POESIE DELLA RESISTENZA PALESTINESE
Versi di un combattente impiccato dagli Inglesi (1936)
Notte, lascia che il prigioniero finisca il suo canto:
all'alba la sua alla vibrerà
e l'impiccato penzolerà
al vento.
Notte, rallenta il passo,
lascia ch'io ti versi il mio cuore;
forse hai dimenticato chi sono
e quali sono le mie angosce.
Ahimé, come sono scivolate
dalle tue mani le mie ore!
Non pensare ch'io pianga di paura:
le mie lacrime son per la mia terra
e per un grappolo di bambini implumi,
affamati, a casa
senza il loro padre.
Chi darà loro da mangiare, dopo?
I miei due fratelli
hanno salito il patibolo prima di me.
E come trascorrerà le giornate mia moglie,
sola e in lacrime?
Non ho lasciato neanche un braccialetto
intorno al suo polso,
quando la mia terra domandava armi.
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Interrogatorio
Scrivi:
Sono un Arabo,
il numero della mia carta d'identità è 50.000.
Ho otto figli,
il nono arriverà la prossima estate.
Scrivi:
Sono un Arabo,
spacco la pietra coi miei compagni
per cavarne fuori un tozzo di pane
e un libro per i miei figli.
Ma non chiedo pietà e non mi curvo
davanti al dominio sionista.
Scrivi:
Sono un Arabo,
sono un nome senza titolo,
stabile in un mondo frenetico.
Le mie radici sono piantate in profondità:
oltre i secoli,
oltre il tempo.
Sono figlio dell'aratro,
dell'umile stirpe contadina.
Vivo in una capanna di canne e sterpi.
Capelli: neri lucenti.
Occhi: scuri.
La mia kefiyah
graffia le mani di coloro che la toccano.
E per favore scrivi,
a conclusione di tutto ciò:
non odio nessuno,
non derubo nessuno.
Ma quando ho fame,
mangio la carne di chi mi depreda.
Guardatevi dalla mia fame,
guardatevi dalla mia ira!
Mahmud Darwish




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