo Stato di diritto contrapponendo al suo formalismo la sostanza della lotta di classe, niente toghe ne cavilli, ma il colpo alla nuca nelle cantine della Lubianka.
A questa fase “vivace e spontanea” il grande inquisitore di Stalin, di cui vi risparmio il nome, fece seguire il principio della Legalità Socialista, un sistema in cui si fanno i processi, si indossano le toghe ma dove la procedura, la prova attendibile e simili sciocchezze non possono comunque ostacolare la persecuzione giudiziaria dei nemici di classe.
Ed è questo il modello che oggi i neo stalinisti nostrani invocano spacciandolo per Stato di diritto.
Il delinquente comune di contro non è che la risposta rivoluzionaria al crimine originale: la proprietà privata.
Tutto spiega le posizioni come quelle d’un Marco Travaglio che invoca giustizia sommaria per i crimini “borghesi” ed irride le vittime della cosiddetta microcriminalità; spiega processi che vedono condannati i mandanti e sconosciuti i killer; spiega procuratori intenti a ricostruiscono decenni di storia patria ed internazionale ma incapaci d’ incastrare un ladro di polli.
Non stupisce dunque se i giustizialisti piroettanti siano i primi ad ostacolare un serio contrasto dei reati contro la persona ed il patrimonio della gente comune, sono loro quelli che permettono all’assassino di Fossò d’irridere la moglie della propria vittima dicendo “non mi prenderanno mai e se mi prendono sto dentro sei mesi”.
In questo clima di assoluta certezza della pena (nel senso che il delinquente è certo di non scontare alcuna pena) tutto mi pare sensato fuorché parlare d’indulto, indultino o qualsiasi atto di sconsiderata clemenza, sconsiderata come ogni clemenza concessa da una posizione di debolezza.
Né mi convincono le ragioni pratiche od etiche di chi sostiene tale irresponsabile iniziativa, a chi argomenta il vantaggio pratico di svuotare le carceri oppongo la necessità etica che il crimine sia perseguito e la colpa espiata, a chi invoca le ragioni etiche della clemenza rispondo con la considerazione pratica che lasciando degenerare le cose
la gente si farà giustizia da sola ricorrerà facendo collassare due millenni di civiltà giuridica.




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