SENTENZA CASSAZIONE

La suprema Corte conferma la condanna a un anno e sette mesi per un
cittadino musulmano che picchiava la moglie italiana: «Non pensavo che
per le vostre leggi costituisse reato»

Matrimoni misti, pari dignità

Netta la decisione: «La dignità della persona è un limite inviolabile
per tutti»
I rischi in materia
già segnalati più volte dalla Chiesa

Da Milano Angelo Picariello

La questione dei matrimoni misti, il legame fra persone di cultura e
religione diversa, arriva sul tavolo della Cassazione. Che si
pronuncia con nettezza, sancendo l'obbligo del cittadino straniero di
rispettare la Costituzione e i diritti della persona in essa
stabiliti. Naturalmente, come si dice, la sentenza «fa stato» solo fra
le parti, e non ha rilievo normativo. Ma costituisce un precedente
importante, perché pur intervenendo su un caso singolo e per molti
versi estremo, ribadisce un principio sicuramente utilizzabile su
vasta scala.
Entra in ballo, infatti, il diritto all'integrità fisica e alla parità
sociale senza distinzione di sesso, nella sentenza con cui la Suprema
Corte ha dato torto a Mohammed K. accusato di aver percosso
ripetutamente la moglie italiana, e per questo condannato a un anno e
sette mesi dai giudici di Firenze. Condanna ora confermata in ultima
istanza.
L'argomento prodotto dal cittadino musulmano - e giudicato non
accettabile dai giudici - era quel lo della particolare rilevanza, per
un cittadino seguace dell'islam, della formazione culturale e
religiosa «tale da stemperare la consapevolezza di vessare e
prevaricare il coniuge». Come dire: nella mia terra e nella mia
tradizione un certo comportamento è consentito, e ignoravo che in una
società come quella italiana può invece costituire reato. La difesa,
giuridicamente parlando, puntava quindi sull'aspetto psicologico della
consapevolezza: atti compiuti volontariamente e consapevolmente, ma
non nella consapevolezza - anche - di commettere reato, riferendosi
alle dinamiche di convivenza familiare e alle prerogative che spettano
al capofamiglia nelle realtà musulmane.
Il no della Cassazione è netto, i principi garantiti nella nostra
Carta costituzionale, che vengono anteposti alle motivazioni del
musulmano ricorrente, sono quello all'integrità fisica, sia per i
singoli che per le formazioni sociali, e quelli della pari dignità e
dell'eguaglianza fra sessi che rappresentano uno «sbarramento
invalicabile contro l'introduzione nella società civile, di
consuetudini, prassi e costumi che suonano come barbari a fronte dei
risultati ottenuti nel corso dei secoli per realizzare l'affermazione
dei diritti inviolabili della persona». E tutti, viene chiarito, anche
gli stranieri, hanno l'obbligo di conoscere i divieti che la nostra
legge impone.
Un pronunciamento importante. Il problema dei matrimoni misti, che
sono circa 150-200mila in Italia, è oggetto di attenzione scrupolosa
da parte della Chiesa. Un paio di anni fa l'allora segretario della
Cei, oggi arcivescovo di Firenze, Ennio Antonelli, intervenendo
specificamente sul tema segnalava il rischio. Confermato dagli «esiti
negativi per quanto concerne la vita familiare, l'educazione dei
figli, i diritti della donna». Antonelli indicava soprattutto i
problemi di compatibilità matrimoniale fra cristianesimo e islam
ricordando in particolare che l'islam autorizza la poligamia, non
attribuisce alla sposa pari dignità nelle decisioni sui figli e sulla
loro educazione, e non riconosce alle figlie femmine gli stessi
diritti dei maschi. L'invito, esplicito, ai vescovi era a sconsigliare
simili unioni, e a concedere con parsimonia le relative dispense. Che,
già nel '99, erano scese soltanto 100. Antonelli si rivolgeva anche
alle istituzioni dello Stato, per accertare se anche nell'ambito delle
altre comunità religiose in Italia vengano rispettati i valori della
Costituzione, «soprattutto in ambito familiare».
La materia è oggetto di riflessione anche a livello di diocesi.
Giancarla Perotti Barra, responsabile della pastorale familiare della
diocesi di San Benedetto del Tronto è autrice di un saggio
sull'argomento: «Emerge - dice - che la situazione ampiamente più
frequente è quella di una donna cattolica che sposa un musulmano,
raramente il contrario». Un dato che fu all'origine di un allarme,
come si ricorderà, lanciato a suo tempo da don Pierino Gelmini.
«Queste unioni - dice Perrotti Barra - possono costituire casi di vera
mediazione culturale. Ma se il partner non è consapevole delle
differenze esistenti tra le due culture va incontro a spiacevoli
sorprese».



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