Global è Bello
di Emma Bonino
Cari militanti no global, vi scrivo per riflettere
insieme su un apparente paradosso: come mai persone
come me, che da sempre considerano un dovere battersi
contro la povertà e le ingiustizie, possono sentirsi
tanto estranee rispetto al movimento
anti-globalizzazione da ritenere che il mondo - per
essere più vivibile - abbia bisogno non già di frenare
la mondializzazione, come voi auspicate, bensì di
accelerarla e di estenderla?
Voi avete ragione quando denunciate l'accentuarsi
nella nostra epoca delle diseguaglianze sociali ed
economiche, ma altrettanto innegabili mi sembrano i
progressi che in termini macroeconomici l'ondata
contemporanea di globalizzazione ha portato al mondo
intero, producendo ricchezza e strappando alla povertà
intere regioni del pianeta. Permangono, è vero, grandi
isole di esclusione. Ma qualcuno davvero pensa che
producendo meno ricchezza possa diventare più facile
combattere la povertà?
Io leggo con attenzione fin dai giorni di Seattle i
testi, le dichiarazioni e le arringhe che va
producendo il vostro movimento e mi meraviglio che non
abbiate mai citato - fra i sintomi più preoccupanti
dell'ingiustizia che caratterizza il gap Nord-Sud - un
fenomeno che a me sembra scandalosamente esemplare: il
fatto che mentre centinaia di milioni di esseri umani
non dispongono per sopravvivere che di un dollaro al
giorno (sempre che riescano a procurarselo), ogni
bovino che nasce tra la Finlandia e la Sicilia ha
diritto a un dollaro quotidiano di sovvenzione da
parte dell'Unione europea. Esiste forse argomento più
convincente per denunciare l'ipocrisia e la miopia con
cui i dirigenti europei (così come quelli
statunitensi, peraltro) affrontano la globalizzazione,
predicandone lo sviluppo ma ostacolandone con il loro
protezionismo non solo agricolo la dinamica naturale?
C'é da chiedersi se i processi di mondializzazione
trovino un ostacolo più grave nella vostra
«resistenza» o nelle barriere protezionistiche con cui
i paesi del Nord continuano a strangolare interi
settori-chiave dell'economia del Sud, ritardandone
l'emancipazione.
Nato e cresciuto nel Nord del mondo, il movimento
no-global dice di rappresentare tutti i diseredati del
Sud e afferma di difenderne gli interessi. Benissimo.
Ma che ci fanno allora alla testa dei vostri cortei
personaggi come il francese José Bové, paladino del
protezionismo agro-alimentare francese ed europeo? E
che ci fanno quei cattolici, seguaci della «teologia
della liberazione», e tuttavia fedeli a una Chiesa che
(come l'Islam) benedice l'esplosione demografica e di
fronte alla pandemia dell'Aids continua a vietare
l'uso del preservativo e ogni forma di educazione
sessuale? E che ci fanno gli «integralisti
dell'ambiente» che vorrebbero fermare la ricerca
scientifica sugli organismi geneticamente modificati e
impedire ai paesi minacciati dalle carestie di
scegliere liberamente fra il rischio OGM e la morte
per fame? E che ci fanno gli esponenti della sinistra
post-comunista che invocano aiuti straordinari nei
confronti dei paesi più poveri, nonché la remissione
unilaterale del debito, ma poi non battono ciglio
quando i leader di questi paesi trascinano i
rispettivi popoli in costose e devastatrici guerre di
aggressione come avviene in Rwanda, Uganda, Etiopia ed
Eritrea? Se io vivessi e soffrissi nel Sud del mondo
non potrei che diffidare di simili amici e avvocati.
Il movimento no-global esige dal Nord un maggiore e
immediato «traferimento di risorse» verso il Sud, ma
non sembra accorgersi di una realtà che ipoteca il
futuro degli aiuti: il sostanziale fallimento di
quattro decenni di «politiche dello sviluppo»,
incapaci fin qui di strappare un solo paese alla morsa
del sottosviluppo. Come mai?
Il movimento no-global esige che la cosiddetta
comunità internazionale metta fine allo «scandalo
della povertà», ma non sembra dare grande attenzione
al fatto che oggi la forma più efficace di lotta alla
povertà viene condotta - sull'onda della
globalizzazione - dai circa 150 milioni di emigranti
provenienti da una trentina paesi del Sud i quali,
senza aspettare le ricette e i programmi della Banca
Mondiale, sono andati a cercare lavoro in una trentina
di paesi industrializzati. Forse bisognerebbe
ragionare sul fatto che le loro rimesse dirette alle
famiglie, molto più efficaci di qualsiasi progetto
anti-povertà elaborato dalle Nazioni Unite, sono
diventate per molti paesi (dalla Tunisia all'Ecuador)
il principale cespite di valuta pregiata.
Il punto dolente é che nemmeno le rimesse degli
emigrati, destinate ad aumentare nei prossimi decenni,
riescono a dinamizzare le economie che le ricevono,
quando nei paesi beneficiari non esiste un livello
minimo di democrazia e non vige lo Stato di diritto.
Ne ho avuto la prova durante un recente e prolungato
soggiorno in Ecuador, un paese che ha «esportato» il
15% della sua popolazione e dove le rimesse degli
emigranti superano gli introiti provenienti dal
petrolio, dalle banane, dalla pesca, ma dove si
trasformano spesso in «capitale morto» (come dice
l'economista peruviano De Soto) per l'inaffidabilità
del sistema creditizio locale, per l'alto tasso di
corruzione che si riscontra, per la poca fiducia che
gli investitori nazionali e internazionali mostrano
nei confronti di questo paese.
Io sono certa che la globalizzazione potrà
moltiplicare i suoi effetti benefici (e non soltanto
in termini macroeconomici) se e quando riuscirà a
sconfiggere entrambi i suoi maggiori nemici: a Nord la
riluttanza di troppi dirigenti politici ad abbattere
le barriere contro la libera circolazione delle merci
e delle persone; a Sud la riluttanza di troppi leader
a concedere ai propri cittadini le libertà politiche
ed economiche fondamentali che (come alcuni sostengono
e come conferma uno studio recente delle Nazioni Unite
sul mancato sviluppo dei paesi arabi) costituiscono
una condizione necessaria per lo sviluppo: per questo
e non per altro molti paesi del Sud si sono
trasformati in «pozzi senza fondo», dove gli aiuti
internazionali scompaiono senza lasciare traccia.
A me piacerebbe dar vita a un movimento alternativo al
vostro, che chiamerei «Globalizzazione? Sì grazie»,
che riuscisse a includere fra le priorità della
mondializzazione - quindi delle relazioni
internazionali al Nord come al Sud - la promozione su
scala globale di regole e principi della democrazia
(il meno peggiore dei sistemi di governo conosciuti,
come diceva Churchill) e dello stato di diritto.
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No Global è Meglio
di Vittorio Agnoletto
Per rispondere alla lettera aperta che ci rivolge Emma
Bonino sarebbe sufficiente invitarla a partecipare
all'imminente terzo Forum Sociale Mondiale a Porto
Alegre, lì troverebbe tutte le risposte alle domande
che ci pone e molto di più.Ma forse questo sarebbe
vissuto come un atteggiamento snobista e sfuggente;
provo quindi ad entrare nel merito del contenuto della
lettera.Innanzitutto il «movimento dei movimenti» non
è contro la globalizzazione, ma contro questa
globalizzazione neoliberista che pone al centro della
propria azione gli interessi economici e finanziari di
poche potenti multinazionali e di uno sparuto gruppo
di oligarchi della finanza. Siamo contro una
globalizzazione segnata dall'assenza della politica,
di regole certe, democraticamente definite e condivise
capaci di porre degli argini ai profitti di pochi in
nome dei diritti di tutti.Non desideriamo quindi
tornare indietro nella storia, non rinunciamo ad
Internet o ai grandi mezzi di comunicazione e di
trasporto che hanno trasformato il mondo in un
villaggio globale, ma pensiamo che questo non sia
l'unico sviluppo possibile, che sia possibile un mondo
più giusto ed un futuro degno di essere vissuto per
tutti, non solo per una minoranza degli abitanti di
questo pianeta.Non sono queste semplici parole: nel
1960 la differenza tra il 20% più ricco del pianeta ed
il 20% più povero era di 30 a 2, nel 1998 era di 82 a
1. Ma non è peggiorato solo il divario tra ricchi e
poveri, infatti, commenta il Rapporto sullo sviluppo
umano del 1998 dell'Undp: «Non meno di 100 paesi sia
in via di sviluppo che in transizione hanno conosciuto
un serio regresso economico nel corso degli ultimi
trent'anni. Di conseguenza, il reddito per abitante è
inferiore a quello che era dieci, quindici, venti, a
volte trent'anni fa», accusano gli esperti….. «Il
consumo di una famiglia africana media è più basso del
20% rispetto a 25 anni fa». Allo stesso modo,
nell'Africa subsahariana, «il numero di persone sotto
alimentate è più che raddoppiato, passando da 103
milioni a 215 milioni nel 1990».Di fronte a simili
dati non invochiamo generici aiuti ai Paesi poveri, ma
misure concrete tra le quali la fine di ogni politica
protezionistica da parte del nord del mondo, a
cominciare da quella agricola. Può essere che José
Bovè avesse inizialmente un atteggiamento
protezionista in difesa del formaggio roquefort, da
lui direttamente prodotto, ma, grazie all'elaborazione
collettiva di un movimento sempre più maturo, oggi
anche lui condivide la proposta della «Sovranità
Alimentare» elaborata da Via Campesina. La sovranità
alimentare è il diritto di ogni popolo a definire le
sue politiche agrarie in materia di alimentazione, a
regolare la produzione agraria nazionale e il mercato
locale al fine di ottenere risultati di sviluppo
sostenibile, e decidere in che misura vogliono essere
autosufficienti senza rovesciare le loro eccedenze in
paesi terzi con la pratica del dumping.L'opposizione
agli OGM si fonda innanzitutto sul «principio di
precauzione» in campo sanitario, secondo il quale
prima si verifica la sicurezza di un prodotto e poi lo
si immette sul mercato, ma anche sulla constatazione
che l'uso degli OGM implica produzioni di monoculture
estensive con il risultato che l'agricoltura dei Paesi
produttori non è più finalizzata a soddisfare le
necessità di quelle popolazioni ma ad esportare i
prodotti alimentari nei mercati ricchi, cancellando
così ogni possibilità di sovranità alimentare.Provo ad
affrontare un altro tema proposta da Emma Bonino, ma
francamente la critica al movimento per un supposto
disinteresse nel campo dell'AIDS non mi sembrerebbe
nemmeno degna di risposta: non solo sul piano
personale, da quindici anni sto spendendo la mia vita
nella lotta contro il virus HIV attraverso la
militanza nella LILA (la Lega Italiana per la Lotta
contro l'AIDS), ma nemmeno quando tale critica viene
rivolta alle componenti cattoliche del movimento: è
sufficiente ricordare l'impegno del gruppo Abele e di
don Ciotti che, per le sue posizioni a favore di una
prevenzione consapevole che potesse includere anche il
profilattico è stato fortemente criticato ed attaccato
dalle gerarchie vaticane. Pongo io invece una domanda
ad Emma Bonino: cosa pensa della posizione del WTO
(l'Organizzazione Mondiale del Commercio) e degli USA
che,attraverso la difesa della durata oltre che
ventennale dei brevetti sui farmaci, rendono
impossibile la disponibilità dei trattamenti anti-AIDS
in Africa?Concordo pienamente sull'importanza delle
rimesse economiche degli immigrati, ma questa
constatazione non può prescindere dalla richiesta del
rispetto dei diritti universali che quindi integrano e
superano i diritti di cittadinanza legati alla terra
ove si è nati; tra questi diritti vi è anche quello
della libera circolazione delle persone umane, in un
mondo che invece autorizza la libertà di spostamento
dei capitali alla ricerca del miglior profitto e non
quella delle donne e degli uomini alla ricerca di un
(migliore ?) lavoro. Da qui l'opposizione alla legge
Bossi/Fini mi pare un passaggio naturale che non
necessità di ulteriori spiegazioni.Non vi è dubbio che
il sud del mondo, come il nord, non possa essere
rappresentato come una realtà omogenea; ed infatti il
movimento sta aiutando lo sviluppo di movimenti
antiliberisti nei Paesi del sud del mondo in
contrapposizione sia alle oligarchie localmente
dominanti, fortemente corrotte e subalterne alla
politica delle potenze occidentali, sia ai movimenti
integralisti religiosi. In questo quadro la nostra
opposizione alle guerre, comprese quelle svolte per
procura, ossia per interesse di Paesi terzi per lo più
del nord del mondo, e quelle finalizzate al controllo
delle fonti energetiche quali ad esempio il petrolio,
è assolutamente totale, «senza se e senza ma». Anche
in questo caso ribalto la critica alla stessa Bonino:
sarà in piazza con noi il 15 febbraio quando in decine
di capitali in tutto il mondo il movimento dei
movimenti manifesterà contro la guerra all'Iraq e
contro ogni altra guerra? O in quel caso la certezza
di altre decine, se non di centinaia, di migliaia di
morti innocenti, già oggi sofferenti sotto la
dittatura di Saddam, peseranno meno della realpolitik
o della retorica in difesa della civiltà
occidentale?Nel frattempo, scrivendo questa risposta,
mi sono ulteriormente convinto: credo che per Emma
Bonino, ma non solo per lei, partecipare al Forum di
Porto Alegre sia un'occasione irripetibile, veramente
da non perdere, perché in quelle giornate le polemiche
e i proclami lasceranno lo spazio all'elaborazione di
proposte e di progetti concreti. Nel 2001 ci siamo
chiesti chi eravamo, nel 2002 quali erano i nostri
obiettivi, ora è venuto il tempo di individuare i
percorsi e le strategie concrete per realizzarli.
http://www.unita.it/index.asp?SEZION...TOPIC_ID=22594




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...prodotto mediatico di Vespa e Santoro che fino ad un anno fa non lo conosceva nemmeno quello della porta affianco.
