«L’arresto di cinque marocchini irregolari e in possesso di esplosivo, avvenuto in Veneto, dimostra non solo che i timori espressi da tempo dalla Lega Nord sulla minaccia dell’integralismo islamico nel nostro Paese sono reali, ma anche che, alla luce di questo ennesimo fermo di possibili terroristi musulmani da parte delle forze dell’ordine, le recenti dichiarazioni del ministro dell’Interno Pisanu sulla necessità di un “dialogo” con un cosiddetto Islam “moderato” (ma esiste?) sembrano lontane dalla realtà». Questo il commento di Roberto Calderoli, coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord e vicepresidente del Senato, all’indomani dell’arresto dei cinque marocchini compiuto a Badia Polesine (Ro). «Prima di tutto - continua il senatore Calderoli - bisogna debellare in maniera decisa gli esponenti dell’Islam “estremista”, che purtroppo si allignano nel nostro Paese grazie alle precedenti politiche buoniste in materia di immigrazione. Prima che sia troppo tardi e chi detiene esplosivi passi ad attuare attentati sul nostro territorio». Intanto il Velino di mercoledì spiegava che: «Dopo il generale Carlo Jean (presidente della Sogin), anche il premio Nobel Rubbia (Enea) ha richiamato l’attenzione sui rischi che corre l’Italia per i possibili attentati terroristici a siti nucleari dislocati sul territorio nazionale. E sui pericoli che corrono i nostri impianti dopo l’11 settembre». Ma il problema per l’Italia, ha spiegato al Velino il presidente di Sogin, la società che ha ereditato le quattro centrali nucleari dell’Enel (con il compito di smantellarle), sembra tutt’altro: «Burocrazia, lassismo e fiducia irrazionale nella buona sorte sono gli elementi che hanno caratterizzato fin qui il processo di archiviazione dell’esperienza nucleare nel nostro paese. Un cocktail che potrebbe risultare micidiale in caso di attentati terroristici e non solo. Tre anni fa, per esempio, lo straripamento della Dora poteva trasformarsi in una vera catastrofe sanitaria e ambientale. Nel 2000, infatti, l’esondazione del fiume minacciò la tenuta dell’impianto Enea di Saluggia, dove sono tuttora custoditi 200 metri cubi di scorie radioattive liquide ad alta attività, conservate in soluzione acida. In condizioni normali le bizze del fiume non avrebbero costituito una minaccia alla sicurezza. Ma nel caso specifico le esondazioni andavano a lambire contenitori di scorie vecchi, anzi vecchissimi: si trattava (e si tratta) infatti di tre serbatoi di acciaio progettati per durare 20 anni e già in attività da oltre 35. E per chissà quanti anni ancora. Dal momento che non è ancora stato chiarito dove dovranno essere convogliate complessivamente le scorie italiane per il loro stoccaggio definitivo. E questo, naturalmente, blocca la risoluzione di ogni altra questione. Perché senza l’individuazione del sito unico di deposito, le autorità locali su cui sorgono le centrali e in generale i depositi che custodiscono i residui radioattivi non sono disposti ad autorizzare nessuna attività di decommissioning. Insomma un cane che si morde la coda».




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