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    Predefinito Hans-Hermann Hoppe e affini

    Questa discussione è dedicata ad approfondire il pensiero paleo-libertarian di Hoppe e quanto gli è più o meno affine, tra parentesi raccoglieremo tutti qui vecchi articoli interessanti. :sofico:


    Hans-Hermann Hoppe
    HansHoppe.com - Austrian Economist and Anarcho-Capitalist Social Theorist

    Centralismo e secessione
    ____________________________________



    Nel lavoro del professor Miglio occupa un posto centrale il potere dello stato, e in particolare la natura del centralismo e del federalismo. Alla luce del collasso dell’Impero Sovietico, Miglio concluse queste analisi con la difesa del diritto di secessione come un diritto umano naturale e inalienabile, al pari del diritto all’autodifesa. E’ d’uopo, allora, che la mia relazione si soffermi su due fenomeni che sono di cruciale importanza nel lavoro di Miglio: il centralismo e la secessione.
    Uno stato è un monopolista territoriale della coercizione – sotto forma di espropriazione, tassazione e regolamentazione – ai danni dei detentori di proprietà privata. Assumendo che gli agenti del governo non siano mossi da null’altro che il loro proprio interesse, tutti gli stati faranno uso di questo monopolio e quindi manifesteranno una tendenza verso uno sfruttamento crescente. Da un lato, questo significa un accresciuto sfruttamento interno (e tassazione interna). Dall’altro, implica un’espansione territoriale. Gli stati tenteranno sempre di ampliare il proprio sfruttamento e la propria base fiscale. Facendolo, tuttavia, entreranno in conflitto con altri stati concorrenti. La competizione tra gli stati in quanto monopolisti territoriali della coercizione è, per sua stessa natura, esclusiva. Cioè, può esserci un solo monopolista dello sfruttamento e della tassazione in una certa area; quindi, la competizione tra stati diversi promuoverà una tendenza verso la crescita di centralizzazione politica e, alla fin fine, verso un solo stato mondiale.
    Secondo la visione ortodossa, questa centralizzazione è in genere un movimento “buono” e progressista. Si presuppone che le unità politiche più grandi – e alla fine un unico governo mondiale – comportino mercati più vasti e un aumento della ricchezza. Ma piuttosto che riflettere una verità, questo punto di vista ortodosso dimostra semplicemente che la storia viene tipicamente scritta dai vincitori.
    L’integrazione politica (centralizzazione) e l’integrazione economica (mercato) sono due fenomeni completamente distinti. L’integrazione politica comporta una maggiore capacità per uno Stato di imporre tasse e di regolare la proprietà (espropriazione). L’integrazione economica rappresenta una estensione della divisione interpersonale ed interregionale della partecipazione al lavoro e al mercato.
    Esiste, inoltre, un’importante relazione indiretta fra le dimensioni di uno Stato e il so tasso di integrazione economica. Un governo centrale con poteri su territori vasti – molto meno di un unico governo mondiale – non può nascere ab ovo. Tutte le istituzioni che hanno il potere di tassare e regolamentare la proprietà privata devono, al contrario, nascere piccole. Le dimensioni piccole contribuiscono alla moderazione. Un governo piccolo ha molti concorrenti, e se tassa e regola i suoi cittadini più dei suoi concorrenti sarà inevitabilmente soggetto ad emigrazione del lavoro e del capitale.
    Contrariamente a quanto asserisce l’ortodossia, è proprio il fatto che l’Europa aveva una struttura fortemente decentralizzata composta da innumerevoli unità politiche indipendenti, che spiega l’origine del capitalismo nel mondo occidentale. Non è un caso che il capitalismo sia nato in condizioni di estrema decentralizzazione politica: nelle città Stato del Nord Italia, nella Germania meridionale e nei Paesi Bassi secessionisti.
    La competizione fra piccoli Stati per avere soggetti da tassare li pone in conflitto fra loro. Il risultato di questi conflitti tra stati è che pochi di essi riescono a espandere i loro territori. Naturalmente, sono diversi fattori a determinare quali Stati vincono in questo processo di eliminazione concorrenziale, ma a lungo termine il fattore decisivo risulta la quantità relativa di risorse economiche a disposizione di un governo. I governi non contribuiscono attivamente alla creazione di ricchezza economica. Al contrario, attingono come dei parassiti dalla ricchezza esistente. Ma possono avere un’influenza negativa sulla quantità di ricchezza esistente. A parità di condizioni, minore è l’onere fiscale e di regolamentazione imposto da un governo alla sua economia, e più crescerà la quantità di ricchezza nazionale dalla quale lo stato potrà attingere per sostenere il suo conflitto con gli stati vicini. Gli stati che tassano e regolamentano al minimo le proprie economie – gli stati liberali – in genere riescono a espandere il loro territorio alle spese di quelli non liberali. Questo spiega perché durante il diciannovesimo secolo l’Europa occidentale arrivò a dominare il resto del mondo (invece del contrario). E spiega anche l’ascesa degli Stati Uniti al rango di superpotenza durante il ventesimo secolo.
    Tuttavia, man mano che i governi più liberali sconfiggono quelli meno liberali i governi avranno sempre meno incentivi a continuare la loro politica di liberalismo nazionale. Avvicinandosi allo Stato mondiale unico, scompaiono tutte le possibilità di opporsi a un governo votando coi piedi. Dovunque si vada, si ritrovano le stesse strutture fiscali e di regolamentazione. Eliminato così il problema dell’emigrazione, viene meno uno dei principali freni dell’espansione dei governi. Questo spiega gli sviluppi del ventesimo secolo: con la Prima guerra mondiale e ancora di più con la Seconda, gli Stati Uniti hanno ottenuto l’egemonia sull’Europa occidentale e sono diventati gli eredi dei loro vasti imperi coloniali. Infatti, in tutto il periodo gli Stati Uniti, l’Europa occidentale e gran parte del resto del mondo hanno registrato una drammatica e costante crescita del potere dei governi, della tassazione e dell’espropriazione regolamentatrice.
    Alla luce di tutto ciò, quindi, vi sono argomenti a favore della secessione.
    Inizialmente, la secessione non significa altro che spostare il controllo sulla ricchezza nazionale da un grande governo centrale ad uno più piccolo e regionale. Dipende in gran parte dalla politica regionale, se questo porterà a maggiore o minore integrazione economica e benessere. Comunque la secessione stessa ha un impatto positivo sulla produzione, perché una delle prime ragioni per la secessione è tipicamente la convinzione dei secessionisti di essere sfruttati da altri. Gli sloveni si sentivano sistematicamente derubati dai serbi e dal governo centrale jugoslavo dominato da questi; i baltici si risentivano di dover pagare le tasse ai russi e al governo russo dell’Unione sovietica. In virtù della secessione le relazioni nazionali egemoniche sono sostituite da relazioni estere contrattuali. L’integrazione forzata genera invariabilmente tensioni, odii e conflitti. In presenza dell’integrazione forzata è facile imputare gli errori a un gruppo o a una cultura “straniera” e rivendicare tutti i successi come propri; di conseguenza, le varie culture non hanno motivo di imparare l’una dall’altra. In un regime di “separati ma uguali” si è costretti ad affrontare la realtà non solo della differenza culturale, ma soprattutto dei gradi vistosamente diversi del progresso culturale. Soltanto l’apprendimento discriminante può aiutare un popolo secessionista a migliorare o mantenere la sua posizione di fronte ad un popolo concorrente. Invece di promuovere un appiattimento culturale, come accade nell’integrazione forzata, la secessione stimola un processo cooperativo di selezione e progresso culturale.
    Inoltre, come il centralismo tende alla fin fine a promuovere la disintegrazione economico, così la secessione tende a incoraggiare l’integrazione e lo sviluppo economico. La secessione comporta sempre maggiori opportunità di migrazione interregionale. Per evitare di perdere la parte più produttiva della sua popolazione, [un governo secessionista] è spinto sempre più ad adottare politiche interne relativamente liberali.
    In particolare, più un paese è piccolo, maggiore è lo stimolo a scegliere il libero mercato. Qualsiasi interferenza del governo nel commercio con l’estero limita necessariamente le possibilità di scambi infraterritoriali mutuamente vantaggiosi causando così un relativo impoverimento. Ma più un paese e il suo mercato interno sono piccoli, più drammatico sarà questo effetto. Un paese delle dimensioni degli Stati Uniti, per esempio, potrà raggiungere uno standard di vita relativamente alto anche rinunciando al commercio con l’estero. Se invece le città o le contee a predominanza serbe all’interno della Croazia secedessero da questa e perseguissero lo stesso tipo di secessionismo ne conseguirebbe un disastro. Quindi, più piccolo è un territorio e il suo mercato interno, più è probabile che esso sceglierà il libero scambio.
    La secessione, allora, non rappresenta un anacronismo, ma la forza potenzialmente più progressista della storia, soprattutto alla luce del fatto che, con la caduta dell’Unione Sovietica, ci siamo mossi più vicino che mai alla creazione di un “nuovo ordine mondiale”. La secessione incoraggia le diversità etniche, linguistiche, religiose e culturali, che nel corso di secoli di centralizzazione sono state soppresse. Porrà fine all’integrazione forzata determinata dalla centralizzazione e, invece di provocare conflitti sociali e livellamento culturale, promuoverà la pacifica concorrenza cooperativa di diverse culture territorialmente separate. In particolare, eliminerà il problema dell’immigrazione che affligge sempre più l’Europa occidentale e gli Stati Uniti. Attualmente, ogni qualvolta il governo centrale permette l’immigrazione, permette a degli stranieri di arrivare – letteralmente sulle strade del governo – fino alla porta di casa dei suoi residenti, senza chiedere se tali residenti desiderino questa prossimità o meno. La “libera immigrazione” rappresenta quindi per molti aspetti un’integrazione forzata. La secessione risolve questo problema perché lascia che i piccoli territori scelgano i propri standard di ammissione e decidano indipendentemente con chi vogliano associare il proprio territorio e con chi preferiscono cooperare a distanza.
    La secessione promuove, infine, l’integrazione e lo sviluppo. Il processo di centralizzazione ha creato un cartello internazionale di migrazione, commercio e moneta a corso forzato controllato e dominato dagli Stati Uniti, governi sempre più intrusivi e onerosi, statalismo globalizzato per il benessere e la guerra e stagnazione economico o addirittura un declino degli standard di vita. La secessione, se è sufficientemente diffusa, può imporre una svolta a questa situazione. Il mondo sarebbe composto da decine di migliaia di diversi paesi, regioni e cantoni e da centinaia di migliaia di libere città indipendenti come le “stranezze” rappresentate oggi da Monaco, Andorra, San Marino, Liechtenstein, Hong Kong, Singapore. Il risultato sarebbe un grande aumento delle opportunità per le migrazioni economicamente motivate attraverso il libero scambio e una valuta internazionale come l’oro. Sarebbe un mondo caratterizzato da una prosperità, una crescita economica e un avanzamento culturale senza precedenti.


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 21-09-09 alle 01:14

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    Predefinito Rif: Hans-Herman Hoppe e affini

    Il manifesto reazionario e aristocratico di Hoppe


    Mi permetto di esordire [...] segnalando un libro per i tipi della casa editrice “LiberiLibri” di Macerata che ha suscitato in me un certo interesse non tanto per le tesi ivi contenute, che ovviamente non risultano -almeno in assoluto- affatto originali per coloro che si sono formati sugli autori più classici del mondo della Tradizione, quanto per la singolare posizione filosofica e politica che il suo Autore [...].
    Molti di voi sapranno che la “LiberiLibri” di Macerata è una casa editrice (probabilmente sostenuta finanziariamente dall’area della destra liberale italiana e da suoi estremamente significativi esponenti parlamentari) alquanto “ellittica”e metodologicamente vicina al radicalismo libertario anglo-sassone nella sua versione più irriducibilmente conservatrice e reazionaria (nonostante molte sue tesi siano difficilmente schematizzabili) autoidentificantesi nel mito di una “Nuova Roma Repubblicana Atlantica”erede dello spirito senatoriale e “catoniano” delle antiche elites politico-militari della Città Santa [Roma, ndr].
    [...]
    Non a caso la collana di gran lunga più importante e autenticamente caratterizzante la produzione editoriale in questione è intitolata alle “Oche del Campidoglio”.
    Espletata questa doverosa ma lunga e -ahimè- forse noiosissima premessa vorrei passare ad analizzare il libro di Hans Hermann Hoppe:“Democrazia il dio che ha fallito”.
    L’Autore, un’economista inizialmente formatosi alla Scuola austriaca di Von Mises e poi inevitabilmente approdato alle posizioni ultra-libertarie di un Rothbard o di un Block (entrambi autori economisti di origine ebraica esponenti di una corrente di pensiero libertaria dichiaratamente anti-progressista e programmaticamente “neo-tolemaica”) affronta una questione estremamente problematica: come spiegare, affrontare e sovvertire l’attuale stato di decomposizione materialista, iper-capitalista, (neo)marxista e globalista in cui versano le comunità nazionali europee schiacciate dal dominio politico e sovversivo delle forme plebee dell’attuale organizzazione della società e della politica.
    Innanzitutto Hoppe fa clamorosamente i conti con sè stesso: il pensiero libertario non può in alcun modo essere un valido elemento “teleologicamente” fondante per civiltà europea contemporanea sconquassata dalla terribile crisi modernista.
    Il libertarianesimo anglo-sassone in tutte le sue varianti storiche e filosofiche -per quanto dotato di una indomabile carica anti-marxista ed anti-collettivistica- conduce inevitabilmente ad un solo esito: il dominio americano sul mondo.
    Ora Hoppe giunge a ritenere -seguendo un percorso accademico ed intellettuale sino a questo momento completamente estraneo alle correnti di pensiero della rivoluzione Conservatrice continentale- che il processo di decadimento europeo abbia un solo vero motivo scatenante: gli Stati Uniti d’America, autentico e ottuso organismo multinazionale armato della democrazia plebea e dell’egualitarismo populistico totalitario.
    L’ideologia americana è messa quindi a nudo nella sua struttura genetica essenziale: scientifica e ossessiva massificazione planetaria e distruzione sistematica e messianicamente implacabile delle aristocrazie europee che avevano dato, nel corso dei millenni spirito, ordine, forma e autorità all’Impero del Vecchio Mondo.
    Democrazia ed egualitarismo sono dunque i due dogmi “armati”che la sovversione planetaria anglosassone -autentica chiesa armata del profetismo biblico anti-tradizionale- ha utilizzato indefessamente (scatenando terrori ideologici e sanguinosissime inquisizioni militari) contro i popoli europei e le sue aristocrazie.
    Durissime le critiche di Hoppe al patriottismo americano svelato per quello che realmente dimostra di essere : una tenaglia altrettanto materialistica, economicistica, partitocratica, plebea e totalitaria della sua presunta controparte “socialista”o “(neo) marxista”.
    Sin qui la diagnosi.
    Alquanto densa di significato la terapia che l’Autore ritiene essere l’unica davvero efficace per svellere la terrificante morsa del mondialismo egualitarista moderno: la ricostruzione di nuclei aristocratici sulla base di un utilizzo militante del diritto di proprietà mutuato - in maniera integrale- dal Diritto Romano e dal Mos Majorum.
    Il sistema è ideologicamente e strategicamente ingegnoso: attraverso la totale rivendicazione del diritto di proprietà territoriale, immobiliare e intellettuale, nuove aristocrazie europee dovrebbero rimodellare la società sino ad esprimere rinnovate ma archetipiche forme di gerarchia tradizionale, sacra e organica rappresentazione della visione del mondo dei nostri Antichi.
    In questa pars costruens (che in realtà continua ad essere perfettamente allineata con quella destruens) Hoppe si avvicina quasi in maniera assoluta (e credo del tutto inconsapevole) all’Archeofuturismo di Guillame Faye passando anche attraverso la rivendicazione di una fase insurrezionale di separatismo secessionista quale strumento di decostruzione dell’attuale sistema geopolitico e finanziario.
    Ritorno alla costituzione di una pluralità di Ordini aristocratici armati, ripristino del diritto di conio di monete metalliche, fondazione di eserciti privati di stampo schiettamente “rinascimentale”, ricomparsa di nuove Signorie territoriali e di Tribunali privati nobiliari: queste le linee di frattura e ricomposizione individuate da Hoppe.
    Da un punto di vista assolutamente generale bisogna dire che l’opera di Hoppe ha un indubbio valore critico con la sua intransigente denuncia della decadenza intrinseca del mondo moderno, della democrazia e dell’egualitarismo positivista e razionalista plebeo. Costituisce, insomma, un “unicum”nel panorama filosofico e politologico della sponda “liberale”.
    E’oggettivamente difficile, inoltre, valutare correttamente quanto quest’opera possa essere pubblica espressione di ambienti di lavoro “riservato”ed altrettanto difficile stabilire la qualificazione tradizionale di tali supposti ambienti che potrebbero denunciare -ad un’analisi più attenta- collegamenti con correnti politiche di certa post-massoneria ebraico-anglosassone rivista e corretta per scopi di inserimento egemonico nelle correnti della tradizione europea e italiana.
    Vi sono-in ogni caso- in queste pagine espliciti segnali di una irriducibile opposizione alla società multirazziale come oggi la conosciamo, la schietta considerazione - senza mezzi termini- dell’immigrazione extraeuropea come pura e semplice invasione territoriale pilotata da lobbies progressiste, nostalgismo dichiarato per gli Imperi Centrali e avversione profonda per ogni forma di nazionalismo non aristocratico ed imperiale.
    L’apologia della Monarchia assolutistica e dello Stato patrimoniale cede volentieri il passo al Repubblicanesimo Senatoriale Romano (secondo una prospettiva che ricorda molto da vicino certe pagine di Adriano Romualdi) e tuttavia risulta evidente un’impostazione di fondo più reazionaria che patriottica: il manifesto di una internazionale aristocratica,certamente, ma non di un neo-risorgimento nazionale “strictu sensu” inteso.
    Lo scenario delineato da Hoppe è indubbiamente quello di un’Europa di Signori terrieri e di Aristocrati, di Giuristi e di Saggi, ma anche [...] di corporazioni private senza alcuna considerazione della dimensione pubblica e nazionale considerata irrimediabilmente compromessa dal modernismo, dal socialismo plebeo e dalla catastrofica influenza marxista.
    [...]
    Coloro che non hanno dimestichezza con le teorie economiche (tuttavia chi fosse interessato al problema di un’economia e di una finanza tradizionali avrà la possibilità di accedere a spunti interessanti) possono leggere direttamente i capitoli dell’opera che ritengono di maggior interesse, essendo la stessa una collezione di brevi saggi dell’Autore.

    (dal forum “Saturnia Tellus”)


    carlomartello

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    Predefinito Rif: Hans-Herman Hoppe e affini

    RIDARE VITA ALL'OCCIDENTE

    Enclave numero 15, dicembre 2001
    di Hans-Hermann Hoppe


    L’ultimo libro di Patrick Buchanan, The Death of the West, si occupa di un problema sociale di prim'ordine, al punto da meritarsi la più larga diffusione. Riconoscere un problema non è un gran merito. Ciò che rende importante il contributo di Buchanan è il fatto che egli identifichi un problema di cui le elite dominanti ci dicono non esistere, o peggio, non essere un problema, ma una benedizione. Nel clima culturale odierno serve sia coraggio che indipendenza intellettuale per dire ciò che Buchanan dice. Il fatto che questo libro sia un bestseller indica che ci sono ancora molte persone che hanno mantenuto il loro buon senso. Buchanan sostiene che l'Occidente, la terra della cristianità, è in rovina. Il tasso di incremento demografico è ovunque sotto la crescita zero. E allo stesso tempo, masse di immigrati dal terzo mondo si sono infiltrate in Occidente, dove hanno rapidamente surclassato le popolazioni locali. In un paio di decenni, l'Occidente e i suoi tesori saranno depredati, senza alcuna resistenza, da persone che sono aliene od ostili alla civiltà occidentale. I nostri figli saranno una minoranza in terra straniera.

    Questa evoluzione suicida è il culmine di una rivoluzione culturale che Buchanan descrive come la de-cristianizzazione dell'Occidente. Tale rivoluzione, promossa all’interno da intellettuali di sinistra e associata a ideali secolari (quali l'umanismo, il femminismo, l'egalitarismo, il relativismo morale, il multiculturalismo, le pari opportunità, la liberazione sessuale e l'edonismo) ha eroso la volontà umana di vivere una vita produttiva, moltiplicarsi e affermare e difendere la propria cultura.

    Le prove che Buchanan porta a sostegno della sua tesi sono convincenti. Sfortunatamente la sua risposta non lo è. In poche parole, la sua proposta di controrivoluzione consiste nel fare di lui, o qualcuno simile a lui, il presidente. Egli propone di rinvigorire il partito Repubblicano adottando un programma che preveda restrizioni selettive all’immigrazione, l’abbandono e la fine del sostegno economico alle organizzazioni internazionali e il ritiro delle truppe dalla maggior parte delle terre straniere. Fin qui tutto bene.

    Dall'altro lato, egli propone che il governo faccia una politica per la famiglia. Un sistema fiscale neutrale basato su tasse sul consumo e sulle importazioni. Questa politica dovrebbe, poi, eliminare le tasse di successioni per patrimoni inferiori 5 milioni di dollari, garantire una detrazione di 3 mila dollari per ogni figlio e stabilire incentivi fiscali per l'assunzione di lavoratori che porti a privilegiare chi ha figli e le famiglie monoreddito. Buchanan vorrebbe anche nominare in questo modo i giudici della Corte Suprema, e ovviamente, decentralizzare il sistema di pubblica istruzione.

    Non c'è bisogno di esaminare nel dettaglio questo programma e le sue molte incongruenze. Le sue fondamenta si sgretolano, come ovvio, non appena si metta a fuoco ciò che esso non coinvolge (cioè ciò che Buchanan non ritiene sia responsabile dei problemi che egli vuole risolvere). Egli crede che la controrivoluzione possa essere superata entro l'intelaiatura istituzionale di una moderna organizzazione statale centralizzata e democratica completa del suo "cuore": gli istituti "sociali" quali la sicurezza pubblica, l'assistenza medica, il sussidio di disoccupazione e l'educazione pubblica.

    Ma questi passaggi sono in contraddizione con il comune buonsenso e con le più elementari teorie economico-politiche, che puntano il dito sul democratico welfare state come causa del problema. La democrazia, il governo della maggioranza, necessariamente porta con sé un sistema fiscale coercitivo e la redistribuzione del reddito, cioè prendere da qualcuno (i proprietari di qualcosa) e dare agli altri (i non proprietari). L'incentivo a essere un proprietario risulta ridotto mentre quello a essere un non proprietario cresce. E dato che i proprietari posseggono "beni", mentre quello che i non-proprietari subiscono è "male", il risultato è che questo tipo di redistribuzione deprime la produzione di "beni" e stimola la produzione di "mali". Più nello specifico, sollevare gli individui dall'obbligo di provvedere al proprio reddito, alla propria salute, alla vecchiaia, all'educazione dei figli, come fa "l'assicurazione" obbligatoria dello Stato equivale a un sistematico attacco alla responsabilità personale e istituzioni quali la famiglia, i legami di parentela, la comunità locale e la chiesa. La profondità e l'orizzonte della precauzione privata si riducono, e il valore della famiglia, delle relazioni di parentela, dei figli, della comunità e della chiesa diminuiscono. Responsabilità, previdenza, civiltà, diligenza, e conservatorismo (i beni) sono puniti, il loro opposto (i mali) è premiato. Per risuscitare l'Occidente, queste istituti castranti devono essere abolite e ritornare nelle mani sicure della previdenza, dell'assicurazione e carità privata. Ma non solo la democrazia è la causa del problema. Più in profondità, il "marcio" che sta alle radici del problema è l'istituzione "Stato", cioè il monopolio territoriale obbligatorio che si arroga la facoltà di avere l’ultima parola e l’arbitrio assoluto con il potere di legiferare e tassare.

    Ci si può solo chiedere come sia possibile che le idee deplorate da Buchanan (laicismo, femminismo, relativismo, multiculturalismo eccetera) si siano trasformate in qualcosa di più che la singola visione di qualche individuo isolato. L'unica risposta, ovvia, è che a questo si arriva solo in virtù del potere di promulgare leggi, cioè, la capacità di imporre regole uniformi a tutti gli abitanti e alle loro proprietà entro un determinato territorio. Se queste idee non fossero incorporate nella legislazione, esse avrebbero fatto poco o nessun danno. Ed è solo lo stato che può legiferare.

    Ed è ancora più fondamentale far notare che lo stato non è un mero strumento ma è un agente attivo in tutto questo. La pubblica istruzione, lo stato sociale e le idee laiciste, relativiste eccetera non hanno dovute essere inserite "a forza" nello stato. Lo stato ha i suoi interessi nel promuoverle. Se ad una agenzia è permesso legiferare ed imporre tasse, è ragionevole aspettarsi che i suoi agenti non si limiteranno nell’uso dei loro poteri, ma si vedrà una tendenza verso l'aumento di tasse e di portata dell'interferenza legislativa. E poiché in quest'opera essi incontreranno l'opposizione dei soggetti al loro potere, è nell'interesse degli agenti dello stato indebolire questo potere di resistenza.

    Questo è nella natura dello stato, aspettarsi qualcosa di diverso è ingenuo. In primo luogo, ciò significa disarmare i cittadini. Ma significa anche erodere e, in ultima analisi, distruggere tutti i corpi intermedi come la famiglia, il clan, la tribù, la comunità, l'associazione e la chiesa con le loro norme e gerarchie interne. Seppure in limitate giurisdizioni, queste istituzioni ed autorità rivaleggiano con la pretesa dello stato di essere il "giudice di ultima istanza" in un determinato territorio. Lo stato, per assicurare la sua pretesa di essere l'ultimo a decidere, deve eliminare tutte le giurisdizioni e i giudici indipendenti, e questo richiede la lesione se non la distruzione delle autorità a capo delle famiglie, delle comunità e delle chiese. Questo è il motivo recondito della maggior parte delle politiche statali. La pubblica istruzione e lo stato sociale sono il mezzo per realizzare questo proposito distruttivo, e così pure la promozione del femminismo, della non-discriminazione, delle pari opportunità, del relativismo e del multiculturalismo. Tutto ciò mina la famiglia, la comunità e la chiesa. "Liberando" l'individuo dalla disciplina di queste istituzioni, lo rendono "uguale", isolato, inerme e debole di fronte allo stato.

    Anche l'estensione dell'agenda multiculturale all'area dell'immigrazione, lamentata da Buchanan, si spiega in questo modo. Dopo l'erosione del sentimento familiare, comunale, regionale e religioso, una pesante dose di immigrazione, meglio se proveniente da molto lontano, è quanto l'elite neocoservatrice e socialdemocratica dominante desidera per distruggere ciò che rimane dell'identità nazionale e poter così promuovere un Nuovo Ordine Mondiale ultra-statalista e multiculturale guidato dagli U.S.A.

    Così, più radicalmente, per risuscitare l'Occidente bisogna diminuire l'apparato centralizzato degli stati nazionali e restituire alle istituzioni restrittive-protettive della famiglia, della comunità e della chiesa la loro posizione originale come parte naturale di un ordine costituito da una moltitudine di giurisdizioni e autorità in competizione fra loro. Poco o nulla di questo dovrebbe suonare nuovo alle orecchie dei conservatori, anche se Buchanan sembra esserne poco conscio. Egli si spinge a muovere alcune critiche alla democrazia, ma non si spinge a farne una questione di principio. Infatti, egli sostiene che "Se l'America ha cessato di essere un paese cristiano, è perché ha cessato di essere un paese democratico". Questa è un’affermazione sconcertante alla luce del fatto che né la famiglia né le chiesa cristiana sono istituzioni democratiche (e nella misura in cui lo sono, si trovano nei pasticci).

    In ogni caso, la critica di Bucanan non arriva con fino in fondo. Non c'è nessuna punta di antistatalismo nel suo libro. Lo status quo di una nazione democratica centralizzata viene accettato senza remore. La scelta che ci viene proposta è tra Repubblicani e Democratici, la soluzione ai problemi sta per arrivare da Washington DC e Richard Nixon e Ronald Reagan (e in misura minore Robert Bork, John Ashcroft e George W. Bush) sono "bravi ragazzi". Buchanan non conclude come il senso comune e le riflessioni teoriche suggerirebbero: che entrambi i partiti, il Congresso, la Corte Suprema, il presidente (e tutti i suoi bravi ragazzi), il sistema democratico insomma, potrebbero avere qualcosa a che fare con la morte dell'Occidente. Né il fallimento di Buchanan dovrebbe sorprendere. Basta ricordare i suoi attacchi contro il libero mercato e all'"economista austriaco morto" Mises, o le sue suppliche protezionistiche di "comprare americano". La stessa ignoranza mostrata nelle teorie economiche in questo caso gli preclude di penetrare l'essenza della materia in esame. Da quando ha perso alle presidenziali, Buchanan si atteggia da rivoluzionario. Nei fatti, essendo statalista nel profondo del cuore e avendo il chiodo fisso di Washinton DC, egli è parte integrante del sistema (sebbene possa esserne l'enfant terrible). Non penso imparerà ciò che non ha fin qui imparato. Invece, continuerà a sprecare molto del suo gran talento in campagne politiche controproducenti. Eppure, il suo Death of the West potrebbe divenire il catalizzatore per la creazione di un genuino movimento controrivoluzionario per "risuscitare" l'Occidente, se solo i più intelligenti e curiosi fra i suoi lettori capiranno il ruolo giocato nella demolizione dell'Occidente dallo stato e dalla democrazia.

    (Traduzione di Filippo Franceschetto)

    Libreria del Ponte


    carlomartello

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    Da uno scritto di Piombini, il programma (in sintesi) "populista di Destra" elaborato da Rothbard nel 1992:

    1) abbassare il più possibile le tasse, abolendo soprattutto l’imposta sul reddito; 2) ridurre al minimo tutte le misure del welfare, mettendo fine una volta per tutte ai privilegi dell’underclass parassitaria; 3) abolire i privilegi razziali o di gruppo, denunciando tutta la legislazione dei diritti civili come violatrice dei diritti di proprietà individuali; 4) riprendere il controllo delle aree urbane statalizzate, combattendo con durezza i criminali violenti (rapinatori, assassini, stupratori), e scacciando i molestatori indesiderati (punk, tossicomani, vagabondi); 5) abolire la Banca Centrale, e denunciare le manipolazioni del denaro operate dai banchieri; 6) America First: interrompere tutti gli aiuti e gli impegni politici e militari all’estero; 7) difendere i valori familiari, espellendo lo Stato dalla famiglia per ridare l’autorità ai genitori; 8) favorire la radicale decentralizzazione o la privatizzazione del sistema scolastico.


    carlomartello
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    HANS-HERMANN HOPPE : DEMOCRAZIA: IL DIO CHE HA FALLITO
    Hoppe, anche se non può fornire risposte definitive, ha l’indubbio merito di avviare una riflessione perché inizia a porre seriamente la questione se si possa fare a meno dello Stato, del potere e della politica, e di come sostituirli.

    di Raimondo Cubeddu

    Il testo che pubblichiamo per gentile concessione dell’editore Liberilibri è la prefazione al nuovo libro del filosofo tedesco



    Dopo essersi addottorato nella natia Germania con Jürgen Habermas, Hans-Hermann Hoppe si è imbattuto, negli Usa, in Murray N. Rothbard, l’alfiere di quel Libertarianism che ha innestato la teoria delle scienze sociali e dell’azione umana del liberalismo classico di derivazione “austriaca” con la tradizione anarchico-individualistica americana, e la dottrina della Natural Law aristotelica con quella dei Natural Rights lockeana. Dalla rilettura parimenti critica e creativa di tali filoni di pensiero, la tradizione dell’individualismo politico – secondo il quale se la coercizione non è giustificabile da parte dei privati, in quanto lesione dei diritti naturali, essa non può essere giustificata neanche se compiuta dallo Stato – ha ricevuto nuova vita.
    È vero che nell’ambito delle varie componenti del Libertarianism non tutti si richiamano a quella rothbardiana e che molti le sono anche fieramente avversi, ma è ugualmente innegabile che il rilancio di tale corrente della filosofia politica nel XX secolo è strettamente connesso a Rothbard – il quale, insieme ad Ayn Rand, è il nome più noto –, e che tale notorietà è dovuta all’apporto teorico da loro dato al revival di tale tradizione.
    Hoppe, se da una parte può essere visto come l’erede e il continuatore del pensiero di Rothbard, per molti versi ne è anche un innovatore e certamente non può essere visto come un pensatore incline a cercare compromessi teorici, ma come un pensatore che lucidamente rimarca e accentua le differenze. E non soltanto perché si confronta con una crisi della filosofia politica democratica che pure il suo maestro avvertì e denunciò con estrema chiarezza, ma anche perché si cimenta con tutta quella complessa serie di problemi che vanno sotto il nome di globalizzazione, destinati a mutare radicalmente la prospettiva della filosofia politica e della teoria delle istituzioni; e infine perché, talora senza eccessive cautele, apre un confronto, spesso aspramente polemico, con tutte quelle correnti di pensiero politico ed economico che, a loro volta, si richiamano agli ideali dell’individualismo liberale e libertario.
    Il risultato, che in questo volume appare con estrema e forse irritante chiarezza, è di mettere ancor più in discussione non soltanto l’insieme dei presupposti del liberalismo, ma anche quelli della stessa filosofia politica. Già dalla lettura dell’Introduzione ci si avvede infatti di non essere di fronte ad una di quelle opere consolatorie che mirano a rinsaldare convinzioni, ma ad un’opera che mette in discussione certezze e modi di pensare, a partire dagli stessi presupposti del Classical Liberalism contemporaneo, cioè di quello codificatosi nelle opere di Ludwig von Mises e di Friedrich A. von Hayek.
    Di essi, e di quel liberalismo, – con una sorta di impeto demolitore che a chi scrive riporta alla mente il disagio urticante che provò quando, vent’anni addietro, si imbatté nella lettura di Leo Strass – Hoppe, da conoscitore profondo, individua i limiti e soprattutto le implicite e residuali illusioni connesse alla percezione dei limiti di quel compromesso tra diritti individuali e Stato che non si riusciva a superare, o che forse si temeva di realizzare. Anche perché l’esito sarebbe stato immancabilmente quello di rigettare quasi per intero la filosofia politica del moderno liberalismo che aveva creduto nella possibilità di una costituzione che si ponesse come limite invalicabile al dilagare del potere governativo e della democrazia, e che riuscisse a conciliare la libertà individuale con un complesso, sia pure limitato, di scelte collettive.
    A ottant’anni inoltrati, Hayek, nell’Introduzione all’edizione di Law, Legislation and Liberty, del 1982 – che includeva The Political Order of a Free People, del 1979, in cui fa i conti con la teoria politica che ha dominato il XX secolo, cioè quella democrazia che non è riuscita a mantenere le proprie promesse, e della quale tenta in qualche modo di salvare lo spirito vitale – confessava il proprio disagio in termini non dissimili dall’ammissione di un fallimento suo e dell’intero liberalismo:

    Quando Montesquieu e i padri della Costituzione americana formularono esplicitamente l’idea di una costituzione come insieme di limiti all’esercizio del potere, in base ad una concezione che si era sviluppata in Inghilterra, fondarono un modello che, da allora in poi, il costituzionalismo liberale ha sempre seguito. Il loro scopo principale era di provvedere delle garanzie istituzionali per la libertà individuale, e lo strumento in cui riposero la loro fiducia fu quello della separazione dei poteri. Nella forma in cui noi la conosciamo, tale divisione tra il potere legislativo, giudiziario ed esecutivo, non ha raggiunto gli scopi per cui era stata progettata. Dovunque, per via di mezzi costituzionali, i governi hanno ottenuto poteri che quei pensatori non intendevano affidar loro. Il primo tentativo di assicurare la libertà individuale per mezzo di forme costituzionali è evidentemente fallito.

    Al termine di una vita dedicata alla rivalutazione del Classical Liberalism, ad Hayek, come a Bruno Leoni, mancarono il tempo e le energie per rifondarlo. Forse si avvidero che quel compromesso tra libertà individuale e scelte collettive era da abbandonare, ma non riuscirono a farlo. Al di là delle riserve, se si guarda alla storia del liberalismo come ad una tradizione viva e vitale, quel compito è stato assunto da Hoppe. Compito così arduo e impegnativo, che sarebbe ingeneroso soffermarsi soltanto sugli aspetti che del suo titanico progetto possono non convincere. In buona sostanza, va preso atto che quel “primo tentativo” è fallito; e i nomi dei personaggi coinvolti in tale evento danno l’idea immediata, senza bisogno di troppe parole, di quanto possa essere difficile il secondo.
    Si tratta quindi di un’opera che potrebbe essere definita come un susseguirsi di impietose pugnalate alle convinzioni più profonde e care ai liberali contemporanei e che, da questo punto di vista, manifesta il furore iconoclasta del suo autore nel negare ad Hayek un posto tra gli esponenti della Scuola austriaca. E questo non è ancora nulla rispetto a ciò che Hoppe riserva all’intera tradizione della filosofia politica occidentale. Le critiche che ad essa rivolge fanno infatti apparire come paludati eufemismi quelle, già pesantissime, che le aveva riservato Rothbard. Non per nulla, in un volume dedicato al fallimento della democrazia, Mises e Rothbard – gli autori ai quali Hoppe si dichiara più vicino – vengono definiti dei democratici.
    È indubbiamente vero che da secoli i pensatori tedeschi ci hanno abituati a rivoluzioni filosofiche dirompenti, ma per chi abbia a mente le critiche che la Scuola austriaca aveva rivolto alla tradizione filosofica, economica e politica tedesca, suona decisamente inaspettato che oggi sia proprio un pensatore di origine tedesca a portare alle estreme conseguenze speculative e politiche l’eredità ideale della Scuola austriaca. Un rovesciamento di prospettive che si abbatte come un devastante uragano sulla filosofia politica occidentale prendendo di mira proprio quel concetto di democrazia politica che viene quasi unanimamente considerato come il suo frutto migliore ed universale.
    La democrazia, per Hoppe, non è che un dio che ha fallito non soltanto se la si considera dal punto di vista delle promesse teoriche che si sono mostrate irrealizzabili, ma anche se la si guarda dal punto di vista dei suoi risultati storici (la transizione dalla monarchia alla democrazia, ad esempio, viene vista come un caso di declino della civiltà). Si tratta allora di un errore dal quale occorre quanto prima liberarsi non soltanto come ideale politico, ma anche come ideale di vita. Ciò, per Hoppe, comporta il dovere di riconoscere che l’intera tradizione della filosofia politica occidentale è da ripensare non solo perché i suoi risultati sono infausti, ma anche perché le sue premesse teoriche sono sbagliate. Di qui il suo insistere sulla necessità di una teoria a priori, vale a dire di proposizioni che asseriscono qualcosa di valido sulla realtà indipendentemente dal risultato di qualsiasi esperienza presente e futura, e della quale Hoppe fornisce degli esempi.
    In questo modo, con presupposti teorici e con argomentazioni in larga misura originali se non altro nel loro assemblaggio, Hoppe si ricollega a quella tradizione della filosofia politica, certamente minoritaria ma non certo marginale, che si chiede non tanto come giustificare il potere o come effettivamente ridurlo e controllarlo, ma, più radicalmente, se se ne possa fare a meno. La vena utopistica che sembra sorreggerne il pensiero politico diventa più plausibile se si prendono in considerazione le argomentazioni tese a mostrare sia il fallimento della filosofia politica nella sua ricerca di giustificazioni etiche o realistiche del potere, sia quella che appare a Hoppe come la loro insostenibilità teorica che, tuttavia, rende ineludibile la necessità di vagliare alternative allo Stato. Soprattutto se si considera che nessuna forma di Stato (vale a dire di organizzazione fondata essenzialmente sulla tassazione e sulla coercizione) può essere moralmente o economicamente giustificata per il fatto che ogni monopolio è un male per quanti sono costretti ad avvalersi dei suoi servizi.
    Dunque, non la descrizione di un possibile mondo risultante da un processo di perfezionamento e di elevazione etica degli uomini, ma la necessità di ritornare a prendere le mosse dagli enunciati di una prasseologia realistica. La democrazia, da questo punto di vista, altro non sarebbe se non il tentativo, fallimentare, di creare un ordine politico innaturale che si ostina a non prendere atto del fatto che gli individui attribuiscono minor valore ai beni lontani nel tempo rispetto a quelli temporalmente più vicini.
    Una considerazione, quindi, pienamente realistica, che Hoppe deriva dalla Scuola austriaca e che, diversamente dalla quasi totalità dei suoi esponenti, sviluppa senza curarsi di pagare un prezzo alle idee dominanti sulla bontà della democrazia, anche di quella temperata da istituzioni liberali; e nella quale possiamo anche trovare una risposta a quella geniale definizione e denuncia dello Stato fatta da Bastiat quando aveva sostenuto che esso non era altro che «la grande fiction à travers laquelle tout le monde s’efforce de vivre aux dépens de tout le monde». Una definizione tanto spesso citata quanto poco analizzata nella sua capacità esplicativa di mettere in luce l’insanabile irrazionalità che produceva da un lato il dilagare di aspettative individuali e sociali irrealizzabili, e dall’altro i meccanismi decisionali che caratterizzano la teoria democratica dello Stato contemporaneo.
    Ma se a prima vista la credenza che occorra rifare tutto può apparire temeraria, di fronte alle argomentazioni di Hoppe è difficile che un barlume di dubbio non riesca a farsi strada nella mente dei suoi lettori. E questo, anche se certamente quel dubbio non induce a dichiararsi convinti di analisi e di proposte, in fondo non è niente di diverso da quanto il filosofo politico cerca di fare fin dal sorgere stesso della filosofia: insinuare il dubbio sull’esistente, anche quando può risultare urtante ed esporre al ludibrio l’avventato denunciatore.
    Rimangono tuttavia dei problemi di fondo che non è il caso di eludere anche se fanno sorgere dubbi sulla validità di quel Libertarianism a cui Hoppe si ispira e che valuta la realtà sulla base di principî a priori indifferenti alle conseguenze delle loro applicazioni.
    Il primo è che nonostante tutto non si riesce bene a capire come mai un’impresa tanto fallimentare come quella dello Stato moderno non abbia trovato un competitore adeguato nel campo della produzione della sicurezza e della certezza. Dai tempi di Bastiat e di de Molinari i libertari hanno coltivato la speranza che il mercato potesse rivelarsi un produttore di certezza e di sicurezza migliore e meno costoso dello Stato. E tuttavia, sia perché il bisogno di quei beni sorge e si rafforza nei momenti in cui l’incertezza e l’insicurezza si presentano e crescono, sia perché lo Stato è sempre riuscito a far credere (anche se a costi sempre più alti e con una sempre maggiore compressione delle libertà individuali) che non esistono altri modi per produrli, le idee libertarie non sono mai riuscite a conquistare definitivamente le menti dei cittadini. I tentativi del libertarismo di mercato di accreditarsi come un migliore e più tempestivo produttore di certezza e di sicurezza sono pertanto falliti, per lo meno fino ad ora, ed è forse giunto il tempo di chiedersene la ragione.
    Cosa ci possa essere oltre lo Stato, non è però del tutto chiaro. Infatti il mercato, per quanto un ottimo e tempestivo produttore di beni, non è un altrettanto buono e tempestivo produttore di quella certezza e di quella sicurezza di cui si avverte la necessità al pari della soddisfazione di bisogni primari. Inoltre quello del Libertarianism è un mondo senza politica e quindi un mondo incline ad escludere che – quando cresce l’incertezza – i processi sociali debbano essere accelerati in una direzione imprimibile soltanto tramite scelte collettive. La prasseologia realistica è innegabilmente un faro, ma la sua luce non si diffonde in maniera uniforme né contemporanea. In altre parole, dal fatto che non si sia ancora riusciti a trovare di meglio, lo Stato trae un enorme vantaggio.
    Il secondo problema, connesso a quanto finora detto, è che bisogna anche chiedersi perché il potere continui ad avere la meglio sulle libertà individuali. Si potrebbe rispondere osservando che uno dei grandi difetti del liberalismo e del Libertarianism è stato quello di trascurare la realtà e anche la naturale esigenza, se non necessità, di una qualsiasi forma di potere. Ma anche a questo riguardo le tesi e le argomentazioni di Hoppe meritano attenzione.
    Si tratta di interrogativi fatali ai quali è difficile rispondere, ma coi quali bisogna pure confrontarsi. E il libro di Hoppe, anche se da questo punto di vista non può certo fornire risposte definitive, ha l’indubbio merito di avviare una riflessione perché inizia a porre seriamente la questione se si possa fare a meno dello Stato, del potere e della politica, e di come sostituirli. È certamente possibile osservare che il momento storico non è quello più adatto, ma un filosofo che non cercasse di andare oltre il proprio tempo non potrebbe seriamente rivendicare il diritto di definirsi tale e neanche quello di essere preso in considerazione.

    Hans-Hermann Hoppe
    Democrazia: il dio che ha fallito
    Prefazione di : Raimondo Cubeddu
    traduzione e cura di : Alberto Mingardi
    Edito da Liberilibri - Corso Cavour, 33/a- Macerata
    Pagine 486 Euro 19,00

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    L’EUROPA SI STA ESTINGUENDO
    Enclave numero 19, aprile 2003
    di Paul Craig Roberts

    Lo “stato sociale” si sta rivelando un metodo estremamente efficace per sterminare i popoli europei e le loro culture. Poiché il tasso di natalità è sceso sotto quello di riproduzione (che è di 2,1 figli per donna), le popolazioni native dei paesi europei stanno drammaticamente diminuendo. Si stima ad esempio che in Italia il crollo della natalità ridurrà il numero degli italiani da 57 milioni a 41 milioni nel 2050: un calo di un terzo.

    Un’importante ragione del declino della fertilità è la pesante tassazione richiesta per finanziare i costosi programmi di assistenza sociale. A causa di elevate imposte dirette anche sui redditi più bassi, di contributi che pesano sulla busta-paga più del doppio che negli Stati Uniti, e di imposte indirette che si aggiungono per un ulteriore 17 percento, i figli sono diventati una spesa insostenibile per i bilanci famigliari. In Europa gli spazi abitativi sono cari, così come il cibo e i trasporti. Gli europei vivono pertanto una vita angusta, rispetto agli americani. Il solo fatto di aggiungere una stanza per i bambini diventa impresa difficile con quel poco di reddito che rimane dopo la falcidia delle tasse. Le politiche assistenzialiste dei governi hanno distrutto in Europa la procreazione, sostituendo le responsabilità famigliari con sussidi pubblici finanziati dallo stato. Le “responsabilità sociali” hanno esaurito i redditi dalle famiglie europee, non lasciando più nulla di disponibile per mantenere i propri figli.

    Il declino nella fertilità sta rendendo il sistema di welfare insostenibile. L’unico modo per mantenerlo in piedi è quello di importare massicce quantità di turchi, africani, indiani, afgani, e altri immigrati. Secondo un recente studio dell’ONU, l’Italia necessita di 2,2 milioni di immigrati all’anno per generare la base fiscale necessaria a sostenere la “spesa sociale”. È prevedibile che gli immigrati del terzo mondo, con un alto tasso di fertilità, siano destinati a diventare più numerosi degli europei autoctoni, e questo pone un’importante questione: il futuro dell’Europa sarà europeo? I musulmani e gli africani si europeizzeranno, o la civiltà europea scomparirà insieme alla sua popolazione? Questa è diventata una questione politica che disturba tutti i politici interessati più al mantenimento dello stato assistenziale, che dell’integrità culturale. L’establishment politico europeo finora ha affrontato il problema etichettando come nazista chiunque sollevi il problema dell’immigrazione, com’è capitato all’inglese Powell, alla danese Kjaersgaard, all’austriaco Haider, e al francese Le Pen.

    I sentimenti nazionali sono ancora vivi in Europa, come conferma ogni partita di calcio, quando il piacere di sentirsi parte di una cultura comune e l’orgoglio di discendere da antichi popoli emergono con tutta la loro forza. Rimane però da vedere se è rimasto abbastanza orgoglio negli europei da scuotersi di dosso il giogo del welfare state, che li ha resi dipendenti dagli immigrati. Gli europei hanno davanti a se tre strade: possono ridurre il loro standard di vita per avere più figli; possono sostenere quei leader politici che vogliono abolire o ridurre lo stato sociale per poter ridurre le tasse; oppure possono tenere in piedi l’attuale sistema social-assistenziale, consegnando il destino della loro progenie nelle mani di una maggioranza di nuovi immigrati.

    L’abbattimento del sistema assistenziale permetterebbe agli europei di salvarsi dal genocidio auto-inflitto. Ma questo richiede prima un cambiamento nella filosofia e nei valori dominanti. In particolare, i valori socialisti dovrebbero essere rigettati completamente. La fede nella famiglia dovrebbe essere restaurata. La gente dovrebbe tornare a considerare la vita come un qualcosa che si vive principalmente grazie al sostegno della famiglia, piuttosto che della società. Le esigenze finanziarie delle famiglie dovrebbero avere la precedenza su tutti gli scopi che con quelle risorse lo stato intende perseguire. Per abbattere 100 anni di indottrinamento socialista occorrerebbe però una vera e propria rivoluzione culturale. Invece di descrivere sempre il vuoto della vita famigliare, i romanzieri dovrebbero raccontarne la ricchezza. La paternità e la maternità dovrebbero recuperare il significato che gli è stato tolto da una élite culturale depravata. Sarebbe tuttavia molto difficile oggi per uno scrittore o per un artista trovare un editore o un finanziamento statale per un’opera che celebri la responsabilità individuale invece dell’io narcisistico, la continuità della vita famigliare, le pene e le gioie, le tragedie e i trionfi che costituiscono la vita famigliare.

    C’è molto in gioco: la promiscuità sessuale, il femminismo che pretende sempre nuovi e maggiori ruoli per le donne, la sicurezza di una vecchiaia garantita dai contribuenti, e una mentalità che devia l’attenzione dai problemi della famiglia a quelli degli sfortunati più lontani. In diverse cittadine del sud degli Stati Uniti, ad esempio, gli studenti liceali vanno in giro per i negozi a chiedere donazioni per finanziare i loro viaggi in posti lontani, dove andranno a “costruire case per i poveri”. Non farebbero maglio questi ragazzi a dare una verniciata alla casa della loro nonna o aiutare il vicino a curare il giardino? Ma queste non sono considerate esperienze “gratificanti”. La nostra cultura “orientata verso gli altri” gli insegna che hanno dei “doveri” solo verso gli sconosciuti che vivono nei posti più lontani.

    Questa non è una cultura destinata a durare.

    Libreria del Ponte


    carlomartello

 

 

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