14.01.2003
Territori: oltre il muro della disperazione tra villaggi fantasma e negozi vuoti
di Umberto De Giovannangeli
Il ragazzo invalido fa fatica a superare il muro. Si arrampica, annaspa, lancia un grido di dolore. E poi si lascia cadere nelle braccia degli infermieri della Mezzaluna rossa palestinese. Il tutto sotto lo sguardo distratto di un giovane soldato israeliano in assetto di guerra. Scene di vita quotidiana ad Abu Dis, primo sobborgo arabo all'uscita di Gerusalemme, in direzione della Cisgiordania. Walid -è il nome del ragazzo infermo- ci racconta in lacrime la sua storia: «Due anni fa, una pallottola di gomma sparata da un soldato israeliano durante una manifestazione a Ramallah mi ha colpito alla gamba. Da allora faccio fatica a muovermi. Devo essere trasportato in carrozzella e per avere le cure necessarie oggi devo superare questo maledetto muro per raggiungere l'ospedale. Mi creda, è un inferno». Un inferno di cemento e di filo spinato che si snoda per decine di chilometri. Per gli israeliani è una barriera di difesa dagli attacchi dei kamikaze; per i palestinesi è il Muro della sofferenza e dell'umiliazione.
«Dietro questo Muro -ci dice l'anziano Mahmud, venditore ambulante di spezie- un popolo sta morendo. «Siamo consapevoli dei patimenti della popolazione palestinese, ma essi vanno imputati ad una dirigenza corrotta e complice dei gruppi terroristi. Israele ha il diritto e il dovere di difendere i suoi cittadini», sottolinea Ranaan Gissin, portavoce del premier Ariel Sharon. Ma un viaggio lungo il Muro che divide la Cisgiordania dallo Stato ebraico è innanzitutto un viaggio, angosciante, nella sofferenza dei senza speranza. A un muro già innalzato si accompagnano tratti di un muro in via di edificazione. E laddove non vi sono barriere di cemento e di filo spinato, ci pensano gli innumerevoli check-point istituiti dall'esercito israeliano a spezzare in mille frammenti territoriali le città e i villaggi della Cisgiordania. Percorrendo il tratto di strada che collega Abu Dis al check-point di Ramallah assistiamo a scene che toccano il cuore: un'anziana donna che cerca, non riuscendoci, di scavalcare il muro. Cade e si rialza più volte, spargendo sul terreno i sacchetti con la frutta e verdura. Accanto a lei, un bambino di non più di quattro-cinque anni piange e prova a sorreggere l'anziana palestinese. I segni della guerra li ritrovi nelle macerie delle case rase al suolo dai bulldozer israeliani, nelle carcasse delle auto sventrate dai carri armati di Tsahal.
I segni della guerra li leggi negli sguardi smarriti, impauriti, dei bambini che affollano i ceck-point chiedendo l'elemosina o vendendo acqua e tè alla menta. I segni del degrado li respiri dalle montagne di rifiuti che affiancano la barriera israeliana. La rabbia si mischia al dolore, l'umiliazione alla dignità della povera gente, ostaggio di Israele ma anche di un terrorismo disumano, che ai check-point fronteggia i soldati dai quali dipende la loro esistenza quotidiana.
Un'esistenza resa ancor più drammatica dal crollo dell'economia palestinese: nel settembre 2002 -dati della Banca Mondiale- il tasso di disoccupazione complessivo era del 42-43%, con punte del 64% nella Striscia di Gaza. Il Prodotto interno lordo si è dimezzato e l'economia ha perso almeno un miliardo e 250milioni di dollari. Il drastico calo dell'occupazione rappresenta una perdita di reddito pari a tre milioni e 600mila dollari al giorno, una diminuzione del 47% nel reddito pro capite. Nei due anni dell'Intifada -rileva ancora il rapporto della Banca Mondiale- il 49,8% delle famiglie palestinesi ha perso più di metà del proprio reddito e il 16% lo ha perso del tutto. Ed è innanzitutto tra questo esercito di senza futuro che i gruppi radicali fanno proseliti e ingrossano le fila degli aspiranti kamikaze.
Negozi sbarrati, villaggi-fantasma, strade dissestate, fogne a cielo aperto. edifici semidistrutti dai colpi di cannone israeliani: sono le immagini che rimangono impresse nella mente in un viaggio al di là del Muro. La costruzione della barriera difensiva ha incrementato il fenomeno della confisca di terra araba. Un processo di espropriazione che non nasce con la seconda Intifada. Negli anni del «dialogo» (fra il 1994-2000) -annota Sara Roy, ricercatrice al Centro studi mediorientali della Harvard University- «il governo israeliano ha confiscato circa 14mila ettari di terra araba in Cisgiordania, in gran parte coltivabile, per un valore di oltre un miliardo di dollari, al fine di costruirvi strade private e zone di espansione per gli insediamenti».
Tra il settembre 1993, alla firma degli Accordi di Oslo, e l'aprile 2000, il numero dei coloni in Cisgiordania è cresciuto dell'85%, da 100mila a 185mila, e si sono creati altri trenta insediamenti. In aggiunta, sulle terre espropriate si sono costruiti quattrocento chilometri di strade private per i soli coloni. Queste strade -che si sviluppano a vista d'occhio- percorrono la Cisgiordania come una griglia che accerchia e interrompe le enclave palestinesi. Una delle quali è isolata dal resto mondo da un fossato, esteso per un centinaio di metri e profondo almeno dieci, che impedisce l'entrata e l'uscita di vetture: è Gerico.
Ed è a Gerico che incontriamo il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat. Israele gli ha impedito di recarsi a Ramallah dove avrebbe dovuto prendere parte, assieme ad altri esponenti dell'Anp, al collegamento video con Londra, in occasione della Conferenza sul Medio Oriente indetta dal premier britannico Tony Blair: «Condivido la condizione di ostaggio assieme a tre milioni di palestinesi», dice Erekat ricevendoci nel suo ufficio ingombro di fax, stampanti e computer: «La tecnologia -commenta sorridendo Erekat- ci permette di evadere mentalmente da queste prigioni ed essere parte attiva, nonostante Sharon, della importante discussione avviatasi a Londra. Israele ha fatto di tutto per farla fallire, ma la determinazione di Blair ha impedito che questo boicottaggio attivo andasse in porto. E ciò rappresenta in sé un successo politico per noi palestinesi». Ai partecipanti alla Conferenza sul Medio Oriente, Erekat lancia un appello, l'ennesimo, affinché agiscano su Ariel Sharon «per fermare l'occupazione dei Territori, la colonizzazione ebraica, la distruzione di case, l'esproprio di terre, le punizioni collettive e la trasformazione delle città palestinesi in enormi prigioni». La nostra conversazione è interrotta più volte dalle telefonate: la più lunga è con Yasser Arafat. Tra i dirigenti palestinesi, Erekat è uno dei più decisi sostenitori del processo di democratizzazione interno all'Anp. Ed è per questo che torna a rivolgersi al Quartetto (Usa, Russia, Ue, Onu) chiedendo di «rompere il silenzio e di dire chiaramente che a bloccare il processo di pace e le riforme palestinesi è il governo israeliano». Saeb Erekat non nasconde di sperare in Amram Mitzna.
Mentre parliamo, il ministro dell'Anp riceve una nota d'agenzia sulla conferenza stampa del leader laburista. «Non vogliamo diventare responsabili o complici della politica di un governo di estrema destra. Bisogna scegliere: o lui (Sharon, ndr.) o noi. Che gli israeliani ponderino bene il loro voto. Che pensino ai loro figli e al loro futuro», ribadisce, scuro in volto, Mitzna, alquanto preoccupato degli ultimi sondaggi che danno il Likud in risalita dopo la frana dello «Sharongate» (32 seggi), il Labour in discesa (20 seggi) e il partito laico di centro «Shinui» in imperiosa crescita (16-17 seggi) proprio ai danni dei laburisti, tanto da rendere realistica la prospettiva di un clamoroso sorpasso da parte del partito del vulcanico giornalista Yossef «Tommy» Lapid ai danni del Labour. «Nel voto è in gioco il futuro di Israele», ripete Mitzna. E in quel futuro racchiuso in un voto c'è anche il destino del popolo palestinese: «Il futuro dei due popoli -dice Erekat prima di salutarci- è legato indissolubilmente; nessuno conquisterà con la forza pace, sicurezza e benessere».
Un auspicio, forse un'illusione. Perché il presente è segnato dal fossato che separa Gerico dal mondo; il presente è la barriera di cemento e filo spinato che spacca la Cisgiordania e divide i Territori da Israele. Il presente è un Muro di odio e incomprensione difficile da abbattere.
---
Che schifo. Peggio dei nazisti, stanno costruendo un campo di concentramento enorme attorno ai Palestinesi.




Rispondi Citando
hirbet Um Al Rihan, Barta'a Al Sharqiya, Dhaher Al Malih, Khirbet Abdallah Al Younis, Khirbet Al Sheikh Sa'eed,Khirbet Al Muntar Al Gharbiya,Nazlat 'Isa, Nazlat Abu Nar, Baqa Al Sharqiya, Khirbet Jubara, 'Arab Al Ramadin Al Shamali, 'Izbat Jal'ud, Al Dab'a,'Arab Al Ramadin Al Janubi e 'Arab Abu Farda. E' previsto che anche Rummana, Ta'anak, Khirbet Al Tayba, Al Sa'ida e Anin saranno inclusi tra il Muro e la "Green Line" nella prima fase.
