tratto da www.voceoperaia.it
VENEZZUELA
un processo di rilevanza mondiale
Il grande fracasso sull’imminenza dell’attacco angloamericano all’Iraq sta oscurando gli straordinari accadimenti venezuelani.
Il compito prioritario di contrastare l’escalation politico-militare imperialista, il dovere di lottare per difende l’Iraq e l’Intifada, non deve tuttavia farci cadere nella trappola tesa dalle grandi centrali di disinformazione strategica mondiale, quella di dimenticare il Venezuela.
Poniamoci una domanda. Come mai degli eventi venezuelani, pur così importanti e significativi e strategici, le Tv e i giornali italiani ne parlano così poco (che ne parlino anche male non ci stupisce)?
In Venezuela abbiamo tutti gli elementi affinché ciò che avviene in questo paese meriti le prime pagine dei giornali di tutto il mondo.
Abbiamo un “pazzo” antiamericano al governo. Non solo un ex-golpista, ma uno che ha vinto due elezioni presidenziali consecutive con percentuali che Bush e i suoi compari occidentali si sognerebbero.
Il medesimo “pazzo” viene momentaneamente rovesciato da un golpe, ma viene rimesso al suo posto da una imponente mobilitazione popolare.
Lo stesso “mostro” lungi dallo scatenare una repressione contro i golpisti (prontamente riconosciuti dalla Casa Bianca), si mostra tanto tollerante da non schiaffarli neanche in prigione (immaginiamo cosa capiterebbe in Inghilterra se degli antiamericani con un golpe rovesciassero Blair. Ve lo dico io: Stato d’emergenza, legge marziale, carri armati per le strade, arresti in massa, ecc.).
Abbiamo una società spaccata in due come una mela: con un fronte di massa reazionario che dal 2 dicembre paralizza il paese con una serrata generale in stile cileno e dall’altra parte un movimento, ancor più ampio, mobilitato per difendere Chavez.
Per finire non mancano neanche gli elementi succulenti per la cronaca nera: armi che girano, scontri di piazza, feriti e morti.
Tuttavia i nostri bravi media non ne parlano. Le vicende del campionato di calcio prendono cento volte più spazio.
La ragione di questa vergognosa omertà è semplice: i fatti venezuelani smentiscono non solo tutte le menzogne che sorreggono la forsennata propaganda imperialistica (per cui chiunque si opponga agli USA è di sicuro un terrorista, un criminale di guerra, un pulitore etnico, un talibano, un tiranno). Questi fatti spazzano via come un castello di carte la favoletta fukuyamista della fine della storia, cioè della lotta di classe, per cui il capitalismo (imperialista) è il solo mondo possibile.
Tutti gli anticapitalisti dunque, a prescindere dalle loro opinioni, dovrebbero avere a cuore i processi in corso in Venezuela. Di più: dovrebbero esprimere il massimo sostegno alla “rivoluzione bolivariana” in atto in questo paese.
E’ vero che la sorte dell’Iraq, dal punto di vista degli equilibri mondiali, è senz’altro più decisiva nel breve periodo. Tuttavia sul medio lungo periodo il Venezuela è più importante dell’Iraq. Mi spiego meglio. Il Venezuela non è soltanto seduto su un immenso giacimento petrolifero, davvero succulento per la banda di Bush. Se il Venezuela resiste, se il processo antimperialista bolivariano avanza, esso produrrà conseguenze devastanti e durature per il sistema imperialistico.
Oso infatti avanzare una tesi “scellerata”.
Se le centrali di disinformazione strategica battono solo sul tasto di Saddam Hussein è perché lo danno già per fritto e si apprestano dunque a celebrare una vittoria fulminea ancor più pesante di quella che ottennero rovesciando e sequestrando Milosevic. Mentre con Chavez le cose sono infinitamente più difficili per i pescecani imperialisti. E dunque essi hanno ordinato una specie di congiura del silenzio. Vogliono soffocare l’avanzata del bolivarismo con la cappa del silenzio, ma un silenzio assordante, che è accompagnato da una campagna strisciante di diffamazione di Chavez, di delegittimazione del governo, proprio come fecero con il governo dei socialisti serbi e iugoslavi. Questo per produrre una pressione esterna martellante, per aiutare la Coordinadora delle opposizioni antichaviste a riportare al potere la vecchia, putrida oligarchia a cui Chavez ha tolto le leve del potere politico.
Del potere politico, ma non quelle più importanti: le leve del potere economico, tra cui la più importante: la PDVSA, la compagnia nazionale petrolifera (i cui manager guidano la serrata che dura da un mese e mezzo, con l’appoggio dei sindacati socialdemocratici e, quel che è peggio, con quello di due movimenti di estrema sinistra che non sappiamo definire altrimenti che come rinnegati. Il MAS (Movimento verso il Socialismo), una formazione originata dalla sinistra sessantottina), e la maggioranza di Bandera Roja (gruppo storico di origini maoiste). Entrambi queste organizzazioni sono parte integrante della coalizione anti-Chavez, ne rappresentano anzi le prime linee aggressive.
Come spiegare l’adesione di queste due organizzazioni alla coalizione reazionaria? Come è accaduto in Italia, in Francia e in altri paesi europei numerosi intellettuali dal passato rivoluzionario negli anni ‘80 sono stati reclutati dal regime come maître a pensée, la maggior parte di loro sono diventati pezzi da novanta del sistema mediatico, accademico, culturale. In poche parole sono si sono venduti all’oligarchia capitalista. Se a questo aggiungiamo che la principale centrale sindacale venezuelana è schierata contro il governo venezuelano, possiamo comprendere perché, tra le file del movimento reazionario siano presenti anche settori operai e popolari. Occorre quindi rifuggire da un facile schematismo che vorrebbe tutti i ricchi e i ceti medi schierati contro Chavez e i settori sociali più umili a favore. In realtà tutti e due gli schieramenti sono, dal punto di vista della composizione di classe, eterogenei e interclassisti.
Quali sono allora le differenze tra i due fronti che si fronteggiano, le differenze qualitative?
1. Mentre nell’alleanza anti-Chavez la cabina di regia è saldamente in mano al vecchio ceto politico borghese e corrotto, in quella pro-Chavez la direzione è nelle mani di un raggruppamento bolivariano che incorpora oltre ai militari nazionalisti, forze politiche e intellettuali di natura marxista e antimperialista;
2. Se la reale forza motrice della mobilitazione anti-chavista è la borghesia compradora (i cui privilegi dipendono dal pizzo che ricava dalla svendita delle risorse nazionali all’imperialismo), la forza motrice del movimento bolivariano sono i settori più umili della società: operai che ricevono bassi salari, contadini poveri, la vasta area del commercio minuto e di strada,. disoccupati.
3. Decisivo è l’atteggiamento degli USA e degli altri imperialismi, che sostengono il fronte reazionario e tramano per il rovesciamento dio Chavez.
4. La quarta e decisiva differenza è con ogni evidenza squisitamente politico-strategica: i reazionari, dopo una prima fase di sbandamento, si sono scatenati quando Chavez ha avviato un processo di riforme sociali che, pur non uscendo formalmente dal quadro delle compatibilità del sistema capitalistico, puntano ad una profonda ridistribuzione della ricchezza nazionale nello sforzo di abolire gli abissi tra le classi sociali, togliendo all’oligarchia i suoi vergognosi privilegi. Si capisce che la disputa su chi debba controllare la PDVSA, visto che il petrolio è la principale fonte di ricchezza nazionale, è quella che ha dato fuoco alle polveri.
Se le cose stanno così è chiaro come debbano posizionarsi i comunisti rivoluzionari: per la difesa della “rivoluzione bolivariana”, affinché il fronte reazionario sia battuto sul campo.
I dottrinari ci diranno che non bisogna farsi soverchie illusioni sullo chavismo, dato che il suo programma non esce dal quadro capitalistico, siccome si propone di moralizzare il capitalismo medesimo. Altri ancora vedono dello chavismo solo il carattere populista e bonapartista, e quindi concludono che esso potrebbe degenerare come altre volte è accaduto (vedi negli anni ‘60-’70 l’aprismo in Perù).
Certo che questi elementi non vano dimenticati. ma non va nemmeno dimenticato il processo messosi in atto in Venezuela e che vede milioni di uomini e donne sfruttati e oppressi mobilitarsi con entusiasmo affinché le riforme chaviste vengano attuate. Questo imponente movimento è per sua natura non solo antimperialista ( e ciò non è poca cosa), incipientemente è anche antiborghese e anticapitalista.
Esso si radicalizzerà e supererà le sue illusioni (che consistono nel credere alla possibilità di ottenere giustizia sociale senza rovesciare dalle fondamenta lo Stato borghese, grazie anzi al ruolo dirigente dei militari vicini al popolo che restano una frazione di quello Stato) non con i sermoni propagandistici, ma passo dopo passo, riflettendo sulle sue proprie esperienze.
A questi dottrinari vorremmo infine ricordare che siamo in tempi segnati dal crollo della prospettiva socialista e dall’offensiva dell’imperialismo. Cosa chiedono alle masse venezuelane? Di diventare un’altra Cuba per poi, dato il contesto internazionale, soffocare dopo un decennio di duro embargo?
Nonostante i segnali di una inversione di tendenza, l’imperialismo è ancora fortissimo. Per di più i comunisti non hanno ricostruito ancora un’idea di transizione al socialismo all’altezza dei tempi.
In queste circostanze la difesa del processo bolivariano è vitale, perché si iscrive come un tassello nella resistenza antimperialista mondiale. Il tempo dell’attacco verrà solo se sapremo evitare nuove sconfitte.




Rispondi Citando