Barbara Spinelli
Il sonno della memoria
L'Europa dei totalitarismi
Mondadori, 2001
Colloquio fra Claudio Magris e Barbara Spinelli, che ne «Il sonno della memoria» riflette sull’incapacità dell’Occidente di assimilare la lezione impartita dalle tragedie del passato
NOVECENTO Il secolo ammalato di amnesia
di CLAUDIO MAGRIS e BARBARA SPINELLI
Claudio Magris : Una delle ragioni che mi hanno fatto leggere con tanto interesse e partecipazione il Suo libro è proprio il tema centrale della memoria che, anche per me, nel pensiero e nella vita, è fondante. Memoria individuale e collettiva, non nostalgia del passato, bensì continua integrazione di tutta la vita nel presente, senso dell’eterno presente di tutte le cose: diciamo che Leopardi è un grande poeta, non che era, e ciò vale per ogni realtà significativa. «Il più profondo attributo di Jehova - scriveva Willy Haas in una delle prime interpretazioni del Processo di Kafka - è quello di ricordare». La memoria è salvezza dal nulla, donchisciottesco rifiuto di ammettere che la vita possa essere cancellata: «Pensai - scrive Marisa Madieri in Verde acqua - che tutto questo una volta non c’era e un giorno non sarebbe stato più. Dio, la Grande Memoria, non poteva non esistere». La memoria è fondamento di ogni identità che si basa sulla libera conoscenza di sé e non sulla rimozione. È la continuità della nostra persona, che altrimenti - scrive Eugenio Scalfari nella Ruga sul fronte - si spappola in un pulviscolo «di attimi successivi, ciascuno dei quali, appena consumato, sprofondava non già nel passato ma in un vuoto immemoriale senza ritorno». La memoria è soprattutto giustizia resa alle vittime di violenza, che la falsificazione ideologica cancella dalla coscienza o di cui deforma la verità. Il Suo libro è un essenziale contributo alla giustizia e al riscatto delle vittime, perché denuncia e corregge, con grande forza, le falsificazioni con cui le ideologie totalitarie - nazismo, fascismo, comunismo - hanno occultato e travisato la verità e il suo ricordo, calando il silenzio su immani ecatombe. Restituire la memoria storica autentica è un dovere di tutti e un merito del Suo libro. Non vanno inoltre dimenticate altre falsificazioni: quelle operate oggi dal delirio nazionalista di nazioni che recuperano la loro identità ma la deformano in un idolo violento alterando del tutto il passato (oggi è questo il sonno-incubo della memoria contro cui combattere), la cancellazione della memoria spesso provocata dal totalitarismo mediatico, che scava abissi fra generazioni, l’oblio dei crimini compiuti da società e sistemi magari democratici al loro interno, lacrime e sangue che non tolgono il primato della democrazia ma non possono essere dimenticati, come avviene, solo perché commessi da paesi dotati di istituzioni democratiche e dunque ancor più colpevoli perché più obbligati a rispettare l’umanità. Fa parte della memoria pure ricordare che il comunismo non è stato solo Gulag, ma ha anche dato a tante masse, in Occidente, la consapevolezza della propria dignità e la possibilità di trasformarsi da plebe a forza politica, a componente dello Stato. Il sonno della memoria non riguarda solo i regimi totalitari, concerne anche noi, anche l’Occidente.
C’è però anche una memoria regressiva, una sua «faccia buia», come Lei stessa scrive, che incatena gli uomini al passato, pietrificandoli come il volto di Medusa. Una rancorosa memoria storica di lotte antiche, ferite non rimarginate da secoli, che induce individui e comunità a ripresentare di continuo il conto di torti subiti, continuando così la catena di odi, vendette e violenze.
Bisogna saper ricordare, ma anche superare la visceralità del ricordo: il dolore - dice Ibsen in Rosmersholm - è positivo solo quando si riesce «a superarlo, a vincerlo e a lasciarselo indietro». Non le sembra che oggi vi sia, accanto al sacrosanto ristabilimento di una memoria giusta dopo tante rimozioni e cancellazioni anche un furibondo rivangare fra i rancori, un’ostinata e talora feroce sete di vendetta? Pensiamo a quanto è accaduto in Jugoslavia. Come si fa a distinguere l’ingiusto oblio dal sia pur doloroso ma necessario superamento di ciò che si è patito? Quanto sono giuste le epurazioni e quanto le amnistie? Come si fa - politicamente - a conciliare la coltivazione della memoria storica delle violenze subite e la rinuncia a utilizzarla torvamente per fini politici? L’antifascismo ieri e l’anticomunismo oggi non vengono spesso profanati a strumenti di potere?
Barbara Spinelli : Questo rivangare fra rancori e vendette, che giustamente Lei identifica con una profanazione della memoria e della stessa giustizia, è evocato con straordinaria efficacia dai tragici greci. L’uomo tragico lotta costantemente contro il sonno della memoria. Gli dà il nome di Lethe, il fiume dentro le cui acque viene d’un sol colpo cancellato il ricordo della nostra vita passata. Ma nel respingere le tentazioni di Lethe si possono imboccare due strade diverse. La rinuncia alla dimenticanza può divenire lievito di saggezza operante nel tempo presente e allora il dolore patito diventa una sorta di apprendistato. È la via che conduce all’ a letheia che significa appunto verità che resiste ai velami dell’oblio, verità-senza-Lethe. Ma la volontà di ricordare sempre il male che è stato sofferto, può condurre anche alla vendetta che si prolunga lungo le generazioni, interminabile. È la vendetta che dà preminenza al diritto del sangue, come quando Oreste è assillato dalle Erinni nell’ Orestiade di Eschilo, per aver ucciso la madre Clitennestra. Abbiamo a che fare con Alàstor, il genio malefico della vendetta. Aletheia e Alàstor hanno la stessa radice: il rifiuto dell’oblio, di Lethe - ma solo il primo può condurre alla giustizia mentre Alàstor scatenato dalle Erinni si limita a sovrapporre un male a un altro male. Il mondo che esso prefigura è chiuso, endogamico, preistorico. La memoria dei serbi e dei croati, ad esempio, è abitata da simili ossessioni e in parte lo è la memoria di Israele. La catena della vendetta è talmente infinita che a un certo punto l’uomo è tentato di negare l’esistenza stessa del male pur di non essere sommerso. Alla fine dell’ Orestea la vecchia giustizia endogamica e di sangue viene sostituita da una nuova giustizia dei diritti positivi, e il verdetto permette la nascita di un meccanismo di oblio e riconciliazione senza tuttavia sacrificare il ricordo delle forze del male. Queste ultime sono invitate da Atena, che presiede il processo, a prender dimora ai piedi dell’Areopago, affinché l’uomo non dimentichi mai l’orrore di cui è stato capace. Solo a queste condizioni è possibile evitare, nelle guerre civili, quello che Atena chiama la «vittoria malvagia» di una parte della città sull’altra. Chi vince malvagiamente è abituato a contemplare solo le proprie vittime e a considerare che la storia cominci e finisca con le proprie peripezie. Prima di lui non c’era nulla, dopo di lui non ci sarà nulla. In questo senso sì, «tutto questo una volta non c’era e un giorno non sarà più ed è per questo che Dio, la Grande Memoria, non può non esistere»: la Grande Memoria cui fa riferimento Marisa Madieri è un baluardo contro la memoria-vendetta che diventa ossessione fino a autodistruggersi.
Magris : Oggi si denunciano soprattutto i silenzi e le falsificazioni della memoria da parte dell’ideologia comunista e di chi le era succube. I veri democratici lo hanno sempre saputo. Quando è morto Stalin io avevo quattordici anni, non avevo certo alcuna speciale cultura politica, ma di Stalin avevo già più o meno la stessa idea che ho oggi. Ma perché tanti che oggi tuonano contro il comunismo hanno atteso tanto a parlare? Uno dei molti bellissimi capitoli del suo libro parla delle foibe, delle quali giustamente si parla tanto. Ma quando, molti anni fa, io ho scritto delle foibe sul Corriere , denunciando il silenzio o il travisamento, su di esse, da parte di tanta sinistra e la loro deformante strumentalizzazione da parte della destra, nessuno ha raccolto l’argomento. Forse perché allora quell’argomento politicamente non serviva e oggi sì? Se è così, anche questa sarebbe una falsificazione della memoria. Abbiamo bisogno di una memoria forte ma disinteressata, non «adoperata» per alcun fine; ben vengano - ma è solo un esempio - libri come quello di Gregori Gregorio Giuseppe, «Dachau matricola 117295» pubblicato a proprie spese.
Spinelli: È vero che la memoria viene a volte falsata in modo radicale, dall’uso strumentale e effimero che si fa della critica del comunismo. È quanto accade in Italia, dove la critica antitotalitaria non ha mai messo veramente radici e dove ha regnato un vasto conformismo che impediva di guardare in faccia i crimini comunisti. Da noi c’è stato chi ha detto presto come stavano le cose, da Ignazio Silone e Nicola Chiaramonte a Gustaw Herling, ma erano personaggi emarginati. Invece di meditare sul fascismo esercitato dal dogmatismo ideologico, gli intellettuali e i politici italiani si sono compiaciuti nel salvaguardare le idee e le nostalgie più diverse senza molto curarsi del principio di non contraddizione. È come quando gli intellettuali che non osano approvare Solzenicyn, in Francia, dicevano che era pur sempre meglio aver avuto torto con Sartre che ragione con Aron. A ciò si potrebbe aggiungere, in Italia, la singolare attrazione che molti sentono per la figura dello sconfitto: sia esso fascista, comunista, o terrorista. È un misto di pietà e di segreta ammirazione, che induce a vedere nel vinto una sorta di dannato della terra, da proteggere. La storia sarebbe stata fatta e scritta dai vincitori, e in questo ci sarebbe una grande ingiustizia che urge riparare ristabilendo un equilibrio di motivazioni. È una soluzione, quella del bilanciamento di torti e ragioni, che può condurre all’assoluzione reciproca e comunque all’auto-assoluzione. Alla base, c’è l’idea che in Europa ci sia stata una guerra civile tra due ideologie contrapposte, e non un conflitto tra democrazie e totalitarismi. È in tal modo che si perde di vista il fenomeno totalitario, la sua natura proteiforme e emulativa, che sempre nasce come delirio di onnipotenza e brama di cambiare la natura dell’uomo, delle collettività, delle fedi, della stessa speranza. Fenomeno che può assumere vari aspetti: comunista, nazista o anche integralista religioso. Sono i casi in cui la memoria diventa non solo parziale ma inutile: non serve a capire il presente, a pensare la vita e i compiti dell’oggi. Se non vediamo il fenomeno totalitario nel ’900, se non teniamo conto che vi sono due grandi date della Liberazione - il ’45 e l’89 - non riusciremo a capire né quello che accade in Russia, né il fanatismo nichilista che oggi assale le Torri di Manhattan e il Pentagono.
Magris: ...e che prima dell’89 era forse impensabile. Oggi è cambiato tutto e non siamo ancora capaci di capire e affrontare i nuovi problemi sorti dopo l’89. La storiografia è sempre revisione, ma usare il revisionismo, come si fa spesso, è ora doppiamente insensato.
Il Suo bellissimo titolo è degno del libro. Ricorda il sonno della ragione e sottolinea il valore razionale, oggettivo e non elegiaco-sentimentale della memoria. Come il sonno della ragione, anche quello della memoria può generare mostri. E chi, nella becera vulgata antilluminista oggi così tronfia, cerca - facendo un gioco di parole col termine spagnolo Sueño - di attribuire i mostri al sogno della ragione, così alla ragione stessa e alla sua pretesa perversione anziché alla sua eclissi, falsifica sia la memoria sia la speranza.
societaperta.it 2003




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