TRATTO DA Proteo, n. 3, Roma 2001
e dal sito www.contraddizione.it

PERCHÉ LA GUERRA FA BENE ALL’ECONOMIA
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di Vladimiro Giacché




“Che cosa può ridurre drasticamente il deficit delle partite correnti americane, e per questa via eliminare i rischi più significativi per l’economia degli Stati Uniti e per il dollaro? La risposta è: un atto di guerra. L’ultima volta che gli USA hanno registrato un surplus delle partite correnti è stato nel 1991, quando il concorso dei Paesi esteri ai costi sostenuti dall’America per la guerra del Golfo ha contribuito a generare un avanzo di 3,7 milioni di dollari.”
(report caricato sul sito internet di Morgan Stanley, martedì 11 settembre, 7.30-8.00 [ora di New York])
“Si può, e certamente sarà fatto, dar lavoro all’industria della difesa e spazio con grandi commesse statali, ma si tratta di un settore specializzato, che solo in parte coinvolge anche i produttori di beni civili, come le automobili. Se si trattasse di una grande mobilitazione bellica, tutti i settori industriali sarebbero coinvolti, e la General Motors produrrebbe navi, come ha fatto nella seconda guerra mondiale, o grandi missili, come durante la guerra fredda. Ma non stiamo parlando di questo tipo di mobilitazione, per fortuna dal punto di vista politico, ma sfortunatamente da quello economico”
(M. De Cecco, “Quando l’angoscia governa l’economia”, la Repubblica, 5 ottobre 2001).

“Non crede che lo sforzo bellico possa ben presto creare una condizione in cui più che stimolare l’economia sarà necessario frenarla, per evitare rischi inflattivi?
Segnali del genere per ora non ce ne sono. Ma l’11 settembre è certo un fenomeno di enorme portata, forse più simile al 1914 che al 1939”
(Intervista di A. Polito a T. Padoa Schioppa, la Repubblica, 10 novembre 2001).
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1. La “soluzione Warfare” nella storia recente degli Stati Uniti

C’è una costante nella storia economica degli Stati Uniti da più di un secolo a questa parte. Ed è la stretta correlazione tra interventi militari e ripresa dell’economia. Questa correlazione è così stretta che chi legga la tabella dettagliata dei cicli economici americani che si trova sul sito di un istituto governativo come il National Bureau of Economic Research si imbatte in questa avvertenza: “i dati in grassetto si riferiscono all’espan_sione economica dei periodi di guerra [wartime expansions], alle contrazioni economiche postbelliche e al_l’intero ciclo che include le espansioni dei periodi bellici”. In altri termini: dalla guerra civile americana in poi, il nesso tra guerra ed espansione economica è indiscutibilmente accertato e assolutamente ricorrente. Ma vediamo più da vicino la questione, prendendo in esame le principali avventure belliche americane dagli anni Quaranta del secolo scorso ai nostri giorni.
a) La Seconda Guerra Mondiale
Fu soltanto grazie all’ingresso nella Seconda Guerra Mondiale e alla messa in opera della macchina bellica relativa, e non grazie agli investimenti di Roosevelt in opere pubbliche, che gli USA riuscirono a risollevarsi dalla Grande Crisi degli anni Trenta. Lo ha ribadito non più tardi di qualche settimana fa il premio Nobel per l’economia Peter North, replicando ad un incauto giornalista che faceva presenti i meriti del keynesismo per l’uscita dalla crisi degli anni Trenta: “Non siamo usciti dalla depressione grazie alla teoria economica, ne siamo venuti fuori grazie alla Seconda guerra mondiale”.
Le cifre, del resto, parlano da sole. Durante il New Deal rooseveltiano la spesa pubblica civile era cresciuta dai 10,2 miliardi di dollari del 1929 ai 17,5 del 1939. Ciò però non aveva potuto impedire che, nello stesso periodo, il PIL calasse da 104,4 a 91,1 miliardi di dollari, e che la disoccupazione invece salisse dal 3,2% al 17,2% della forza lavoro complessiva. Dal 1939 lo scenario cambia. Il sistema economico è dapprima tonificato dalla vendita di armi agli Inglesi ed ai Francesi (ma - come oggi sappiamo - le grandi imprese americane, dalla Ford alla IBM, non disdegnarono di fare contemporaneamente affari anche con i nazisti), e poi definitivamente rimesso in carreggiata con l’ingresso diretto degli USA in guerra (dicembre 1941): il PIL riprende a crescere, la disoccupazione viene praticamente azzerata.
b) La guerra di Corea
Finita la guerra torna la crisi economica, pur mitigata dalla domanda differita di beni di consumo accumulatasi durante il conflitto, e dall’avvio del Piano Marshall in Europa. Nel 1949, comunque, gli USA sono nuovamente in recessione. Provvidenziale, nell’estate del 1950, scoppia la guerra di Corea. Il risultato è una fortissima spinta al riarmo. I Paesi della NATO triplicano in soli 3 anni le loro spese militari, che passano infatti dai 38 miliardi di dollari del 1949 ai 108 miliardi del 1952. Ma la parte del leone la fanno gli Stati Uniti, le cui spese militari nel 1952-3 giungono al 15% del PIL. Non a caso la guerra di Corea è tuttora considerata “un caso paradigmatico” di “forte incremento esogeno della spesa pubblica”. Un incremento che durerà a lungo: anche dopo la fine della guerra, infatti, le spese militari - pur diminuendo - resteranno a lungo attestate su percentuali del PIL più che doppie rispetto agli anni precedenti la guerra di Corea. Ma, ciò che più conta, all’enorme incremento delle spese per gli armamenti corrisponde una nuova fase di espansione economica: definita, per l’appunto, il “boom coreano”.
c) La guerra del Vietnam
Nel 1961, quando John F. Kennedy raggiunge la presidenza, gli USA sono da tempo in piena crisi economica. La risposta - secondo un luogo comune storiografico - sarebbe quella del “Welfare” e dell’aumento della spesa pubblica. Quello che di solito si dimentica di aggiungere è che l’82% di questo aumento è ascrivibile alle spese militari. Viene inoltre potenziata la vendita delle armi ad altri Paesi (prima cedute per i nove decimi gratuitamente). I risultati non si fanno attendere: il valore delle armi vendute dagli USA aumenta in 6 anni di ben 6 volte. Ma sarà in particolare la guerra del Vietnam - e le relative spese militari, tornate a superare il 10% del PIL - a ridare slancio all’economia americana. Che infatti, a partire dal 1964, conoscerà una delle più lunghe fasi espansive della sua storia (sfuggendo alle recessioni che in quegli stessi anni attanagliano l’Europa). Anche in questo caso, il nesso tra impegno bellico ed espansione dell’economia è chiaro come il sole. Tanto chiaro da essere entrato nel senso comune di chi si occupa di economia. Tant’è vero che qualche tempo fa un editorialista del Sole 24 ore si è potuto lasciar sfuggire, come se niente fosse, un’affermazione come questa: “La pur magra crescita del quarto trimestre del 2000 ha conferito a Bill Clinton l’alloro di essere stato l’unico presidente dai tempi di Lyndon Johnson - ma quelli di Johnson erano tempi di guerra (del Vietnam) - a non aver conosciuto neanche un trimestre di regressione del PIL”.
d) Lo “scudo stellare” di Reagan
Già sotto la presidenza Carter le spese militari ricominciano ad accelerare il passo. L’occasione è offerta dall’invasione sovietica dell’Afghanistan (24 dicembre del 1979): già nel numero di “Business Week” del 21 gennaio 1980 si parla esplicitamente di “New Cold War Economy” e si ipotizza una sensibile crescita della spesa per armamenti. Cosa che avviene puntualmente.
Ma l’accelerazione diviene frenetica con l’arrivo di Reagan alla presidenza degli Stati Uniti, e con il lancio della sua creatura prediletta, lo “scudo stellare”. Le spese per la difesa aumentano dal 1981 al 1985 del 7% all’anno, mentre la quota delle spese militari all’interno del bilancio federale cresce dal 23% al 27%. Ancora una volta, le spese per gli armamenti vengono giocate in chiave recessiva. Dando luogo a un curioso paradosso: mentre con una mano Reagan agita la bandiera del “meno Stato”, con l’altra dà vita ad uno dei più giganteschi programmi di spesa pubblica. Con il particolare non trascurabile che questa spesa pubblica non viene impiegata per servizi sociali e di assistenza, ma adoperata per produrre e comprare armi.
e) La guerra del Golfo
Con il crollo del Muro di Berlino e l’agonia dell’Unione Sovietica l’America si ritrova, di colpo, senza il “Nemico” per eccellenza: il “regno del Male” (secondo la cortese definizione di Reagan, riecheggiata nelle settimane scorse nelle parole di Bush contro bin Laden) sta uscendo ingloriosamente di scena. Per fortuna c’è Saddam Hussein, ex grande alleato dell’Occidente (nella guerra contro l’Iran), che nell’agosto del 1990 decide di invadere il Kuwait. La risposta è una guerra, condotta con un enorme dispiegamento di mezzi, dapprima attraverso bombardamenti, poi con un intervento terrestre diretto dell’esercito americano (16 gennaio-28 febbraio 1991).
Dal punto di vista strategico si tratta di una vittoria importante per gli Stati Uniti, che consolidano la presa sulle risorse petrolifere del Golfo Persico. Il politologo americano Samuel Huntington ha così sintetizzato la posta in gioco e i risultati della guerra: “la Guerra del Golfo è stata la prima guerra tra civiltà dell’epoca post-Guerra fredda. La posta in gioco era stabilire se il grosso delle maggiori riserve petrolifere del mondo sarebbe stato controllato dai governi saudita e degli emirati - la cui sicurezza era affidata alla potenza militare occidentale - oppure da regimi indipendenti antioccidentali in grado e forse decisi a utilizzare l’arma del petrolio contro l’Occidente. Il quale non riuscì a spodestare Saddam Hussein, ma riportò una vittoria in quanto ribadì la dipendenza della sicurezza degli Stati del Golfo dall’Occidente e si assicurò un’imponente presenza militare nel Golfo anche in tempo di pace. Prima della guerra, Iran, Iraq, il Consiglio per la cooperazione nel Golfo e gli Stati Uniti competevano per l’acquisizione di influenza nel Golfo. Al termine del conflitto, il Golfo Persico era diventato un lago americano.”
Ad eccezione delle bestialità sulla “guerra tra civiltà”, si tratta di un quadro corretto. Al quale si può fare un solo appunto: quello di essere incompleto. Infatti, anche in questo caso, come nei precedenti, l’impegno bellico recò anche importanti benefici economici immediati agli Stati Uniti. Basta guardare alle date: la guerra terminò il 28 febbraio; il mese successivo si concluse l’ultima recessione precedente l’attuale. Non solo: nello stesso anno gli Stati Uniti (cronicamente indebitati nei confronti del resto del mondo) hanno, per l’ultima volta, potuto vantare un avanzo delle partite correnti.
Tale circostanza è stata di recente nostalgicamente rievocata, nel singolare report della Morgan Stanley riprodotto in apertura di questo articolo. Si tratta di un documento notevole, per più di un motivo. Intanto, per i suoi contenuti: come si vede, il cinismo degli analisti finanziari non si ferma di fronte a nulla, e giunge, senza tanti giri di parole, ad augurarsi la guerra come via d’uscita per un’economia in difficoltà. Ma questo report è notevole anche per un altro motivo: la data in cui è stato scritto. Esso è infatti stato caricato sul sito di Morgan Stanley martedì 11 settembre tra le 7.30 e le 8 del mattino, ora locale di New York. Ossia un’ora prima che “l’atto di guerra” si verificasse veramente. Purtroppo per gli estensori, negli uffici della Morgan Stanley, situati nelle Twin Towers.


2. La guerra fa bene all’economia - anche oggi

Il testo della Morgan Stanley non rappresenta un caso isolato. O meglio, esprime un fatto incontestabile: che la guerra, già prima dell’attentato alle Twin Towers, era per così dire nell’aria.
Lo era innanzitutto nella forma del suo più ovvio presupposto: l’aumento delle spese militari. Già nel gennaio del 2001 un report del Foreign Policy in Focus avvertiva che le spese militari americane erano risalite, dagli “appena” 291 miliardi di dollari del 1998 ai 310 miliardi di dollari previsti per il bilancio 2001. Ta_le ammontare equivaleva al 90% circa della spesa media sostenuta dagli Stati Uniti negli anni della guerra fredda, ed era pari al 16% del totale delle spese previste dal bilancio americano (e al 50% di quelle discrezionali). Non solo: la cifra spesa dagli USA per gli armamenti era maggiore di quanto spendevano per tale voce tutti gli alleati e tutti i possibili nemici degli USA messi assieme (ad es., la seconda potenza militare del mondo, la Russia, spendeva 55 miliardi di dollari, la Cina 38). In tal modo, considerandola in termini relativi, la spesa militare degli Stati Uniti dal 1985 al 2000 era cresciuta dal 30% al 36% del totale delle spese militari su scala mondiale. E adesso, sosteneva il rapporto, “le spese militari americane hanno ricominciato ancora una volta a crescere”, citando come probabile un aumento di 30 miliardi di dollari l’anno per gli anni successivi. Rispetto a questo stato di cose, continuava il rapporto, “molti Americani si interrogano sull’utilità di dare ulteriore risorse a questo settore, in assenza di minacce credibili alla sicurezza degli Stati Uniti ed alla relativa pace che prevale nel mondo”.
I mesi successivi si erano incaricati di dare concretezza ai timori espressi nel rapporto. A cominciare dal progetto di difesa missilistica (il National Missile Defence, NMD), proposto già sotto la presidenza Clinton e poi rilanciato con arroganza da Bush e dal ministro della Difesa Rumsfeld. Con il necessario corollario della ricerca di un “Nemico”, che nel caso specifico veniva rinvenuto (ben poco plausibilmente) nei cosiddetti “Stati canaglia”, ossia Iran, Iraq e Corea del Nord.
Ma non erano mancate altre manifestazioni della rinnovata attenzione (diciamo così) del governo americano agli scenari di guerra: il 22 giugno, ad esempio, il “Financial Times” riportava le linee guida dello sviluppo delle forze armate americane secondo il ministro della Difesa Rumsfeld. Queste linee guida prevedevano un rilancio in grande stile della dotazione militare degli USA (dagli aerei, alle navi, alla logistica), con l’esplicito obiettivo a breve termine di porre le forze armate americane “in grado di combattere allo stesso tempo due guerre (major theatre wars, MTW)”.
Ma la guerra, già prima dell’11 settembre, era nell’aria anche nella forma di specifiche ipotesi di guerra.
Un’inchiesta della BBC, rilanciata il 22 settembre dal Guardian e poi dalla rete televisiva France 3, ha messo in luce che a luglio un diplomatico americano aveva annunciato al governo di Kabul un attacco imminente, qualora i Talebani non avessero consegnato bin Laden alle autorità americane. Non solo: le agenzie di stampa internazionali avevano dato ad agosto anche l’annuncio di un attacco “definitivo” all’Iraq.
Infine - ed è questo l’importante - la guerra era nell’aria sotto forma di necessità economica.
Perché, purtroppo, che la spesa militare e la guerra facciano bene all’economia capitalistica è cosa che non riguarda soltanto gli Stati Uniti, e che non riguarda solo il passato. Un riprova? La riprova la troviamo su un fondo del Corriere della Sera del 13 ottobre: “Un dollaro di spesa del Pentagono non solo fa crescere la domanda nel momento in cui viene impiegato, ma ha un forte effetto moltiplicatore: dopo un anno il PIL cresce più del doppio: 2,43 dollari. E l’effetto dura nel tempo. E’ possibile quindi che lo choc della guerra sia, alla fine, una buona notizia almeno per l’economia”.
Le spese militari sono in effetti una forma di spesa pubblica per il rilancio dell’economia. Esse rappresentano una forma di deficit spending, ossia una delle forme attraverso cui lo Stato finanzia l’economia (se del caso anche indebitandosi). Ma perché proprio questa forma di spesa pubblica è economicamente preferibile? Perché il “Warfare” viene preferito al “Welfare”?
Per capirne i motivi è sufficiente passare in rassegna i vantaggi del “Warfare”. Proviamo a farlo cercando di tenere presente la concreta forma che esso ha assunto in questi mesi.
1) In primo luogo, le spese per il “Warfare” possono essere facilmente sostenute e giustificate anche da chi ha un approccio “liberista” in economia: in altri termini, anche chi rifiuti l’intervento attivo dello Stato nell’economia (ad es. proponendo tagli alle spese per l’assistenza, la sanità, gli anziani, ecc.), potrà infatti convincere i suoi elettori che invece le spese militari vanno aumentate. Perché in questo caso è in gioco la “sicurezza nazionale”, la “protezione delle frontiere”, la “vittoria sui nemici della Nazione”, ecc.
2) Le spese per gli armamenti sostengono una parte ragguardevole dell’industria degli Stati Uniti. Le spese militari sostenute dagli Stati Uniti dalla Seconda Guerra Mondiale in poi hanno in effetti creato un “complesso militare-industriale” che non ha confronti al mondo. Da questo punto di vista le spese per il “Warfare” impediscono agli Stati Uniti di dover affrontare i costi (economici e sociali) di una gigantesca ristrutturazione industriale. L’economia americana è drogata dall’industria bellica, ed è di vitale importanza risparmiarle crisi di astinenza...
3) In terzo luogo, le spese per gli armamenti vanno ad imprese che - per definizione - operano in un regime oligopolistico (quando non di monopolio puro e semplice) che per di più è protetto dalla concorrenza straniera. Da sempre le industrie belliche sono nazionali; questo è vero anche oggi per le imprese statunitensi, a dispetto degli incroci azionari che pure vi sono tra imprese americane ed imprese europee. In ogni caso, è impensabile che forniture belliche per l’esercito degli Stati Uniti vengano direttamente appaltate a imprese straniere. In tal modo i sussidi alla Difesa non devono fare i conti con la Concorrenza (feticcio che in qualche caso può riservare sgradite sorprese) e i loro effetti si traducono invariabilmente in commesse per le imprese americane. L’esempio più recente (la notizia è del 26 ottobre) riguarda la gigantesca commessa per la fornitura del nuovo caccia militare “Joint Fight Striker”. Si tratta della maggiore commessa militare mai effettuata dagli Stati Uniti. Vincitrice dell’appalto è risultata la Lockheed Martin, azienda che ancora pochi mesi fa era in preda ad una grave crisi, e che ora invece assumerà 8.000-10.000 lavoratori. L’unico possibile concorrente era un’altra azienda americana, la Boeing. La Lockheed, secondo gli esperti, è stata preferita “per il semplice fatto che ha maggiore bisogno di questo contratto rispetto alla Boeing”. Del resto, la Boeing sta già lavorando (oltreché al nuovo F-22 coprodotto con la Lockheed, che sarà pronto nel 2005) ad una nuova generazione di aerei radiocomandati in grado di volare senza equipaggio e dovrebbe quindi vincere il prossimo appalto. Tra i subfornitori, un ruolo importante lo giocherà l’angloamericana BAE (che dovrebbe coprire il 15% del valore della produzione del JFS). Ad altri toccheranno le briciole. Per avere un’idea delle cifre in gioco, basterà ricordare che il valore di questa fornitura è in partenza di 200 miliardi di dollari, stanziati dal governo americano: si tratta, già così, di una cifra pari ad un quarto del PIL del nostro Paese. Ad essi però vanno subito aggiunti i 2 miliardi di dollari stanziati per la fase di sviluppo dalla Gran Bretagna. Gli aerei prenotati (da Stati Uniti e Gran Bretagna) sono 3.002 (di cui 150 per la Gran Bretagna). Si prevede che altri 3.000 aerei dovrebbero essere venduti ai Paesi Nato, portando così in cassa alla Lockheed altri 200 miliardi di dollari. E’ appena il caso di dire che l’attentato dell’11 settembre ha accelerato in misura considerevole i tempi per la chiusura del contratto e la messa in produzione dei velivoli.
4) Il perimetro delle aziende alimentate dalla spesa bellica è molto più ampio di quello delle imprese che producono armi in senso stretto. Il primo esempio che viene in mente, a questo riguardo, è quello del cibo in scatola Campbell, che deve la sua fortuna proprio alle commesse belliche. Ma questo esempio può risultare fuorviante. Perché l’industria bellica ha prima di tutto a che fare con beni di investimento e con tecnologie di avanguardia. E questo oggi significa in primo luogo: il settore aerospaziale, l’industria dell’elettronica (hard_ware e software) e l’industria dei nuovi materiali. Non è caso, quindi, che dopo l’attentato delle Twin To_wers i titoli di molte società informatiche siano cresciuti in poche settimane anche del 30-40%. Del resto, è stato ricordato di recente che “l’alta tecnologia americana ha un’origine militare”: in particolare, “la seconda guerra mondiale e la guerra di Corea furono una manna dal cielo” per l’industria elettronica, in quanto “il Dipartimento della Difesa fu generoso di finanziamenti alle imprese locali per lo sviluppo dei circuiti integrati”. Non solo: “ancora nel 1987 il principale datore di lavoro della Silicon Valley era il colosso aerospaziale Lockheed”. In definitiva: il settore bellico consente di effettuare a spese dello Stato enormi investimenti in beni di investimento, in ricerca e sviluppo, nelle tecnologie di punta.
5) Le armi hanno un valore di scambio: si possono vendere come ogni altra merce, realizzando enormi profitti. In effetti, secondo l’Istituto Internazionale di Studi Strategici gli USA nel 1998 hanno prodotto oltre il 40% delle armi vendute nel mondo. Nel caso, poi, che i Paesi compratori abbiano bisogno di facilitazioni di pagamento, ci pensano i sussidi pubblici all’esportazione: a tale proposito, in un articolo pubblicato qualche anno fa sulle spese militari sostenute sotto la Presidenza Clinton si poteva leggere che “i sussidi all’e_spor_tazione di armi nel 1995 sono costati ai contribuenti americani 7,6 miliardi di dollari”. Va notato che il settore militare gode, sin dal primo accordo GATT del 1947, della “national security exception”: in altri termini, le pratiche protezionistiche e di sussidi all’export che non sono consentite per gli altri settori, sono invece lecite per l’industria delle armi. Per capirsi: se gli USA sussidiano la produzione di un Boeing 747 per l’ex_port, altre nazioni possono far aprire un procedimento contro gli USA presso il WTO; se gli stessi sussidi vengono adoperati per favorire l’export degli F-15 prodotti dalla stessa Boeing, nessuna azione è lecita. Inoltre il settore della difesa rimane per lo più al di fuori delle attenzioni dello stesso Fondo Monetario Internazionale nella formulazione dei piani di “riaggiustamento strutturale” per i Paesi del Terzo Mondo. E anche quando i suggerimenti del Fondo investono le spese militari di questi Paesi, essi vengono semplicemente ignorati: negli ultimi anni questo è accaduto in Corea del Sud e, più di recente, in Turchia.
6) Le armi si possono usare “per conto terzi”. E’ quello che è accaduto nel caso della Guerra del Golfo, per la quale gli alleati degli Americani (a cominciare dall’Arabia Saudita) hanno dovuto pagare, in qualità di “contributo alle spese”, la bella cifra di 189 mila miliardi di lire, pari al 90% delle spese sostenute dagli Stati Uniti (non stupisce, quindi, che nel 1991 la bilancia dei pagamenti americana, di solito cronicamente in rosso, segnasse un attivo...). Anche per quanto riguarda l’Afghanistan gli Stati Uniti hanno cominciato a chiedere agli alleati un contributo per le spese di guerra.
7) Le armi hanno un valore d’uso. Che - singolare caratteristica - si può esplicare anche senza doverle usare: ad es. come mezzo di pressione politica, a scopo “dissuasivo” o intimidatorio, ecc. Pensiamo, ad esempio, a cosa significherebbe il possesso din uno scudo spaziale efficiente (ossia in grado di abbattere effettivamente ogni missile) da parte degli Stati Uniti.
8) Infine, hanno il valore d’uso che si esplica nell’usarle. La cosa sembra semplice, ma in verità non è così. Perché all’interno di un’economia capitalistica, come sappiamo da Marx, lo scopo finale della produzione di una merce non consiste nel suo valore d’uso, ma nei profitti che dalla sua vendita possono essere tratti. E le armi, da questo punto di vista, non fanno eccezione.
Questo significa, innanzitutto, che le armi debbono essere usate al fine di poterne produrre di nuove da vendere agli eserciti che le usano. Il 30 ottobre il giornalista Magdi Allam ha riassunto così i costi della guerra in Afghanistan: “finora gli Americani hanno lanciato 97 missili Cruise del valore di un milione di dollari ciascuno. Inoltre ogni giorno sono state sganciate circa 300 bombe del costo di 80-100 mila dollari l’una. Nel corso delle operazioni gli americani hanno perso un elicottero che da solo costa 20 milioni di dollari”. Queste “perdite” e queste spese equivalgono ad altrettanti guadagni ed introiti per le industrie degli armamenti, ed impediscono la saturazione del mercato delle armi (ossia la sovrapproduzione in questo settore). Va aggiunto che l’elenco fornito da Allam è largamente incompleto, e non solo per il fatto di prendere in considerazione solo le prime settimane di guerra (cioè senza tener conto della successiva escalation del conflitto), ma anche - e soprattutto - perché non sono computate le spese per le altre bombe, il costo dei bombardieri, delle portaerei che li ospitano, le spese di logistica, ecc. In realtà, tenendo conto di tutti questi fattori, la cifra stimata (da Washington) per un mese di guerra in Afghanistan sale a 1 miliardo di dollari.
Non solo: l’uso delle armi è utile anche perché offre un terreno ideale per lo sviluppo di nuove e più sofisticate armi. In concreto, in Afghanistan è stato sperimentato il missile aria-terra Agm-142 “Have Nap”, variante del missile israeliano “Popeye” (già reso più preciso attraverso la “sperimentazione” condotta in Jugoslavia); è stata usata la nuova bomba da 7 tonnellate “Daisy-Cutter”; e, soprattutto, è stato sperimentato l’utilizzo di due diversi tipi di aerei teleguidati ad altissima tecnologia quali il “Predator” e il “Global Hawk”. In un documentato articolo sull’argomento pubblicato sull’Economist, il sottotitolo recitava, testualmente: “il conflitto in Afghanistan è un campo di sperimentazione (testing-ground) per la tecnologia degli aerei privi di pilota (unmanned-aircraft)”. Più chiaro di così...
Ovviamente, però, neppure le armi sfuggono alla regola per cui, per poter avere un valore di scambio, una merce deve avere un valore d’uso. Nel caso specifico, il valore d’uso che è stato “venduto” all’opinione pubblica mondiale consiste nella possibilità di sconfiggere il terrorismo. Quello reale è rappresentato dalla possibilità di controllare aree strategiche dal punto di vista geopolitico e geoeconomico. L’Afghanistan è per l’ap_punto una di queste aree. Perché si trova tra Cina e Russia. Perché è un punto di passaggio strategico tra Europa ed Asia. E perché obbligatoriamente sul suo territorio dovranno passare gli oleodotti in grado di sfruttare le risorse petrolifere delle repubbliche ex-sovietiche. Si tratta di risorse di tale entità da consentire - a chi ne controllasse i flussi - di ridurre in misura consistente la dipendenza dal petrolio saudita. Basti dire che il valore di tali riserve è stimato in circa tre mila miliardi di dollari. Ma su questo avremo occasione di tornare.