Verona, piccola guida tra mattina e sera
A Verona, in Corso Portoni Borsari, c’è un angolino di quelli che andrebbero segnati su un’immaginaria agendina fatta di sensazioni e di ricordi, in modo da poterci ripassare quando ce n’è l’occasione e magicamente resuscitare ogni volta la stessa atmosfera. Il nome se ce l’ha è nascosto tra mille altre cose ben più importanti, e se invece non fosse nascosto, vuol dire che non me lo ricordo. Poco cambia. Saranno cinque metri per due, stipati di tè e miscele, di profumi stuzzicanti, di grandi cilindri coi chicchi di caffè, di voci sconosciute e non che si salutano e si intrecciano senza posa, interrotte talvolta dalla porta che si apre. Scalpiccio di passi sull’uscio, e per un attimo soltanto nell’angusto nascondiglio si proietta il caos di fuori, del Corso, delle macchine che lavano il marciapiedi; tacchi di frettolose cinquantenni che vanno a fare la spesa, risate, grida, imprecazioni. Il tempo che si richiuda, e siamo di nuovo nella poesia, leggera e soffusa.
A Verona, affacciato timidamente su Piazza delle Erbe, che rumoreggia festosa dal lunedì alla domenica, c’è un albergo ricoperto di edera rampicante. Il nome c’è e si vede, ma non voglio dirlo. Poco cambia, no? Saranno tre balconcini in croce, al piano terra leggere tende azzurrine celano gli interni, che immagino eleganti e signorili come fuori. Mi arrampico sul possente muro di pietra che le foglie tingono di verde brillante come un quadro impressionista. Qui i grafomani delinquenti che hanno imbrattato per bene la casa di Romeo e Giulietta per fortuna non sono ancora passati, e speriamo che mai ci passino. Fingo di non notare l’insegna che sfoggia le cinque stelle rosse sopra la chiave, segno che i prezzi devono essere più che salati: ma mica devo dormirci. E’ chiaro che un alberghetto del genere è nato prima di tutto per essere ammirato con la bocca semiaperta, e io me lo godo tutto, eccome.
A Verona, in fondo a Via Cappello, quasi invisibile da fuori, c’è un negozio di manifesti. L’hanno messo lontano da tutto il resto, dove ti aspetti che l’isola pedonale finisca e con essa lo schiamazzo del tardo pomeriggio, eppure lui è lì che ti aspetta. Con una quantità notevole di stampe, saranno quattrocento o anche cinquecento. Il nome è semplice come lo è l’interno, pulito e luminoso: Casa del manifesto. Panorami di New York negli anni trenta, dove signorine di bell’aspetto in gonne a pois, colte di sorpresa dall’ obiettivo del fotografo, imprigionate per sempre nel nitido riquadro, camminano a passo svelto tra i primi grattacieli. Giri a fatica la paginona, ed ecco foreste lussureggianti che si stendono a perdita d’occhio, stalattiti di un rosso vivo immerse nella calura, notti stellate e sagome di cipressi stagliate sul disco lunare. E poi, per venti euro ti porti a casa Monet, Degas, Cézanne, Matisse, Renoir. Forse è proprio l’albergo di prima quell’insieme appena distinto di microscopici tocchi di pennello… chissà.
A Verona, se quando si fanno le otto e mezza non vuoi chiuderti in una pizzeria, la cena puoi consumarla nella locanda a due passi dalla Casa del manifesto. Torni un poco indietro per Via Cappello, e ti trovi questa osteria che poi è più un’enoteca, anzi un baretto, anzi una trattoria, anzi: tutte queste cose messe insieme. Si chiamerà come deve chiamarsi, sicuramente un nome invitante, magari che evochi delizie e bocconcini dal sapore deciso.
Niente zuppe e secondi infiniti, no, al massimo un paninetto tiepido, o meglio un tagliere con una decina di stuzzichini. Lancio un occhio al mio piatto: la maestria della maionese. Se ne metti poca, il contenuto si sbriciola e scappa via, se ne metti troppa è ancora peggio, ti viene la nausea. Qui mani saggie l’hanno dosata come si deve, una punta per ciascuno degli intingoli, soffice, impalpabile. L’ambiente è rustico ma non voluto, no, quasi da ritrovo di amici che aspettano le fidanzate, e infatti di fidanzate ne entrano parecchie. Un aperitivo e una risata insieme, poi fuori verso altri lidi.
A Verona, neanche cento metri distante dalla solita Piazza delle Erbe, c’è una libreria aperta fino a mezzanotte. Nome luccicante in giallo oro, ma chi ci fa caso. L’ho scoperta così, camminando a passo incerto verso casa sotto una pioggerellina battente. Due amici senza neanche un ombrello, ma tanto c’era la nostra salvezza notturna. Sì, tutta una luce, una culla calda nel freddo e nel buio della sera. Al posto del solito pub, della solita birreria, perché non farci una capatina quando non si sa che fare? La commessa sbadiglia da dietro il banco, e sbadiglio pure io. Non mi stupirei se uscissi col libro sotto il braccio senza pagare, lasciando però lì lo zaino. Siamo cotti tutti e tre, clienti e negoziante. Ma i libri sono come una calamita, niente da fare. Finisci sempre per restare più di dieci minuti, finisci per leggerti pagine di qua e di là, ed è ciò che facciamo.
A dieci minuti dallo scoccare dell’ora fatidica, scappo fuori alla ricerca della mia carrozza che tra poco si tramuterà nuovamente in zucca. La pioggia è insistente. Tra sei ore, al ritorno del sole da dietro le nubi, avrà lavato via tanta atmosfera, ma i miei posticini rimangono, e con loro la magia stessa, pronta a ripetersi ogni mattina daccapo. Io torno anonimo e affrettato visitatore della Città di Teodorico, venuto dai monti e pronto a tornarci; l’istinto che mi ha guidato nei magici posticini torna topolino, indugiando un secondo tra gli angolini bui, lo sguardo che vagava trapassando pareti e insegne torna fisso per terra, dove le pozzanghere si allargano. Ma, prima, un ultimo sguardo alla “mia” Verona.
Ehi, amica fedele! Torno presto, promesso.




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