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Discussione: Il ruolo dell'Europa

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    Predefinito Il ruolo dell'Europa

    Nasce, cresce, poi finisce. Il ruolo dell’Europa alla fine del ciclo egemonico statunitense.
    Torino, libreria Comunardi, via Bogino n. 2.
    Venerdì 17 gennaio 2003, ore 21.


    Venerdì 17 gennaio nella libreria Comunardi c’era molto pubblico. Segno che l’argomento affrontato nella conferenza attirava l’attenzione. Si notavano gli abituali frequentatori del ciclo d’incontri alla libreria, organizzati da Enrico Chiais, ma anche gente giunta lì sia perché attratta dal nome dei relatori, sia perché parlare del “ruolo dell’Europa all’inizio del terzo millennio significa confrontarsi con l’egemonia statunitense e tenere presente l’imminente guerra all’Iraq. I libri di Noam Chomsky, di Gore Vidal, Giulietto Chiesa e Asor Rosa; il successo di un testo “non-conformista” come La paura e l’arroganza, curato da Franco Cardini hanno tenuto testa al nefasto La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci. Segno che l’opinione pubblica sente il bisogno di comprendere cosa sta succedendo in quella che è stata definita “Era globale”.
    I relatori presenti erano:
    - Guglielmo Cevolin, relatore di Diorama e Trasgressioni, che ha esposto l’attuale azione statunitense in base alla geopolitica, al diritto e alle relazioni internazionali. Ne è scaturito un quadro preoccupante a partire dal manifesto programmatico statunitense, in parte redatto dallo stesso presidente Bush, nel quale la nazione più potente del mondo, dopo i fatti dell’11 settembre 2001, si arroga il diritto di agire autonomamente in nome della sicurezza internazionale. Naturalmente in nome della lotta escatologica al terrorismo. Peccato che in questa “guerra infinita” i terroristi non siano che ombre, mentre a rimetterci sono le popolazioni dei cosiddetti “stati canaglia”. Altro punto fondamentale: dopo quei fatti, chiunque osi criticare la nazione statunitense può essere identificato come apologo del terrorismo, con le conseguenze che possiamo immaginare.
    - Maurizio Pallante ha trattato la dipendenza delle nazioni europee alle fonti energetiche, soprattutto quella petrolifera che sta determinando gli attuali conflitti in medio Oriente. A suo avviso, solo attraverso una pianificazione, e riconversione, dei consumi è possibile opporsi coerentemente all’imminente “guerra preventiva”.
    - Costanzo Preve ha tenuto un approfondito intervento sulla “metafisica W.A.S.P.” che attualmente sta determinando la missione statunitense nel mondo. L’argomento, molto complesso, può essere così riassunto: l’attuale egemonia statunitense, associabile alla repressione israeliana contro il popolo palestinese, nasce da una cultura biblica che fonda i suoi principi legittimanti sul rapporto esclusivo con Dio. Preve si richiama invece al “logos” greco che mette la discussione, e quindi la regolamentazione del conflitto, nell’Agorà, che non è per forza la piazza del mercato. L’Europa dovrebbe rifarsi all’idea di logos.
    Il prof. Preve ha portato avanti una critica radicale all’attuale politica sionista, da lui definita aberrante. Senza mezzi termini, ha detto che oggigiorno denunciare il sionismo significa opporsi al potere massmediatico che riduce i partigiani palestinesi sempre e soltanto a terroristi. Ed ha concluso che, se lui fosse stato un intellettuale nel 1939/40, si sarebbe sentito in dovere di denunciare la deportazione degli ebrei da parte dei nazisti senza timori; nello stesso modo, ora sente il dovere di denunciare il crimine sionista, a costo di essere ostracizzato.
    - Marco Revelli si è tenuto nel complesso in linea con gli altri relatori, non mancando tuttavia una cordiale polemica con il prof. Preve quando si è parlato di globalizzazione. Revelli, di matrice operista, non riconosce che sia in atto una vera e propria globalizzazione; nel contempo, sulla linea di Negri/Hardt, critica l’Impero americano ma auspica una sorta di “globalizzazione buona”. Per il resto, egli ha avuto il merito d’inscenare alcune ipotesi di Europa in un dibattito che finora era stato interessante ma che rischiava di diventare una disamina del “nemico” nel tentativo di trovare una propria identità. Nonostante gli scenari esposti siano stati quattro, per esigenze di spazio possiamo distinguere tra la scelta di un’Europa:
    - solo economica (quella attuale)
    - economica/militare/culturale (sulla scia di Barbara Spinelli)
    - il più possibilmente autonoma e indipendente dagli States

    Numerosi e interessanti gli interventi del pubblico, che hanno portato la serata a terminare piuttosto tardi. Si può notare, semmai, la mancanza di un contraddittorio forte. Mancava la presenza di un liberale filoamericano D.O.C., un Baget Bozzo della situazione per equilibrare un dibattito che anche nei punti più dissenzienti è rimasto legato ad una intesa di fondo.
    La consistente presenza di pubblico e le approfondite argomentazioni ci portano comunque a pensare che quest’intesa è lo stato d’animo necessario per mantenere la dipendenza di giudizio. Con il rischio d’essere identificati come futuri “filoterroristi” dai detentori del dogma liberale.
    È il destino di chi, in ogni epoca, ha rifiutato di adeguarsi alla vulgata del migliore dei mondi possibili.

    Claudio Ughetto

  2. #2
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    Ho inserito il pezzo anche sul bollettino. Non è così difficile come pensavo

  3. #3
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    Bravissimo Claudio

 

 

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