Roma. Ormai ci siamo. Dopo che Hans
Blix ha deluso il partito saddamita e George
Bush ha scandito le tappe che porteranno alla
“prova provata” delle violazioni di Baghdad,
con l’intervento il 5 febbraio prossimo
di Colin Powell al Consiglio di sicurezza, solo
inaspettate rese incondizionate di Saddam
Hussein possono evitare l’intervento
militare. E non sono solo i vertici dei maggiori
paesi del mondo, a concordare tra loro
gli inevitabili sviluppi in una raffica di telefonate
riservate e incontri di consultazione.
Anche per i paesi arabi e musulmani, sta
tramontando ogni residua speranza di una
via negoziale che eviti di doversi allineare al
partito della guerra. E’ la sconfitta del partito
del principe della Corona saudita Abdullah,
mentre riprende fiato nella casa di al
Saud la fazione dei prìncipi Sudeiri più vicina
agli Stati Uniti. E’ la vittoria dello sceicco
del Qatar, con le sue aperture all’Occi
dente sfociate pure in libere elezioni. E’ uno
sviluppo cui in nome del realismo – tanto più
dopo l’esito delle elezioni in Israele – non dicono
più no né il re Abdullah di Giordania,
che a Davos ha chiaramente detto di considerare
ormai inevitabile la guerra, né il presidente
egiziano Hosni Mubarak. E di questa
conversione o adattamento, chiamatelo come
volete per non irritare la suscettibilità di
chi ufficialmente dichiara di continuare ad
attenersi al “più tempo per gli ispettori”, si
leggono esplicite tracce nei giornali arabi.
Mubarak, in un’intervista ad al Ittiyad, un
quotidiano degli Emirati, ripresa integralmente
dall’agenzia ufficiale egiziana, dichiara
che “la guerra si avvicina a grandi
passi, può scongiurarla soltanto una decisione
irachena di dare piena applicazione
alle risoluzioni dell’Onu, cessando di frapporre
ostacoli in tal senso”. Ricordando il
ruolo analogo personalmente svolto invano
all’Occinel
’90, Mubarak aggiunge: “Ho scritto e
chiamato personalmente in questi mesi Saddam
Hussein ben 32 volte mettendolo in
guardia, ma lui ha preferito ignorare i miei
avvertimenti”. Il quotidiano Al Ahram ha
pubblicato il lancio dell’intervista a fianco
di una vignetta in cui Saddam flette i bicipiti,
disegnati come due grosse bombe a tempo
che finiranno per esplodergli addosso. E
il direttore del giornale, Ibrahim Nafie, ha
scritto che Saddam “resta lo stesso uomo
che ha gettato il suo paese in una guerra dopo
l’altra, che ha usato armi di distruzione
di massa contro le forze iraniane e contro il
suo stesso popolo, che porta ogni volta le crisi
a un punto di non ritorno senza darsi il
minimo pensiero del benessere del suo popolo”.
Il settimanale egiziano Aker Saha
analogamente si augura nel suo editoriale
che “la leadership irachena dia finalmente
ascolto, prima che sia troppo tardi, a chi saggiamente
la invita a dissipare le nubi che si
addensano su Baghdad e che minacciano
una catastrofe”. Considerazioni analoghe
hanno preso improvvisamente a manifestarsi
su moltissime altre testate arabe. “Tutti
stanno ormai preparandosi alla guerra, e la
colpa ricadrà sul solo Saddam”, scrive Oraib
Rantawi nella sua column sul quotidiano
giordano Dustour. Sorpresa sorpresa, pure i
quotidiani ufficiali sauditi improvvisamente
negli ultimi giorni cambiano tono. Anche
se per il momento, ha spiegato al New York
Times un portavoce del governo, “la novità è
che Saddam anche da noi venga additato come
colpevole, cosa ben diversa dal dire che
l’America fa bene a intervenire”. “Sarà difficile,
per molti governi arabi”, commenta
Muhammad Kamal, professore di Scienze
politiche all’università del Cairo, “assumere
in pochi giorni un tono ultimativo verso Saddam.
Ma che cosa resta da fare?”

Dal Foglio di oggi

Cordiali Saluti