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Discussione: Pentiti ad orologeria

  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Pentiti ad orologeria

    dal quotidiano di Alleanza Nazionale

    " Secolo d'Italia del 04/12/2002


    --------------------------------------------------------------------------------
    Dopo una serie di "Messaggi in codice" dell'Unita' e di Violante nei verbali del boss spunta il nome del premier

    Giuffre': ah, gia', c'era anche Berlusconi...
    Mancavano 120 ore alla scadenza delle dichiarazioni del pentito. Che a quel punto si ricorda: si lui e Dell'Utri
    Silvio Leoni
    --------------------------------------------------------------------------------

    Roma - Per 175 giorni non c'è stato nulla da fare. Le "processioni" di pm e investigatori finivano sempre allo stesso modo.
    Ad ognuno di quelli- che si presentavano davanti alla porta della sua cella- con un bel verbale d'interrogatorio da riempire l'ex-boss Antonino Giuffrè diceva di non sapere nulla nè di Marcello Dell'Utri nè di Silvio Berlusconi. Niente di niente. Poi, un bel giorno, era l'8 novembre scorso, pare che al neopentito si sia improvvisamente accesa la lampadina: sì, Dell'Utri e Berlusconi, ora ricordo - avrebbe detto più o meno l'ex-perito agrario al quale Cosa Nostra aveva affidato il mandamento di Caccamo ("la Svizzera della mafia", la definiva Falcone) - Dell'Utri avrebbe ricevuto appoggio elettorale da parte di Cosa Nostra nelle elezioni del '99.
    Quanto a Berlusconi, "i boss Filippo e Giuseppe Graviano insieme all'imprenditore Gianni Ienna facevano da tramite direttamente fra Cosa Nostra" e il leader di Forza Italia.
    L'ex-capomafia di Caccamo racconta che i boss della Cupola nel 1993 erano arrivati alla conclusione di appoggiare la nuova formazione politica "di cui facevano parte gli uomini della Fininvest". I pm chiedono al pentito il perchè di questa scelta? "Signor procuratore - risponde Giuffrè con il tono ovvio di chi deve spiegare anche le cose più banali a un ragazzino che non ci arriva - Berlusconi era conosciuto come imprenditore e per le, sue emittenti". "É una persona abbastanza capace - aggiunge - di portare avanti un pochino le sorti dell'Italia". E quello che vuol dire il buon Giuffrè si capisce tra le righe: se era capace di "portare avanti "un pochino" le sorti dell'Italia", figuriamoci come sarebbe riuscito a rilanciare Cosa Nostra nell'empireo delle grandi organizzazioni criminali...
    Non solo. Giuffrè aggiunge ai pm che quell'8 novembre lo interrogano, che nel '93 Provenzano gli avrebbe raccontato di essere riuscito ad agganciare i vertici di Forza Italia per presentare una serie di richieste su alcuni argomenti che interessavano l'organizzazione. Quali? L'abolizione del regime carcerario del 41 bis, la revisione dei processi, la legge sui collaboratori di giustizia, la legge sul sequestro dei beni e l'alleggerimento della pressione sulle cosche da parte della magistratura.
    "Questi nuovi referenti politici - avrebbe assicurato Provenzano a Giuffrè nel '93 - nell'arco di dieci anni avrebbero fatto ottenere questi risultati". E, a conti fatti, dieci anni sono più o meno passati. Peccato che nel '93 Forza Italia ancora non esisteva come un partito organicamente e gerarchicamente strutturato con tanto di vertici se non nelle visioni sorprendentemente futuristiche di Giuffrè.
    A chi lo interroga, naturalmente, non deve essere sembrato vero che quando oramai mancano poco meno di 120 ore alla fatidica scadenza prevista dalla legge sui pentiti, Giuffrè abbia avuto quel formidabile colpo di memoria. Che riapre nuovi scenari sulla "mafiosità" della Fininvest e di Forza Italia e del suo presidente. E, soprattutto, che dà una boccata d'ossigeno alle inchieste mai approdate a nulla.
    E così il collaboratore viene ripreso dal pm, il quale coglie l'occasione per chiedere se in passato "c'erano state altre occasioni in cui le dinamiche di Cosa nostra o le attività dell'organizzazione si erano incrociata con quella imprenditoriale di questo soggetto?". Vedi mai ne uscisse qualcosa di nuovo... Ecco cosa risponde il collaboratore: "Sin da allora sapevamo il discorso dello stalliere, sapevamo di Mangano che era alle dipendenze di Berlusconi, insomma sapevamo già da tempo che c'era un certo contatto tra Cosa Nostra e Berlusconi, grazie alla persona che aveva direttamente in casa. Poi vi erano altre persone che aveva nei punti chiave della sua amministrazione, diciamo un'altra...".
    Il collaboratore li si ferma e non aggiunge altro. E i magistrati, sorprendentemente, non chiedono di conoscere il nome di questa persona.
    Giuffrè ricorda anche il, tentativo di imporre il pizzo alla Standa in Sicilia. Una decisione che sarebbe stata presa da Totò Riina, su suggerimento del boss catanese Nitto Santapaola. Quest'ultimo, secondo il collaboratore, facendo pressioni sulle sedi della Standa "voleva intrattenere un rapporto diretto con Berlusconi".
    Ora però per capire bene tutta la manovra che c'è dietro alle "rivelazioni" di Giuffrè, arrivate, guarda caso, ad una manciata di ore dallo scadere dei fatidici sei mesi e non un giorno di più che la legge concede ai pentiti per "ricordare", bisogna fare qualche conto semplice semplice.
    Vediamo un po' di date, tanto per mettere a fuoco lo straordinario tempismo di queste dichiarazioni in zona Cesarini. Giuffrè viene arrestato - perchè "tradito"; così racconta la cronaca ufficiale, da una telefonata anonima che dà le coordinate del suo rifugio - il 16 aprile del 2002.
    Ma fino al 19 giugno non c'è niente da fare. Le processioni di pm e investigatori si fermano di fronte alla porta della sua cella. Due mesi di silenzio.
    Poi, quel giorno, la folgorazione: Giuffrè decide di collaborare. E parte proprio dal delicato rapporto tra politica e mafia raccontando di un attentato che egli stesso avrebbe dovuto portare a termine contro il diessino Lumia.
    Poi, via via, Giuffrè racconta altre vicende che con la politica poco c'entrano. In carcere per le sue dichiarazioni, finiscono 29 persone.
    Ma il suo pentimento provoca anche un pesantissimo scontro interno alla Procura di Palermo.
    Sono oramai archiviati i tempi di Giancarlo Caselli e il suo successore, il procuratore Grasso che teme le fughe di notizie che in maniera sistematica hanno caratterizzato e scandito negli scorsi anni i tempi della maggior parte delle inchieste palermitane, "blinda" il pentito. E decide che sarà solo lui ed altri tre pm ad interrogare Giuffrè.
    La preoccupazione di Grasso è tale che ordina che i verbali vengano redatti dagli stessi pm senza l'aiuto di nessun cancelliere o ufficiale di polizia giudiziaria. Passa poco tempo. E si scatena il finimondo. Due pm, tra cui l'aggiunto Guido Lo Forte, l'ex-braccio destro di Caselli, tenuti fuori dal round di interrogatori a cui viene sottoposto Giuffrè che non ha ancora fatto il nome di Berlusconi e Dell'Utri, annunciano che e ne andranno in rotta con Grasso e proprio per essere stati tagliati fuori.
    Le ore che seguono sono affannose. Le riunioni si rincorrono. Dalle facce tirate dei magistrati si capisce che la faccenda, comunque vada, si lascerà dietro parecchi strascichi. Alla fine lo scontro, almeno ufficialmente, rientra. Ma la frittata oramai è fatta.
    L'8 novembre ecco che arriva il "regalo": Giuffrè interrogato, scopre che esiste un signor Berlusconi. Non si stupisce Enzo Fragalà, capogruppo di An in Commissione Giustizia: "Sorpreso? Per nulla - dice Fragalà - semmai si è manifestata proprio nei tempi e nei modi che immaginavamo. "L'eclatante rivelazione" collima in modo inquietante con la discussione per la proroga a 360 giorni delle collaborazioni dei pentiti, in corso in Commissione Antimafia, e spiega, inequivocabilmente, l'insurrezione dei pm palermitani al momento della rivelazione del pentimento di Giuffrè da parte del procuratore Grasso, che voleva gestire direttamente la collaborazione del boss mafioso".
    Nella ricostruzione dei tempi, il parlamentare di An assegna un ruolo preciso all'ex-magistrato giutizialista Luciano Violante: "guarda caso - nota con ironia Fragalà - il capogruppo dei Ds alla Camera, senza che si conoscessero i verbali e le dichiarazioni di Giuffrè, già il 30 novembre chiedeva attrarverso l'Agenzia Ansa l'autorizzazione a procedere del Parlamento per quei deputati che risultassero coinvolti dopo che il 29, a tarda sera, un altro lancio aveva,,annunciato nomi di politici coinvolti nelle dichiarazioni del boss mafioso".
    "Sono - dice il parlamentare di An - analogie inquietanti con il "modello Buscetta" le cui dichiarazioni a rate furono anticipate, anche in quel caso, nel 1994, dallo stesso Violante e condussero alla nota vicenda del processo Andreotti".
    Ma, accanto a Violante, c'è, annota Fragalà, un altro soggetto attivo in questa campagna: "tutto questo era cadenzato dagli articoli riportanti presunte dichiarazioni di Giuffrè pubblicate dall'Unità a firma di Saverio Lodato".
    "A Nino Giuffrè si dovrà chiedere ancora tanto -aveva commentato il procuratore di Palermo, Pietro Grasso quando l'ex-boss aveva iniziato a collaborare - e questi 180 giorni che la.legge prevede per esaurire le dichiarazioni dei collaboratori ci sembrano davvero po chi per scandagliare la mente di un uomo che ha immagazzinato tanti dati".
    Eccolo accontentato. A 175 giorni Giuffrè tira fuori la "polpa": Berlusconi e Dell'Utri mafiosi.
    "


    Saluti liberali

  2. #2
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    in cauda venenum

  3. #3
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    Originally posted by pcosta
    in cauda venenum
    Ovvero: sono volatili per diabetici....
    Cum Feris Ferus

    Chi striscia non inciampa. Cit.

  4. #4
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    da www.ilnuovo.it

    " L'orologio mafioso, Greenwich della politica


    di Francesco
    Fusco

    Giuffrè, superpentito che non produce arresti
    Come mai non rivela i nascondigli del suo capo?
    Perdonate i ricordi di chi la mafia l'ha studiata...
    Cosa Nostra conosce il Don Basilio rossiniano


    Il simbolo della puntualità temporale è l'orologio dell'osservatorio astronomico di Greenwich, che segna il cosiddetto "tempo universale". Ad esso fanno riferimento tutti gli orologi del mondo, ed è sul suo meridiano che si regola l'ora. Per la politica italiana da diversi anni vi è invece un altro punto di riferimento. Puntuale, come quello di Greenwich. E' il meridiano di Palermo, dove a dare il "tocco", inteso come rintocco di campana che segna la puntualità, sono i vari "pentiti" o collaboratori di giustizia che si susseguono a rivelare le loro verità.

    L'ultimo in ordine di tempo è Antonio Giuffrè, definito "superpentito" oltre che braccio armato di Bernardo Provenzano. Perché ne parlo? Perché si tratta dell'ennesimo, puntuale risuonare di un orologio che mescola interessi mafiosi da una parte con processi "eccellenti" dall'altra. Perché, da vecchio cronista, il fenomeno mafioso lo ho osservato, esaminato, vissuto, fin dal 1956, allorché assieme al povero Pippo Fava, collaborai a quella prima inchiesta di ampio respiro che Fava pubblicò a puntate sul Tempo Illustrato, e che per i fenomeni descritti, gli omicidi, i rapporti fra mondo cosiddetto imprenditoriale e gli uomini d'onore, contribuì alla nascita della prima Commissione Parlamentare Antimafia. Allora imperava Genco Russo, il boss di Mussomeli, destinato poi al confino a Lovere, dopo un processo svoltosi a Caltanissetta.

    Ero andato a intervistarlo a casa sua, proprio per quella prima inchiesta, forte di due foto, che mi erano pervenute per vie traverse, una che ritraeva il boss ai funerali del famigerato zu Calò, ovvero quel Calogero Vizzini che aveva dominato la vecchia mafia, dove appunto Genco Russo veniva ritratto mentre portava sulla spalla, al posto di solito riservato al figlio maggiore, quindi all'erede, la bara del defunto. L'altra lo ritraeva nella hall dell'Hotel delle Palme di Palermo, assieme agli "eccellenti" importati dagli Usa nel dopoguerra: Lucky Luciano e Frank Coppola.

    Erano prove della sua posizione all'interno della cosiddetta "onorata società", che viveva però ancora di abigeati, usura, controllo dell'acqua per l'irrigazione dei giardini, speculazioni edilizie. E non era ancora entrata nella attuale logica, instaurata da Luciano Liggio con l'uccisione del professor Navarra, e con l'introduzione sulla scena di due allora giovani picciotti, di nome Riina e Provenzano.

    Un cammino lento, costellato però di stragi, la più eclatante di allora quella di Ciaculli, che esponeva i Greco a ruolo di protagonisti. Tutti avvenimenti l'uno legato all'altro, come i 157 omicidi, oggetto di un'altra mia inchiesta condotta allora per Rotosei, o come l'arresto di Luciano Liggio, che voci interessate avevano indicato ai carabinieri come degente presso la clinica del fratello di un uomo politico legato alla corrente fanfaniana.

    Per evitare lo scandalo, Liggio era stato trasportato, pare a bordo di un ambulanza, nella sua casa di Corleone, dove i carabinieri avrebbero dovuto procedere al suo arresto. Liggio era consenziente senza dubbio, se attendeva a letto che i "carramba" venissero a prenderlo per metterlo al sicuro da ritorsioni che erano pronte da parte di altre cosche. Ma la Polizia intercettava i telefoni dell'Arma e così arrivò per primo il commissario Mancuso. E noi cronisti potemmo assistere alla discesa dalla scala del terribile Luciano, fra gli agenti di Ps.

    Ecco, la storia della mafia, è tutta fatta così. Di foto che arrivano improvvisamente per dare la prova necessaria a processare Genco Russo, di capi che fanno conoscere il proprio rifugio per farsi mettere al sicuro, di auto imbottite di tritolo nei pressi della casa di un altro boss per accendere i riflettori su un loro rivale. Per arrivare infine ai nostri tempi, con un bacio di Andreotti e Riina ( ma solo dopo una cattura facile se confrontata agli anni di latitanza) e uno dei due ex-picciotti di Liggio, Provenzano ( l'altro era appunto Riina) che continua a latitare. Ed ecco il suo uomo più fidato, il suo braccio armato, che lo scorso aprile improvvisamente si costituisce, e diventa un fiume in piena di parole, per tutti i Pm che hanno interesse a fatti di mafia, a conoscere collegamenti, trame, soprattutto con gli "eccellenti" della politica.

    Da una parte Andreotti, dall'altro Dell'Utri, e attraverso questi Berlusconi. Tutte parole fatte di "sentito dire", mai una diretta conoscenza, un riscontro con avvenimenti: saltano fuori i nomi dei fratelli Graviano, di Iemma, ma non dei misteriosi fantomatici collegamenti, degli insospettabili che avrebbero reso possibili tali connivenze. Eccetto quello dello stalliere Mangano, ormai defunto, e del quale si può dire quel che si vuole, perché al massimo potrà venire dall'aldilà a tirare loro le coperte. Ma non una parola sui nascondigli di Provenzano, sui suoi spostamenti, sui mezzi o le persone usate per ricevere ordini, sulla struttura che lo assiste e gli consente la latitanza, gli fornisce auto, soldi, mezzi di sostentamento.

    Sono quasi sei mesi che Antonio Giuffrè parla, e tuttavia dal suo fiume si parole non è scaturita neppure un'irruzione,una retata, un arresto di un mafioso. Solo 60 pagine inviate prima all'Unità, poi alla Corte d'Appello che processa Andreotti, e altre 40 acquisite al processo Dell'Utri, raccolte dai Pm che il capo della Procura di Palermo, Grasso, aveva tenuto fuori dagli interrogatori di Giuffrè e che avevano per questo alzato un polverone di proteste.

    Poi il computer del Pm che aveva registrato quel fiume di parole manomesso, i files copiati. Per conto di chi? Adesso vengono fuori i nomi di Pino Lipari e Tommaso Cannella, arrestati agli inizi dell'anno, che dovrebbero fornire i riscontri necessari per dare genuinità, rilevanza, novità e completezza a tutta la storia. Non è che quei files copiati serviranno a far imparare a memoria il loro contenuto onde far coincidere i racconti, le nebulose circostanze, e così fornire i cosiddetti riscontri?

    Sono tutti elementi che fanno riflettere, almeno chi conosce come agisce la mafia, quali sono i contorti processi mentali che ne hanno consentito la sopravvivenza, la capacità di mimetismo, il modo di creare situazioni di favore per poi pretendere la restituzione con gli interessi.

    Ricordo il racconto di un giovane universitario, della provincia di Caltanissetta. Lo incontrai al bar dell'Hotel delle Palme, dove quasi ogni sera mi incontravo con il compianto Nello Simili, allora commentatore politico per La Sicilia di Catania. Questo giovane nisseno, di buona famiglia, alloggiava anch'egli nello stesso albergo per attendere agli esami della sessione estiva. Il suo racconto aveva dello stupefacente. L'anno precedente, era il 1962, era venuto per la stessa ragione, e nella hall aveva conosciuto un uomo anziano, la cui descrizione corrispondeva a quella di Genco Russo ( il suo strabismo era inconfondibile). Avevano chiacchierato, e lui appunto aveva raccontato che il giorno successivo avrebbe dovuto sostenere gli esami, non ricordo bene se di Diritto privato o romano.

    L'esame era andato male, e il nostro di ritorno in albergo aveva incontrato appunto Genco Russo, il quale gli aveva chiesto come fosse andata. Di fronte allo scoramento del giovane ( il quale ignorava chi fosse il suo interlocutore), il boss lo aveva invitato a seguirlo nella cabina telefonica. E da qui aveva chiamato il professore che aveva bocciato il suo improvviso "protetto". "Caro professore - così si espresse l'allora boss dei boss stando al racconto del giovane nisseno - credo che oggi lei abbia sottovalutato uno dei suoi allievi. Per stanchezza immagino. Lo so quanto sono pesanti i periodi degli esami. Che faccio, glielo rimando? Anche subito, se Lei è così gentile. Si, parte adesso". E, riappoggiato il telefono alla forcella: "Vai, che ti aspetta, e non mi far fare una cattiva figura". Il giovane ottenne un trenta, forse immeritato, senza neppure dover ripetere l'esame. Indubbiamente Genco Russo aveva visto nell'universitario un futuro avvocato al quale ricordare al momento opportuno l'esito di un favore non richiesto, e chiedere in cambio qualcosa che l'altro non avrebbe "potuto rifiutare".

    Adesso Provenzano fa costituire Giuffrè. Ci si chiede: è un favore gratuito? E a chi? Intanto un primo effetto, anche se domani mancheranno i riscontri obbiettivi, lo ha ottenuto. Tutti potranno dire ancora una volta - visto l'ipse dixit di Giuffrè che una poco cauta magistratura ha creduto di poter diffondere prima di accertarne la veridicità - che è vero, i legami tra Andreotti e Berlusconi con la mafia sono "provati", e prima ancora che si concludano i processi, si affida a una parte della pubblica opinione meno informata l'emissione di una sentenza. Ricordate Don Basilio di Rossiniana memoria?

    Parlava in un famoso "crescendo" di un "venticello" che poco a poco si gonfia fino a diventare come "un rombo di cannone". Il danno è fatto. E nemmeno una sentenza definitiva della magistratura lo potrà cancellare.Neppure quella della Corte di Giustizia di Strasburgo come è avvenuto per i processi a Craxi, dove i sentito dire erano stati tanti.

    (6 DICEMBRE 2002, ORE 12
    "


    Cordiali saluti

  5. #5
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    I Giuffre delle cosche procuratoriali non possono produrre altro. E le indagini delle "antimafie" sono bloccate da sempre dalle cosche sinistre.
    Liquidare l'antimafia e sopprimere le procure sempre più dannose.

  6. #6
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    liquidare l'antimafia? ++++++++++++++++++++++
    Falcone saltato per aria...
    Borsellino saltato per aria...
    Jannuzzi++++++++++++++++++++++++++++, nello stesso tempo scriveva che "Falcone e De Gennaro" rappresentano "Cosa Nostra 2..."
    il vostro Dell'Utri che si incontrava col boss Di Carlo a Londra...ma solo causualmente...a chi non capita?
    e altrettanto casualmente il Berlusconi, tra i tanti stallieri d'Italia, andava ad assumere il Mangano...che, stanco della vita che conduceva a palermo come spacciatore, decise di trasferirsi a MIlano per la gioia di spalare m++ nella villa di Arcore...

  7. #7
    SENATORE di POL
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    I nemici di Falcone eran a sinistra, nella sinistra giudiziaria all'interno del CSM, nella sinsitra politica in Parlamento, nella sinistra "culturale"......le medesime che oggi sostengono il girotondismo e la politica della mistificazione, della calunnia, come neppure la mafia riesce a fare.

    Saluti liberali

  8. #8
    Asteroids
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    "Sono quasi sei mesi che Antonio Giuffrè parla, e tuttavia dal suo fiume si parole non è scaturita neppure un'irruzione,una retata, un arresto di un mafioso. Solo 60 pagine inviate prima all'Unità, poi alla Corte d'Appello che processa Andreotti, e altre 40 acquisite al processo Dell'Utri, raccolte dai Pm che il capo della Procura di Palermo, Grasso, aveva tenuto fuori dagli interrogatori di Giuffrè e che avevano per questo alzato un polverone di proteste."

    Chissà perchè una volta arrestati diventano subito utili in alcuni processi "strategici" evidentemente sanno cosa interessa a certi giudici.

  9. #9
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    Pieffebi, ma cosa ti ha fatto di bene Dell'Utri che me lo difendi così a spada tratta?

    Dì la verità, è tutto Violante che manovra, dai. E' una potenza, sto Violante.

    Ma com'è che gli danno tutti retta, i pentiti? Secondo te li paga? E dove li trova i soldi? C'ha anche Violante fondi neri alle Bahamas? Oppure con i rubli insanguinati del KGB di Putin?

    Indaghiamo, indaghiamo.

  10. #10
    Sospeso/a
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    Predefinito

    Originally posted by Asteroids
    "Sono quasi sei mesi che Antonio Giuffrè parla, e tuttavia dal suo fiume si parole non è scaturita neppure un'irruzione,una retata, un arresto di un mafioso. Solo 60 pagine inviate prima all'Unità, poi alla Corte d'Appello che processa Andreotti, e altre 40 acquisite al processo Dell'Utri, raccolte dai Pm che il capo della Procura di Palermo, Grasso, aveva tenuto fuori dagli interrogatori di Giuffrè e che avevano per questo alzato un polverone di proteste."

    Chissà perchè una volta arrestati diventano subito utili in alcuni processi "strategici" evidentemente sanno cosa interessa a certi giudici.
    E cosa ci guadagnano "certi giudici" a manovrare i pentiti? Bonifici in Svizzera come "certi altri giudici"? E chi li fa ste bonifici?

    Indaghiamo, indaghiamo.

 

 
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