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Proiettili, terroristi e omicidi

Battersi contro i violenti

di Salvatore Cubeddu


Nei giornali, la stessa mattina: il quarto uomo ucciso ad Oliena e gli ultimi bossoli terroristici, l’armiere assassinato a Olbia ieri. E una costante fra i tre fatti: la sfida attraverso la morte, senza regole e senza confini. È facile per noi immaginare lo sconforto della comunità barbaricina: il clima nel paese, gli effetti sull’autostima e sulla percezione del proprio futuro. Meno agevole, eppure indispensabile, trovare un modo e dei termini per stare loro vicini, per rassicurarli e confermargli la nostra fiducia, aiutandoli ad isolare i delinquenti.
I bossoli inviati in città hanno occupato più ampio spazio. Per questi si sta approntando una pubblica risposta. Il 14 gennaio scenderemo in piazza per difendere la nostra classe dirigente? Sì, è anche questo che andiamo a fare. Le lettere con pallottola hanno individuato i propri nemici: i giudici delle indagini, i sindacati che firmano gli accordi, le associazioni datoriali, i politici più esposti per ruolo e responsabilità di decisione. I terroristi hanno deciso, selezionato e minacciato. La bomba alla redazione nuorese di questo giornale, una volta confermata la connessione, offrirebbe il sigillo della realizzazione a ciò che in lettera è ancora segno. Devono, gli altri - i sindacati che non firmano, i politici che ‘fermamente’ si oppongono, i cittadini che non votano i politici minacciati - impegnare un’ora di lavoro (e di stipendio) e scendere in piazza? Devono. Se ben ragionano.
In genere i cittadini sardi non amano la propria classe dirigente. Facilmente se ne distanziano, anche quando se ne servono e la utilizzano.

Noi sardi, in perenne conflitto tra di noi, siamo invece facilmente disposti ad accettare l’autorità che proviene dall’esterno.

In realtà il vero problema è che i sardi amano poco se stessi, sia come popolo che come classe dirigente. Anche per questo, quando si delinea il dramma e si impone la necessità di restare uniti, l’unica risorsa collettiva restano i sindacati dei lavoratori. Continua così da trent’anni: la vertenza Sardegna, la crisi industriale, l’altra emergenza terroristica, la disoccupazione dilagante, l’estinzione dei paesi. È stata, quella di Cgil-Cisl-Uil, la voce più potente. Evidentemente non toccava a loro offrire tutte le risposte, almeno nella maggior parte dei casi.
Ci vogliono decenni per mettere insieme un gruppo di persone con valori e ideali comuni, nei quali un popolo si possa riconoscere. Forse cinquant’anni non sono bastati. Ma di esse ogni società ha bisogno, come a una famiglia serve un padre ed una madre, all’azienda i manager, come ognuno che nasce ha bisogno dell’adulto per crescere. È nell’humus del civile confronto, all’interno di istituzioni condivise, valorizzando anche lo scontro di interessi, che il ricambio della dirigenza democratica si individua, cresce e si qualifica. Tutto questo ci rende più esigenti e più severi. Non dobbiamo essere indulgenti, nei confronti di chi ci rappresenta. Appunto, perché li difendiamo. Perché loro sono noi. O, almeno, dovrebbero essere. E continuiamo a batterci perchè questo sia. Chi porterà con sé una fiaccola accesa, il prossimo martedì 14 gennaio, affermerà che la luce vince sul buio.