Il Cairo, gennaio - Giornali e agenzie stampa hanno diffuso la notizia che nella prima decade di gennaio Abou Abbas è stato in Egitto per partecipare ai colloqui interpalestinesi, in corso da novembre, tesi a definire la strada da seguire nei confronti di Israele in questa fase della lotta di liberazione nazionale. Ma poche ore dopo essere sbarcato al Cairo, il Dipartimento di Stato americano ha chiesto alle autorità locali se fosse vera la notizia della presenza in Egitto del capo del Fronte di Liberazione della Palestina, a cui viene attribuita la responsabilità del dirottamento dell'Achille Lauro nel 1985.

"Prendiamo molto sul serio la questione e stiamo cercando di appurare l'affidabilità dell'informazione", aveva dichiarato minaccioso il portavoce del Dipartimento di Stato Richard Boucher. Abbas ha preferito quindi sparire velocemente dalla capitale egiziana per poi denunciare, in un'intervista telefonica al quotidiano arabo internazionale Asharq al-Awsat, di essere stato informato che la sua vita era in pericolo e costretto quindi a ripartire il più rapidamente possibile.

Arabmonitor ha incontrato il cinquantaduenne Abou Abbas, ovvero Mohammad Abbas, l'estate scorsa, in una capitale araba. Si è trattato di una conversazione senza un preciso filo conduttore che non abbiamo pubblicato pensando di poterla continuare e completare. Ora, però, visto l'interesse che l'apparizione di Abou Abbas ha suscitato, la proponiamo ai nostri lettori.

Ma quando il governo italiano (Bettino Craxi presidente del Consiglio e Giulio Andreotti ministro degli Esteri) la fece partire da Fiumicino con un volo della compagnia di bandiera jugoslava, con gli americani presumibilmente furibondi, cosa ha pensato ?

"Ricordo che sono rimasto incollato al finestrino molto a lungo per scrutare il cielo: aspettavo che comparissero dei caccia americani costringendoci a seguirli".

Lasciando Roma, fece perdere le sue tracce immediatamente. Sono passati 17 anni, ci può raccontare che strada fece per non rischiare di essere arrestato ?

"Trascorsi due settimane a Belgrado. Intanto, venni raggiunto da due compagni del Fronte di Liberazione che erano venuti per guardarmi le spalle. Portarono anche dei passaporti dello Yemen del Sud, perché con quei documenti si poteva entrare in Ungheria senza il visto. Da Belgrado prendemmo un volo per Mosca e da lì per Budapest. Restammo alcuni giorni in Ungheria, per poi volare a Sofia. Due settimane in Bulgaria e da lì in aereo ad Aden (allora capitale della Repubblica popolare dello Yemen). Giunti nello Yemen, non c'erano più pericoli".

Ha cercato mai di contattare Bettino Craxi ?

"Certamente. Mi ha anche risposto da Tunisi. Ci siamo scambiati delle lettere dopo il 1996. Siamo rimasti in contatto attraverso una terza persona".

Lei ha sempre guardato all'Italia con un occhio di simpatia. Non è vero ?

"Due anni fa il presidente Arafat e io abbiamo scritto da Gaza una lettera al primo ministro italiano per riaffermare la volontà di avere buoni rapporti con l'Italia".

Qualcuno l'ha accusato di essere stato l'architetto della Karine A (la nave carica di armi, intercettata da Israele nel Mar Rosso nel dicembre 2001, che Tel Aviv ha sbandierato come prova dell'inaffidabilità di Arafat). Si è parlato anche delle responsabilità di suo figlio.

"Sì, delle responsabilità di mio figlio Alì, che adesso ha 14 anni. Pensi un pò. Comunque, non vedo perché un trasporto di armi ai palestinesi debba suscitare tanto rumore. Quante armi sono arrivate in Palestina clandestinamente negli anni Quaranta-Cinquanta per essere usate dagli israeliani ? Tante".

Ma cosa pensa della storia della Karine A ?

"Penso che le autorità del Qatar ne sappiano un bel pò. Quello che so io è che la nave era rumena e credo che Israele ne conoscesse tutti i dettagli".

E adesso Fouad Shubeiki è in carcere a Gerico per la vicenda della Karine A.

"Che vergogna. Gerico è come Spandau: ci sono le guardie inglesi e americane, non c'è più Rudolf Hess da custodire, ma sei palestinesi".

Non è mai tornato in Palestina da quando è scoppiata la nuova Intifada ?

"Avevo lasciato Gaza ai primi di settembre del 2000, sono andato a Ramallah e poi in Giordania, quando Sharon ha fatto la sua passeggiata alla Spianata delle moschee. Per novembre era previsto un incontro a Gaza del Consiglio nazionale palestinese, ma non si è più tenuto".

Ma quando ha visto l'ultima volta il presidente Arafat ?

"In Giordania nel 2001".

Ha dei contatti con lui?

"Certamente, ma attraverso degli altri".

Prima che scoppiasse l'Intifada, quando entrava e usciva dai territori dell'Autonomia palestinese, gli israeliani non hanno mai cercato di fermarla ?

"Sì, una volta, nel 1999, a Gaza. Hanno accerchiato per cinque ore la palazzina al confine con l'Egitto, quando hanno saputo del mio arrivo. Volevano arrestarmi. Ricordo che ero chiuso dentro l'edificio con Dahlan che mi chiamava da Gaza e Abou Mazen da Gerusalemme".

Trent'anni fa lei era in Unione Sovietica.

"Sì, ho fatto l'addestramento militare in Unione Sovietica nel 1971 e poi sono tornato diverse volte, ma più che un comunista, mi considero un nazionalista arabo" .

La Russia di oggi non è l'Unione Sovietica di ieri.

"Lo so bene, infatti è incredibile pensare che un Paese ricco come quello debba chiedere l'elemosina agli Stati Uniti. Come è altrettanto incredibile che la Jugoslavia sia stata distrutta. Con la fine dell'Unione Sovietica è venuto a mancare l'equilibrio a livello internazionale e noi palestinesi ne abbiamo sentito le conseguenze più degli altri. Gli accordi di Oslo, poi, ci avevano dato una speranza che non si è realizzata".

Ma qual è il vero nodo della questione palestinese ?

"Il diritto dei profughi a tornare in patria: sia quelli del 1948 che quelli del 1967".

Ma la lotta palestinese deve continuare ?

"Assolutamente. A volte con mezzi militari, a volte con mezzi politici, ma deve svolgersi comunque dentro i confini della Palestina per non compromettere l'immagine della resistenza".


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