Una figura molto presente e venerata in tutta la Padania (e non solo)
di Laura Rangoni
Il 17 gennaio la Chiesa festeggia Sant'Antonio Abate, un santo a cui moltissimi sono devoti, ben conosciuto anche grazie alla biografia scritta da Atanasio di Alessandria, suo discepolo. Antonio nacque attorno al 251 in Egitto. Figlio di genitori cristiani benestanti, rimase orfano quando egli aveva circa 18-20 anni. Il giovane divise il suo patrimonio tra la sorella e i poveri del villaggio, donando tutto ciò che aveva: beni, denari, terre.
Desiderando vivere da eremita, dopo avere compiuto quel gesto egli era libero da ogni vincolo materiale. In un primo tempo restò nei pressi del luogo dove era nato e visse con un eremita che lo istruì, poi cominciò a viaggiare alla ricerca di maestri e fu in questo periodo che ebbe le prime lotte con i demoni. Vagava di villaggio in villaggio e lavorava per procurarsi il cibo, poi decise di vivere completamente come un asceta e cercò una tomba vuota scavata nella roccia e rimase in preghiera non si sa per quanto tempo. Poi decise di vivere nel deserto. Trovò una piccola oasi con una fonte e vi si stabilì, lavorando la terra e vivendo del poco che riusciva a coltivare. Non fu un eremita in quanto ogni volta che vi era bisogno di lui interveniva, sia presso la povera gente, sia per aiutare e confortare durante le persecuzioni. Alla fine della sua vita gli furono affiancati due allievi, che lo assistettero fino alla morte, sopraggiunta a 105 anni.
Già in vita fu considerato un sant'uomo, perennemente in lotta contro i demoni che volevano tentarlo, un terapeuta di anime, un confessore.
L'iconografia lo ritrae spesso con il bastone a T degli eremiti e il porcellino, suo fedele compagno, che sarebbe il simbolo della tentazione, della impurità sottomessa al volere della fede. In realtà, non vi è nessun riferimento al maiale nelle diverse biografie del santo, ed è quindi evidente che questa attribuzione di protettore degli animali da stalla e in particolare dei suini dev'essere di origine medioevale. Questa familiarità di Antonio con il porcello e la sua festa che cade in un momento dell'anno propizio proprio alla macellazione dei maiali, che tanta importanza avevano e hanno nel mondo contadino, ha probabilmente fatto di Sant'Antonio il protettore degli animali della fattoria. Nel Medioevo alcune comunità crescevano e nutrivano a loro spese un maiale che, il giorno della festa del santo, veniva macellato e le carni venivano distribuite ai poveri. Inoltre i monaci dei conventi di sant'Antonio allevavano maiali che erano nutriti da tutta la comunità, che dava loro i rifiuti della cucina. Questi porcelli potevano circolare liberamente nelle strade dei paesi ed erano facilmente riconoscibili perché portavano una campanella appesa al collo. In moltissimi paesi il 17 gennaio venivano benedetti gli animali, soprattutto quelli piccoli e facilmente trasportabili. Per quelli di grandi dimensioni il prete benediceva del pane che veniva poi posto nei trogoli e nelle mangiatoie. Con l'avvento dei trattori a motore cambiarono anche i soggetti della benedizione, che in tempi recenti si è estesa alle automobili. In occasione della festa sono moltissime le preparazioni gastronomiche tipiche. In quasi tutte le famiglie contadine vi era l'usanza di mangiare i fagioli con le cotiche, poiché per rendere onore al santo era fatto obbligo di mangiare piatti a base di maiale, così in Brianza si cucinava la casoeula. La festa del santo era una grande occasione, nel mondo contadino, anche perché, oltre alla ricorrenza dell'uccisione del maiale e all'inizio del periodo di abbondanza dopo i rigori e le privazioni dell'inverno, ci si avvicinava al Carnevale, periodo di gioia e trasgressione prima delle penitenze e delle mortificazioni della Quaresima.




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