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Discussione: Mussolini marxista

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    Predefinito Mussolini marxista

    Le radici affini di fascismo e comunismo: parla Domenico Settembrini

    Quel marxista di nome Mussolini

    di Maurizio Blondet

    «Il Duce non si ispirava a Franco ma a Lenin. Era antiborghese, anticapitalista e rivoluzionario». «Tutta la cultura politica italiana ha avversato il pluralismo. E oggi gli eredi delle due ideologie hanno lo stesso disagio ad accettare l'alternanza».

    Mussolini disse nel 1921: «Conosco i comunisti. Li conosco bene perché parte di loro sono miei figli spirituali». Ed era vero. Tanto che Gramsci, almeno fino alla svolta di Mussolini dal neutralismo all'interventismo, lo chiamava «nostro capo».
    Scritte nero su bianco dallo storico Domenico Settembrini nel suo saggio Fascismo controrivoluzione imperfetta, frasi come quelle – rivelanti l'affinità in radice di fascismo e comunismo - fecero sì che la cultura del Pci criminalizzasse il libro. Il marxista Paolo Alatri lo accusò di «restituire una patente di nobiltà» al fascismo. Era il 1978, la cultura comunista era assolutamente egemone in Italia, e il libro di Settembrini anticipava troppo le scoperte di De Felice, Nolte e Zeev Sternhell sulle radici marxiste del fascismo. «Mai aver ragione in anticipo», sorride ora Settembrini: «Non solo i comunisti mi stroncarono, ma De Felice finì per non recensire il mio libro, perché la sua idea, allora, era che Mussolini fosse stato un marxista d'accatto. Io invece ricostruivo la vicenda marxista di Mussolini, e dimostravo che, tra i politici di allora, pochi conoscevano Marx bene come lui».
    Oggi il suo Fascismo controrivoluzione imperfetta viene ripubblicato (Edizioni Seam, pagine 500, lire 45.000): e ancora stupisce leggere fino a che punto Mussolini volle essere marxista.

    «Intendiamoci - avverte Settembrini -, era un politico, cioè un pratico. Per giungere al potere fece tutti i compromessi necessari: con la monarchia, con il capitale, con la Chiesa. Ma il fascismo ufficiale e conservatore che lui stesso ha creato, non gli piace. Non vuole diventare un Franco, sogna di essere un Lenin. Dice frasi come: "Il corporativismo, se è serio, è socialismo". Si affanna a costruire, nella gioventù, l'"uomo nuovo". E difatti molti dei giovani fascisti che hanno creduto con sincerità, passano al Pci, spesso venendo dal combattentismo repubblichino».

    È vero: molti fascisti repubblichini diventano comunisti.

    «Uno dei più coerenti, Camillo Pelizzi, riconosce a Mussolini un merito agghiacciante: "aver capito", dice Pelizzi, "che per cambiare il mondo ci vogliono milioni di morti". Il sogno totalitario di Lenin».

    Insomma Mussolini avrebbe voluto essere Lenin?

    «Un momento. Al duce va riconosciuto il merito di essere vissuto in questa contraddizione: resta anticapitalista, è uno dei pochissimi che segue attentamente le riviste marxiste e l'esperimento collettivista di Lenin in Urss; proprio per questo, perché sa bene quale disastro è il comunismo in Russia, vive nella ricerca della "terza via", per evitare i milioni di morti».

    Oggi, le pare che l'idea che il fascismo fu un fenomeno rivoluzionario, anticapitalista e antiborghese come il comunismo sia passata nel senso comune?


    «Non direi proprio. E basta guardare la condizione dei due partiti che furono eredi di fascismo e comunismo, ed oggi hanno cambiato panni. An, l'ex Msi, oggi è al governo, i Ds, ex Pci, oggi all'opposizione. Ma guardi come entrambi si somigliano nel comune disagio ad accettare fino in fondo la democrazia liberale. Gli uni devono farsi prestare l'identità da Berlusconi; gli altri non sanno decidersi tra socialdemocrazia e sovversivismo anti-istituzionale, a rimorchio degli antiglobal, e non riescono ad accettare il concetto dell'alternanza».

    Questo che cosa significa, secondo lei?

    «Che tutta la cultura italiana, fascista o comunista, è stata rivoluzionaria. E questa eredità non è mai stata superata».

    Non esagera?

    «No, e veda l'esempio della Spagna: ha avuto una guerra civile enormemente più sanguinosa della nostra, soffre ancora oggi di un terrorismo basco molto più grave di quello delle Brigate Rosse, eppure è diventata una normale democrazia dell'alternanza. L'Italia invece no».

    Perché?

    «Perché appunto gli intellettuali italiani, la nostra cultura politica, è stata sempre all'opposizione rispetto a liberalismo e capitalismo. Veda Norberto Bobbio: sacralizzato come "guru" del liberalismo progressista, esempio di antifascismo moralistico. S'è scoperto che scriveva lettere a Mussolini: insomma stava a guardare, era opportunista rispetto al fascismo; se il fascismo avesse vinto, lui ci si sarebbe adattato».

    Errori giovanili, si dice.

    "Ben altro che errori. Per decenni, i missini hanno esibito come merito il fatto di aver combattuto i comunisti. Quanto al Pci, s'è identificato nel merito di aver "vinto il fascismo" inteso come guardia armata del Capitale, e poi la Dc "borghese"».

    Intende che nessuno dei due ha mai vantato d'aver lottato per il pluralismo? Ma non c'erano solo quei due sulla scena italiana, c'è stata anche la Dc.

    «Ma anche nella Dc c'è l'elemento statalista, antiborghese. Quando s'è dissolta la Balena Bianca, la sinistra Dc ha rivelato tutta questa avversione al liberalismo, all'alternanza, al pluralismo. E guardi gli antiglobal».

    Anche loro avversi al capitalismo, ma non comunisti.

    «Però sono gli eredi ultimi di Togliatti, senza saperlo. Togliatti ha avuto la capacità di incanalare nel suo Pci tutto il sovversivismo della cultura politica italiana, che alimentava anche il fascismo. Togliatti è quello che chiama i fascisti "fratelli in camicia nera". Per Togliatti la parola "sovversivo" era una parola positiva. Il sovversivo, per lui, è il rivoluzionario. Il sovversivismo italiano poi riemerge nel '68, e anche oggi in certe punte antiglobal».

    Conclusione?

    «Il vuoto di senso che attanaglia la politica italiana, deriva dal fatto che le élites intellettuali non hanno mai fatto l'esame di coscienza fino in fondo. Per i comunisti, o ex, è tragico. Togliatti aveva fatto un uso così sapiente del mito sovietico, che questo mito era diventato per milioni di italiani la fede, un surrogato della fede cattolica. Ecco perché a sinistra c'è tanto vuoto di senso: è caduta la religione. Ad Occhetto non hanno ancora perdonato di aver liquidato il passato togliattiano. Ma non sono solo i Ds a non aver fatto l'autocritica. Nemmeno i postfascisti, nemmeno i cattolici. Nessuno, voglio dire, vuol riconoscere l'elemento comune, italianissimo, che li unisce al fascismo rivoluzionario, marxista di Mussolini. Non possono riconoscere questa comune identità, e continuano a proiettare sull'avversario, in fondo, l'accusa di "aver tradito la rivoluzione". È questo che rende difficile l'alternanza, in Italia».

    © Avvenire - 31 agosto 2001

  2. #2
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    Una delle più belle baggianate mai lette in vita mia...
    In realtà Mussolini fu marxista come lo furono in modo esplicito Ceacescu e Breznev.
    Marx ripeteva a fatica di "non essere marxista!"
    Il paragone con Lenin poi è davvero ridicolo, come se uno dei maggiori pensatori e teorici marxista possa essere paragonato a un rozzo dittatorello italiano.

    A parte gli scherzi Mussolini ricalcò in generale un impasto di reazionarismo più blanquista che altro, di anticlericalismo compiaciuto e ossessivo, di darwinismo orecchiato ed estensivo, dei cascami della peggiore cultura positivista in fermentazione da cui nasceranno fascismi e razzismi del novecento.

    Nemmeno all'inizio il fascismo-movimento era un programma insieme di sinistra visto che si mise da un lato a disposizione degli agrari contro i contadini e le loro organizzazioni; Dopo questo periodo (contemporaneo a una serie di violenze nelle campagne contro i contadini) di consensi il "duce" ne raccolse pochi, come testimoniano i risultati delle elezioni del 16 novembre del 1919. Dalle urne uscì il successo del PSI (nonostante la propaganda astensionista dei comunisti di Bordiga) che ottenne 156 deputati, cui si aggiungevano i 27 dei riformisti di Bissolati e Bonomi, usciti sette anni prima dal partito, espulsi dall'allora "compagno" Mussolini. I popolari di Don Sturzo ebbero 100 seggi. Le liste dei fascisti non riuscirono a raccogliere più di qualche decina di migliaia di voti, e nessuno seggio.
    Questo risultato indusse peraltro la sinistra ed i partiti democratici a sottovalutare il ruolo ed il pericolo rappresentato dal recente movimento, indussero anche Mussolini a cambiare tattica ed a compiere una decisiva virata. L'occasione gli venne offerta un anno dopo dallo sciopero dei metalmeccanici e dal movimento di occupazione delle fabbriche, che a Torino aveva preso l'indirizzo del movimento dei Consigli propugnato dall'Ordine Nuovo di Gramsci (altro che l'allievo di Mussolini!). Il fascismo sfruttò la grande paura degli industriali e di tutta la borghesia per il profilarsi di una rivoluzione proletaria, per il "fare come a Mosca" senza che agli slogan seguissero i fatti. Dal quel punto in poi il fascismo divenne in tal modo non solo il braccio politico violento degli agrari, ma anche degli industriali che avevano considerato troppo debole il governo democratico di Giolitti nei confronti degli occupanti delle fabbriche, e della destra nazionalista e liberale, proclive ad una soluzione della crisi politica del dopoguerra. E queste cose il povero Settembrini le chiama "compromessi"?
    Fu lì che i fasci abbandonarono (semmai l'avvesero mai avuto)l'originario ermafroditismo di un programma politico che intendeva coniugare le idee tradizionali del nazionalismo spiritualistico ed autoritario con istanze sociali e rivoluzionarie per indossare rapidamente le vesti di un soggetto politico e sociale reazionario ed autoritario servo della crisi dello stato liberale. In ultimo, sempre attuale: servi dei servi dei servi dei servi.

    P.G.

    "Voi fascisti condurrete l'Italia alla rovina ed a noi comunisti spetterà salvarla".

    Antonio Gramsci al Tribunale Speciale fascista
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





  3. #3
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    Sto giusto leggendo "Fascismo, storia e interpretazione" di Emilio Gentile...
    Egli definisce il fascismo italiano come "fenomeno politico moderno, nazionalista e rivoluzionario, antliliberale e antimarxista, organizzato in un partito milizia, con una concezione totalitaria della politica e dello Stato, con una ideologia attivistica e antiteoretica, a fondamento mitico, virilistica e antiedonistica, sacralizzata come religione laica, che afferma il primato assoluto della nazione, intesa come comunità organica etnicamente omogenea, gerarchicamente organizzata in uno Stato corporativo, con una vocazione bellicosa alla politica di grandezza, di potenza e di conquista, mirante alla creazione di un nuovo ordine e di una nuova civiltà".
    Che ne pensate di questa definizione?
    TUTTO IL POTERE AI SOVIET!

  4. #4
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    Mussolini Marx non l'ha nemmeno letto, secondo me.
    E comunque che non fosse marxista è già stato acclarato da tempo. Era piuttosto un Soreliano, ossia credeva che i cambiamenti sociali derivassero dai miti preponderanti in una società. Solo che Sorel individuava lo sciopero generale come mito che avrebbe portato alla rivoluzione socialista, Mussolini prese il mito della patria romana e cattolica (senz'altro più radicato in Italia) per movimentare le masse e si può dire che gli sia andata bene. Il Fascismo sta tutto qui: il Mito della vittoria mutilata per l'istaurazione del regime, il mito della comunità di destino per il suo mantenimento.

 

 

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