...sulla vecchia, cara, "Falange armata".
Che fine ha fatto, ma soprattutto chi erano veramente? Fascisti, servizi segreti o buontemponi?
In migliaia di telefonate arrivate ai giornali, ne è mai stato fermato/arrestato un esponente?


...sulla vecchia, cara, "Falange armata".
Che fine ha fatto, ma soprattutto chi erano veramente? Fascisti, servizi segreti o buontemponi?
In migliaia di telefonate arrivate ai giornali, ne è mai stato fermato/arrestato un esponente?


Erano con ogni probabilità provocatori dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni ma di questo UMT può darti notizie più precise.
Saluti
Sinistra Nazionale!


Erano provocatori, giornalisti terroristicici, probabilmente impiegati o funzionari di Polizia o di Enti pubblici, i quali trovavano sempre spazio su "Repubblica" e sulla stampa in generale di sinistra.
Non fecero mai un'operazione armata: emettevano comunicati contro Scalfari, a favore della banda della Uno bianca, sembravano difendere il famoso CAF (Craxi, Andreotti, Forlani)
Venne arrestato un centralinista, ma poi la cosa venne messa a tacere.


Rispondo al cortese invito di Rodolfo.
La storia della Falange armata è sicuramente una storia di disinformacjia, di apparati di Stato travolti dalla crisi geopolitica prodotta dalla caduta del muro di Berlino e dalla decisione andreottiana di liquidare Gladio per ricostruirsi una verginità a sinistra (lo aveva già fatto nel 74 scaricando Giannettinni e i golpisti e ne era nato il governo di solidarietà nazionale) in vista delle elezioni presidenziali 92 (fallì poi l'elezione perché la mafia ammazzò Lima...)
Io l'ho raccontata così in "Fascisteria":
La stagione puramente terroristica della banda della Uno bianca si innesta in una fase di scontro frontale tra gli apparati di icurezza atlantica e le frazioni politiche che di queste agenzie sono state espressione e riferi-mento. Questa crisi è un effetto paradossale del crollo del sistema sovietico: la scomparsa del nemico produce l’implosione del complesso politico–militare anticomunista. I protagonisti sulla ribalta mediatica di uno scontro senza esclusione di colpi sono il presidente del Consiglio Andreotti e il capo dello Stato Cossiga, che in diverse fasi hanno rappresentato la massima espressione politica del cosiddetto partito “amerikano”. I primi segnali di battaglia sono nel luglio 1990: un ex agente della Cia, Ric-cardo Brenneke, dichiara in un’intervista al Tg1 che Cia e P2 hanno finanziato il terrorismo italiano. Cossiga chiede e ottiene la testa del direttore, Nuccio Fava. Segue campagna di stampa sui rapporti tra Cossiga e Gelli durante il sequestro Moro. Il giudice Casson, che ha avuto da Vinciguerra precise indicazioni sulle responsabilità nelle stragi dell’apparato di sicurezza Nato, ottiene da Andreotti – maestro nell’arte di cedere le postazioni bruciate per consolidare le posizioni – il permesso di mettere il naso negli archivi del Sismi. Agli inizi di agosto il presidente del Consiglio ammette l’esi-stenza di una strut-tura clandestina di sicurezza, anticomunista, che sarà poi definita “Gladio” ma ne limita l’esistenza al 1972 (data in cui fu dissolto invece il braccio armato, la Legione, per il diretto coinvolgimento nel terrorismo nero). La guerra dei dossier intanto dilaga: sulla sinistra dc impegnata nella battaglia contro la legge Mammì sulle TV arriva la tegola del caso Orfei. Il consigliere di De Mita è accusato dal Sismi di es-sere stato per anni agente cecoslovacco. Ai primi di ottobre, dal covo br di via Montenevoso a Milano, già perlustrato a fondo 12 anni prima, torna alla luce un ampio inedito del me-moriale Moro, con giudizi feroci sugli amici di partito e precisi riferimenti a Gla-dio. Il 18 ottobre Andreotti consegna al presidente della commissione d’inchiesta sulle stragi, Libero Gualtieri, il promesso dossier sulla struttura clandestina, reso di pubblico dominio il 23. Nei giorni successivi sono resi noti i retroscena del piano Solo (gli esponenti della sinistra arrestati dovevano essere rinchiusi nella base dove si addestravano i gladiatori), Casson giunge a citare come testimone Cossiga che, contro una montante campagna politica e di stampa, difende ostinatamente la legittimità e l’onore di Gladio. Per una sinistra concidenza la mattina della strage del Pilastro sono tolti gli omissis a tutti i documenti sul progetto di golpe nel 1964 ed emerge con chiarezza il ruolo dei Carabinieri nel primo progetto di eversione delle istituzioni democratiche. Questa crisi convulsa si assesterà nei mesi successivi. Nella sua fase più acuta giocano un ruolo destabilizzante i terroristi armati della Uno bianca e i professionisti della disinformazione della Falange armata, gente che lavora in orario di ufficio – per dirla con il ministro degli Interni Mancino – e ha piena disponibilità di una rete informativa nel-l’apparato pubblico. L’unico arrestato per le telefonate della Falange è Carmine Scalone, educatore penitenziario, considerato tra i più stretti collaboratori di Nicolò Amato (ma l’ex direttore degli istituti di pena ha smentito la circostanza). Scarcerato nella primavera del 1994 dopo sei mesi di custodia cautelare ha continuato a proclamarsi vittima di una macchinazione. Il pm romano Saviotti nell’inverno 1996 ne ottiene il rinvio a giudizio per associazione a delinquere con la finalità di sovvertire l’ordine democratico. Nella sua requisitoria sono individuati collegamenti tra le telefonate della Falange e la produzione di dossier ricattatori (vedi il caso Di Pietro) da parte di settori deviati dei servizi segreti. Saviotti cita alcune coincidenze significative: il giorno dopo una telefonata minatoria al presidente Scalfaro (saranno 41 in tutto) la figlia Marianna è fotografata (casualmente) in compagnia del chiacchierato architetto Salabè, coinvolto nell’inchiesta sui fondi neri del Sisde. La divulgazione della foto alimenta le polemiche. Il 9 giugno 1993 arrivano le prime minacce per il pidiessino Ugo Pecchioli, appena nominato alla testa del Comitato Servizi: un mese dopo una rivista russa pubblica un dossier in cui si insinuano suoi contatti con il KGB. Le conclusioni alle quali giunge Provvisionato è che un gruppo interno ai servizi segreti, inserito a livello medio–alto, legato da rapporti di potere e di comune ispirazione ideologica con Gladio, abbia reagito allo smantellamento della struttura da una parte lanciando avvertimenti trasversali (non solo le telefonate dei fa-langisti ma anche i misteriosi furti ai danni del capo della Polizia Parisi e all’interno di Forte Braschi) e dall’altro eterodirigendo la banda dei poliziotti rapinatori per gettare un’intera regione nel caos e nel terrore, secondo il tradizionale schema del terrorismo atlantico, di destabilizzare l’ordine pubblico per ristabilizzare l’ordine politico. A questo modello operativo e a un simile disegno strategico allude uno degli imputati chiave dell’inchiesta sulla Rosa dei Venti, Roberto Cavallari. Il sedicente magistrato militare sottolinea, nel quadro dell’Organizzazione X (la rete di sicurezza atlantica poi identi-ficata con Gladio), il ruolo dei gruppi paralleli (Ordine nuovo, Mar, La Fenice, Giustizieri d’Italia, Rosa dei Venti), gestiti da personaggi non di alto livello: «Questi gruppi si scaricano con facilità, il più delle volte bastano pochi milioni, altre volte (se non funzionano i milioni) è necessario gettarli nelle braccia della giustizia. Spesso, poi, questi gruppi continuano ad agire con attività proprie, isolate, per lo più demenziali, fino al momento in cui se ne può ancora aver bisogno: allora si vanno a recuperare» . L’intervista, profetica, è del ‘74: il riferimento di occasione è alla sciagurata iniziativa di Rampazzo e Sedona, che si erano fatti arrestare, nell’ottobre del ‘73, mentre si accinge-vano a rapinare una banca a Lido di Camaiore, facendo uscire allo scoperto l’attività eversiva del nucleo padovano. Eppure, decontestualizzando, l’analisi di Cavallaro combacia perfetta-mente con l’andamento ciclico delle attività della banda della Uno Bianca. Nei giorni convulsi nei quali con la massima furia si dispiega l’iniziativa terroristica dei killer della Uno Bianca – che nella settimana tra Natale e Capodanno avevano anche ucciso due passanti dopo una ra-pina a un benzinaio – diversi nuclei armati entrano in azione, per rilanciare la campagna contro gli zingari. Dal 4 al 12 gennaio si registrano sette attacchi a campi nomadi della capitale: il 4 molotov contro le roulotte della Magliana, il 5 colpi d’arma da fuoco alla Casilina, il 6 spari a Tor Bella Monaca, l’8 sparatoria a via Sansotta, il 9 un ordigno esplosivo all’ Aurelia e pistolettate a via Tiburtina, il 12 la settimana di fuoco è chiusa da un nuovo attacco a mano armata a Tor Bella Monaca. Il 13 colpi d’arma da fuoco a Bergamo e lancio di molotov a Firenze. Se per questi ultimi due attacchi non è possibile escludere effetti imitativi, è evidente che il carattere sistematico degli attacchi romani siano il prodotto di un cervello politico–militare, evidentemente intenzionato a dare continuità ed estensione all’offensiva della banda della Uno bianco.
Per chi è interessato c'è più abbondante materiale nel sito di Provvisionato: www.misteriditalia.com, nella sezione sulla banda della uno bianca...
Buona lettura
umt


grazie x le risposte![]()


Non sono informato come Tassinari, nè preparato sull'argomento.
Tuttavia la Falange Armata non fece mai nulla di armato. Fece del terrorismo giornalistico e mediatico, ma non mi sembrava molto consistente.
Sono d'accordo nel definirla una reazione a quel mondo che andava disfacendosi, forse un moto di paura perchè non è che vi fu la rivoluzione.
Non vedo evidenti i legami con la Uno bianca nè con le offensive contro zingari ecc...
Non c'erano strategie politiche: il mondo stava cambiando e settori come lo Stato, la sua Polizia, non sapevano a cosa si sarebbe andati incontro (....Berlusconi...). Diversi persero la testa: ma non vedo strategie, disegni, ecc.
A me insospettiva comunque una cosa: tutte le volte che la Uno bianca colpiva, alla stampa di sinistra non pareva vero ci fossero rivendicazioni della Falange Armata. Rivendicazioni senza senso, senza riscontri, senza niente: ma Scalfari dava la notizia, eccome se la dava.
Insomma, un conto è una strategia eversiva, un altro sono quattro dirigenti o funzionari o impiegati trombati in carriera che si divertono ad accedere a centralini segreti, a diffondere notizie pettegole, a minacciare. Il che deve essere tipico dell'ambiente dei cosiddetti Servizi: peracottari pagati a suon di milioni per raccogliere notizie che tutti sanno già e per elaborarle teorie risibili.


Questo documento è tratto da “Storie di straordinaria follia in Emilia Romagna. La banda della Uno bianca e le "interferenze comunicative" della Falange armata
di Roberto Arbitrio
Si tratta di una ricerca dell’Eurispes del 1995.
Conclusioni
I dati e le informazioni elaborate nel corso di questo rapporto hanno consentito di tracciare alcune linee interpretative utili alla comprensione di specifici aspetti, certamente non secondari, relativi alle strategie militari della banda della Uno bianca e alla presenza mass mediale della Falange armata. Un primo elemento emerso è la definizione dell'area illegale entro cui i Savi hanno consapevolmente deciso di muoversi: essa abbraccia sia la delittuosità a scopo di lucro, sia quella squisitamente terroristica. Risulta, quindi, improprio definire i componenti della banda della Uno bianca come terroristi o come rapinatori, visto che Roberto e Fabio, in particolare, sembrano aver subìto il fascino dell'applicazione di modelli di comportamento violento indipendentemente, forse, dalle finalità economiche o politiche che tale agire può soddisfare. Ciò non significa che questi non abbiano lucrato o che non abbiano, talvolta, espresso una loro weltanshauung politica attraverso il compimento di raids xenofobi o di attentati nei confronti di rappresentanti delle forze dell'ordine. La questione è probabilmente un'altra: i Savi non hanno dimostrato capacità di elaborazione politica e ideologica sufficientemente sviluppate da poter connotare il loro come gruppo eversivo e, al contempo, solo raramente hanno applicato metodologie operative professionali nel compimento di rapine e azioni similari. Così, mentre veniva trascurato l'aspetto ideologico e, solo raramente, venivano raffinate la tecniche operative in occasione delle azioni di finanziamento, assumevano sempre maggiore spregiudicatezza le manifestazioni di violenza estrema e, a volte, gratuita nei confronti delle vittime.
Appare evidente che l'agire criminale dei Savi era spesso un'occasione per esprimere, in maniera violenta e deviante, la propria "volontà di potenza". E' stato, poi, osservato come in una precisa fase dello sviluppo criminale della banda, collocato nel biennio 1990-1991, i Savi abbiano privilegiato l'applicazione del metodo terroristico, finalizzando l'azione quasi esclusivamente all'offesa di bersagli istituzionali (carabinieri e agenti di Pubblica Sicurezza) e di appartenenti alle comunità nomadi ed extracomunitarie. Se questa escalation militare sia naturale o indotta, è oggetto di indagine da parte degli organi istituzionali competenti; in questa sede interessa, invece, porre l'attenzione sulla individuazione di tre diversi momenti nello sviluppo criminale delle metodologie dei Savi che possono essere descritti come segue:
1. La fase delle "scorribande", che copre gli anni dal 1987 al 1990, durante la quale i Savi hanno collezionato numerosissime azioni criminali di livello medio basso. In questo periodo la banda si è limitata ad esercitarsi nell'uso dell'intimidazione armata trovando in ciò, progressivamente, sempre maggiori soddisfazioni.
2. La fase "terroristica", riconducibile al biennio 1990-1991, nel corso della quale sono stati commessi omicidi gravissimi con fredda determinazione. Ad un improvviso, quanto drammatico, innalzamento del livello di violenza è corrisposta, quasi paradossalmente, una netta diminuzione degli introiti finanziari, provento delle rapine.
3. La fase della "professionalizzazione" criminale, situata negli anni 1992-1994, che ha visto la banda della Uno bianca privilegiare la commissione di rapine di entità medio-alta e limitare drasticamente il ricorso alla violenza.
Altro elemento che, nel corso di questa analisi, è stato più volte esaminato è il ricorso, nell'agire del gruppo Savi, a simbologie e rituali facilmente riconoscibili dall'esterno. Questo aspetto può dare luogo a diverse spiegazioni: le simbologie e il comportamento altamente ritualizzato possono fornire la base per un solido legame aggregativo che, per soggetti che operano nell'illegalità esprimendo livelli di violenza di tale entità, può risultare fondamentale. Ma la riconoscibilità dell'agire violento rientra, di fatto, in quella volontà di potenza deviante che pare animare la psicologia dei due maggiori responsabili dei fatti di sangue commessi dalla banda della Uno bianca: Roberto e Fabio. Le simbologie e i rituali operativi e militari si tradurrebbero, nella logica perversa dei Savi, in una continua sfida nei confronti del mondo esterno, in una dimostrazione di forza nei confronti della società civile e delle istituzioni. Infine, non si può trascurare l'inquietante ipotesi di una riconoscibilità operativa indotta dalla necessità di dover render conto a qualche entità "altra" del proprio agire criminale e terroristico. Questo elemento investigativo, particolarmente evidente nel periodo dell'utilizzazione del simbolo "Fiat Uno bianca" e nella fase terroristica dei Savi, collocherebbe la banda in un complesso assai più articolato di soggetti occulti e legali-illegali che esprimono forti capacità eversive. Deduzioni in questo ambito, però, vanno delegate agli organi preposti istituzionalmente all'accertamento della verità; in questa sede, invece, l'obiettivo è un altro: l'identificazione di tutte quelle caratteristiche strategiche, militari, politiche, psicologiche, ecc. che possono risultare utili alla comprensione del fenomeno oggetto di studio. A tal proposito sono state espresse valutazioni circa il percorso politico che apparentemente sembra aver seguito la banda della Uno bianca nella commissione di atti di matrice terroristica. I parametri ispirativi dell'agire terroristico dei Savi ruotano intorno a due variabili: da un lato la xenofobia, manifestatasi nei sanguinosi raid contro la comunità nomade locale e gli extracomunitari; dall'altro, un attacco alle istituzioni che, nella mentalità dei Savi in quanto indegni appartenenti alla Polizia di Stato, si è tradotto nell'assassinio di ignari rappresentanti dell'Arma dei Carabinieri. Questa rozza progettualità politica, che peraltro non è mai stata motivata politicamente attraverso volantini di rivendicazione o comunicati politici, è stata probabilmente strumentalizzata da un altro soggetto terroristico, la Falange armata, e forzata entro schemi diversi da quelli che ispiravano i fratelli Savi. Infatti, proprio a seguito della tragica strage del Pilastro perveniva la prima telefonata della Falange che rivendicava a sé la paternità di quell'agguato. E' in questa fase storica che l'analisi delle strategie terroristiche della banda della Uno bianca non può prescindere da quella dei contenuti dei comunicati rivendicativi dei telefonisti falangisti. E' stato, così, possibile indicare alcuni elementi che accertano una continuità logica tra le diverse telefonate firmate dalla Falange, il che ha suggerito la presenza di una unica intelligenza dietro l'iniziativa rivendicativa. E' stato, altresì, provato che tra l'operatività della banda della Uno bianca e le telefonate della Falange armata vi è uno iato che indica la totale estraneità dei falangisti nella scelta degli obiettivi operata dai Savi. Il metodo selettivo nell'aggiudicamento della paternità da parte della Falange ha, poi, seguito un principio molto semplice: le azioni che esprimevano livelli alti di cruenza venivano rivendicate, le altre no. E' stato osservato, inoltre, come la Falange abbia tentato di forzare la logica criminale dei Savi entro progettualità politiche ed eversive che non le appartenevano affatto. Ne consegue che obiettivo delle telefonate era quello di attribuirsi la paternità di un agire criminale e terroristico estraneo e non controllabile e di strumentalizzarlo per fini intimidatori e destabilizzanti. La Falange armata ha, quindi, seguito un comportamento "parassitario" nei confronti dei Savi, godendo dei vantaggi che la loro azione criminale gli poteva offrire.
Un passo successivo, nel complesso dell'impianto di questo lavoro, è stato quello di individuare le finalità strategiche della Falange armata. Attraverso l'analisi del contenuto dei comunicati rivendicativi è emersa, anche in questo caso, una sconcertante superficialità dei programmi politici ed eversivi. Non una sola frase, non un solo riferimento, non una espressione ha dato corpo e visibilità alla presunta filosofia politica ed eversiva a cui più volte ha fatto riferimento questo gruppo. L'inconsistenza del discorso politico ideologico e l'incongruenza tra messaggi rivendicativi e delitti commessi dai Savi, ha consentito di coniare il termine di "terrorismo virtuale" da attribuire proprio alla Falange armata. Infatti, proprio perché virtuale, questa estrinsecazione del metodo terroristico ha espresso le sue potenzialità destabilizzanti e intimidatorie attraverso un uso oculato e professionale dei mezzi di comunicazione di massa. La Falange armata ha consapevolmente gestito il medium telefonico ben sapendo che esso avrebbe attivato tutte le moderne tecnologie ed i mezzi di comunicazione di massa (stampa, televisione, radio). Il grado di conoscenza e di professionalità nell'ambito della disinformazione e di quello che attualmente si definisce newsmanagement, è emerso anche in altre occasioni, allorquando la Falange armata ha attaccato i sistemi informatici di agenzie stampa e importanti istituti di credito. Questa capacità nel gestire i circuiti informativi e nel promuovere strategie comunicative di grande impatto, è individuabile anche nel corso delle rivendicazioni telefoniche dei delitti della banda della Uno bianca. I messaggi, accuratamente elaborati dai professionisti della Falange si muovono con efficacia su tre diversi piani di comunicazione. Il primo è quello dell'"informazione di massa", tramite il quale la Falange punta ad attribuirsi una identità di gruppo terroristico, anomalo ma presente e attivo, in grado di colpire bersagli di notevole importanza con durezza e fredda determinazione. Per far ciò, le intelligenze del gruppo devono elaborare delle strutture di interpretazione ideologico eversive credibili, in grado di contenere le diverse manifestazioni dell'agire criminale, in questo caso, dei Savi. Ne consegue che tale struttura deve essere flessibile, in quanto adattabile a scelte operative non preventivabili, e che il discorso politico prodotto, ad un'attenta analisi, mostri la sua genetica debolezza.
Il secondo livello è quello dell'"intimidazione mirata" nei confronti di soggetti specifici che sembrano destare preoccupazione e risentimento nei componenti del gruppo terroristico. E' stato detto, nel paragrafo precedente, che obiettivo privilegiato dell'azione intimidatoria non è il sistema dei partiti, quello penitenziario o il mondo della carta stampata, come più volte hanno dichiarato i telefonisti, ma singoli soggetti appartenenti ai predetti ambienti che, in qualche modo, hanno operato all'interno del loro ambito d'azione contro gli interessi coperti e rappresentati dalla Falange armata. Si tratta quasi di un "regolamento di conti" nei confronti di soggetti considerati scomodi che nulla ha a che fare con i progetti di trasformazione politica ed economica promossi, in maniera eversiva e deviante, dalle tradizionali formazioni terroristiche degli anni Settanta.
Il terzo livello, infine, è rappresentato da un complesso di messaggi criptico e indecifrabile ai più, al quale può essere attribuito senso e significato solo da limitati ambienti e soggetti. Si tratta di messaggi in codice, costituiti da rivelazioni millantate, misteriose predizioni, oscuri riferimenti ad "ambienti politici favorevoli" in cui anche gli accenti tedesco, settentrionale e spagnolo e il richiamo all'ambasciata tedesca ne sono una evidente espressione. In altre parole, le telefonate della Falange armata sono ricche di simbologie, riferimenti, ammiccamenti che solo alcuni possono comprendere e che costituiscono, probabilmente, il motivo stesso dell'esistenza di questo gruppo terroristico virtuale.
Ma quello della Falange armata non è solo terrorismo virtuale; nel corso dell'analisi dei contenuti delle rivendicazioni telefoniche è emersa una stupefacente capacità predittiva di questo misterioso soggetto destabilizzante. La, più volte sottolineata, frase del comunicato del 17 giugno 1991 pervenuta all'agenzia Ansa di Firenze («città e regioni di particolare significato politico e strategico saranno considerate Milano, Roma, la regione Emilia Romagna e la Sicilia»), anticipa di molto il verificarsi di tragici accadimenti che hanno devastato, per l'appunto, Milano, Roma, la Sicilia e Firenze. Le stragi Falcone e Borsellino in Sicilia nel corso del 1992, le bombe a Milano, Roma e Firenze nell'estate del 1993 e le sanguinose azioni militari della banda della Uno bianca in Emilia Romagna nel biennio 1990-1991 vengono, così, idealmente poste dai telefonisti della Falange entro un unico percorso eversivo. E non è tutto: la Falange, come è stato accertato, ha rivendicato la paternità di tutti questi episodi citati e, nel corso della drammatica estate delle bombe, il marchio di questo gruppo si è sovrapposto ad un'altra simbologia inquietante: quella della Fiat Uno bianca. Si è trattato, probabilmente, di una casualità, ma molte delle autobombe deflagrate nel 1993 erano ospitate proprio all'interno di questo modello di autovettura. Le telefonate di rivendicazione sembrano chiudere questo misterioso circuito simbolico: banda della Uno bianca - Falange armata - stragi di Capaci e via D'Amelio - estate delle bombe. Su ciò bisogna probabilmente riflettere e indagare ancora e, solo successivamente, sarà possibile inquadrare questi eventi in una prospettiva interpretativa unica che consenta di percorrere la via che porta all'accertamento della verità.
Non sono, ovviamente, conclusioni definitive ma suggestive e interessanti ipotesi di lavoro. Io dubito sempre quando si quaglia tutto nelle ricostruzioni...
umt