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    Predefinito E se il Romano Pontefice.....

    .... fosse impedito, in qualche modo, ad espletare INTEGRALMENTE il suo magistero?
    Sia chiaro, non amiamo la dietrologia.... e se leggiamo di talune cose, è perché crediamo ad una critica al "rialzo", cioè per l'integrità della Dottrina, non certo per una sua svendita.

    Le associazioni indultiste, cioè quelle confraternite (diciamole così!!!) che hanno per scopo quello di promuovere la Liturgia Perenne (quella denominata, a torto cmq, di San Pio V), hanno un ruolo fondamentale nella Chiesa di oggi, e cioè quello di promuovere la GRANDEZZA DELLA LITURGIA, senza per questo cadere nelle facili contrapposizioni con la gerarchia ecclesiastica, che comunque va rispettata.

    Ebbene, UNA VOCE Veneta (in piena comunione con Roma), ha pubblicato il testo che SS Giovanni Paolo II aveva in un primo momento redatto per la "Lettera alla Plenaria della Congregazione per il Culto Divino", il 21 settembre 2001.

    Ripoteremo, in un primo momento, il testo ufficiale, poi quello originario in formato jpg.
    Che qualcosa stia cambiando ormai è certo: rimane da capire, quanto l'argine reggerà!
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  2. #2
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    Giovanni Paolo II

    Lettera alla Plenaria

    della Congregazione per il Culto Divino

    del 21 settembre 2001





    Signori Cardinali,

    Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

    Carissimi Fratelli e Sorelle!



    1. Vi rivolgo con piacere il mio saluto cordiale in occasione della Plenaria della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Saluto il Signor Cardinale Jorge Arturo Medina Estévez, che guida con generosa dedizione il Dicastero, e con lui saluto i Signori Cardinali, i venerati Presuli e tutti coloro che, a vario titolo, lavorano in codesta Congregazione per il servizio alla Chiesa e all’evangelizzazione.



    La vostra Plenaria è stata preceduta da numerosi incontri dei Vescovi Membri di Conferenze Episcopali con i responsabili del vostro Dicastero, incontri segnati da atmosfera di fraterna collaborazione e tesi ad approfondire la vita liturgica nel Popolo di Dio e a favorire l’applicazione fedele degli orientamenti del Concilio Vaticano II.



    2. La Sacra Liturgia, che la Costituzione Sacrosanctum Concilium qualifica come il culmine della vita ecclesiale, non può mai essere ridotta a semplice realtà estetica, né può essere considerata come uno strumento con finalità meramente pedagogiche o ecumeniche. La celebrazione dei santi misteri è innanzitutto azione di lode alla sovrana maestà di Dio, Uno e Trino, ed espressione voluta da Dio stesso. Con essa l’uomo, in modo personale e comunitario, si presenta dinanzi a Lui per rendergli grazie, consapevole che il suo essere non può trovare la sua pienezza senza lodarlo e compiere la sua volontà, nella costante ricerca del Regno che è già presente, ma che verrà definitivamente nel giorno della Parusia del Signore Gesù. La Liturgia e la vita sono realtà indissociabili. Una Liturgia che non avesse un riflesso nella vita diventerebbe vuota e certamente non gradita a Dio.



    3. La celebrazione liturgica è un atto della virtù di religione che, coerentemente con la sua natura, deve caratterizzarsi per un profondo senso del sacro. In essa l’uomo e la comunità devono essere consapevoli di trovarsi in modo speciale dinanzi a Colui che è tre volte santo e trascendente. Di conseguenza l’atteggiamento richiesto non può che essere permeato dalla riverenza e dal senso dello stupore che scaturisce dal sapersi alla presenza della maestà di Dio. Non voleva forse esprimere questo Dio nel comandare a Mosè di togliersi i sandali davanti al rovo ardente? Non nasceva forse da questa consapevolezza l’atteggiamento di Mosè e di Elia, che non osarono guardare Iddio facie ad faciem?



    Il Popolo di Dio ha bisogno di vedere nei sacerdoti e nei diaconi un comportamento pieno di riverenza e di dignità, capace di aiutarlo a penetrare le cose invisibili, anche senza tante parole e spiegazioni. Nel Messale Romano, detto di san Pio V, come in diverse Liturgie orientali, vi sono bellissime preghiere con le quali il sacerdote esprime il più profondo senso di umiltà e di riverenza di fronte ai santi misteri: esse rivelano la sostanza stessa di qualsiasi Liturgia.



    La celebrazione liturgica presieduta dal sacerdote è un’assemblea orante, radunata nella fede e attenta alla Parola di Dio. Essa ha come scopo primario quello di presentare alla divina Maestà il Sacrificio vivo, puro e santo, offerto sul Calvario una volta per sempre dal Signore Gesù, che si fa presente ogni volta che la Chiesa celebra la Santa Messa per esprimere il culto dovuto a Dio in spirito e verità.



    Mi è noto l’impegno profuso da codesta Congregazione per promuovere, insieme con i Vescovi, l’approfondimento della vita liturgica della Chiesa. Nell’esprimere il mio apprezzamento, auspico che tale preziosa opera contribuisca a rendere le celebrazioni sempre più degne e fruttuose.



    4. La vostra Plenaria, anche in vista della preparazione di un apposito Direttorio, ha scelto come tema centrale quello della religiosità popolare. Essa costituisce un’espressione della fede che si avvale di elementi culturali di un determinato ambiente, interpretando e interpellando la sensibilità dei partecipanti in modo vivace ed efficace.



    La religiosità popolare, che si esprime in forme diversificate e diffuse, quando è genuina, ha come sorgente la fede e dev’essere, pertanto, apprezzata e favorita. Essa, nelle sue manifestazioni più autentiche, non si contrappone alla sacralità della Sacra Liturgia, ma, favorendo la fede del popolo che la considera una sua connaturale espressione religiosa, predispone alla celebrazione dei sacri misteri.



    5. Il corretto rapporto tra queste due espressioni di fede deve tener presenti alcuni punti fermi e, tra questi, innanzitutto che la Liturgia è il centro della vita della Chiesa e nessun’altra espressione religiosa può sostituirla o essere considerata allo stesso livello.



    È importante ribadire, inoltre, che la religiosità popolare ha il suo naturale coronamento nella celebrazione liturgica, verso la quale, pur non confluendovi abitualmente, deve idealmente orientarsi, e ciò deve essere illustrato con un’appropriata catechesi.



    Le espressioni della religiosità popolare appaiono talora inquinate da elementi non coerenti con la dottrina cattolica. In tali casi esse vanno purificate con prudenza e pazienza, attraverso contatti con i responsabili e una catechesi attenta e rispettosa, a meno che incongruenze radicali non rendano necessarie misure chiare e immediate.



    Queste valutazioni competono innanzitutto al Vescovo diocesano o ai Vescovi del territorio interessati a tali forme di religiosità. In questo caso è opportuno che i Pastori confrontino le loro esperienze per offrire orientamenti pastorali comuni, evitando contraddizioni dannose per il popolo cristiano. Tuttavia, a meno di palesi motivi contrari, i Vescovi abbiano nei confronti della religiosità popolare un atteggiamento positivo e incoraggiante.



    6. Desidero, infine, manifestare il mio compiacimento per il lavoro svolto dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, dopo l’ultima Plenaria del 1996. In questo periodo sono state pubblicate la terza Edizione Tipica del Messale Romano, la prima del Libro degli Esorcismi e quella del Martirologio Romano. Inoltre, sono state emanate le Istruzioni sulle traduzioni liturgiche e sull’esame per via amministrativa delle richieste di dichiarazione di nullità della sacra Ordinazione.



    A tale proposito, esorto i Vescovi e la Congregazione a porre ogni cura perché le traduzioni liturgiche siano fedeli all’originale delle rispettive edizioni tipiche in lingua latina. Una traduzione, infatti, non rappresenta un esercizio di creatività, ma un accurato impegno per conservare il senso dell’originale senza cambiamenti, omissioni o aggiunte. La non osservanza di tale criterio rende talora necessario e urgente il lavoro di revisione di alcuni testi. Accanto al lavoro già ricordato, la Congregazione si è inoltre occupata delle dispense sacerdotali e di quelle sui matrimoni rati e non consumati, dell’approvazione dei testi liturgici dei nuovi santi e beati e di quella dei calendari particolari, nonché delle recognitiones di numerosissime traduzioni dei testi liturgici nelle lingue volgari. Si tratta di un’attività notevole svolta con competenza e accuratezza, per la quale voglio esprimere al Signor Cardinale Prefetto, a Mons. Segretario, l’Arcivescovo Francesco Pio Tamburrino, ai Monsignori Sottosegretari e a tutti i Membri, Consultori e Commissari della Congregazione il mio sincero ringraziamento.



    Affido questo prezioso lavoro e i progetti dell’intera Congregazione alla celeste protezione della Madre di Dio e con affetto imparto a tutti una particolare Benedizione Apostolica.



    Da Castel Gandolfo, 21 Settembre 2001

    Joannes Paulus II



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    Il Papa elogia la vecchia messa: censurato

    Il giallo del discorso sulla religiosità popolare

    che non è stato pubblicato



    di Andrea Tornielli

    da "Il Giornale", 16 ottobre 2001



    Il Papa elogia le "bellissime preghiere" dell’antico messale di San Pio V e chiede ai vescovi di incoraggiare le pratiche della religiosità popolare. Ma il suo discorso non viene pubblicato. C’è un piccolo giallo attorno al messaggio di Giovanni Paolo II, distribuito ai cardinali e vescovi durante la recente riunione plenaria della Congregazione per il culto divino. I lavori si sono svolti in Vaticano dal 26 al 28 settembre, eppure il testo a tutt’oggi non è stato reso noto. La stranezza è resa ancora più evidente dal fatto che negli stessi giorni si è svolta a Roma un’altra plenaria, quella della Congregazione per i religiosi: anche in questo caso il Papa ha inviato un messaggio, che è stato regolarmente pubblicato sul bollettino della Sala Stampa della Santa Sede il 27, e sull’"Osservatore Romano" venerdì 28 settembre.



    Che cosa ha scritto Wojtyla nel testo distribuito ai vescovi ma non pubblicato? Innanzitutto il Papa afferma che il "popolo di Dio ha bisogno di vedere nei sacerdoti e nei diaconi un comportamento pieno di riverenza e di dignità". Quindi aggiunge: "Nel messale romano, detto di San Pio V, come in diverse liturgie orientali, vi sono bellissime preghiere con le quali il sacerdote esprime il più profondo senso di umiltà e di riverenza di fronte ai santi misteri: esse rivelano la sostanza stessa di qualsiasi liturgia". Come si vede, il riferimento al messale preconciliare è appena accennato. Eppure qualcuno, all’interno dei sacri palazzi, deve averlo considerato come un’apertura eccessiva verso coloro che chiedono un recupero delle antiche formule. E ha deciso pertanto che era più prudente non divulgarlo.



    È significativo che nel messaggio il Papa parli del vecchio messale come di qualcosa che è ancora in vigore: in effetti, grazie all’indulto concesso dallo stesso Pontefice nel 1988 dopo il mini-scisma di monsignor Lefebvre, ogni vescovo può permettere a gruppi di fedeli che ne facciano richiesta la celebrazione secondo il rito antico. Questo, però, avvieneraramente e con notevoli difficoltà. La citazione papale poteva dunque essere interpretata come un segnale di apertura verso coloro che auspicano una maggiore libertà di utilizzo del messale di San Pio V. Tra questi il più autorevole è certamente il cardinale Joseph Ratzinger, che nel suo ultimo libro (Dio e l'uomo, edizioni San Paolo) ha chiesto ai confratelli di essere più tolleranti verso chi chiede la messa in latino. Lo stesso porporato bavarese, ha partecipato, lo scorso 24 luglio, a un summit a porte chiuse che si è svolto nell’abbazia francese di Fontgombault. Si è dibattuto su come far aumentare la sensibilità dei fedeli verso la liturgia, e al tempo stesso modificare gradualmente certi aspetti della riforma postconciliare.



    Ma il messaggio papale non si ferma qui. La parte più consistente della lettera riguarda, infatti, la religiosità popolare. Cioè quelle forme di preghiera e di devozione che non rientrano nella liturgia ma costituiscono un aiuto alla fede cristiana. Devozioni mariane, processioni, rosari, culti particolari di santi: fenomeni che certi teologi "illuminati" hanno bollato come retrogadi se non addirittura come forme di superstizione. "La religiosità popolare - scrive il Papa - quando è genuina, ha come sorgente la fede e dev’essere pertanto apprezzata e favorita". Certo, Giovanni Paolo II avverte che le devozioni inquinate da elementi non coerenti con la dottrina "vanno purificate con prudenza e pazienza". Ma invita i vescovi ad avere "nei confronti della religiosità popolare un atteggiamento positivo e incoraggiante". Espressioni che suonano quasi come una rivincita per quel popolo di Dio fatto di semplici fedeli che sgranano il Rosario, visitano i santuari, portano lo scapolare e invocano grazie dai santi.






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