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Discussione: L'Olandese Volante

  1. #1
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    Predefinito L'Olandese Volante

    L'Olandese volante

    Di tutte le leggende del mare nessuna è più inquitante di quella dell' Olandese Volante. Essa si basa su una nave realmente esistita, capitanata da un uomo abile, ma fanfarone, di nome Hendrik Vanderdecker che nel 1680 fece vela da Amsterdam diretto a Batavia, nelle Indie Olandesi. Per contratto avrebbe dovuto riportare in Olanda un carico di merci per conto della compagnia proprietaria della nave, ma Vanderdecker era certo che avrebbe caricato abbastanza anche per conto suo tanto da potersi arricchire. La nave, secondo la leggenda, fu investita da un tremendo uragano tropicale, e il capitano tentò ogni manovra possibile per farla procedere. La cosa meno rischiosa da fare sarebbe stata quella di aspettare il placarsi della tempesta, ma egli, pungolato da una sfida che una notte, in sogno, gli era stata fatta dal diavolo, decise di ignorare l'ammonimento divino e di doppiare il Capo di Buona Speranza. Poco dopo la nave fu spazzata via dai marosi, e l'equipaggio morì. Per punizione, Vanderdecker fu condannato a governare la sua nave fino al giorno del Giudizio. La leggenda è suggestiva e romantica, ma molti testimoni giurano che non è una semplice leggenda.


    Immagine tratta dal sito http://www.nibelungen-hort.de/

    Nel 1835 il comandante e l'equipaggio di una nave inglese videro un fascello fantasma avvicinarsi attraverso una furiosa tempesta con tutte le vele spiegate e scomparire improvvisamente dopo essere giunto fino a una distanza pericolosamente breve. Nel 1881, dei marinai della nave britannica Bacchante dissero che un membro dell'equipaggio era caduto in mare, annegando, dopo che il suo collega aveva visto la spettrale apparizione. Un più recente e dibattuto avvistamento dell' Olandese Volante avvenne, a quanto si dice, nel marzo del 1939 sulla spiaggia di Glencairn, in Sudafrica. Il giorno dopo un giornale riportò la notizia che dozzine di bagnanti avevano osservato la nave, si soffermò sui particolari della visione e notò che il vascello aveva tutte le vele spiegate e procedeva rapidamente nonostante la completa assenza di venti. Alcuni scienziati spiegarono gli avvistamenti di gruppo come un miraggio. Ma i testimoni obiettarono che sarebbe stato difficile per loro immaginarsi un veliero del diciassettesimo secolo in un modo così particolareggiato, dal momento che la maggior parte di loro non ne avevano mai visto uno.

    Dal sito http://digilander.libero.it/007mp/index.htm

  2. #2
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    Predefinito Re: L'Olandese Volante

    Originally posted by Tomás de Torquemada


    Nel 1881, dei marinai della nave britannica Bacchante dissero che un membro dell'equipaggio era caduto in mare, annegando, dopo che il suo collega aveva visto la spettrale apparizione.
    L'11 luglio 1881, pochi minuti prima dell'alba, il cielo era limpido, il mare calmo e la nave di Sua Maestà britannica stava costeggiando l'Australia da Melbourne a Sidney.

    All'improvviso, dalla gabbia sul castello di prua, fu segnalato un bastimento che serrava a diritta.

    Gli ufficiali ed i marinai – tredici in tutto - si precipitarono alla battagliola per controllare di persona.

    Secondo i giornali di bordo, il bastimento appariva in una strana luce rossa, come una nave fantasma tutta in fiamme. Gli alberi, i pennoni e le vele si stagliavano all'orizzonte. Ma in un batter d'occhio l'apparizione svanì e non rimase nè traccia nè segno alcuno di una nave qualsiasi.

    I marinai erano convinti di aver visto il Flying Dutchman, la nave fantasma che, quando appare, è segno certo di sventura.

    Secondo i giornali di bordo, quella stessa mattina la sfortunata vedetta precipitò dalla barra del parrocchetto e, sulla via del ritorno, il comandante si ammalò e morì.

    Dal sito http://members.xoom.virgilio.it/spettri/

  3. #3
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    Der Fliegende Holländer
    di Richard Wagner (1813-1883)

    Prima: Dresda, Königlich Sächsisches Hoftheater, 2 gennaio 1843

    Personaggi: Daland, navigatore norvegese (B); Senta, sua figlia (S); l’Olandese (Bar); Erik, cacciatore (T); Mary, nutrice di Senta (Ms); il timoniere di Daland (T); marinai, donne

    Der Fliegende Holländer è unanimemente considerata la prima opera matura del musicista di Lipsia, quella in cui egli imbocca la via maestra della propria estetica, una via autonomamente concepita e non più ispirata ai convenzionali modelli dominanti franco-tedeschi. La leggenda dell’Olandese volante trova innumerevoli versioni nella letteratura nordica (molte delle quali, come è stato recentemente dimostrato, Wagner ben conosceva), ma la fonte principale del libretto, che come suo solito Wagner scrisse da sé, è un episodio tratto dai Memoires des Herrn von Schnabelewopski (Memorie del signor di Schnabelewopski, 1834) di Heinrich Heine. Il libretto contiene a ogni modo anche elementi biografici, ricavati dall’eco emotiva suscitata in Wagner dal viaggio avventuroso compiuto nell’estate del 1839 dalla Prussia orientale a Londra per sfuggire i creditori: una tempesta aveva costretto la nave mercantile sopra cui si era rifugiato a riparare fortunosamente sulle coste della Norvegia, esattamente come la nave di Daland nella prima scena dell’opera; i canti del coro dei marinai norvegesi, inoltre, Wagner asserì di averli uditi tali e quali durante quella traversata. Tappa conclusiva di quello stesso viaggio fu Parigi, dove il musicista compose l’opera tra il 1840 e il ’41. La disastrosa situazione finanziaria lo costrinse però a vendere il libretto al Teatro dell’Opéra che, dopo averlo affidato alle cure di un compositore locale, tale Pierre Dietsch, lo fece rappresentare nel 1842 con il titolo Il vascello fantasma. Perciò in Francia (ma anche in Italia) l’opera è erroneamente nota anche con tale titolo. Andata delusa la speranza di Wagner di rappresentare la sua opera nella capitale francese, la ‘prima’ ebbe luogo l’anno successivo a Dresda, nello stesso teatro in cui il musicista aveva colto il suo primo successo con Rienzi . In tale occasione il musicista provvide a suddividere il lavoro in tre atti distinti, rinunciando all’originaria progettazione in un atto unico. Più volte, negli anni successivi, Wagner mise mano alla partitura per elaborarne nuove versioni, mirate soprattutto ad alleggerire la pesantezza dell’orchestrazione originale. L’ultima revisione risale al 1860, ed è in tale forma che l’opera viene comunemente rappresentata.

    Atto primo. Sulle coste norvegesi, in epoca indeterminata. Una violenta tempesta costringe la nave di Daland a cercare riparo nell’insenatura di Sandwike, tra gli scogli. Vinti dalla stanchezza, i marinai si addormentano, mentre il capitano ordina al timoniere di fare la guardia: il viaggio riprenderà l’indomani. Il timoniere, per non cadere in preda al sonno, intona una canzone marinaresca (“Mit Gewitter und Sturm aus fernem Meer”), ma l’espediente funziona solo per poco. E quando alla nave si avvicina un vascello nero con le vele color del sangue, anche il timoniere guardiano è addormentato. La nave misteriosa è quella dell’Olandese volante che, come narra la leggenda, una maledizione ha condannato a navigare per tutti i mari fino al giorno del giudizio universale: solo l’amore di una donna fedele potrà rendergli la pace, ma solo ogni sette anni gli è concesso di scendere a terra per cercarla (aria “Die Frist ist um”). Quando l’Olandese raggiunge la nave e vi sale a bordo con la sua ciurma, Daland si risveglia e dopo aver rimproverato il timoniere distratto si reca a colloquio con l’Olandese. Quest’ultimo non gli fa mistero degli immensi tesori che possiede e promette di donarglieli, se Daland sarà in grado di trovare la donna che fa per lui. Daland, che non sta nella pelle al pensiero di sua figlia Senta sposata a un uomo tanto ricco, offre ospitalità nella sua casa allo straniero. Nel frattempo è cessata la tempesta, e le due navi si apprestano a salpare, tra i canti di gioia dei marinai.

    Atto secondo. In casa di Daland. La nutrice Mary e alcune fanciulle sono intente a filare (coro “Summ’ und brumm’”), mentre Senta è attratta da un quadro appeso alla parete, che raffigura un uomo pallido e vestito di nero, con la barba nera. Mentre le fanciulle ironizzano dicendo che a Erik, il fidanzato di Senta, sarebbe sufficiente abbattere con una fucilata il ritratto per togliersi di mezzo il rivale, Senta chiede a Mary di cantarle la canzone dell’Olandese. Al rifiuto di Mary, impegnata nel lavoro, si mette lei stessa a rievocare con una ballata la leggenda dello sfortunato viaggiatore costretto a navigare per l’eternità e, in un momento di debolezza, si immedesima a tal punto nella storia da dichiararsi disposta a salvare l’Olandese con il suo amore e la sua fedeltà (ballata di Senta “Traft ihr das Schiff im Meere an”). Le sue ultime parole sono ascoltate dal sopraggiunto Erik, che non si dà pace per l’attrattiva che la leggenda suscita nell’animo della fanciulla, tanto più che egli stesso nella notte ha visto in sogno Daland consegnare la figlia nelle braccia dell’Olandese; ma Senta è come rapita e ignora il giovane, che se ne esce sconsolato (duetto “Mein Herz voll Treue bis zum Sterben”). Subito dopo sopraggiungono Daland e il suo ospite che si sofferma sull’uscio, senza quasi avere il coraggio di varcare la porta. Senta avverte di trovarsi di fronte all’uomo della leggenda e ne è attratta, così come lo è lui, certo che proprio quella fanciulla sarà colei che porrà finalmente termine alla sua maledizione. Daland, soddisfatto della piega che stanno prendendo gli avvenimenti, fa in modo che i due possano rimanere soli (aria “Mögst du, mein kind”). Al termine del colloquio amoroso (duetto “Wie aus der Ferne längst vergang’ner Zeiten”) Senta richiama il padre per comunicargli che si sente ormai pronta a offrire all’Olandese tutto il suo amore e la sua fedeltà. Si dà quindi inizio ai preparativi per i festeggiamenti.


    Richard Wagner - Immagine tratta dal sito http://www.physcip.uni-stuttgart.de/

    Atto terzo. I marinai di Daland e le fanciulle del villaggio festeggiano con canti e danze (coro di marinai “Steuermann, lass’ die Wacht!”). Le ragazze si recano anche presso la nave straniera, per invitare i marinai olandesi a unirsi a loro, ma dalla nave non giunge alcun segno di vita. E improvvisamente, presso la nave il vento torna a fischiare, il mare ad agitarsi, mentre si odono voci misteriose invitare l’Olandese a non illudersi di aver risolto i suoi problemi e a rimettersi in mare per altri sette anni (coro “Johohoe! Johohoe!”). Erik raggiunge Senta, che è uscita di casa agitata, e le ricorda le promesse d’amore che ella gli aveva fatto pochi giorni prima (duetto “Was musst’ ich hören!” e cavatina di Erik: “Willst jenes Tag’s du nicht dich mehr entsinnen”). L’Olandese che, non visto, ha udito le parole di Erik, se ne va sconsolato verso la propria nave, ormai convinto dell’infedeltà della fanciulla. A nulla servono le proteste di Senta, ché già la nave olandese è pronta a salpare. Liberandosi dalla stretta di Daland e di Erik, Senta si getta in mare, affinché l’Olandese comprenda la fedeltà del suo giuramento. Con il suo sacrificio, ella ha restituito la pace all’Olandese, il cui vascello sprofonda in mare mentre all’orizzonte si scorgono le figure di Senta e dell’Olandese unite per sempre (finale “Verloren! Ach! verloren! Ewig verlor’nes Heil!”).

    Pur presentando non pochi elementi di novità, Der fliegende Holländer, insieme con i successivi Tannhäuser e Lohengrin (che condividono con essa la qualifica di ‘opera romantica’), resta un lavoro per molti aspetti radicato nella tradizione. Diversi brani presentano infatti tratti folkloristico-descrittivi, tesi a mettere in luce il colore locale (i cori dei marinai, la canzone delle filatrici nel secondo atto), mentre altri presentano la tipologia drammatica corrente (il patetismo tenorile di Erik, a tratti persino donizettiano, o la verve comica di Daland, tipico basso della tradizione del Singspiel ). E soprattutto, dell’opera tradizionale Der fliegende Holländer mantiene la struttura a numeri, assai più ampi e articolati, certo, di quelli dell’opera italiana coeva, ma non meno ‘chiusi’, poiché essi condividono un profilo fraseologico-formale simmetrico e regolare, a livello sia melodico sia armonico. Si tratta di otto numeri complessivi, così suddivisi: introduzione; aria dell’Olandese; scena, duetto (l’Olandese-Daland) e coro (atto primo); Canzone delle filatrici, scena, Ballata di Senta e coro; duetto (Erik, Senta); finale secondo, aria di Daland e duetto (Senta-l’Olandese) (atto secondo); coro di marinai norvegesi e concertato; duettino (l’Olandese-Senta), cavatina di Erik e finale ultimo. L’ouverture è un ampio brano sinfonico articolato sui tre temi che ricorrono frequentemente nell’opera, il tema basato su delle ‘quinte vuote’, detto ‘dell’Olandese’, quello ‘della redenzione di Senta’, e quello che contraddistingue il coro dei marinai norvegesi. Tali temi non sono che i principali di un’opera che prevede un’ossatura tematica estremamente dettagliata: ma si tratta di un complesso di veri e propri ‘temi-reminiscenza’, la cui funzione è di restituire a ogni loro riapparizione la situazione drammatica, il personaggio o il clima emotivo da cui sono scaturiti. Non sono dunque da confondere con i Leitmotive dei futuri drammi wagneriani, che fungono invece da materiali sinfonici di sviluppo in un contesto formale del tutto sbrigliato dalla ‘gabbia’ convenzionale della quadratura strofica. A livello compositivo l’aspetto più innovativo dell’opera, quello che presagisce tratti del Wagner della piena maturità, è ravvisabile invece nella vocalità dell’Olandese, uno sciolto declamato drammatico che inevitabilmente influisce sulla scansione formale dei brani in cui tale personaggio è presente – l’aria del primo atto in primis , determinandone la sua a-stroficità. Assolutamente strofiche sono invece le parti di Senta, e particolarmente la sua Ballata (costituita da tre ampie strofe bipartite in sol minore, in tempo Allegro non troppo e in 6/8) che, come Wagner stesso sottolineò in più occasioni, è il cuore dell’opera, non solo perché ne occupa la posizione assiale (parte centrale dell’atto centrale), e non solo perché presenta il materiale musicale di base (dal quale gli altri sono derivati), ma soprattutto perché sintetizza l’unico vero nodo drammatico che giustifica e invera l’azione dell’opera: il tema della redenzione dell’Olandese mediante il sacrificio di Senta. La giovane fanciulla accetta ma non ricambia l’amore di Erik, che nel dramma è mera figura di contorno (né più né meno di tutti gli altri personaggi), giustificata solo in quanto fornisce a Wagner una ragione plausibile (il sospetto della infedeltà di lei) alla fuga dell’Olandese. Mentre canta la sua ballata, Senta è invece cosciente che il proprio destino è inscindibilmente legato a quello dell’Olandese e che la salvezza di lui passa attraverso il proprio amore sacrificale, attraverso la sua morte. Scopo del peregrinare dell’uomo non è altro infatti che il desiderio, che solo Senta può appagare, della morte. E in ciò non si fatica a ravvisare un’anticipazione del Tristano . Senta e l’Olandese, come ha scritto Dahlhaus, «alla stregua di Tristano e Isotta, costituiscono un mondo a sé, isolato dal mondo circostante estraneo e ostile, dal quale l’Olandese è stato proscritto e al quale Senta si è volontariamente sottratta». Perciò Senta appare come un personaggio persino asessuato, paradossalmente quasi del tutto alieno da espressioni sentimentali (non a caso si esprime nella forma epica della ballata piuttosto che in quella drammatica dell’aria sentimentale), poiché ciò cui aspira non è l’impossibile convivenza terrena con l’Olandese, ma il compimento del suo stesso destino.

    e.g.

    Dal sito http://www.delteatro.it/

  4. #4
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    L’OLANDESE VOLANTE
    di Sandro Bianchi

    Nelle taverne dei porti, nelle quali la gente di mare, imbarcata sulle navi alla fonda, trascorreva buona parte del tempo libero dai servizi di bordo bevendo birra e rhum, nella seconda metà del XVI secolo, cominciarono a circolare, dapprima sottovoce e poi sempre più apertamente, le vicende di un comandante olandese, Barent Fokke, noto per la sua temerarietà e per lo sprezzo di ogni pericolo, della sua nave, la Libera Nos, e dell’estrema velocità delle sue traversate (in soli tre mesi era riuscito a compiere la traversata Batavia - l’odierna Djakarta – Amsterdam, quando le altre navi impiegavano il doppio del tempo).

    I marinai giuravano che Fokke si era accordato col diavolo per avere una navigazione velocissima e, seguendo le indicazioni del demonio, aveva imposto all’equipaggio di rinforzare l’alberatura con supporti di ferro in modo da poter sostenere una maggiore quantità di vele; così, durante le tempeste, mentre sulle altre navi gli equipaggi riducevano la velatura per preservare gli alberi da possibili danni e riducevano la velocità, la Libera Nos poteva procedere a vele spiegate superando facilmente tutti i concorrenti.

    Un giorno maledetto, però, al largo del terribile Capo di Buona Speranza, la Libera Nos era incappata in una burrasca eccezionale, quale non si era mai vista in tanti anni di navigazione.

    Il vento strappava vele e sartie dall’alberatura e i cavi dal ponte, le parti superiori degli alberi si schiantavano, cadendo in coperta con i loro pennoni, il ponte era spazzato da ondate gigantesche, il livello dell’acqua nella stiva saliva sempre di più e la nave rollava fino quasi a toccare con i pennoni la superficie del mare squassato dai marosi, minacciando ad ogni momento di inabissarsi.

    I marinai della Libera Nos avevano un autentico terrore del loro Comandante, ma la paura che incuteva la furia scatenata degli elementi fu più forte e li rese arditi, tanto che un gruppo di loro lo affrontò e gli chiese di desistere da quella sfida al mare in tempesta, di tornare indietro o, almeno, di mettere la nave alla cappa, mantenendo solo la velatura necessaria per poterla governare; per tutta risposta Fokke, ridendo, ordinò di alzare altre vele perché sarebbe andato comunque avanti, a dispetto di tutti, anche di Dio e dei Santi.

    Sicuro del fatto suo, comodamente sdraiato nella propria cabina, beveva, fumava e, ridendo trivialmente, si beffava della furia del mare e del terrore dei suoi marinai.

    Quando, investita da un colpo di vento più forte degli altri, la nave sembrò fare scuffia, un marinaio tornò nuovamente ad insistere con il Comandante perché ordinasse di mettere la nave alla cappa; per tutta risposta Fokke, furibondo, lo afferrò per la cintola e lo scaraventò in mare.

    Fu in quel momento che, improvvisamente, la coltre di nuvole nere si squarciò e un raggio di luce depositò sul ponte di coperta un grande vecchio dalla barba bianca.

    Era il Padreterno? O il Santo protettore dei marinai? Oppure si trattava del terribile spettro Adamanstor il quale, con la sua sagoma gigantesca, sedeva sulla Table Bay, la tipica montagna piatta del Capo di Buona Speranza, e faceva insorgere le celebri tempeste per far affondare le navi e per impadronirsi delle anime dei marinai? (la mitologia rappresenta Adamanstor come un gigante deforme, un titano che incuteva terrore ai naviganti; tormentato da un amore infelice per Tetide – la madre di Achille, fu trasformato in roccia nella punta australe dell’Africa).

    L’apparizione, chiunque essa fosse, rimproverò aspramente, per la sua presunzione, Fokke e gli intimò di tornare indietro.

    Inviperito per l’affronto portatogli dal vecchio, che aveva avuto l’ardire di dirgli ciò che doveva fare, dopo avergli inutilmente ordinato di andarsene, Fokke impugnò la pistola, la puntò contro l’apparizione e premette il grilletto, ma il colpo tornò indietro ferendolo alla mano.


    Immagine tratta dal sito http://www.toonsart.com/

    Sempre più infuriato e ormai privo di ogni controllo, si slanciò allora bestemmiando contro il vecchio tentando di colpirlo con un pugno, ma il braccio gli ricadde inerte lungo il corpo, paralizzato.

    Fu allora che il grande vecchio, fissandolo con fermezza, lo maledisse e lo condannò a navigare in eterno, senza riposo e senza mai toccare un porto, con compagni soltanto la burrasca, il freddo, la nebbia e il vento. Gli disse anche che se avesse cercato di dormire, una spada sarebbe entrata nel suo fianco e che, dato che gli piaceva tormentare i marinai, sarebbe, da quel momento, diventato il demonio del mare, e la sola visione della sua nave avrebbe portato disgrazia e morte, e che quando il mondo sarebbe finito, Satana gli avrebbe riservato una caldaia rovente.

    Dopo averlo così maledetto, il vecchio risalì sulla nuvola seguito da tutto l’equipaggio, che in questo modo riuscì a salvarsi dalla tempesta, mentre l’olandese rimase solo sul ponte della sua nave dannata, furibondo, a bestemmiare, mentre da un portello compariva un’orribile figura dalle corna di fuoco.

    Da allora, la semplice apparizione del Vascello fantasma dell’Olandese volante, porta disgrazia a chi lo incontra.

    Esso cambia continuamente aspetto e velatura per non farsi riconoscere e l’unico modo di salvarsi consiste nel pregare la divinità e nell’abbracciare la Polena, quella scultura di legno sul tagliamare che rappresenta l’anima della nave, fino alla sparizione del vascello fantasma.

    Capita talvolta che l’Olandese Volante mandi delle lettere a bordo delle navi che incontra per mezzo di un marinaio dall’aspetto diabolico, alla voga di un’imbarcazione rossa: guai a prenderle e, soprattutto, a leggerle. Il comandante impazzisce e la nave si mette a rollare in modo sempre più frenetico sino a fare scuffia e affondare.

    Il Vascello fantasma è proprio l’inferno di tutti i marinai; miscredenti, traditori, pirati, assassini, vigliacchi e persino i pigri ne costituiscono l’equipaggio, affollando i suoi ponti e lavorando incessantemente agli ordini del comandante maledetto (ma questa, forse, è un’aggiunta di qualche scaltro comandante che cerca di sfruttare la superstizione e la paura dei suoi uomini per farli lavorare di più).

    C’è gente che giura che il fantasma della Libera Nos sia stato visto svariate volte nel corso dei secoli, governato da un equipaggio di scheletri (simbolo della morte), mentre il comandante, scheletro anch’esso, sorregge una grande clessidra con la quale tiene il conto dei secoli che passano.

    Gli avvistamenti sarebbero avvenuti principalmente nelle acque del Capo di Buona Speranza, ma non mancano testimonianze di marinai che assicurano di averlo incontrato anche in altre parti del globo.

    Ogni apparizione del Vascello fantasma dell’Olandese Volante si è accompagnata ad eventi tragici per le navi e gli equipaggi coinvolti.

    Si racconta della nave a vela americana Generale Grant che, intorno al 1865, durante un viaggio dall’Australia a Londra, dopo aver avvistato la nave fantasma, fu trascinata dalle correnti all’interno di una grande caverna di un’isola del Pacifico dove fece naufragio; l’ingente carico d’oro che trasportava spinse, nel tempo, molti avventurieri a tentarne il recupero (l’ultimo tentativo risale al 1960), ma tutti ebbero esiti tragici per le navi e per gli equipaggi.

    Persino quattro navi da guerra britanniche testimoniarono di aver incontrato il Vascello fantasma durante un’esercitazione nelle acque dell’Atlantico meridionale, avvenuta nel 1881; le conseguenze tragiche avvennero ai danni del comandante dell’ammiraglia e del marinaio della nave che per primo lo avvistò; infatti, entrambi trovarono immediatamente dopo la morte, l’uno ammalandosi gravemente e l’altro precipitando da un pennone.

    Gli ultimi avvistamenti, dei quali si hanno notizie, risalgono al periodo della seconda guerra mondiale ed avvennero per opera degli equipaggi di alcuni U-bootes tedeschi che, secondo il racconto dell’Ammiraglio Doenitz, asserirono di aver avvistato il Vascello fantasma durante i loro appostamenti e dichiararono che era meno pericoloso combattere contro le navi inglesi nel Mare del Nord piuttosto che correre il rischio di incontrare ancora il Vascello fantasma nelle acque ad est di Suez.

    Il fascino della inquietante leggenda ispirò anche Richard Wagner, che ne trasse una delle sue più originali opere. Wagner preferì dare al racconto una conclusione felice con la distruzione del Vascello e con l’Olandese che, pentito, veniva accolto in Paradiso.

    La gente di mare, però, non ha mai accettato la conclusione wagneriana; la leggenda doveva conservare la sua nuda e raccapricciante bellezza primitiva: non poteva esserci possibilità di perdono e l’Olandese Volante doveva continuare a vagare tra i mari tempestosi; i fulmini continueranno a colpire i suoi alberi senza distruggerli, gli uragani non riusciranno a lacerare le sue vele, le ondate più potenti non potranno aprire falle nel suo scafo e, nelle notti buie, alla sinistra luce dei lampi, la nave dalle vele di un colore rosso sangue apparirà a naviganti terrorizzati mentre, ritto sulla poppa, chi scorgerà lo scheletro del comandante Fokke, l’Olandese Volante, armato di una falce minacciosa, saprà che è arrivato il momento di chiudere con la vita.

    http://www.correrenelverde.com/nauti...esevolante.htm

    Dal sito http://www.correrenelverde.com/

 

 

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