26.01.2003
Lula ai potenti di Davos: «Vogliamo un nuovo patto. Contro la guerra, contro la povertà»
di Marina Mastroluca
«Dieci anni dopo la caduta del muro di Berlino, sussistono altri muri. Il muro tra chi mangia e chi ha fame, il muro che separa chi ha un lavoro dai disoccupati, il muro tra chi sa leggere e scrivere e gli analfabeti. Tra quelli che vivono con dignità e quelli che vivono nelle strade o nelle favelas. Abbiamo bisogno di nuove etiche». Parla di armi e parla di guerra, Luis Ignacio da Silva. Prende la parola davanti alla platea del Forum economico mondiale di Davos poco dopo il segretario di Stato americano Colin Powell, che usa le stesse parole, ma per dire altro. Lula, il presidente no global arrivato dritto da Porto Alegre, ha in mente una guerra diversa da quella all’Iraq. La guerra alla fame, la guerra per garantire il diritto alla dignità e alla pace.
«Dare a tutti la possibilità di fare tre pasti al giorno. Ecco una sfida per il Forum di Davos», dice il capo di Stato brasiliano. E il suo intervento, contestato al social forum da chi temeva che Lula finisse nella bocca del lupo, polverizzato nel meccanismo delle regole dei grandi, diventa di colpo il discorso più forte sentito in queste stanche giornate di Davos. Il presidente brasiliano propone un fondo internazionale, costituito dai paesi del G7, per combattere la fame nei paesi del Terzo mondo. Chiede un «Patto mondiale per la pace e contro la fame», una santa alleanza di altra natura rispetto a quelle in voga di questi tempi. Ricorda che troppo spesso «la povertà, la fame e la miseria sono un terreno fertile per la crescita dell’intolleranza e il fanatismo». Quando finisce, dopo venti minuti in cui parla di debiti che lievitano fino a strangolare ogni possibilità di sviluppo, di miliardi di esclusi, di un mondo che stritola i diritti di troppi, sulle sue parole piovono gli applausi di un migliaio tra capi di Stato, politici e imprenditori del pianeta che conta. Lacrime di coccodrillo, forse. Ma Lula incassa con la soddisfazione di essere riuscito a portare nel Forum economico mondiale un vocabolario inedito. «Ecco - dice - non mi sono lasciato mangiare e non ho mangiato nessuno».
Certo non saranno solo le parole a cambiare il corso della storia, qualcuno però doveva pur dirle, mettere in contatto Davos e Porto Alegre, due consessi che - dice il presidente brasiliano - se «si riunissero intorno ad uno stesso tavolo scoprirebbero di avere più cose in comune di quanto non credano». Lula parla dell’urgenza di coniugare l’espressione «nuovo ordine economico» con una dose maggiore di giustizia, per non lasciare disattese le domande di miliardi di persone che vivono ai margini. Punta il dito sulla necessità di «un nuovo programma di sviluppo mondiale condiviso»: che sia sviluppo per tutti, non solo per una parte del pianeta.
«Qui a Davos non c’è oggi che un dio, ed è il mercato libero - dice Luis Ignacio da Silva -. Ma il mercato libero deve avere per corollario la libertà e la sicurezza della popolazione. Vogliamo il commercio libero ma nella reciprocità. La comunità internazionale deve inoltre porre ostacoli alla fuga dei capitali nei paradisi fiscali». Libero scambio ad armi pari, quindi, senza imbrogli, perché per colmare il fossato del debito in cui finisce ogni speranza di sviluppo bisogna avere accesso ai mercati, poter vendere ciò che si è prodotto senza incappare in barriere protezionistiche o in un meccanismo truccato in partenza dalle sovvenzioni statali agli agricoltori dei paesi ricchi, Stati Uniti in testa: un sistema che, ricorda Lula, soffoca sul nascere le speranze del suo paese di uscire dal circolo vizioso dei debiti contratti per pagare altri debiti. «Vogliamo rispettare i diritti di tutti, ma vogliamo che gli altri rispettino i diritti del Brasile. Non vogliamo essere trattati come cittadini di serie B».
Nuove regole e una nuova etica, per gestire le sorti del pianeta e annientare la fame, vero obiettivo di una guerra che varrebbe la pena combattere, una guerra giusta. Dell’altro conflitto, quello che incombe da mesi e quotidianamente viene annunciato, il presidente brasiliano invece non parla. Dice che il suo paese «è fermamente orientato alla pace», che le crisi possono essere risolte negoziando sotto l’egida dell’Onu, che la fame e la povertà alimentano l’intolleranza e i conflitti: combatterle, significa lavorare per la pace.
Non parla di armi di distruzione di massa, Lula. Parla di milioni di dollari bruciati in armamenti, soldi spesi male, mentre milioni di bambini muoiono di fame. Non parla della guerra al terrorismo come ne parla l’amministrazione Bush. La lotta al riciclaggio, sostiene il presidente brasiliano nel paese dell’alta finanza e del segreto bancario, è fondamentale per sconfiggere il terrorismo e il crimine.
«Da questa montagna magica io vi invito a guardare il mondo con occhi diversi - dice Lula citando Thomas Mann -. È assolutamente necessario costruire un ordine economico mondiale che risponda alla domanda di miliardi di persone che vivono ai margini».
Dopo l'elemosina datagli come la si da allo zingarello insistente,immagino quanto lo abbiamo ascoltato i ministri del G8.
Ma chi selo caga il Brasile che conta come il 2 di picche?Ma vi rendete conto?![]()
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