Mito e realtà in un’avvincente opera dello storico Ignazio Didu
Dedalo, architetto dei nuraghi nella terra d’Ichnussa
Nella commedia di Aristofane Le Vespe, scritta nell’Atene del declinante quinto secolo prima di Cristo, un figlio apostrofa il padre giudice con queste parole: «Dalla Sardegna al Ponto tante città comandi!». Duemilaquattrocento anni fa la Sardegna era, per l’immaginario ateniese, all’estremo occidentale del mondo conosciuto, ma era pur sempre una terra alla quale giungeva l’eco dell’impero navale di Atene.
A ripercorrere la storia e il mito delle relazioni tra la Grecia e la Sardegna provvede ora un’eccellente opera dello storico Ignazio Didu dell’Università di Cagliari, allievo di Piero Meloni, un maestro della storia antica che ha spaziato nella sua vastissima produzione dalla Grecia a Roma.
Il libro è I Greci e la Sardegna. Il mito e la storia (Scuola Sarda Editrice). Nella coperta figurano una tomba di giganti, un nuraghe e una glaux, una “civetta” ateniese, un vaso per bere il vino con la raffigurazione della civetta-Athena tra due ramoscelli d’ulivo. Sono queste le chiavi di lettura delle relazioni Grecia-Sardegna individuate dall’autore: da un lato le opere architettoniche memorabili dei Sardi, dall’altro i prodotti greci portati in Sardegna.
I Greci conoscevano la Sardegna: terra di barbari, che balbettavano un idioma incomprensibile, ma che sapevano costruire torri eccelse (i nuraghi), tombe smisurate (le tombe di giganti) e templi a pozzo ricoperti da false cupole dalle proporzioni mirabili.
I Greci amavano “ellenizzare” tutto ciò che, incontrato nei loro viaggi, appariva loro meraviglioso e degno del loro genio architettonico: ed ecco Dedalo, il mitico architetto autore del tenebroso labirinto di Cnosso, a Creta, arrivare in Sardegna per costruire i daidaleia, i nuraghi.
I Greci navigando il mare Mediterraneo per commercio avevano battezzato la Sardegna Ichnussa, l’isola a forma di piede umano, e in Ichnussa lasciarono documenti della loro presenza.
Non è qui opportuno ritornare su un’antica querelle tra antichisti circa il significato degli oggetti greci in Sardegna, estesi dalla fase micenea (dal XIV secolo a.C.) all’età romana (III sec. d.C.), anche perché in questo fenomeno di lunga durata esistettero sicuramente differenti vettori del materiale di produzione greca.
È invece opportuno soffermarsi sul carattere di questo libro di Ignazio Didu, che, nutrito da un’imponente dottrina, dà la parola ai Greci che narrarono le favole belle su un’isola misteriosa, la Sardegna. Non a caso nell’ultima parte del volume è presentata l’antologia (con la traduzione a fronte) di tutte le innumerevoli fonti greche sui miti relativi alla Sardegna.
Il libro allora se da un lato è destinato agli studiosi, che ritroveranno nell’esteso apparato critico lo stato della discussione sui vari problemi interpretativi, con limpide soluzioni presentate per la prima volta dallo stesso autore, dall’altro lato è offerto a tutti coloro che vogliano immergersi nel mondo fantastico degli dèi e degli eroi greci in Sardegna.
La favola bella di Herakles (l’Ercole dei Romani) intrecciata con le cinquanta figlie del re Tespio, nella reggia della città di Tespie, in Beozia all’ombra del santuario delle Muse. Da quella favola nacquero i cinquanta Eraclidi, destinati quasi tutti a raggiungere la Sardegna, sotto la guida del fido nipote di Herakles, Iolaos. Sarebbero stati questi forti Eraclidi o Tespiadi ad accogliere l’architetto Dedalo che avrebbe costruito i citati daidaleia, i magnifici luoghi per le attività sportive e i primi tribunali. In una parola avrebbero portato la civiltà in Sardegna, abitando i luoghi più fertili e ameni, le belle pianure iolee. Infine, in una variante tardiva del mito, Iolao fonda Olbia, la città della Sardegna che reca il nome di un’importantissima colonia greca di Mileto sul mar Nero.
Ma il libro di Ignazio Didu ci introduce nel caleidoscopio dei miti rari, come quello di Talos, un robot in metallo che razzolava tra la Sardegna arcaica e l’isola di Creta, opera del fabbro divino Efesto, recentemente studiato anche da Paola Ruggeri, o ancora il mito di Norace, fondatore di Nora, nipote per parte di madre di Gerione, il mostro dotato di tre teste che venne ucciso da Herakles quando se ne andava nell’Atlantico a rubare mandre di buoi e i pomi splendidi delle Esperidi.
Cosa c’è dietro questi miti? Le risposte elaborate in centocinquant’anni di ricerca le ritroviamo nel libro di Ignazio Didu, che ha anche il merito di avere verificato di volta in volta la documentazione archeologica che si può versare nel dossier di ciascun mito.
Era una speranza che Piero Meloni in un suo saggio del 1945 sulla stessa materia mitica aveva additato agli archeologi del futuro. In questi 58 anni l’archeologia ha arricchito lo sfondo di questi miti ed ha ritrovato, nella magica valle di Antas a Fluminimaggiore, il tempio di uno degli dèi che i Greci immaginarono giunto in Sardegna dalla Libia, Sardos. Una copia della statua in bronzo di Sardos era stata deposta dai sardi devoti sulla terrazza somma del santuario di Delfi, a fianco al tempio di Apollo, sotto le fronde argentate degli ulivi millenari e le rupi violette che chiudono l’orizzonte.
Raimondo Zucca
Il libro “I greci e la Sardegna: il mito e la storia” di Ignazio Didu sarà presentato al pubblico lunedì 13 gennaio, alle ore 18, nella Casa dello studente di Cagliari (sala “Cosseddu” via Trentino). Ne parleranno, con l’autore, il direttore della Soprintendenza archeologica Carlo Tronchetti, i docenti dell’Università di Sassari Attilio Mastino e Raimondo Zucca e l’editore Carlo Anedda.




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