Enzo Palmesano, l' "Ebreo" di Alleanza Nazionale
di Michele Brambilla
Dopo che Gianfranco Fini ha avuto l'ok di Peres per un viaggio in Israele, e dopo aver letto un articolo intitolato «Il Jerusalem Post riabilita Fini», Enzo Palmesano non ci ha visto più. E ha scritto una lettera alla Stampa chiedendo: ma io, quand’è che sarò riabilitato da An? Enzo Palmesano, per chi non lo sapesse, è quel militante di AN che al congresso di Fiuggi del 1995 – quello della storica svolta da cui nacque, appunto, Alleanza Nazionale – fece approvare un documento con il quale gli ex missini prendevano le distanze, definitivamente, dall’antisemitismo. Definitivamente? “Un corno”, risponde Palesano il quale sostiene che proprio a causa di quel documento è caduto in disgrazia all’interno del suo partito. Nato a Pignataro Maggiore (Caserta), Palmesano dal 1972 è iscritto al partito, dal 1985 all’Ordine dei giornalisti e dal 1996 all’elenco dei disoccupati.
Da quando è caduto in disgrazia con Fini e i suoi colonnelli, infatti è rimasto persino senza lavoro, è una vittima o uno che fa la vittima? Un paladino dei deboli o un rompiscatole? Di sicuro non è uno che da tutta questa storia abbia guadagnato qualcosa.
Palmesano, quando ha preso il suo ultimo stipendio?
«Il 30 settembre del 1996 dal Secolo d’Ialia, di cui ero capo del servizio politico».
E come vive da allora?
«Provi a immaginarlo. Con estrema parsimonia. Ho moglie e tre figli. Per due anni ho preso il sussidio di disoccupazione, poi ho dato fondo a tutto quello che avevo».
Sicuro che l'origine dei suoi guai siano quelle undici righe che fece inserire a Fiuggi nel capitolo «Valori e principi"? Quelle undici righe in cui si condannano antisemitismo, antisionismo e leggi razziali?
«Sicurissimo. Il giorno stesso in cui fu approvato quel mio emendamento, il 27 gennaio 1995, molti camerati che erano stati vicini a me al Secolo e al partito mi tolsero il saluto".
Addirittura? Non le rivolgevano neanche la parola?
«Qualcuno sì, me la rivolgeva. Per dirmi: guarda che ti cercano per circonciderti».
Ma scusi, se c'era tanta ostilità, come mai quel suo emendamento fu approvato con soli cinque voti contrari?
«Fini non è stupido, è un animale politico di grande livello. Capì che la condanna dell'antisemitismo avrebbe dato ad An un credito internazionale. E il partito gli obbedì. Ma le divisioni interne furono fortissime. Alcuni volevano tagliare il riferimento all'antisionismo, altri le due righe in cui si dice che le leggi razziali furono una vergogna. Ancora in questi giorni ho visto che nel sito internet ufficiale di Alleanza nazionale quelle due righe sulle leggi razziali sono scomparse».
Perché lei ha tanto a cuore la vicenda degli ebrei sotto il fascismo?
«Intanto premetto che io non sono ebreo: sono cattolico, credente e praticante. Ho sempre difeso gli ebrei perché li considero il simbolo di tutte le minoranze perseguitate.
Vede, io mi iscrissi al Msi quando avevo 14 anni perché al mio paese erano tutti democristiani, e io volevo essere uno "contro". Noi missini eravamo tagliati fuori da tutto, e io mi sentivo un perseguitato. Forse non era vero, ma non importa: questo è quello che io pensavo. Così, mi veniva naturale stare sempre dalla parte dei perseguitati. E poi penso che la destra italiana non può avere un futuro se non fa i conti con il proprio passato, e in quel passato la macchia più grave sono le leggi razziali».
Dunque lei continua a considerarsi di destra?
«Certo. Sono ancora componente dell'assemblea nazionale di An. Ma sono loro a considerarmi un estraneo. Qualche giorno fa, alla sezione di An del mio paese, ho visto che il mio nome era scomparso dal tabulato degli iscritti della federazione provinciale di Caserta. Com'è possibile? , ho chiesto. Il segretario mi ha detto di telefonare a Caserta. Ho telefonato, e un funzionario mi ha detto: ci sarà un equivoco, venga qui che lo risolviamo».
E lei?
«Sono andato a Caserta e lo stesso funzionario con cui avevo parlato al telefono era imbarazzatissimo. Mi ha detto: mi spiace, ma deve parlare con l'onorevole Mario Landolfi, che è il portavoce nazionale e il commissario provinciale del partito. Ho scritto a Landolfi e gli ho mandato le cinquantamila lire per l'iscrizione, ma al momento risulto ancora un "depennato"».
Veniamo alle sue disavventure profèssionali. Perche è stato licenziato dal «Secolo d'ltalia»?
«Dopo il mio emendamento a Fiuggi, al Secolo l' aria si era fatta pesante per me. Un gruppo di colleghi firmò un documento contro di me e il direttore, Gennaro Malgeri, non lo pubblicò perché avrebbe danneggiato l'immagine del giornale e del partito. Ma è chiaro che non mi sopportavano più».
Per licenziare, però, ci vuole la giusta causa.
«Le spiego come fecero. Prima cercarono di farmi cambiare aria con le buone. Mi chiamò Maurizio Gasparri e mi disse: c'è un posto da notista politico al Tempo, vuoi andare? lo risposi di no, perché capii che in realtà era una manovra per liberarsi di me, non mi sembrava dignitoso andare al Tempo in quel modo».
E così rimase al «Secolo».
«Esatto. Ma nell'estate del '96 Giuseppe Tatarella e ltalo Bocchino mi offrirono la direzione del Roma di Napoli. Per me era una bella opportunità. Ma siccome il Roma era un giornale in grave crisi economica, e il suo futuro era fortemente a rischio, dissi a Tatarella: senti, io ho moglie e tre figli, ho bisogno di sicurezza. Facciamo un patto: io vengo a dirigere il Roma, ma formalmente rimango un dipendente del Secolo, e lo stipendio continuo a prenderlo dal Secolo. Dopo un po' Tatarella mi richiamò: ho parlato con Fini, è tutto okay».
Dunque lei va al «Roma».
«Dove lavoro tredici ore al giorno, in un casino indescrivibile: pochi giornalisti, una sola agenzia, l'AdnKronos. E, come da accordi, lo stipendio continuo a prenderlo non dal Roma, ma dal Secolo. A novembre mi arriva una lettera firmata dall'amministratore del Secolo, Franco Servello, che dice: poiché abbiamo notato due mesi di assenze ingiustificate, e poiché vediamo che firma il Roma come direttore responsabile, la consideriamo dimissionario. Sbalordito, chiamo Tatarella, che mi dice: stai tranquillo, è tutto a posto. Ma il 14 dicembre mi licenzia pure lui, dal Roma, per aver difeso un mio giornalista. E così mi ritrovo senza lavoro».
Non ha parlato con Fini?
«Fini è il maggior responsabile della mia situazione. Con lui ho parlato fino al '98, quando ha bocciato una mia proposta di dare un saluto allo Stato di Israele nel cinquantesimo della fondazione. Da allora, rapporti chiusi. Con un'eccezione nel 2000, quando su mia richiesta venne al mio paese a fare un comizio contro la camorra».
Gentile, no?
«Sì, ma lo avevo minacciato. Io mi ero esposto perché a Pignataro avevano ucciso il padre di un pentito, e molti di An mi avevano insultato dandomi del professionista dell'antimafia e del topo di fogna. Allora avevo telefonato a Fini dicendogli: o vieni a fare un comizio qui, o vengo io a Roma a fare una conferenza stampa. Lui venne, ma in quella occasione Mario Landolfi gli disse: Palmesano è incompatibile con il nostro partito».
Non crederà davvero che Fini sia antisemita.
«No, non lo è. Ma vive alcuni pregiudizi antisemiti. Per esempio, pensa che gli ebrei si sentano prima ebrei e poi cittadini italiani. E poi considera il rapporto con il mondo ebraico come una questione di politica internazionale, di rapporti con Israele. Ma non è così: prima bisogna affrontare il discorso con gli ebrei italiani, perché qui in Italia il ricordo di cosa fece il fascismo brucia ancora. Fini pensa che in Italia gli sia ostile l' ebraismo di sinistra. Ma non è vero, è tutto l'ebraismo che vuole che An faccia davvero i conti con il proprio passato».
Lei con An ha litigato persino per il Gay Pride. Ma perché non cambia partito?
«Sono stato fascista fino al midollo, questo partito è stato una ragione di vita. Se proprio devo cambiare, me ne vado all'estero».




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