Una proposta libertaria
L'economia partecipativa
Normand Baillargeon
Robin Hahnel, docente di economia all'università di Washington, e Michael
Albert, attivista americano molto noto, hanno elaborato, all'inizio degli
anni Novanta, un modello economico che hanno chiamato Partecipatory
Economics, o Parecon, e che io propongo ora di rendere con il termine
Ecopar.
Questo ambizioso lavoro è abbastanza conosciuto negli Stati Uniti, per lo
meno nell'ambiente degli economisti "progressisti" e in quello degli
attivisti di tendenza libertaria. L'Ecopar si prefigge lo scopo d'immaginare
e rendere possibile la messa a punto di istituzioni economiche che
permettano la realizzazione di funzioni precise ad esse attribuite, ma nel
rispetto di certi valori che, a quanto gli autori affermano, sono per
l'appunto quelli che la sinistra, e più in specifico la sinistra libertaria,
ha ritenuto e ritiene sempre fondamentali.
L'aspirazione di questo modello è la seguente: "Noi cerchiamo di definire
un'economia che distribuisca obblighi e benefici del lavoro sociale; che
assicuri il coinvolgimento dei membri nelle decisioni, in proporzione degli
effetti che queste hanno su di loro; che sviluppi il potenziale umano in
vista della creatività, della cooperazione e dell'empatia; e che utilizzi in
modo efficiente le risorse umane e naturali nel mondo che abitiamo: un mondo
ecologico in cui s'incrociano reti complesse di effetti privati e pubblici.
In una parola: noi auspichiamo un'economia equa ed efficiente che promuova
l'autogestione, la solidarietà e la diversità".1
In definitiva, l'Ecopar propone un modello economico da cui sono banditi
tanto il mercato quanto la pianificazione centralizzata (in quanto
istituzioni che regolano l'allocazione, la produzione e il consumo), ma
anche la gerarchia del lavoro e il profitto. In una simile economia,
consigli di consumatori e di produttori coordinano le proprie attività
all'interno di istituzioni che promuovano l'incarnazione e il rispetto dei
valori preconizzati. Per arrivarci, l'Ecopar si basa anche sulla proprietà
pubblica dei mezzi di produzione e su una procedura di pianificazione
decentrata, democratica e partecipativa, attraverso la quale produttori e
consumatori fanno proposte di attività e le rivedono fino alla
determinazione di un piano che viene dimostrato essere al tempo stesso equo
ed efficiente.
Antecedenti teorici
La dimostrazione fornita dagli autori è stata così convincente che i
dibattiti e le discussioni attorno all'Ecopar hanno avuto come tema la sua
desiderabilità più che la sua fattibilità. Ritornerò in seguito su qualcuna
di queste discussioni. Tuttavia pochissime analisi sono state dedicate alle
fonti teoriche di questo modello economico, e anche i suoi creatori non
hanno sostanzialmente affrontato la questione dei precedenti teorici
dell'Ecopar. E' auspicabile che questa lacuna sia colmata, in particolare
perché mi pare molto probabile che una migliore contestualizzazione storica
e teorica potrà solo contribuire significativamente a una valutazione più
precisa delle poste in gioco e degli eventuali meriti dell'Ecopar.
Da parte mia, penso che un lavoro di questo genere chiarirà come l'anarchia
costituisca la principale fonte teorica dell'economia partecipativa.
In epigrafe alla loro opera indubbiamente più ambiziosa sul piano teorico,2
gli autori hanno posto questa osservazione di Noam Chomsky:
"Voglio credere che gli esseri umani abbiano un istinto di libertà, che
auspichino davvero di avere il controllo dei loro affari; che non vogliano
essere maltrattati, oppressi, comandati e così via; e che aspirino
soprattutto nell'impegnarsi in attività che abbiano senso, come nel lavoro
costruttivo che siano in grado di controllare, o almeno controllare insieme
ad altri. Non conosco nessun modo di provarlo. Si tratta essenzialmente di
una speranza posta in ciò che siamo, una speranza nel nome della quale si
può pensare che se le strutture sociali si trasformano in modo adeguato,
questi aspetti della natura umana avranno la possibilità di manifestarsi".
Questa speranza è indubbiamente quella che hanno nutrito gli anarchici e che
pervade l'economia partecipativa. L'ispirazione libertaria dell'Ecopar è
diffusa (nel senso che impregna tutto il modello) e anche esplicita, perché
alcune delle sue caratteristiche fondamentali sono direttamente riprese
dalla tradizione anarchica. Su questi due piani, resta da fare un bilancio.
Ma chi entra in contatto con l'Ecopar non può fare a meno di notare la sua
parentela intellettuale profonda con ciò che Albert chiama "i valori e lo
spirito di Pètr Kropotkine".3
E' antiautoritaria; attenta a realizzare l'equità delle condizioni e a non
far dipendere le eventuali ineguaglianze se non da variabili che non
dominino gli individui; propugnatrice di una concezione della libertà come
conquista sociale e storica; opposta tanto al mercato quanto alla
pianificazione centralizzata. Nell'Ecopar si scopre anche l'influenza del
Kropotkin del Mutuo appoggio: un fattore di evoluzione che si contrapponeva
al riduzionismo biologico dei neodarwiniani sociali, facendo entrare in
gioco un altro determinismo biologico, quello dell'aiuto reciproco e della
cooperazione. Albert e Hahnel scrivono:
"Finora, la maggior parte degli economisti di professione sono stati
d'accordo sul fatto che sia la natura umana sia la tecnologia contemporanea
vietino a priori delle alternative egualitarie e partecipative. Essi hanno
generalmente sostenuto che una produzione efficiente deve essere gerarchica,
che solo un consumo ineguale può fondare una motivazione efficiente e che
l'allocazione può essere realizzata solo dal mercato o dalla pianificazione
centralizzata, e mai da procedure partecipative".4 L'Ecopar è uno sforzo
sostenuto per dimostrare che tali affermazioni sono concretamente
contestabili e moralmente inaccettabili.
Un'altra influenza libertaria rivendicata è quella di Michail Bakunin, cui
gli autori si ispirano nella loro critica alle economie a pianificazione
centrale. Si ricorderà l'importante dibattito che contrappose Karl Marx al
"Russo" in seno alla Prima internazionale, al termine della quale Bakunin
prediceva la terrificante ascesa di una "burocrazia rossa" nei regimi
comunisti autoritari. Albert e Hahnel sviluppano questa analisi nel loro
esame delle economie a pianificazione centrale, criticate perché al servizio
di coloro che chiamano i "coordinatori": intellettuali, esperti, tecnocrati,
pianificatori e altri lavoratori intellettuali che monopolizzano
l'informazione e l'autorità nei momenti decisionali. Classe intermedia nel
capitalismo, questi coordinatori hanno costituito la classe dominante nelle
economie del blocco dei paesi dell'Est.
Se l'eredità libertaria dell'Ecopar è innegabile e lucidamente assunta,
sotto altri aspetti il lavoro di Hahnele Albert è sostanzialmente una
rottura con questa tradizione libertaria. Ad essa, sostanzialmente,
rimproverano il fatto di non avere fornito risposte precise, credibili e
praticabili di fronte ai numerosi e indubbiamente reali problemi posti dal
funzionamento di un'economia: allocazione delle risorse, produzione,
consumo. Le proposte anarchiche nel campo dell'economia, a loro parere, sono
quindi rimaste soprattutto affermazioni critiche e negative: insomma, si sa
benissimo quel che gli anarchici rifiutano in materia d'istituzioni
economiche (le ineguaglianze di condizione, di reddito, di circostanza; la
proprietà privata dei mezzi di produzione; la schiavitù salariale e così
via); ma molto meno quello che preconizzano e i modi per giungere a
istituzioni che sfuggano a quelle critiche e incorporino i valori libertari.
Non è questo il luogo per esaminare in modo dettagliato questa valutazione
degli apporti della tradizione libertaria nel campo dell'economia e di
deciderne la validità. Ricordiamo semplicemente che soprattutto sul versante
dei Consigli (idea che si può trovare esposta e difesa, per esempio, nella
tradizione dei soviet, del socialismo ghildista, ma anche in Rosa Luxemburg
e ancor più in Anton Pannekoek) l'Ecopar troverà la propria ispirazione per
la concettualizzazione delle sue istiturioni economiche.
Un'ultima osservazione sulle fonti dell'Ecopar: dopo aver conosciuto i
valori decantati dall'Ecopar, il lettore, forse, penserà subito anche al
socialismo utopico del diciannovesimo secolo, a quello di Charles Fourier,
per esempio. Hahnel e Albert, dal canto loro, hanno rivendicato una
filiazione con le idee di Edward Bellamy (1850-1898), così poco noto da
indurmi a spendervi qualche parola. Bellamy ha pubblicato, nel 1888, un
romanzo intitolato Looking Backward, 2000-1887, il cui titolo, del resto, ha
ispirato quello dell'opera che presenta l'Ecopar al grande pubblico.6
In questo romanzo, che ebbe a suo tempo un immenso successo, Bellamy
immagina gli Stati Uniti nell'anno 2000. Il paese vive in un regime
socialista in cui l'industria è messa al servizio dei bisogni umani e in cui
l'attività economica si realizza all'interno di istituzioni che favoriscono
l'equità, la fraternità, l'aiuto reciproco e la cooperazione. Critica
virulenta del capitalismo e dei suoi devastanti effetti, dell'economia di
mercato e dei suoi cantori, il libro esce mentre sono ancora vive le piaghe
della crisi dello Haymarket di Chicago e partecipa di ciò che sarà uno degli
ultimi momenti forti delle lotte operaie libertarie nell'America del Nord.
Una soluzione intellettualmente credibile e fattibile in pratica
Queste idee di Hahnel e Albert sono state sviluppate all'inizio in due testi
usciti nel 1991. Dopo questa data gli autori hanno abbondantemente
presentato il loro modello a diversi pubblici e con diversi mezzi: articoli,
colloqui, conferenze, corsi, gruppi di lavoro e di discussione, in
particolare su Internet. Lo hanno anche difeso contro le diverse obiezioni
di cui è stato oggetto; hanno, infine, realizzato o contribuito a realizzare
diversi tentativi d'impiantare i principi e le procedure dell'Ecopar in
alcuni luoghi di lavoro che hanno cercato di funzionare secondo i princìpi e
i valori di questo modello.
L'economia partecipativa vuole essere quindi intellettualmente credibile e
praticamente percorribile, senza cadere in nessuna delle trappole della
semplice e troppo facile denuncia moralizzatrice, a cui, come si può
concedere agli autori, la sinistra soccombe troppo spesso nelle sue analisi
e nelle sue proposte economiche. A questo proposito citerò ancora Albert:
"Sul piano economico, a sinistra, si arrivano a dire cose come questa: la
gente, nella mia società, consumaveramente troppo, ed è orribile per questa
o quella ragione; bisogna quindi abolire il consumo. Oppure: la gente della
mia società lavora, bisogna abolire il lavoro. Invece di riconoscere che c'è
un certo numero di funzioni che una società deve compiere. Il problema
allora è sapere come farlo rispettando certi valori desiderabili. Molti
ecologisti dicono: la General Motors è grande; quindi tutto ciò che è grande
è negativo; bisogna pensare in piccolo. Ma questa non è un'analisi: è una
reazione. E falso, anche da un punto di vista ecologico. La gente sente
queste cose e se la ride, dicendo che si andrà a finire in una società in
cui non ci sarà abbastanza da mangiare. Con ragione. Bisogna fare di
meglio".7
Sarebbe presuntuoso pretendere di render conto in poche pagine di tutti gli
annessi e connessi di una simile proposta. Questo articolo, quindi, si
propone più modestamente di presentare in maniera concisa alcune delle
caratteristiche più importanti del modello, e poi di fornire le informazioni
che permettano di approfondire a chi vorrà saperne di più. Dopo aver
tracciato sommaria del modello economico, ricordo alcune delle principali
critiche rivolte agli autori e gli argomenti con cui essi hanno risposto a
questi attacchi. Alla fine vengono proposte una bibliografia e una
internetgrafia, nella speranza che possano guidare i primi passi di chi ha
desiderio di approfondire.
Efficienza, equità, autogestione, solidarietà, diversità
Quali criteri di valutazione conviene usare per giudicare le istituzioni
economiche? Prima di proporre il loro modello, Albert e Hahnel hanno
dedicato un importante lavoro per rispondere a questa domanda.8 Al termine
delle loro analisi, propongono un modello che definiscono di preferenze
endogene", che sfocia in una sostanziale riformulazione dei criteri
valutativi abitualmente presi in considerazione per giudicare le economie.
Per giungere rapidamente all'essenziale, ricordiamo che essi accettano
l'optimum di Vilfredo Pareto come criterio dell'efficienza economica, ma che
lo collegano a una concezione dei soggetti concepiti come agenti coscienti,
le cui preferenze e caratteristiche sono suscettibili di svilupparsi e
precisarsi con il tempo. Questa definizione dell'efficienza è il primo
criterio considerato.
Il secondo è l'equità. Anche la maggior parte degli economisti accetta
questo criterio, e l'Ecopar è immediatamente d'accordo sul fatto che si
tratta di una caratteristica desiderabile di un'economia.9 Ma Albert e
Hahnel ricordano anche quattro formule distributive concorrenti,
corrispondenti a quattro scuole di pensiero concorrenti, e che propongono
altrettante definizioni di ciò che costituisce l'equità:
*
Formula distributiva 1: pagamento secondo il contributo della persona e
secondo le proprietà da essa possedute.
*
Formula distributiva 2: pagamento secondo il contributo personale.
*
Formula distributiva 3: pagamento secondo lo sforzo.
*
Formula distributiva 4: pagamento secondo il bisogno.
La maggior parte degli economisti, com'è noto, adotta le formule 1 o 2. Gli
anarchici, invece, hanno molte volte espresso la loro preferenza per la
formula 4. Pur riconoscendo che bisogna tendere verso di essa, l'Ecopar opta
per la massima 3 e si costruisce quindi hic et nunc, a partire dall'idea di
remunerazione secondo lo sforzo.
Il terzo criterio di valutazione è l'autogestione. A questa sono dedicate
lunghe analisi. Anche in questo caso, per arrivare rapidamente
all'essenziale, diciamo semplicemente che gli autori sfociano in una
definizione dell'autogestione intesa come il fatto per cui la voce di
ciascuno ha un impatto su una decisione in proporzione a quanto sarà toccato
da questa decisione. Albert e Hahnel considerano questa definizione
dell'autogestione come uno degli apporti più originali, innovativi e gravidi
di conseguenze dell'Ecopar.
Il quarto criterio di valutazione è la solidarietà, intesa come la
considerazione uguale del benessere degli altri.
Il quinto e ultimo criterio di valutazione è la diversità, intesa come
varietà degli output.
Armati di questi criteri, chiediamoci che cosa si può pensare delle
istituzioni che ci si presentano. Più precisamente, cercheremo di
determinare in quale misura delle istituzioni di allocazione, così come
delle istituzioni di produzione e di consumo, permettono, oppure no, di
avvicinarci a quei valori desiderabili che abbiamo posto. Al nostro esame si
offrono due istituzioni allocative: il mercato e la pianificazione.
Né mercato, né pianificazione centralizzata
La critica del mercato occupa una parte importante del lavoro preliminare
compiuto dagli autori. Al termine, concludono che il mercato, lungi
dall'essere quell'istituzione socialmente neutra ed efficiente di cui
talvolta si vantano i pregi, erode inesorabilmente la solidarietà, valorizza
la competizione, non informa adeguatamente sui costi e i benefici sociali
delle scelte individuali (in particolare per via delle esternalità),
presuppone la gerarchia del lavoro e alloca male le risorse disponibili. Per
riassumere più semplicemente la posizione a cui arrivano gli autori, ecco
quel che mi dichiarava Albert nel corso di un recente colloquio: "Il
mercato, anche a sinistra, non è praticamente più oggetto di critiche, fino
a tal punto la propaganda è riuscita a convincere tutti e ciascuno dei suoi
benefici. Io penso che il mercato sia una delle peggiori creazioni
dell'umanità. Il mercato è qualcosa la cui struttura e la cui dinamica
determina la creazione di una lunga serie di mali, che vanno
dall'alienazione ad atteggiamenti e comportamenti antisociali, passando per
una distribuzione ingiusta della ricchezza. Sono quindi un abolizionista dei
mercati, anche se so che non spariranno domani, ma lo sono allo stesso modo
in cui sono un abolizionista del razzismo". La pianificazione centrale, come
istituzione di allocazione, non passa molto meglio l'esame dei nostri cinque
criteri di valutazione. Si riconosce generalmente che un sistema di
allocazione attraverso la pianificazione, per essere efficiente, deve
soddisfare un certo numero di vincoli preliminari. In particolare, i
decisori devono conoscere e padroneggiare l'informazione necessaria per
effettuare i calcoli che permettono l'elaborazione del piano e per poter
imporre gli incentivi che assicureranno l'adempimento dei rispettivi compiti
da parte degli agenti economici. La maggior parte degli economisti
contemporanei rifiuta di ritenere possibili questi vincoli preliminari ed è
d'accordo con Ludwig von Mises e i neoclassici: l'impossibilità di
ammetterli in teoria segnala l'impossibilità pratica delle economie a
pianificazione centrale. Albert e Hahnel dimostrano a loro volta che anche
se si concedono queste improbabili premesse, economie di questo genere
saranno sempre inaccettabili dal punto di vista dei criteri di valutazione
che essi propongono. Se il mercato distrugge sistematicamente la
solidarietà, la pianificazione centrale distrugge sistematicamente
l'autogestione, impedisce la determinazione da parte di ciascuno di
preferenze personali che tengano conto in modo ragionevole delle conseguenze
sociali delle proprie scelte. Insomma, la pianificazione centrale promuove
l'ascesa di una classe di coordinatori, oltre a generare risultati molto
miseri.
Se quest'analisi è giusta, né il mercato né la pianificazione centralizzata
possono produrre risultati conformi ai criteri di valutazione proposti.
Bisogna quindi inventare una nuova procedura di allocazione: è ciò che si
propone appunto l'Ecopar.
Produzione, proprietà e consumo
Com'è, a questo punto, la situazione delle istituzioni di consumo e di
produzione? Anche ora conviene giudicarle alla luce di criteri di
valutazione, per decidere se quelle esistenti possano essere adatte a
un'economia partecipativa.
La proprietà privata è il primo candidato al titolo di istituzione della
produzione. Nella sua accezione liberale, la libertà d'impresa e il diritto
di godere senza vincoli dei frutti della propria attività sono considerati
congiuntamente come fondamentali, anzi naturali, almeno nelle versioni
naturaliste del liberalismo. Questa libertà economica sarebbe inoltre al
centro delle libertà politiche. I criteri di valutazione che abbiamo
ricordato ci indicano già che l'Ecopar, optando per una definizione della
libertà economica intesa come autogestione, rifiuta la proprietà privata dei
mezzi di produzione, in quanto mina al tempo stesso l'autogestione, la
solidarietà e l'equità, nella misura in cui non remunera secondo lo sforzo e
adotta piuttosto la prima formula distributiva.
Infine, in nome dell'equità e della solidarietà, un'economia partecipativa
rifiuterà ogni organizzazione gerarchica del lavoro, anche se fosse
instaurata all'interno dei luoghi di produzione detenuti collettivamente.
Resta da provare che la produzione possa rimanere efficiente pur essendo non
gerarchica. Ci torneremo sopra.
Concludiamo con un esame delle istituzioni di consumo. Le economie esistenti
dedicano loro pochissime analisi e l'accettazione di caratteristiche
gerarchiche nella produzione porta con sé l'accettazione di un consumo
diseguale. Un'economia partecipativa proporrà quindi delle istituzioni e
delle relazioni di consumo non gerarchiche, che permettano una
partecipazione equa alla produzione.
Il problema della produzione, così come si presenta in un'economia
partecipativa, consiste essenzialmente nell'assicurare una democrazia
partecipativa nei luoghi di lavoro: una democrazia attraverso la quale siano
escluse le relazioni gerarchiche e rispettati i criteri di valutazione
sostenuti da una simile economia, garantendo anche che ciascuno sarà in
grado di avere una parte reale e significativa nel prendere le decisioni.
Sono un'altra volta costretto ad andare velocemente all'essenziale, per
arrivare direttamente, al di là dell'argomentazione che vi conduce, all'idea
di balanced job complex, concetto che propongo di rendere con "sistema
equilibrato di compiti". Si tratta di una delle maggiori innovazioni
dell'Ecopar.
Sistema equilibrato di compiti
La proposta in fondo è molto semplice. All'interno dei luoghi di produzione
di una Ecopar, nessuno, propriamente parlando, occupa un posto, almeno nel
senso in cuiè inteso di solito questo termine. Ciascuno si occupa piuttosto
di un insieme di compiti, che dal punto di vista dei vantaggi, degli
inconvenienti e anche dell'impatto sulla capacità del suo titolare di
prendere parte alle decisioni del consiglio dei lavoratori, è paragonabile a
qualsiasi altro insieme equilibrato di compiti all'interno di quel luogo di
lavoro. Inoltre, tutti i compiti che esistono in seno a una società che
funzioni secondo l'Ecopar saranno globalmente equilibrati e succederà anche,
per fare ciò, che dei lavoratori debbano svolgere dei compiti all'esterno
del loro luogo di lavoro.
I creatori dell'Ecopar dedicano molto spazio, energia e ingegnosità per
difendere questa idea, per dimostrare che non è solo auspicabile in teoria,
ma anche possibile ed efficiente in pratica per equilibrare in tal modo i
compiti di produzione svolti in seno a un'economia. Più precisamente, il
loro repertorio di argomentazioni tende a dimostrare che questa maniera di
fare è efficiente, equa egarantisce il rispetto dei valori preconizzati: a
cominciare, ovviamente, dall'autogestione, di cui è una condizione
necessaria. Due argomenti sono per lo più invocati contro questa pratica.
Vorrei ricordarli a questo punto per far vedere come vi rispondono i
propugnatori dell'Ecopar. 10
Secondo un primo argomento, se è plausibile pensare, come del resto incita a
fare un'imponente letteratura, che il fatto di permettere ai lavoratori di
avere una parola da dire sui loro compiti accresca l'efficienza del lavoro e
la sua desiderabilità agli occhi di chi lo compie, la proposta di costruire
degli insiemi equilibrati di compiti va molto al di là e trascura due
elementi capitali del problema: la rarità del talento e il costo sociale
della formazione. La proposta, quindi, sarebbe inefficiente. Questo
argomento è spesso chiamato quello del "chirurgo che cambia le lenzuola dei
letti dell'ospedale": all'inizio è apparso sotto questa forma.
Certo, il talento richiesto per diventare chirurgo è senz'altro raro e il
costo sociale di questa formazione elevato. C'è quindi senz'altro una
perdita di efficienza nel richiedere al chirurgo di fare qualcos'altro oltre
alle operazioni chirurgiche. Tuttavia, è anche vero che la maggior parte
della gente possiede talenti socialmente utili, il cui sviluppo implica un
costo sociale. Un'economia efficiente utilizzerà e svilupperà questi talenti
in maniera tale che il costo sociale dell'assolvimento dei compiti
abitudinari e meno interessanti dipenderà poco da chi li realizza. Quindi
dalle premesse poste, il fatto che un chirurgo cambi le lenzuola non
presenta un costo sociale globale proibitivo.
Un altro argomento usato correntemente contro i sistemi equilibrati di
compiti sostiene che la partecipazione promossa attraverso questa procedura
si eserciterà a scapito delle conoscenze specializzate e della ruolo
preponderante che necessariamente le compete nel prendere decisioni, in
particolare se i temi dibattuti sono complessi. In effetti, l'Ecopar non
nega affatto il ruolo delle conoscenze specializzate; ma se queste sono
preziose per determinare le conseguenze delle scelte che possono essere
fatte, non ha voce in capitolo quando si tratta di determinare quali
conseguenze sono preferite e preferibili. Se l'efficienza presuppone che
degli esperti vengano consultati sulla determinazione delle conseguenze
prevedibili delle scelte (in particolare quando queste sono difficili da
determinare) essa esige anche che coloro che dovranno subirle facciano
conoscere le loro preferenze.
Decisioni decentrate
Che cosa produrranno questi luoghi di lavoro sarà determinato dalle
richieste formulate da consigli di consumo. Ogni individuo (famiglia o
unità) appartiene a unconsiglio di consumo di quartiere; ognuno di questi
consigli appartiene a sua volta a una delle tante federazioni, che sono
riunite in strutture sempre più inglobanti e ampie, fino al consiglio
nazionale.
Il livello di consumo di ciascuno sarà determinato dalla terza formula
distributiva, ossia la remunerazione secondo lo sforzo, che è valutato dai
compagni di lavoro.
Così, il meccanismo di allocazione consiste in una pianificazione
partecipativa decentrata. Consigli di lavoratori e consigli di consumo fanno
delle proposte e le rivedono nel quadro di questo processo, che è stato
oggetto di un lavoro considerevole da parte dei creatori dell'Ecopar, che
sono giunti a costruirne un modello formale. In questo, fanno uso in
particolare di procedure iterative, propongono regole di convergenza e
mostrano che strumenti di comunicazione come i prezzi, la misura del lavoro,
e anche informazioni qualitative, possono essere utilizzate per arrivare a
un piano efficiente e democratico. Albert e Hahnel ritengono infatti che la
"specificazione di questa procedura costituisca [il loro] contributo più
importante allo sviluppo di una concezione e di una pratica economica
libertaria ed egualitaria".11
Queste proposte sono state recepite, com'è immaginabile, in modo diverso.
Pensiamo che sia venuto il momento di esaminare alcune delle critiche che
sono state loro rivolte.
Alcune critiche e qualche risposta
Parecchie critiche seguite alla pubblicazione delle opere di Hahnel e Albert
hanno rinunciato a sostenere che un'economia libertaria e partecipativa sia
tecnicamente impossibile, per tentare piuttosto di dimostrare che una tale
economia non è desiderabile. Fra i numerosi argomenti tirati in ballo, ne
esaminerò tre.12
Secondo il primo, l'Ecopar tiene troppo poco in considerazione la libertà.
Queste critiche riconoscono che, in una Ecopar, ognuno sarebbe libero di
appartenere a un consiglio di lavoratori di sua scelta, che lo accetterà,
oppure di formare un consiglio con chi desidera. Tuttavia pensano che
l'Ecopar sacrifichi troppo la libertà personale per dei fini meno
importanti. Questo argomento ha ricevuto una formulazione esemplare ad opera
di un economista socialista molto noto, Tom Weisskopf, propugnatore di un
socialismo di mercato. Secondo lui, l'Ecopar e quel socialismo di mercato,
ambedue realizzabili, si contrapporrebbero in fondo per una ragione di
ordine etico e filosofico. Il primo modello permetterebbe il raggiungimento
di valori sostenuti tradizionalmente dalla sinistra (equità, democrazia,
solidarietà), mentre il secondo incarnerebbe valori "libertari" più
recentemente apparsi come altamente desiderabili: libertà di scelta, vita
privata, sviluppo dei talenti e attitudini personali. Pur ricordando che
l'Ecopar comprende strutture che permettono di preservare la vita privata e
che promuove un concetto sostanziale di libertà individuale, mi sembra che
si debba accettare di situare la discussione laddove la situa Weisskopf,
ossia su un piano filosofico ed etico: l'Ecopar concepisce senz'altro la
libertà come un concetto eminentemente sociale e pone dei vincoli alla
libertà individuale che consegue dai valori che essa sostiene. Un
"libertario" deplorerà che nell'Ecopar sia impossibile assumere qualcuno,
come avrebbe deplorato che si sia messa fine alla possibilità di un essere
umano di possederne un altro, attentando così alla libertà del proprietario
di schiavi. Ma la difficoltà e il problema sollevati da Weisskopf esistono
realmente e meritano di essere profondamente meditati e dibattuti.
Pat Devine ha sostenuto invece che l'Ecopar presuppone che si dedichi un
tempo eccessivo alle riunioni. A questo argomento è molto più facile
controbattere. Infatti, basta far notare che, nelle nostre economie, il
tempo dedicato a riunioni (essenzialmente da parte delle élite) è già così
notevole che L'Ecopar può solo diminuirlo: semmai lo distribuirà in maniera
più equa, garantendo che ciascuno prenda parte alle decisioni che lo
riguardano.
Un ultimo argomento sostiene che l'Ecopar non sia in grado di motivare
adeguatamente gli attori del sistema. Bisogna senz'altro ammettere che
l'Ecopar, adottando il criterio distributivo di una remunerazione secondo lo
sforzo, esclude fin da subito l'essenziale degli incentivi materiali ai
quali siamo abituati e cerca di massimizzare il potenziale motivante degli
incentivi non materiali. Detto questo, si può pensare che dei compiti
immaginati da coloro che li eseguono saranno più gradevoli dei ruoli
definiti da un processo gerarchico, e che il fatto di sapere che ciascuno
contribuisce in maniera equa alla produzione inciterà a compiere più
volentieri i compiti meno gradevoli di un sistema equilibrato di compiti,
poiché ciascuno compirà, salvo le variazioni del caso, una somma simile di
compiti meno gradevoli. Inoltre, la valutazione dello sforzo consentito
effettuata dai pari costituisce sicuramente un incentivo materiale, poiché
determina il livello di consumo a cui ciascuno ha diritto. Ma resta vero che
l'Ecopar valorizza degli incentivi ai quali finora si è accordato soltanto
uno scarso valore: il rispetto e la stima altrui, il riconoscimento sociale.
La scommessa dell'Ecopar, secondo me ragionevole, è che questi incentivi
saranno ancor più efficaci della ricerca del profitto.
Pensare che "un altro mondo è possibile"
Alec Nove, un economista progressista americano contemporaneo, formulava
negli anni Ottanta la conclusione a cui, lui come altri, era arrivato: "In
una economia industriale complessa, le interrelazioni fra le diverse
componenti non possono, per definizione, essere fondate se non su contratti
liberamente negoziati, oppure su un sistema costrittivo di direttive
provenienti da uffici di pianificazione. Non c'è una terza via."
La prima opzione, come si sarà immaginato, è quella del mercato; la seconda,
quella della pianificazione centrale. È così che il riconoscimento del
fallimento della pianificazione centrale ha condotto tanti teorici a pensare
che il mercato sia ormai l'unica istituzione economica possibile, e che i
progressisti debbano accontentarsi di socializzarlo oppure di correggerne i
difetti più stridenti, per esempio attraverso la proprietà pubblica delle
imprese. Si può affermare che l'ambizione dell'Ecopar sta tutta nel
dimostrare l'esistenza di una terza via, e che questa è proprio la strada
intuita, in particolare, dagli anarchici. L'Ecopar si sforza quindi di
dimostrare di essere un'alternativa credibile e praticamente realizzabile,
specialmente rispondendo alle difficili domande che i predecessori
lasciavano senza risposta: come si arriva alle decisioni da prendere? Come
possono, delle procedure democratiche, produrre un piano coerente ed
efficiente? Come vengono motivati i produttori? E via di seguito...
Naturalmente, non è certo che le risposte dell'Ecopar siano quelle giuste
sul piano teorico, né che siano valide sul piano pratico. Ma per lo meno
delle risposte ci sono. Queste risposte sollevano a loro volta numerose
domande e numerose poste in gioco, filosofiche, politiche, sociologiche,
antropologiche. Uno dei grandi meriti dell'imponente lavoro compiuto da
Albert e Hahnel è, a mio parere, quello dipermettere di porle, e spesso in
maniera nuova. L'Ecopar contribuisce così a pensare che un altro mondo è
possibile, e questo nel momento in cui il fatalismo conformista corrente ci
presenta ingannevolmente l'ordine delle cose umane come se fosse necessario.
Infine, l'Ecopar ci aiuta a precisare ciò per cui lottiamo e a formulare
delle risposte alla domanda che viene inevitabilmente posta a coloro che
lottano: "Ma allora, a favore di cosa siete, voi?".
Queste risposte sono plausibili? Anche a questo riguardo c'è molto di cui
discutere. Questo articolo avrebbe raggiunto lo scopo che si prefiggeva se
il mio lettore, o la mia lettrice, avesse ora il desiderio, se non di
prendere parte a questo dibattito, almeno a interessarsene.
Note:
1 ALBERT, M. et HAHNEL, R., The Political Economy of Participatory
Economics, Princeton: Princeton University Press, 1991, p.7 (torna al testo)
2 ALBERT, M. et HAHNEL, R., "Participatory Planning", Science and Society
Spring 1992.(torna al testo)
FNOTE <3>Corrispondenza con l'autore di questo articolo.(torna al testo)
4>"Ogni gerarchia richiede di essere legittimata. O, un posto di lavoro,
nella nostra società, è né più né meno una dittatura totalitaria. Il lavoro
è amministrato dall'alto, da poche persone, le altre, in basso, non hanno
voce in capitolo. Non vi è alcuna democrazia. Niente altro che una rigida
gerarchia di poteri, che è anche una gerarchia di circostanze sociali, di
redditi, di prestigio e così via. Penso che non si possa fornire nessuna
giustificazione, che non esista una giustificazione per preservare i
vantaggi di coloro che sono in alto. Ma bisogna anche notare come la
sinistra aderisca a questa idea solo a parole - il fatto è che le
organizzazioni di sinistra sono essere stesse spesso gerarchiche e
autoritarie." BAILLARGEON, Normand, "Michael Albert: l'autre économie", Le
Devoir, Montréal, 16 juin 1997, page B 1.
http://www.smartnet.ca/users/vigile/...onMAlbert.html
(torna al testo)
5 ALBERT, M. et HAHNEL, R., op.cit, 1991, p.4(torna al testo)
6 ALBERT, M. et HAHNEL, R., LooKing Forward: Participatory Economics for the
Twenty-First Century, Boston: South End Press, 1991.(torna al testo)
7 . Normand Baillargeon, ibid.(torna al testo)
8 ALBERT, M. et HAHNEL, R., Quiet Revolution in Welfare Economics,
Princeton, NJ: Princeton University Press, 1990; Normand Baillargeon,
ibid.(torna al testo)
9 ALBERT, M. et HAHNEL, R., op.cit.,1990.(torna al testo)
10 . Seguirò qui l'esposizione di ALBERT, M. et HAHNEL, R., op.cit., 1991,
p.8 sq.(torna al testo)
11 Seguirò qui l'esposizione di questa questione offerta da Robin Hahnel in
"The ABC of Political Economy", che verrà pubblicato nel 1999 dalla South
End Press, Boston.(torna al testo)
12 Seguirò qui la discussione proposta da ALBERT, M. et HAHNEL, R.,
"Socialism As It Was Always Meant To Be", Review of Radical Political
Economics, Vol. 24; No. 3 & 4, 1992.(torna al testo)
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Documento originale
Une proposition libertaire: L'économie participative
Traduzione di Alberto Panaro
Baillargeon è docente di filosofia dell'educazione all'Università del Quebec
di Montréal.
--
(http://www.zmag.org/Italy/baillargeon-ecopar.htm)




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