Quando Tel Aviv inventò la guerra preventiva
Le analisi del professor Ilan Pappe, docente all'università di Haifa, sugli eventi del '48.

Ennio Polito

"Guerra preventiva": chi, per approfondire le sue conoscenze in proposito, ha interrogato in questi giorni dizionari ed enciclopedie, sarà rimasto deluso. C'è di più sui giornali, in particolare quelli israeliani, dove uno dei nomi che ricorrono con maggior frequenza è quello del professor Ilan Pappe, figura di punta nel gruppo dei "nuovi storici", convinto che l'attacco di Bush sarà accompagnato da una deportazione in massa dei palestinesi da Israele e dai territori occupati. Nato nel '54, di origine tedesca, Pappe ha dedicato gli ultimi ventitré anni alla ricostruzione degli eventi del '48, anno di quella che i suoi connazionali chiamano "guerra di indipendenza" e i palestinesi "catastrofe". Pappe adopera un termine coniato nel Kosovo: "pulizia etnica". La sua analisi, che lo ha esposto a misure persecutorie da parte dell'Università di Haifa, dove insegnava Scienze politiche, si riflette sul presente e sul futuro dei due popoli in conflitto e sulla ricerca di una soluzione politica diversa da quelle ipotizzate fino a oggi.
Cerchiamo di riassumere gli elementi costitutivi. Tre "miti", afferma lo studioso, informano la maggior parte dell'opinione pubblica israeliana. Il primo è quello secondo cui i padri fondatori del sionismo ignoravano la realtà di una popolazione autoctona sui territori da loro rivendicati. Basterebbero, per sfatarlo, le dimensioni stesse degli sforzi messi in atto per modificare la situazione lungo due direttrici fondamentali: la colonizzazione della terra e l'espulsione degli abitanti. Un secondo mito è quello della sproporzione delle forze: Davide contro Golia; ma era Davide il più forte, il meglio armato e, stando ad alcune testimonianze, il più spietato; si parla di trenta, quaranta massacri di grandi proporzioni, di atrocità, di stupri. E qui si pone, in relazione con un terzo "mito" - quello che vede l'esodo come un insieme di partenze "volontarie" - il problema del nesso tra tali presunte "volontà" e l'esercizio della violenza.

Prende forma, attraverso questa narrazione, un'immagine del '48 palestinese che risulta familiare a chiunque segua le cronache di questi anni. E bisognerebbe parlare di un quarto "mito": la lettura degli eventi repressivi come risposta a una minaccia dall'esterno. Questa, però, fa a pugni, da un lato, con la corposa riluttanza degli Stati arabi a prestare ai palestinesi un aiuto efficace, dall'altro con il fatto che l'offensiva sionista fu sferrata molto prima che l'Assemblea generale dell'Onu votasse la spartizione, prima della stessa proclamazione dello Stato di Israele e prima dell'intervento degli Stati arabi; ebbe, cioè, un carattere "preventivo".

Il lettore interessato al tema generale della "guerra preventiva" non si stupirà se, a questo punto, lo spazio ci consente solo rapidi accenni alle due iniziative di pur vaste, addirittura spettacolari proporzioni, prese dal gruppo dirigente israeliano su questo terreno negli anni tra il '48 e i nostri giorni: l'alleanza con la Gran Bretagna e la Francia colonialiste in un attacco concertato all'Egitto e all'Algeria (1956) e la "guerra dei sei giorni" (1967). La gestazione della prima impresa avviene nel segreto; un segreto, peraltro, ampiamente indagato. Sulla seconda ci soffermiamo soltanto per ricordare che, nei Sessanta inoltrati, Israele ha ormai consolidato una potenza militare ragguardevole, sufficiente, in ogni caso, per superare nei rapporti internazionali la fase che il generale Dayan ha descritto come quella del ciclista che si fa trainare da un camion nei percorsi in salita. Così, quando gli emissari israeliani visitano le capitali europee e la Casa Bianca per parlare di una minaccia alla sopravvivenza del loro Stato, il presidente americano, Lyndon Johnson, dimentica la valutazione dei suoi Stati maggiori, secondo la quale Israele è in grado di battere da solo tutti gli eserciti arabi, e si lascia coinvolgere in un gioco pericoloso. Solo in apparenza sono più cauti gli europei. Il francese De Gaulle è il solo a non aver dubbi e ammonisce gli ospiti: «Ne faites pas la guerre».

Abbiamo accennato all'inizio alla lezione che l'autore trae dal suo esame della situazione israeliana, palestinese e mondiale. Il suo è un grido di allarme: gli uomini di buona volontà delle due parti perderanno il treno se non capiranno che la prospettiva di una pace accettabile diviene di ora in ora più irreale. «Oggi - insiste - la soluzione in due Stati non significa la fine dell'occupazione ma un modo di continuarla in forme diverse». «Dobbiamo prendere tutti molto sul serio il pericolo che Israele ripeta l'operazione di "pulizia etica" compiuta in Palestina nel 1948. Prendete sul serio la cosa, credetemi. I nostri dirigenti interpretano la situazione in un modo che li porta a dirsi: l'America ci dà carta bianca. Non solo ci darà il permesso di ripulire la Palestina una volta per tutte, ma ci aiuterà anche a creare l'occasione. La condanna mondiale non durerà e alla fine sarà dimenticata».

Liberazione, 22 Gennaio 2003

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