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Discussione: L' UNITA' dei LAICI

  1. #1
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    Predefinito L' UNITA' dei LAICI

    Perché l'unità dei laici

    Nino Martinazzoli, ex ed ultimo segretario della Democrazia cristiana, dissoltasi sotto l'urto della cosiddetta "rivoluzione referendaria", per diventare senza successo Partito popolare italiano, oggi scheggia della Margherita, dice dell'attuale sistema bipolare che "lungi dall'essere democrazia dell'alternanza, sa tanto di guerra civile".

    Certo, dinanzi alle due coalizioni competitive segnate da lacerazioni profonde al loro interno e che non riescono a darsi un progetto politico coerente, e dove l'Ulivo, o quel che fu, con i suoi "girotondini" e i suoi "no global", continua ad offrire l'immagine di una Babilonia permanente, il disagio di un cattolico democratico che si ispira alla lezione, di Sturzo, De Gasperi e Moro è più che giustificato.

    Nasce da constatazioni evidenti e innegabili. Un cattolico che fu vicino a papa Montini e a quel mondo che la "Moricelliana" di Brescia coltivò attraverso le letture di un cattolicesimo francese che coniugava il messaggio evangelico con i valori della Repubblica, sente come incompatibile stare insieme con i Di Pietro, i Rutelli, i Bertinotti, i Cossutta e quant'altri. Né si può chiedere a un guelfo che concepisce il regionalismo e le autonomie locali tasselli del grande mosaico dell'unità nazionale di avere indulgenza per quelle derive scissionistiche e localistiche che la Lega di Bossi getta come oscure ombre sulla coalizione di centro-destra.

    Bipolarismo anomalo, dunque, da correggere, secondo Martinazzoli, con il ritorno alla "democrazia del confronto e non dello scontro". Confronto che considera l'avversario mai nemico da schiacciare, ma interlocutore da convincere. È l'ethos dei laici, figli di quel "dubbio metodico" lontano dalle verità precostituite, che specie in politica, rifuggono dalle chiese e dai partiti totalizzanti.

    Per il ritorno alla democrazia del confronto, Martinazzoli ritiene indispensabile il rilancio dell'unità e del ruolo dei cattolici in politica. Noi, da laici, riteniamo altrettanto indispensabile l'unità dei laici, più che mai oggi sullo sfondo di quella globalizzazione dell'economia e della scienza, dove la ricerca, in bioetica, come nell'istruzione, non può essere ostacolata dai riflessi condizionati della teologia.

    In politica, l'unità dei laici deve costituire quell'emergenza che proprio l'attuale bipolarismo nasconde fra le pieghe di quelle convenienze elettoralistiche volte a gratificarsi il voto cattolico, a sinistra non meno che a destra. Tant'è che nell'Ulivo, come nella Casa delle libertà, i laici, maggioranza nel paese, sono soggetti sconosciuti. Di qui la necessità di quella sveglia che ci ricorda la vittoria sul divorzio e sulla legge che disciplina l'interruzione della gravidanza per sanare la grande piaga degli aborti clandestini.

    Ecco perché l'unità dei laici deve costituire per quella diaspora che in gran parte alimenta anche il non voto, un obiettivo primario, nel senso di recuperare attorno ad un nuovo soggetto politico forze oggi disperse fra sigle e sottosigle. In questa chiave va letta la battaglia solitaria di resistenza del PRI a conservare la propria identità e la propria storia senza sciogliersi e annullarsi in confuse e indistinte aggregazioni tese soltanto a soddisfare personali ambizioni o salvataggi di collegi.

    La resistenza ha salvato il PRI dalla catastrofe dell'estinzione, e questo gli permette oggi di porsi come punto di riferimento di quel disegno strategico che è l'unità dei laici in nuovo scenario da democrazia maggioritaria.

    Roma, 20 settembre 2002


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    tratto dal sito web del

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  2. #2
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    Opinione rispettabile. Ma qual'è la definizione di "laico" nell'Italia del terzo millennio cristiano?

    Shalom!

  3. #3
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    Proposta di definizione di Laico (valida anche per il II Millennio)

    Laico è chi ritiene che "Non si governa con i pater nostri" (N.Machiavelli)

  4. #4
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    MAZZlNI E BUONARROTI

    di Gateano Borruso

    La reazione di Mazzini al ritualismo, alla mancanza, non-
    che di principi, di direttive politiche nella Carboneria aveva
    già dato fecondi risultati e la «Giovane Italia» era nella sua
    prima fase di accrescimento e di espansione, quando Giusep-
    pe Mazzini entrò in rapporti con il vecchio Patriarca delle co-
    spirazioni, Filippo Buonarroti.
    Dal 1831 al '33, le relazioni tra i due uomini apparvero a-
    michevoli; le due società segrete degli «Apofasimeni», orga-
    nizzazione a carattere militare, diretta da Carlo Bianco, e dei
    «Veri italiani», entrambi facenti capo al Buonarroti, o si fusero,
    o si avvicinarono alla «Giovine Italia». Ad essa collaborarono
    il Gherardi, segretario dei «Veri» (che ritroveremo, monarchi-
    co, nel '59) e il Buonarroti stesso con un sintomatico articolo
    sul «Governo di un Popolo in rivolta per conseguire la li-
    bertà».
    In questo il vecchio rivoluzionario riassume gran parte
    delle cose discusse e stabilite nel direttorio segreto della con-
    giura per l'uguaglianza di Babeuf (come oggi è chiaro dopo la
    pubblicazione dell'opera del Buonarroti) e conclude che un
    governo rivoluzionario deve, conquistato il potere, distrugge-
    re di colpo tutte le opposizioni e affidarsi alla dittatura di un
    sol capo. Questo ricorso alla dittatura, intesa come «autorità
    straordinaria di un solo» , è fondamentale per il Buonarroti. E-
    gli attribuisce il fallimento della democrazia e della libertà in
    Francia alla mancanza di una «autorità forte ed irresistibile»
    necessaria a non per conservare, ma per instaurare l'ugua-
    glianza di una nazione corrotta da un «falso incivilimento».
    Ma ciò appunto ripugna profondamente al Mazzini, che
    all'articolo ricordato fa seguire un editoriale, nel quale nega
    (tra l'altro per concrete ragioni storiche) la necessità del terro-
    re, e, con acuto sguardo volto verso l'avvenire si oppone alla
    dittatura di un solo «per la facilità dell'usurpazione, onde alla
    dittatura può tener dietro una corona reale».
    Come si vede dunque, malgrado le apparenze, le conve-
    nienze tattiche e lo stesso reciproco rispetto che i due uomini
    non potevano non sentire l'uno per l'altro, il dissidio era già
    latente; ed era um dissidio di due mondi diversi.
    L' aneddotica ripone la causa della rottura tra Mazzini e il
    Buonarroti nella infelice spedizione di Savoia, sconsigliata e o-
    stacolata con ogni mezzo dal Buonarroti, ma lo storico, che
    guarda piu in fondo, riconosce, senza difficoltà, inconciliabili
    il vecchio rivoluzionarismo cospiratorio e il nuovo spirito de-
    mocratico, da cui germinano la «Giovine Italia» e la «Giovine
    Europa».
    Mazzini stesso, alcuni anni più tardi, (nel '39), nelle sue fa-
    mose lettere sulle «Condizioni e l'avvenire d'ltalia» doveva
    chiarire e approfondire il carattere della Carboneria, indicarne
    l'arretratezza e l'incapacità creativa; ma già al momento del-
    l'urto le due posizioni erano nettamente definite. Cosi, mentre
    il vecchio cospiratore mostra la sua meravigliata indignazione
    per una società segreta che «trascura ogni precauzione» , il
    Mazzini con mentalità opposta scrive: «A chi ti parlasse, quasi
    sconfortato, della conoscenza avuta nei governi della «Giova-
    ne Europa» rispondi: questo volersi da noi. Al principio della
    «Giovane Europa» conviene la pubblicità per quelle mille ra-
    gioni di apostolato, di scuola franca, di bandiera levata, di
    sancire il principio di azione contro quello di pura cospirazio-
    ne, che tu ben conosci».
    Il Buonarroti si distaccava certamente da molti carbonari:
    la sua stessa origine giacobina lo teneva lontano da quel «cer-
    car capi nelle alte sfere sociali», che il Mazzini rimproverava
    alla Carboneria; ma tutta la sua fonnazione mentale, settecen-
    tesca e francese, lo faceva appartenente ad un mondo al quale
    Mazzini si opponeva risolutamente con la consapevolezza di
    interpretare più profonde e moderne esigenze.
    Il comunismo buonarrotiano si riallaccia all'utopismo set-
    tecentesco, al Rousseau e al Mably; ma il Mazzini acutamente
    avverte in quella utopia, che auspica un ritorno ad una società
    primitiva nell'osservanza delle presunte «leggi di natura», la
    mancanza «dell'umanità» e al suo posto la concezione naturali-
    stica del «genere umano».
    Parimenti il Buonarroti non riesce a concepire che l'astrat-
    to individuo, cui vuole assicurare il «diritto a tm'esistenza fe1i-
    ce»; mentre la concezione mazziniana coglie tutto l'uomo nel-
    la sua unità e socialità. L'utopista diviene autoritario, perche
    immaginando un mondo del tutto esteriore, in cui le leggi do-
    vrebbero creare la coscienza, giustifica e richiede l'imposizio-
    ne tirannica; invece il riformatore, che intende la sua opera co
    me educazione e formazione di una coscienza è perenne as-
    sertore di libertà e di libero sviluppo della persona umana. Al
    cosmopolita settecentesco rimane estranea l'idea di nazione e
    inevitabilmente anche quella dell'unione delle nazioni: invece
    il Mazzini, cui «freme dentro» il pensiero dell'iniziativa italia-
    na e della liberazione dal «servile assoggettamento all'influen-
    za francese», diviene il profeta della nuova Europa, di un
    mondo di popoli liberi e federati.
    Tutto ciò, se giova a farci intendere la giustezza delle criti-
    che che il Mazzini riassumeva nella mancanza «di un vasto e
    fecondo principio» e nella condanna delle posizioni «steril-
    mente negative» della Carboneria, chiarisce pure la rapida
    dissoluzione dell'influenza buonarrotiana dinanzi all'empito
    dell' apostolato mazziniano.
    Pure avrebbe torto, a mio avviso, chi dell'opera del Buo-
    narrati non sapesse cogliere che l'aspetto puramente negativo
    da un punto di vista storico dell'utopista e del cospiratore.
    In Francia egli rappresentò certamente l'anello di congiun-
    zione tra i vecchi e i nuovi rivoluzionari: il Blanqui, discepolo
    e continuatore del Buonarrati, trae dall'insegnamento di que-
    sto la nozione della tecnica del colpo di Stato da parte di mino-
    ranze audaci e decise e con il Blanqui si ha pure l'impressione
    che avvenga l'innesto sul tronco del vecchio utopismo de so
    cialismo autoritario.
    Perciò se si riflette che tanta parte del Blanquismo è passa-
    ta nella concezione leninista non si può non avvertire una sin-
    golare modernità del vecchio cospiratore.
    Ma questa stessa inaspettata reviviscenza del lontano ni-
    pote di Michelangelo nel socialismo autoritario e antidemo-
    cratico testimonia, a più di un secolo di distanza, la profondità
    dell'antitesi originaria tra il Mazzini e il Buonarrati e la preesi-
    stenza dei motivi di quell'antitesi.

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  5. #5
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    Predefinito


    Per una panoramica sul "laicismo" leggi il.......Saggio sul Laicismo, di Felice Mill Colorni (70 Kb) in formato PDF.....cliccando sopra questa stessa frase.


    Il saggio fa parte della biblioteca del Forum
    sul Repubblicanesimo visitabile al link:
    Curiosando in biblioteca

    Chi fosse sprovvisto del programma Adobe Acrobat clicchi qua sotto per scaricarlo gratuitamente........:

    http://www.adobe.it/products/acrobat/readstep.html

  6. #6
    Alessandra
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    Predefinito Re: L' UNITA' dei LAICI

    Originally posted by nuvolarossa

    Certo, dinanzi alle due coalizioni competitive segnate da lacerazioni profonde al loro interno e che non riescono a darsi un progetto politico coerente, e dove l'Ulivo, o quel che fu, con i suoi "girotondini" e i suoi "no global", continua ad offrire l'immagine di una Babilonia permanente, il disagio di un cattolico democratico che si ispira alla lezione, di Sturzo, De Gasperi e Moro è più che giustificato.



    Mi chiedo a questo punto se Martinazzoli viva in un altro mondo, proprio lui, da buon democristiano che come tutti i democristiani non esitano a passare da una sponda all'altra rispondendo alla logica solo loro in base alla quale si va dove conviene, chiede l'unità basandosi sulla insoddisfazione dei due attuali poli? Se tornassero in forze gli ex dc di poli ne farebbero milioni. Naturalmente tutti con il vuoto intorno ed interno.

  7. #7
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    Predefinito .... SWocialismo Mazziniano ....

    MAZZlNI E PISACANE

    di Francesco Lenci

    Ove si guardi a tutta l'opera di Pisacane, che i più ricorda-
    no quasi soltanto per la spedizione del 1857, nella quale trovò
    gloriosa morte, avvertiamo in lui non solo un grande amore
    di patria, ma, soprattutto, un grande pensiero di giustizia so-
    ciale che egli intende inscindibile dalla libertà e dalla indipen-
    denza nazionale.
    Per questa sua sete di giustizia si vogliono trovare in lui,
    nei suoi postulati, nella sua critica, grandi affinità con i temi
    fondamentali del marxismo, e per le sue ripetute affermazioni
    che le idee derivano dai fatti di natura politica e sono subordi-
    nati a quelli di natura economica, gli si dà addirittura la quali-
    fica di materialista storico.
    E si vorrebbe anzi da alcuno fare di Pisacane un termine
    intermedio tra Mazzini e Marx, ma egli ha una concezione eti-
    co-morale tutta sua che in fondo lo pone nell'orbita della
    scuola sociale mazziniana, anzi nella scuola filosofica italiana
    del 700 al seguito di Filangeri, di Mario Pagano, di Romagno-
    si ai quali nei Suoi scritti fa sovente riferimento, mentre non
    ricorda mai il filosofo di Treviri del quale, peraltro, forse non
    conosceva gli scritti.
    Può essere con Marx nella parte, diciamo, così critica della
    società del suo tempo, ma non lo è di certo in quella ricostrut-
    tiva, anzi in questa la sua concezione è in antitesi con quella
    di Marx - specialmente quanto all'ordinamento dello Stato, e
    si identifica invece con quella di Mazzini, come vi si identifica
    nei principi di nazionalità.
    «1 miei principi politici sono abbastanza noti» -scriveva
    nel suo testamento -«io credo che il socialismo, ma non già i
    sistemi francesi informati tutti a quell'idea monarchica e di-
    spotica che predomina nella nazione, ma il socialismo espres-
    so nella formula «libertà e associazione» sia il solo avvenire
    non lontano dell'ltalia e forse d'Europa».
    E già prima alla ricerca di una formula da dare alla ban-
    diera del nuovo Stato italiano che già intravedeva dopo di a-
    vere scartata la formula mazziniana - Dio e Popolo - e quelle
    francese - libertà uguaglianza fraternità - aveva detto: «non
    comprendo come mai sia fuggito alla mente di tutti la formu-
    la semplice, chiarissima già titolo di un savio giornaletto che
    pubblicavasi a Genova: "Libertà e Associazione"».
    «Questa formula evidente per se medesima non ha biso-
    gno di interpreti nè di commenti: essa è un principio, ed è ap-
    punto quello su cui deve basarsi il patto sociale: la libertà e-
    sprime il diritto di ogni italiano, l'associazione la sola legge a
    cui si sottopongono, il solo patto che li unisce, l'unico rappor-
    to sociale, e sotto questa unica legge, eziandio, deve svilup-
    parsi l'indefinito processo sociale».
    Quasi con le stesse parole si era espresso Mazzini nel suo
    primo discorso alla Costituente romana: «Noi intendiamo per
    Repubblica il sistema che deve sviluppare la Libertà, l'Ugua-
    glianza, l' Associazione; ma libertà e per conseguenza ogni svi-
    luppo di idee quand'anche differisse in qualche parte dal no-
    stro, l' Associazione, cioè un pieno consenso dell'universale,
    per quanto può aversi dai cittadini, dal popolo».
    L'Associazione è per Mazzini, e come vedremo, anche per
    Pisacane, il mezzo per risolvere il problema sociale, il proble-
    ma del lavoro.
    «Il rimedio alle vostre condizioni -aveva detto Mazzini a-
    gli operai - è l'unione del capitale e del lavoro nelle stesse ma-
    ni. Il lavoro associato. Il riparto dei frutti del lavoro, ossia il ri-
    cavato dalla vendita dei prodotti, tra i lavoratori in proporzio
    ne del lavoro compiuto: è questo il futuro sociale. In questo
    sta il segreto della vostra emancipazione: foste schiavi un tem-
    po, poi servi, poi assalariati, sarete tra non molto, purche’ lo
    vogliate, liberi produttori e fratelli nell' Associazione».
    Ma non associazione forzata: «associazione libera volonta-
    ria, ordinata su certe basi da voi medesimi da uomini che si
    conoscono e si studiano l'un l'altro, non imposta dall'autorità
    governativa, non ordinata senza riguardo ad affetti e vincoli
    individuali tra uomini considerati non come esseri liberi e
    spontanei, ma come cifre e macchine produttrici».
    E Pisacane tesse particolarmente quale dovrebbe essere
    l' ordinamento di queste associazioni e la loro funzione.
    «Il suolo d'Italia verrà ripartito secondo le diverse specie
    di Cultura a cui mostrasi adatto. Una porzione di terra verrà
    assegnata ad ogni Comune in proporzione della sua popola-
    zione e coltivato da coloro che si dedicano all'agricoltura i
    quali formeranno una società che stabilirà essa medesima la
    sua costituzione in caso che non volesse accettare quella che la
    Costituente le proporrà. Il guadagno netto diviso tra tutti».
    «Tutti i capitali verranno dichiarati proprietà della nazione
    e tutti gli impiegati in ogni stabilimento di industria compor-
    ranno una società alla quale la nazione affida il capitale tolto
    ai capitalisti, e questa società potrà reggersi con una costitu-
    zione identica a quella stabilita per gli agricoltori.
    «1 mercanti che vendono ingrosso, i trafficanti intermedi,
    tutti verranno trasformati in società composte ognuna dall'ex
    capitalista fino all'ultimo facchino e carrettiere».
    «Ogni cittadino il quale trovisi isolato e privo di lavoro ha
    diritto di essere ammesso come socio in quella Società di agri-
    coltori o d'industriali che da lui medesimo sarà scelta».
    "Una società di uomini agiati - conclude - tutti dediti se-
    condo le proprie abitudini ad un medesimo lavoro dovranno
    indubbiamente produrre un accrescimento grandissimo delle
    ricchezze sociali".
    E allora il lavoro non sarà più il destino delle razze male-
    dette destinate a soffrire, maledire e morire, ma sarà il biso-
    gno, la gioia, l'obbligo degli uomini liberi: "un giorno saremo
    tutti operai", aveva detto Mazzini.
    Un contrasto, contrasto fino ad un certo punto, tra Mazzi-
    ni e Pisacane si palesa nel modo di dar vita a questo ordina-
    mento societario, contrasto fondato sulla diversa concezione
    che ciascuno di loro ha del principio di proprietà.
    Per Pisacane la proprietà è addirittura la causa di tutti i
    mali che affliggono l'umanità, è stata la causa del decadimen-
    to delle nazioni, essa è frutto di usurpazioni militari e dello
    sfruttamento dell'uomo su l'uomo e non può essere corretta,
    bisogna quindi, come aveva sentenziato Mario Pagano, espro-
    priare gli espropriatori.
    Mazzini invece, constata anch'egli l'ingiusta costituzione
    della proprietà, perche l' origine del suo riparto sta general-
    mente nella conquista, nella violenza con la quale in tempi
    lontani certi popoli e certe caste invadenti si impossessarono
    delle terre e dei frutti del lavoro da loro non compiuto, e per-
    che essa conferisce dei privilegi politici a chi la detiene, ma
    non vuole totalmente abolirla perche è di pochi, vuole invece
    aprire la via perche i molti possano conquistarla, quindi biso-
    gna richiamarla al principio che la rende legittima facendo sì
    che il lavoro solo possa produrla.
    E questa proprietà, che non può essere però mezzo di
    sfruttamento ne di inattività - chi non lavora non ha diritto al-
    la vita - e che «è il segno della rappresentazione della quantità
    di lavoro col quale l'individuo ha trasformato, sviluppato e
    accresciuto le forze produttrici della natura», può, secondo
    Mazzini, essere trasferita, entro certi limiti, ai figli, per Pisaca-
    ne invece il testamento -«mostruoso diritto che, oltre il limite
    della natura prescritto, prolunga la vita dell'uomo» - va aboli-
    to e i risparmi accumulati da ognuno appartengono di diritto
    alla società o al Comune in cui egli lavora od era domiciliato.
    Espropriazione immediata o assorbimento lento porteran-
    no in ogni modo solo il lavoro padrone del suolo e del capita-
    le d 'Italia.
    In conclusione fondamento della rivoluzione economica
    sarà secondo Pisacane che «ogni cittadino ha il diritto di gode-
    re di tutti i mezzi materiali, di cui dispone la società, onde dar
    pieno sviluppo alle sue facoltà fisiche e morali» e per Mazzini
    che «chiunque è disposto a dare pel bene di tutti ciò ch'ei può
    di lavoro deve ottenere compenso totale che lo renda capace
    di sviluppare più o meno la propria vita sotto tutti gli aspetti
    che la compongono».
    Ma, mentre tutti gli altri popoli possono ormai, perche da
    tempo costituiti in nazione pensare a darsi un ordinamento
    sociale, l'Italia è ancora divisa e schiava dello straniero. Il fine
    primo che si propone la rivoluzione, dice Pisacane, «è quello
    di sgombrare l’Italia da stranieri, qualunque lingua essi parli-
    no, e da tutto ciò che viola l'indipendenza, la libertà indivi-
    duale».
    E Mazzini rivolto agli operai aveva detto loro: «non vi
    sviate dietro speranze di progresso economico che nelle vostre
    condizioni di oggi sono illusioni. La patria sola, la vasta e ricca
    patria italiana che si stende dalle Alpi all'ultima terra di Sicilia
    può compiere quella speranza; senza nome, senza un'unica
    bandiera sarete i bastardi della umanità».
    Ed al compimento di questa patria, di questa Italia, Mazzi-
    ni e Pisacane dedicano la loro vita con i medesimi sentimenti,
    con i medesimi mezzi.
    Non l'attendono dall'intervento di armi straniere, anzi lo
    deprecano, non dalla iniziativa di un principe, ma unicamente
    dall'insurrezione popolare; iniziativa, congiure, insurrezioni in
    qualunque parte della penisola, rivolta di popolo. «Il popolo -
    aveva scritto Mazzini dopo gli insuccessi del '31 -ecco il no-
    stro primo principio sul quale deve poggiare tutto l' edificio
    politico: il popolo grande unità che abbraccia ogni cosa, com-
    plesso di tutti i diritti, di tutte le potenze, di tutte le volontà;
    arbitro, centro, legge del mondo».
    Si vuole oggi, più a scopo di polemica che di verità, far
    credere un contrasto tra Mazzini e Pisacane nel fine che essi
    volevano raggiungere con la rivoluzione. «Pei moderati e i re-
    pubblicani - Egli avrebbe detto - basta che l'uomo venga di-
    chiarato libero, poco conta che la miseria lo condanni all'igno-
    ranza e che esso sia costretto ad invidiare quel nutrimento di
    cui gli animali domestici e gli schiavi non mancano mai».
    Ora, Pisacane,che ben conosceva l'opera svolta dai repub-
    blicani, e da Mazzini in particolare, durante la Repubblica Ro-
    mana, non poteva attribuire ad essi un programma così me-
    schino. Egli poteva bene scrivere che «tutti i moti iniziati in I-
    talia dopo il '15 caddero tutti dappoiche’ essi attaccavano la
    forma del dispotismo e non il dispotismo medesimo», ma,
    appunto per questo già ne11831 Mazzini aveva fortemente at-
    taccato i dirigenti di quei moti. «Avete mai gettato in mezzo
    al popolo quella parola Uguaglianza che annunciando all'uo-
    mola propria dignità crea dello schiavo un eroe? No. Avete a-
    vuto paura del popolo».
    E aveva condannato le rivoluzioni ogni volta che il fine
    prepostosi fosse l'interesse di una minoranza, d'una casta,
    d'un monopolio e avesse un fine esclusivamente politico, men-
    tre dichiarava sante quelle che soddisfacevano ai bisogni delle
    moltitudini:
    Pisacane si mostra severo contro lo spiritualismo di Mazzi-
    ni specialmente nella parte che rispecchia il misticismo cristia-
    no e la vana speranza di farne base per il risorgimento sociale,
    ma Mazzini non ebbe titubanza a Roma ad espropriare i beni
    degli istituti ecclesiastici e i palazzi dei cardinali. Pisacane at-
    tacca invece violentemente e come nessun altro mai, il cristia-
    nesimo non solo, ma ogni forma di religione, e Mazzini cerca
    di giustificare questa sua irreligiosità, «dissentivamo sull'idea re-
    ligiosa, scrive, ch'Ei non guardava, errore comune ai più, se non at-
    traverso le credenze consunte e perciò tiranniche e corrotte di oggi».
    Ma Pisacane, che pur stimava Mazzini e lo amava diceva di
    Lui: «se Mazzini fosse irreligioso sarebbe l'ideale».
    Altro dissenso tra i due, la fiducia che Mazzini poneva
    nella propaganda delle idee e nell'efficacia dell'educazione
    popolare. Per Pisacane invece la propaganda è una chimera e
    l'educazione del popolo un assurdo come la fratellanza degli
    uomini. Per fare la rivoluzione è necessaria la rivoluzione del-
    le idee, ma questa è un effetto non una causa. Le sorti degli uo-
    mini dipendono pochissimo dalle istituzioni politiche: sono le leggi e-
    conomiche che tutto assorbono, che tutto travolgono nei loro vortici...
    le idee risultano dai fatti, non questi da quelle ed il popolo non sarà
    libero.
    Ce n'è di troppo per fare di Pisacane un teorico del deter-
    minismo ma, nei «Ricordi», Mazzini scrisse di Lui «sul così
    detto socialismo che riducevasi a una mera questione di paro-
    le dacche’ i sistemi esclusivi, assurdi, immorali delle sette fran-
    cesi erano ad uno ad uno da lui respinti e sulla vasta idea so-
    ciale fatta oggi mai inseparabile in tutte le menti di Europa dal
    moto politico, si andava forse più in là di Lui».
    Riconosce Pisacane la necessità di un ordinamento politi-
    co, ma innalza, come Mazzini, la funzione del Comune e vor-
    rebbe invece ridotta al minimo quella dello Stato che, allar-
    gandosi, può dar luogo alla dittatura e alla creazione di idoli.
    «Guai, Egli dice, allorche’ le masse si avvezzano alla inviolabi-
    lità ed alla infallibilità di un uomo. Guai allorche’ le masse si
    avvezzano alla fede non alla ragione; è questo il segreto nel
    quale sino ad ora si è basata la tirannide che ha trovato facile
    strada al conseguimento dei suoi disegni dappoiche’ il pensare
    è fatica dalla quale rifuggono le moltitudini corrive sempre al
    credere» .
    -------------------------------------------------------------------------------
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  8. #8
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    Predefinito

    A P P E L L O
    dell'Associazione nazionale del Libero
    Pensiero Giordano Bruno a che venga
    ripristinata la festività del 20 settembre

    Il XX settembre 1870, che vide l'ingresso in Roma, dalla Breccia di Porta Pia, dei bersaglieri di Raffaele Cadorna, è per la capitale una data significativa della sua storia millenaria perché rappresenta la "liberazione" della città dal "potere temporale" della Chiesa cattolica, e chiude un'epoca storica, nella quale si riteneva che il Capo di una religione potesse svolgere un ruolo politico e che un popolo potesse essere governato teocraticamente.
    Il XX settembre è quindi una data simbolica per tutti gli uomini liberi: Ricordare e celebrare questa ricorrenza non è un'occasione folkloristica o il pretesto per una manifestazione anticlericale, ma un modo concreto per riaffermare i valori della libertà di pensiero e della laicità dello Stato.
    Se vogliamo che l'Italia sia un Paese moderno, veramente libero e democratico, dobbiamo riaffermare i principi della cultura laica, in particolare la divisione dei poteri, delle funzioni e delle responsabilità tra Stato e Chiese.
    Auspichiamo quindi che il XX settembre torni ad essere "giorno di festa" e sia per tutti un momento di riflessione su ciò che questa data rappresenta nella storia del nostro paese .

    Invitiamo le associazioni laiche e libertarie, il mondo della cultura, singoli cittadini a sottoscrivere il presente appello per poi presentare una proposta di legge, affinché il XX settembre venga ripristinata festività.
    Firmarlo è molto importante in un momento storico in cui i fantasmi della teocrazia sembrano ritornare, grazie anche all' acquiescenza di cariche istituzionali che sembrano aver dimenticato i supremi valori di laicità della Carta costituzionale della Repubblica italiana.
    Apporre la firma e inoltrare a questo indirizzo di posta elettronica:
    hume_53@hotmail.com
    ------------------------------------------------------------------------

    tratto da il
    Pensiero Mazziniano

    -------------------------------------------------------------------------
    I Link di NUVOLAROSSA

  9. #9
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    Predefinito Eccellenti pensatori, parole....

    ...alate. Le sento da quarant'anni, da quando mi interesso un po' di politica, sempre uguali perchè decisamente "vere", ma che non toccano minimamente il cuore di questo popolo. Valle a raccontare ai milioni di vecchiette, le nostre mamme e nonne.
    Con la "Scuola" che questo paese ha avuto da oltre cento anni, prima decisamente clericale, poi quasi equamente divisa fra scuola confessionale e scuola "di sinistra", mi dite dove li trovate i laici liberali?

    Sono cavoli vostri: io sono troppo vecchio per sperarci.

    saluti

 

 

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