brano tratto dal libro "le seduzioni della guerra" di Johanna Bourke editore Carocci
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Debolezze istituzionali
Per i fatti di My Lai, le forze armate diedero la colpa alla mancanza di esperienza degli ufficiali. Infatti, pochi di quelli coinvolti nel massacro avevano una significativa esperienza di operazioni militari: solo due avevano preso parte a un conflitto prima di essere destinati al Sud-est asiatico e nessuno era mai stato rimpatriato dal Vietnam. Si rivelarono inefficienti soprattutto i comandanti dei plotoni, che erano considerati più che altro «commilitoni, o compagni di camerata» (in realtà, tali comandanti avevano paura dei loro uomini). Calley venne criticato aspramente per la sua palese stupidità, per la sua insicurezza e l'incapacità di ispirare fiducia ai suoi sottoposti. La Commissione Peers concluse:
"Se il giorno prima dell'operazione "Son My" un solo ufficiale - a livello di plotone, brigata o unità operativa - avesse previsto e disapprovato l'eccidio di persone inermi, o avesse menzionato il problema dei civili, dando ordini e istruzioni adeguate... la tragedia di Son My avrebbe potuto essere evitata, oppure notevolmente limitata, e tutte le operazioni sarebbero state tenute sotto controllo -(nota n.57)."
L'incompetenza degli ufficiali non fu un problema che affiorò solo a My Lai ma in tutto il conflitto vietnamita. L'esercito americano aveva stabilito turni di un anno di servizio (13 mesi per i marines) che impedivano il rinsaldarsi di buone relazioni fra i reparti e agli ufficiali di accumulare esperienza. Il Capo di stato maggiore affermò che i nuovi ufficiali non erano all'altezza di quelli del passato. L'insubordinazione e la mancanza di rispetto si evidenziarono nel numerosi tentativi di omicidio di ufficiali mediante schegge di granata. Nei tre anni successivi al 1969, il ministero della Difesa americano ammise 788 tentativi di questo genere: aggiungendo l'omicidio con altre armi (per esempio, il fucile), si superavano i 1000 ufficiali e sottufficiali uccisi dai loro uomini in Vietnam.
In una situazione in cui molti ufficiali erano deboli e inascoltati dai loro soldati, le atrocità dipendevano dal fatto che questi erano terrorizzati dalle conseguenze di un'eventuale disobbedienza. I soldati mandati in Vietnam erano immaturi e poco scolarizzati (chi combatteva aveva mediamente 19 anni, contro i 27 anni nella seconda guerra mondiale): la loro reazione alle minacce era esagerata. Se avessero disobbedito a un ordine, avevano probabilmente più paura di come avrebbero reagito i loro compagni: chi non aveva partecipato ai massacri era ritenuto sleale nei confronti del gruppo. Si temeva giustamente anche l'ostracismo, che privava dei pochi vantaggi ottenibili in una situazione difficile, cosa che poteva rivelarsi esiziale. Peraltro, già nella seconda guerra mondiale i marine soprannominati "otto palle" (cioè, senza aggressività) potevano subire le punizioni più dure. E c'erano castighi meno severi, benché altrettanto efficaci. Un soldato che aveva preso parte allo stupro e all'assassinio di una vietnamita, confessò che «temeva di essere ridicolizzato», se non lo avesse fatto. Soprattutto, aveva paura di venire deriso e considerato «una femminuccia, un frocio», per cui imitò i compagni (nota58). Altri soldati avevano il terrore di essere oggetto delle schegge di granata se avessero riferito l'eccidio di My Lai. Il soldato di Prima classe Michael Bernhardt aveva rifiutato di partecipare al massacro ma preferì non svelare nulla, pensando che «fosse già abbastanza pericoloso combattere il nemico palese» (59). Anche Creg Olsen aveva partecipato al genocidio ma non se la sentiva di riferirlo ai superiori. Affermava di non conoscere i «canali giusti» per farlo, ma in realtà la sua vera preoccupazione era che «bisognava pensarci due volte prima di assumere una posizione simile
"Dovete ricordare che laggiù tutti avevano un fucile Va bene affrontare chi ti accusa, ma non quando ha un'arma in mano» .(nota 60)
Occorreva inoltre preoccuparsi dei superiori: pochi temevano che avrebbero punito un soldato perché raccontava uno sterminio, ma nessuno dubitava che avrebbero colpito duro se qualcuno avesse disobbedito a un ordine. Che cosa sarebbe accaduto a un soldato che non voleva uccidere a comando un prigioniero? George Ryan, altro reduce dal Vietnam, non aveva dubbi. A prescindere dall'efferatezza dell'ordine, lui non avrebbe mai disobbedito. Se avesse rifiutato di uccidere un prigioniero nord-vietnamita, ecco cosa sarebbe accaduto: «Non sarei stato processato dalla corte marziale ma certamente messo nella lista nera, destinato al servizio di cucina ed etichettato come vigliacco. Per me, sarebbe stato insopportabile» (60). Altri temevano realmente la possibilità di essere processati. Calley, per esempio, il quale sapeva che avrebbe dovuto comparire davanti alla corte marziale qualora avesse disobbedito a un ordine. Un sergente disse di aver informato il suo diretto superiore dello sterminio di civili vietnamiti, ma venne minacciato di prigione se non avesse taciuto. Essendo un tecnico di artiglieria addetto ai radar, dipendeva dal benvolere dei suoi superiori e dei suoi sottoposti, sicché decise di non dir nulla:
Sapevo che non c'erano possibilità di riparare, che stavo mettendo a rischio un sacco di cose e non volevo creare discussioni o essere messo in galera [ ] così, me ne dimenticai e non se ne fece più nulla [ ] accantonai la cosa in uno spazio vuoto della memoria [ ] e continuai a servire ".
Analogamente, durante la seconda guerra mondiale un ufficiale di rotta confessò il suo rimorso per l'illegalità dei bombardamenti indiscriminati. Disse:
"Pensavo sempre alle donne, ai bambini, agli ospedali e cose simili... Ma a chi avrei potuto riferire tali dubbi? Le incursioni sulle nostre città contribuivano a soffocare la voce della coscienza, sebbene senta il rimorso ancora oggi. Se avessero vinto i Tedeschi, avremmo dovuto essere processati come criminali di guerra? Se ritenevamo che fosse moralmente sbagliato, avremmo dovuto parlare chiaramente ai comandanti e rifiutarci di partecipare? Quale sarebbe stata la conseguenza? La corte marziale! Ci sarebbe voluto molto più coraggio a parlare della questione che non continuare a eseguire le operazioni di volo"(63).
E c'erano altre punizioni minori, come la degradazione. Quando il reparto di Calley non riusciva a riportare un certo numero di morti (perché non trovavano nessuno cui sparare), il colonnello Barker lo avvertiva: «Faresti meglio a svolgere il tuo lavoro, tenente, oppure troverò qualcun altro che lo sappia fare"(64). Chi si rifiutava di bombardare aree residenziali sarebbe stato accusato di «scarsa tempra morale» e degradato. Non si tollerava la messa in discussione di un comando; un ufficiale in carriera che, facendo rapporto, criticava un suo comandante «avrebbe fatto meglio a dare le dimissioni. Oppure a prepararsi a trascorrere vent'anni col grado di capitano» ...........




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