sciopero
totale della fame
in attesa dell’indulto
Avevano cominciato i detenuti di Regina Coeli, nel corso dell’estenuante discussione parlamentare su indulto, indultino e amnistia, a manifestare con mitezza e civiltà la loro speranza per un buon esito del dibattito e la loro preoccupazione per un altro possibile nulla di fatto sul fronte del "gesto di clemenza" tanto invocato dal Papa. A Regina Coeli, così come nella precedente stagione di protesta, i detenuti hanno deciso di donare alla Caritas cinquecento pasti al giorno, pasti a cui hanno rinunciato con il simbolico ma non troppo "sciopero del carrello", ovvero il rifiuto del vitto dell’amministrazione. E da sabato, la popolazione detenuta di Rebibbia-nuovo complesso ha scelto, con un passo ulteriore, una forma più avanzata di protesta: lo sciopero totale della fame. Su mille detenuti, gruppi di dieci o quindici in ogni sezione e a rotazione si nutriranno di sola acqua, per due settimane. Fino al 4 febbraio, data in cui dovrebbe essere discusso e votato l’indultino, il solo e il più esile provvedimento di clemenza che sembra ancora possibile.
Spiega l’associazione Papillon-Rebibbia (www.Papillon-Rebibbia.org) che la speranza è nella ripresa di un dibattito su un vero e proprio provvedimento di indulto, come premessa di una generale riforma del sistema penitenziario; con l’auspicio di un intervento diretto del presidente del Consiglio.
Così, mentre le carceri non sono certo meno sovraffollate e il Comitato di bioetica lancia l’allarme sul fortissimo disagio vissuto dietro le sbarre, sul tasso di suicidi 20 volte più alto di quello riscontrato nella popolazione libera e su migliaia di episodi di autolesionismo, pazientemente e con una speranza non ancora sfinita la popolazione detenuta riprende la sua pacifica protesta. Le altre grandi carceri del Paese si stanno interrogando sulle possibili alternative: lo sciopero del carrello, della fame, dell’aria, del lavoro, per seguire l’esempio dei compagni di pena di Rebibbia, storicamente capofila delle grandi stagioni delle discussioni sulle riforme e degli scioperi. Prima della ripresa del dibattito parlamentare, il cui esito finora sterile è stato duramente stigmatizzato dall’"Osservatore Romano", ciascun carcere aveva scelto una o più forme di protesta contemporaneamente. Sempre civili, sempre miti. Da adesso e fino al 4 febbraio, la fatica sarà più dura, l’attesa più penosa