Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
    Franciscu Pala
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    Predefinito Nuove province: Gallura, lingua, autonomia, indipendenza

    www.lanuovasardegna.it

    La lunga marcia della Gallura
    La lotta per l'indipendenza comincia negli anni '80
    IL CAMMINO DELL'AUTONOMIA

    di Guido Piga

    OLBIA. Tutto comincia con il comitato per Olbia provincia. Sono i primi anni Ottanta, e un gruppo di politici olbiesi decide di dare vita a un movimento. Con un solo obbiettivo: far diventare la Gallura autonoma da Sassari. Da allora, passano venti anni. Tutti consumati a cercare intese, accordi, compromessi. Una battaglia in cui credono anche Ogliastra, Sulcis e Medio Campidano. Il voto di venerdì scorso in Regione chiude questa parentesi di lotta. Per ora.
    Gallura provincia, insomma. Dietro la legge regionale per le nuove quattro province, c'è il motore del nord est sardo. Isola nell'isola, la Gallura rivendica da sempre una sua diversità storica all'interno della Sardegna. Per una ragione: la lingua. Gallurese, non sarda. E se la lingua crea la comunità, questa comunità chiede un riconoscimento: la provincia, appunto. Fatto culurale o meno, alla Gallura in molti, anche in Parlamento sulla spinta del comitato per Olbia, cercano di dare l'autonomia, in quegli anni. Senza successo. Il cammino riprende nel 1993, quando gli allora sindaci di Olbia e Tempio, Gian Piero Scanu e Giovanni Manconi, mettono da parte le deleterie divisioni di campanile e offrono un'idea di Gallura unita. Scanu, diventato deputato, cerca poi di presentare una legge per traferire da Roma a Cagliari i poteri per l'istituzione delle province. Un lavoro preceduto però da una sentenza della corte costituzionale. Siamo nel 1997 e la Regione, guidata dal centrosinistra, con l'olbiese Settimo Nizzi e il tempiese Andrea Biancareddu, consiglieri regionali di Forza Italia, autori del testo, licenzia la legge sulle province. Respinta e poi approvata dal governo Prodi.
    Passano due anni. Ma non succede nulla. E qui, entrano in campo i sindaci. Che prima in una riunione segreta a San Teodoro e poi in una pubblica alla Maddalena, sanciscono un accordo: Gallura unita e doppio nome per la Provincia: Olbia-Tempio. E' il 25 gennaio del 1999. Sindaco di Olbia è Nizzi, sindaco di Tempio è Dibeltulu: tutt'e due fanno un passo indietro decisivo. Dibeltulu paga cara quell'intesa: sarà poi sfiduciato. Gli amministratori chiedono alla Regione di approvare subito lo schema della legge. Pochi, a Cagliari, la vogliono. Della battaglia dei sindaci (in campo entrano anche il Sulcis, l'Ogliastra, il Medio Campidano) si fa portatore il calangianese Renato Cugini, capogruppo dei Ds, il partito di maggioranza relativa. I sindaci cominciano i viaggi a Cagliari. Prima per la riunione della commissione, poi per l'aula. Con una difficoltà in più: il sindaco di Ozieri, Vanni Fadda, chiede di entrare nella provincia della Gallura, senza fare il referendum. E' un'arma che i molti nemici delle autonomie usano per dire che i tempi non sono ancora maturi. I Ds e Forza Italia dicono no a Ozieri. E si va al voto in aula. Due soli contrari: lo schema sul riassetto provinciale passa. E' il 31 marzo 1999.
    Ora, manca la legge attuativa. Quando lo schema arriva a Roma, il governo la prima volta lo boccia: costi troppo alti, dice. La seconda volta lo rinvia alla Consulta. Il rischio è che quella legge giaccia lì per anni. Il sindaco di Padru, Antonio Satta, fa interessare il ministro delle autonomie Loiero perché pressi la Corte Costituzionale. Satta incontra a Roma il presidente Mirabella e ottiene che la Consulta si pronunci in fretta. Così è. Relatore Gustavo Zagrebelski, la Corte costituzionale dice che spetta alle Regioni far nascere le nuove province e che la legge dell'assemblea sarda è valida. E' il 6 luglio 2001. E' un passaggio fondamentale. Le nuove province esistono: c'è chi cambia la carta intestata in "Padru, comune della Provincia Olbia-Tempio.
    Ma manca la legge attuativa: quella che dà gambe alle province. Una ventata di ottimismo alimenta le pile dei sindaci. Ancora viaggi a Cagliari: il 13 marzo di quest'anno incontrano i capigruppo regionali. E strappano la promessa che la Regione, dopo la finanziaria, approverà la legge. Promessa mantenuta a metà. I sindaci - coordinati da Paolo Collu, sindaco di Iglesias e Tore Cherchi, sindaco di Carbonia, più Satta - sono a Cagliari il 18 giugno e fanno invertire l'ordine del giorno in modo da mettere al primo punto le province. Si va al voto, il centrosinistra chiede che nel 2003 si voti in tutte e otto le province. L'emendamento passa a scrutinio segreto ma la destra chiede la controprova: in caso di no, la legge cade. Il centrosinistra vota sì. Gli altri sì (decisivi) sono di Giorgio Oppi e di Mariolino Floris, dell'Udr, di due consiglieri di An e, soprattutto, dei galluresi di Forza Italia Gianni Giovannelli ed Enzo Satta. Che votano contro il loro partito e per la Gallura. Il 20 giugno, le province sono legge.


  2. #2
    Franciscu Pala
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    «Quando parlavamo di autonomia partiti e sindacati ci attaccavano»

    La provincia Gallura viene da lontano. Alla fine degli anni Settanta un gruppo di pionieri entusiasti costituì, davanti al notaio, un “Comitato per Olbia provincia”. Lo ricorda l’avvocato Benito Cossu, che di quell’organismo fu uno dei promotori e il segretario. Ne facevano parte il consigliere comunale Pietro Luciano (presidente), il notaio Gianfranco Giuliani, il ragionier Gianfranco Pirina, l’imprenditore Elio Dau, il dottor Libero Balata e gli avvocati Roberto Stabile e Arrigo Filigheddu. «La gente non ci prendeva molto sul serio - racconta Cossu - perché il progetto era assolutamente innovativo, eppure la risonanza fu notevole». Per sensibilizzare la pubblica opinione, il comitato fece stampare delle schede molto semplici, che distribuì in tutta la Gallura. All’epoca non si pensava ancora di inserire nella nuova provincia i comuni di San Teodoro, Budoni, Alà, Buddusò e Oschiri. «Siamo stati noi a diffondere l’idea a San Teodoro e Budoni, dove abbiamo trovato sostenitori formidabili come Salvatore Brandano».
    Ma non furono tutte rose e fiori. Insieme ai consensi arrivarono i pareri contrari. «Ci furono politici che manifestarono una dura opposizione e la fecero conoscere attraverso i giornali», racconta Cossu. E Luciano aggiunge: «Avevamo contro anche i sindacati, ad eccezione della Uil e del suo segretario Salvatorico Valleri».
    Nonostante il fronte del no, il germe della nuova provincia cominciò così a germogliare. Ma cosa indusse quel gruppo di “desperados” a battersi per un’idea che, all’epoca, appariva abbastanza prematura e di problematica attuazione? Per Cossù «fu soprattutto un’intuizione. Ci rendemmo conto che i tempi erano ormai maturi, anche se, sino ad allora, di nuova provincia aveva parlato, negli anni Sessanta, solo un parlamentare missino».
    Il gruppo (composto, per lo più da socialisti) si affidò a un senatore, Toto Spano, che presentò un disegno di legge, dopo averlo fatto firmare da 14 colleghi del suo partito. E allora il Psi contava parecchio. L’iniziativa però non ebbe fortuna, e paradossalmente suscitò la maggiore opposizione proprio tra i socialisti. Ma il comitato non si diede per vinto e intensificò il suo impegno e le iniziative. «Senza voler essere trionfalistici - precisa Cossu - posso dire che proprio grazie al nostro comitato si è formata una vasta base di opinione pubblica sensibile al problema».
    Un risultato ottenuto anche attraverso il sostegno di due giornali: “L’Ora di Gallura” e “Gallura oggi”.
    Il comitato è andato avanti per molti anni, ma a un certo punto ha mollato, «anche perché - precisa l’avvocato Cossu - certi politici ci hanno scatenato una guerra senza q uartiere. Personalmente ho subito autentici ricatti, anche se non mi sono mai interessato attivamente di politica. Prima hanno tentato di snobbarci, poi di farci tacere. Quando finalmente ci è sembrato che la gente fosse sensibilizzata, abbiamo interrotto l’attività, anche se non sono mancate iniziative sporadiche».
    Oggi che l’autonomia è stata raggiunta (o quasi), Cossu e i suoi amici possono ritenersi appagati «perché certe soddisfazioni non ce le potrà togliere più nessuno. Abbiamo lavorato in maniera disinteressata, raggiunto un risultato, poi ci siamo messi da parte. Certo, non è solo merito nostro se si è arrivati ad approvare la legge. Ma indubbiamente abbiamo preparato il terreno ai politici che se ne sono occupati in tempi recenti».
    Cossu non è però molto soddisfatto di «quella specie di legge» varata dal Consiglio regionale. «Noi - spiega - avevamo sempre pensato che la provincia dovesse nascere con il contributo dell’iniziativa popolare. In particolare, la scelta del capoluogo doveva avvenire in base a un referendum. Invece si è affidato tutto ai consigli provinciali, che dovranno decidere con una maggioranza di due terzi. Mi chiedo: e se quella maggioranza non c’è? Mi sembra una legge un po’ raffazzonata, anche se è meglio di niente. Per non parlare della contestualità delle elezioni, dietro la quale si cela un chiaro vizio costituzionale».

  3. #3
    Franciscu Pala
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    «Quando parlavamo di autonomia partiti e sindacati ci attaccavano»

    La provincia Gallura viene da lontano. Alla fine degli anni Settanta un gruppo di pionieri entusiasti costituì, davanti al notaio, un “Comitato per Olbia provincia”. Lo ricorda l’avvocato Benito Cossu, che di quell’organismo fu uno dei promotori e il segretario. Ne facevano parte il consigliere comunale Pietro Luciano (presidente), il notaio Gianfranco Giuliani, il ragionier Gianfranco Pirina, l’imprenditore Elio Dau, il dottor Libero Balata e gli avvocati Roberto Stabile e Arrigo Filigheddu. «La gente non ci prendeva molto sul serio - racconta Cossu - perché il progetto era assolutamente innovativo, eppure la risonanza fu notevole». Per sensibilizzare la pubblica opinione, il comitato fece stampare delle schede molto semplici, che distribuì in tutta la Gallura. All’epoca non si pensava ancora di inserire nella nuova provincia i comuni di San Teodoro, Budoni, Alà, Buddusò e Oschiri. «Siamo stati noi a diffondere l’idea a San Teodoro e Budoni, dove abbiamo trovato sostenitori formidabili come Salvatore Brandano».
    Ma non furono tutte rose e fiori. Insieme ai consensi arrivarono i pareri contrari. «Ci furono politici che manifestarono una dura opposizione e la fecero conoscere attraverso i giornali», racconta Cossu. E Luciano aggiunge: «Avevamo contro anche i sindacati, ad eccezione della Uil e del suo segretario Salvatorico Valleri».
    Nonostante il fronte del no, il germe della nuova provincia cominciò così a germogliare. Ma cosa indusse quel gruppo di “desperados” a battersi per un’idea che, all’epoca, appariva abbastanza prematura e di problematica attuazione? Per Cossù «fu soprattutto un’intuizione. Ci rendemmo conto che i tempi erano ormai maturi, anche se, sino ad allora, di nuova provincia aveva parlato, negli anni Sessanta, solo un parlamentare missino».
    Il gruppo (composto, per lo più da socialisti) si affidò a un senatore, Toto Spano, che presentò un disegno di legge, dopo averlo fatto firmare da 14 colleghi del suo partito. E allora il Psi contava parecchio. L’iniziativa però non ebbe fortuna, e paradossalmente suscitò la maggiore opposizione proprio tra i socialisti. Ma il comitato non si diede per vinto e intensificò il suo impegno e le iniziative. «Senza voler essere trionfalistici - precisa Cossu - posso dire che proprio grazie al nostro comitato si è formata una vasta base di opinione pubblica sensibile al problema».
    Un risultato ottenuto anche attraverso il sostegno di due giornali: “L’Ora di Gallura” e “Gallura oggi”.
    Il comitato è andato avanti per molti anni, ma a un certo punto ha mollato, «anche perché - precisa l’avvocato Cossu - certi politici ci hanno scatenato una guerra senza q uartiere. Personalmente ho subito autentici ricatti, anche se non mi sono mai interessato attivamente di politica. Prima hanno tentato di snobbarci, poi di farci tacere. Quando finalmente ci è sembrato che la gente fosse sensibilizzata, abbiamo interrotto l’attività, anche se non sono mancate iniziative sporadiche».
    Oggi che l’autonomia è stata raggiunta (o quasi), Cossu e i suoi amici possono ritenersi appagati «perché certe soddisfazioni non ce le potrà togliere più nessuno. Abbiamo lavorato in maniera disinteressata, raggiunto un risultato, poi ci siamo messi da parte. Certo, non è solo merito nostro se si è arrivati ad approvare la legge. Ma indubbiamente abbiamo preparato il terreno ai politici che se ne sono occupati in tempi recenti».
    Cossu non è però molto soddisfatto di «quella specie di legge» varata dal Consiglio regionale. «Noi - spiega - avevamo sempre pensato che la provincia dovesse nascere con il contributo dell’iniziativa popolare. In particolare, la scelta del capoluogo doveva avvenire in base a un referendum. Invece si è affidato tutto ai consigli provinciali, che dovranno decidere con una maggioranza di due terzi. Mi chiedo: e se quella maggioranza non c’è? Mi sembra una legge un po’ raffazzonata, anche se è meglio di niente. Per non parlare della contestualità delle elezioni, dietro la quale si cela un chiaro vizio costituzionale».

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    Si riaccende la polemica tra le due città più importanti della
    Gallura

    Olbia contro Tempio: «Il capoluogo spetta a noi»


    Tutti d’accordo quando si tratta di conquistare l’autonomia, ma, a risultato quasi acquisito, rispunta il campanile. Olbia sembra decisa a conquistare il titolo di capoluogo, gettando sul piatto della bilancia tutto il peso di un’economia in pieno boom. Tempio tiene a difendere il proprio ruolo di centro amministrativo. Così l’assessore comunale Pietro Luciano non ha dubbi: «Possono anche chiamarla Gallura, ma il capoluogo deve essere Olbia». Si parla anche del doppio capoluogo. «Tutte balle», taglia corto Luciano, che, non a caso, è stato presidente di un “Comitato per Olbia provincia” Io mi batterò per Olbia. Decisamente più cauto il sindaco Nizzi: «La soluzione al problema capoluogo è già scritta nelle legge: deciderà l’assemblea provinciale». Sull’argomento di rischia un muro contro muro già abbondantemente sperimentato in passato. Anche se il sindaco di Tempio, Antonello Pintus, prospetta una posizione abbastanza sfumata, più o meno in linea con quanto sta avvenendo nelle altre nuove province, dove quasi tutti hanno sotterrato l’ascia di guerra: «È un problema ancora aperto - dice Pintus - soprattutto se vogliamo un ente non sbilanciato verso la zona costiera di Olbia, ma policentrico, utile a tutto il territorio. Perciò abbiamo avanzato la proposta di creare due capoluoghi».
    Per una soluzione di compromesso anche il presidente della Comunità montana Pietro Giorgioni. Ma con una preoccupazione particolare per Tempio. «In una “provincia del territorio” - dice - che tenga conto delle prerogative di tutti i comuni, bisogna salvaguardare anche il ruolo di Tempio come sede di uffici amministrativi. Se il doppio capoluogo serve a tutelare la posizione di Tempio, ben venga il doppio capoluogo».


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    Si riaccende la polemica tra le due città più importanti della
    Gallura

    Olbia contro Tempio: «Il capoluogo spetta a noi»


    Tutti d’accordo quando si tratta di conquistare l’autonomia, ma, a risultato quasi acquisito, rispunta il campanile. Olbia sembra decisa a conquistare il titolo di capoluogo, gettando sul piatto della bilancia tutto il peso di un’economia in pieno boom. Tempio tiene a difendere il proprio ruolo di centro amministrativo. Così l’assessore comunale Pietro Luciano non ha dubbi: «Possono anche chiamarla Gallura, ma il capoluogo deve essere Olbia». Si parla anche del doppio capoluogo. «Tutte balle», taglia corto Luciano, che, non a caso, è stato presidente di un “Comitato per Olbia provincia” Io mi batterò per Olbia. Decisamente più cauto il sindaco Nizzi: «La soluzione al problema capoluogo è già scritta nelle legge: deciderà l’assemblea provinciale». Sull’argomento di rischia un muro contro muro già abbondantemente sperimentato in passato. Anche se il sindaco di Tempio, Antonello Pintus, prospetta una posizione abbastanza sfumata, più o meno in linea con quanto sta avvenendo nelle altre nuove province, dove quasi tutti hanno sotterrato l’ascia di guerra: «È un problema ancora aperto - dice Pintus - soprattutto se vogliamo un ente non sbilanciato verso la zona costiera di Olbia, ma policentrico, utile a tutto il territorio. Perciò abbiamo avanzato la proposta di creare due capoluoghi».
    Per una soluzione di compromesso anche il presidente della Comunità montana Pietro Giorgioni. Ma con una preoccupazione particolare per Tempio. «In una “provincia del territorio” - dice - che tenga conto delle prerogative di tutti i comuni, bisogna salvaguardare anche il ruolo di Tempio come sede di uffici amministrativi. Se il doppio capoluogo serve a tutelare la posizione di Tempio, ben venga il doppio capoluogo».


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    Uno spreco di danaro

    I sardi fermino le nuove Province inutili e costose

    LUnione Sarda ha evidenziato in un articolo in prima pagina, l’inutilità dell’istituzione delle nuove quattro province sarde, mentre la Confindustria sarda ha dichiarato l’intenzione di dare corso ad un referendum popolare contro le costituende province.
    Mi auguro che l’Unione persista nell’opera di convincimento del popolo sardo sullo spreco di pubblico denaro conseguente alla creazione di un’ulteriore pletora di uffici pubblici il cui precipuo scopo sarebbe quello di foraggiare politici incapaci e petulanti e una caterva di altri soggetti inutili. E questo in una regione come la nostra che è al limite della miseria e in cui la crisi economica e la disoccupazione esigono, con assoluta priorità, che si dia sostegno all’apparato produttivo e a tutte quelle iniziative economiche finalizzate alla creazione di attività suscettibili di produrre ricchezza.
    Appare capzioso, d’altra parte, il ragionamento che viene addotto per giustificare la formazione di altre province, e cioè la necessità di soddisfare le istanze politiche autonomistiche di certe aree della Sardegna.
    Se appare indubbio che determinate località hanno assunto un peso politico ed economico non trascurabile, tale da richiedere un correlato riordinamento istituzionale (è il caso di Olbia), tuttavia sono varie, e oltremodo semplici, le forme attraverso le quali le suddette istanze possono essere esaudite, con spese trascurabili. A titolo di esempio, possono essere previste procedure attraverso le quali, tutte le volte che si debba legiferare o si debbano compiere attività di rilievo in riferimento a determinate aree, vengano sentiti gli enti pubblici interessati, già esistenti, quali comuni, o comunità montane.


    Piero Angius
    Cagliari

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    Uno spreco di danaro

    I sardi fermino le nuove Province inutili e costose

    LUnione Sarda ha evidenziato in un articolo in prima pagina, l’inutilità dell’istituzione delle nuove quattro province sarde, mentre la Confindustria sarda ha dichiarato l’intenzione di dare corso ad un referendum popolare contro le costituende province.
    Mi auguro che l’Unione persista nell’opera di convincimento del popolo sardo sullo spreco di pubblico denaro conseguente alla creazione di un’ulteriore pletora di uffici pubblici il cui precipuo scopo sarebbe quello di foraggiare politici incapaci e petulanti e una caterva di altri soggetti inutili. E questo in una regione come la nostra che è al limite della miseria e in cui la crisi economica e la disoccupazione esigono, con assoluta priorità, che si dia sostegno all’apparato produttivo e a tutte quelle iniziative economiche finalizzate alla creazione di attività suscettibili di produrre ricchezza.
    Appare capzioso, d’altra parte, il ragionamento che viene addotto per giustificare la formazione di altre province, e cioè la necessità di soddisfare le istanze politiche autonomistiche di certe aree della Sardegna.
    Se appare indubbio che determinate località hanno assunto un peso politico ed economico non trascurabile, tale da richiedere un correlato riordinamento istituzionale (è il caso di Olbia), tuttavia sono varie, e oltremodo semplici, le forme attraverso le quali le suddette istanze possono essere esaudite, con spese trascurabili. A titolo di esempio, possono essere previste procedure attraverso le quali, tutte le volte che si debba legiferare o si debbano compiere attività di rilievo in riferimento a determinate aree, vengano sentiti gli enti pubblici interessati, già esistenti, quali comuni, o comunità montane.


    Piero Angius
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    Province: oggi decide la Consulta
    Ma si faranno i quattro referendum
    Il «comitato dei professori» la spunta: la consultazione popolare diretta si farà. Stamane Pili comunicherà ufficalmente il «pass»


    OLBIA. Oggi a Roma, piazza del Quirinale, davanti a Ciampi, la Corte costituzionale, relatore Onida (non l'assessore, ovviamente), deciderà se nella primavera del 2003 in Sardegna andranno a votare otto province, le quattro nuove e le quattro vecchie. Ma la vera novità, che La Nuova è in grado di anticipare, è un'altra. Il «Comitato dei professori» per ora l'ha spuntata: l'ufficio regionale costituito per valutare l'ammissibilità dei quattro quesiti referendari sull'abrogazione della legge istitutiva delle nuove quattro province e dei nuovi collegi elettorali ha dato il suo via libera. Risultato: la consultazione popolare diretta si farà. Questa mattina il presidente della Regione Mauro Pili comunicherà ufficialmente il «pass» dell'ufficio e indicherà con ogni probabilità la data in cui saranno aperte le urne.
    Sarà una domenica fra il 1 aprile e il 30 giugno. Il referendum è abrogativo, quindi nel caso il quorum venisse raggiunto con la vittoria del «sì» la norma regionale che istituisce i nuovi quattro enti intermedi sarà cancellata sul nascere.
    Almeno nei termini attuali, perchè poi il consiglio regionale potrebbe riproporla in una veste riveduta e corretta. Cosa altamente improbabile, considerato che al di là delle dichiarazioni pubbliche la fronda contro Gallura, Medio Campidano, Sulcis e Ogliastra è partita proprio dalle amministrazioni provinciali di centro-destra, quella di Cagliari in testa che non vede di buon occhio una serie di province con le tasche vuote e senza alcuna certezza.
    A promuovere il referendum è stato un Comitato formato in prevalenza da docenti universitari e intellettuali, guidati dall'imprenditore ed ex editore televisivo Gianni Onorato.
    Al grido di «fermiamo gli sprechi» il Comitato ha raccolto e depositato alla Corte d'Appello 54 mila firme di cittadini, da presentare poi all'Ufficio regionale per il referendum. L'organismo, deputato a valutare l'ammissibiltà dei quesiti, è composto da un magistrato d'appello, da un magistrato del tribunale, da un giudice del Tar e da uno della Corte dei Conti, oltre che dal coordinatore generale della presidenza della Regione.
    E pur di ottenere la costituzione dell'ufficio, Onorato si è messo al fianco legali di fama come Luigi Concas e Pietro Biggio e il 13 dicembre scorso ha diffidato formalmente Pili a rispettare i termini stabiliti dalla legge. Pili, che secondo i due avvocati rischiava una denuncia per omissione d'atti d'ufficio, ha accolto l'invito perentorio e l'ufficio-commissione è partito. Ieri ha concluso il lavoro, aprendo ufficialmente la strada al referendum.
    La legge che istituisce le province di Carbonia-Iglesias, del Medio Campidano, dell'Ogliastra e di Olbia-Tempio è stata apparovata dal consiglio regionale il 12 luglio del 2001. La prossima primavera si dovrebbero sciogliere gli attuali quattro enti intermedi per dare luogo alle elezioni di otto province, riconfigurate in base alla legge ma ancora prive di qualsiasi certezza sul piano economico. Oppure si dovrebbero fare le elezioni per le altre quattro, lasciando integre le attuali. Contro questa prospettiva il comitato si è mosso con impegno, puntando sull'arma referendaria. Rivolta - come ha spiegato Luigi Concas in una recente conferenza stampa - a proporre «al giudizio popolare una legge destinata a costruire soltanto nuovi carrozzoni, fonte di spese senza alcun beneficio per i cittadini». Conti alla mano - secondo il comitato per il referendum abrogativo - il costo delle nuove province sarebbe di 200 milioni di euro all'anno, meno della metà secondo l'assessore agli enti locali Andrea Biancareddu. Comunque un costo che ancora non è chiaro come la Regione intenda affrontare, perchè l'ipotizzata cancellazione delle comunità montane - secondo i dati forniti da Gianni Onorato - libererebbe al massimo 40 milioni di euro, una cifra considerata insufficiente a garantire la sopravvivenza dei nuovi enti.
    Oggi, comunque la Suprema corte sarà chiamata a decidere su un contenzioso più ampio, e cioè sul ricorso presentato dal governo Berlusconi contro la legge regionale del 22 giugno 2002 che istituisce quattro nuove province (Gallura, Sulcis, Ogliastra, Medio Campidano), scioglie anticipatamente i quattro consigli provinciali in carica (Cagliari, Sassari, Nuoro, Oristano) e fissa la data delle elezioni per le otto province sarde nella primavera del 2003. Con un ricorso di sole dodici righe, il governo Berlusconi si oppone in realtà solo a un passaggio della legge regionale. Eccolo: è quello in cui si parla dello scioglimento anticipato dei quattro vecchi consigli provinciali (Cagliari, Sassari, Nuoro e Oristano).
    Una decisione, quella del governo, che è stata presa soprattutto su richiesta dei presidenti dei consigli provinciali, in testa quello di Cagliari Sandro Balletto, di Forza Italia.
    A favore della legge regionale così com'è a giugno è stata votata all'unanimità dal consiglio regionale giugno - oltre alla Regione che si è costituita con gli avvocati Graziano Campus e Sergio Panunzio - ci sono i sindaci delle nuove province, guidati da quelli della Gallura.
    Ma che cosa potrebbe succedere oggi nell'udienza pubblica che, alle 9,30, comincerà nella sede della Consulta, sotto la guida del giudice Onida? Tre le ipotesi.
    Legge bocciata. E' l'ipotesi più lontana, per non dire impossibile. Questa tesi è suffragata da una precedente pronuncia della Corte costituzionale, quella de 4 luglio del 2001 in cui i giudici supremi riconoscevano alla Sardegna, in quanto regione autonoma, il potere di ordinare le nuove circoscrizioni provinciali. Una decisione che fa giurisprudenza.
    Legge bocciatà a metà. Questa è un'ipotesi possibile. La Corte costituzionale potrebbe accogliere il ricorso del governo Berlusconi e dichiarare incostituzionale la parte della legge sulle nuove province nella parte in cui stabilisce lo scioglimento anticipato dei vecchi consigli provinciali. Nelle province di Cagliari, Sassari, Nuoro e Oristano si dovrebbe votare (per mandato naturale) nella primavera del 2005.
    La Regione, quando ha istituito le nuove quattro province, ha invece deciso che, per rendere più organica la riorganizzazione provinciale della Sardegna, bisognasse mandare alle urne vecchie e nuove province nel 2003.
    Contro questa decisione sono insorti i presidenti delle province. La Suprema corte potrebbe bocciare lo scioglimento anticipato delle vecchie province, rimandando la legge alla Regione affinché la modifichi. Se questa fosse la decisione della Consulta, le elezioni delle nuove province slitterebbe almeno di sei mesi, se non di un anno.
    Legge approvata. Coerentemente con il precedente pronunciamento (quello del 4 luglio 2001), la Corte costituzionale potrebbe approvare la legge così com'è. Questo porterebbe alle elezioni le vecchie e le nuove province nella primavera del 2003.

 

 

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