Ecco cosa fanno i militari al servizio del presidente algerino a cui Ciampi ha fatto recentemente visita su suo invito!
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UCCISI PER SERVIZIO
Adista - Contesti
N°4 dell'11 gennaio 2003
UCCISI PER SERVIZIO
Ex militare algerino rivela le circostanze del rapimento e
dell’assassinio, nel 1996, dei sette monaci francesi di
Tibehirine
QUESTO ARTICOLO, DI ARNAUD DUBUS, È STATO PUBBLICATO SUL
QUOTIDIANO FRANCESE "LIBÉRATION" (23/12/2002). TITOLO
ORIGINALE: "LES SEPT MOINES DE TIBEHIRINE ENLEVÉS SUR ORDRE
D’ALGER"
Finora Abdelkader Tigha ha mantenuto il segreto. Solo
qualche volta con i suoi rari visitatori ha ricordato il
sequestro e l’assassinio, nel 1996, dei sette monaci
francesi di Tibehirine in Algeria. "Non potrei dire tutto
ciò che so se non in regime di protezione", ci dice in un
primo momento. Un timore raddoppiato dalla paura di
"rappresaglie sulla famiglia", che ha lasciato in Algeria.
Carcerato da due anni nel Centro di detenzione per
immigrati a Bangkok in condizioni molto dure, Tigha sa che
non ha niente da perdere. La sua testimonianza su
quest’affare, uno dei più eclatanti e oscuri svoltisi fra
Parigi e Algeri, resta per questo ex-quadro dei servizi
segreti algerini una delle ultime possibilità di farsi
sentire da dietro le sbarre, dall’altra parte del mondo. Un
racconto dettagliato - sei pagine di diligente scrittura -
su un’operazione di cui Tigha è stato testimone e che
doveva, secondo lui, "intossicare l’opinione internazionale
e in particolare la Francia", affinché il sostegno francese
ad Algeri di fronte alla "barbarie degli islamici radicali"
non si indebolisse.
Già all’epoca, i responsabili politici francesi e
l’episcopato non nascondevano i loro sospetti su
un’implicazione del Dipartimento Informazioni e Sicurezza
(Drs), l’ex Sicurezza Militare (Sm), nel sequestro o
nell’esecuzione dei monaci, ufficialmente attribuita ai
Gruppi Islamici Armati (Gia). Ma è la prima volta oggi che
un quadro di un servizio dipendente della Sm coinvolge
direttamente i superiori nel dramma di Tibehirine.
Rivalità armata dei Gia
Nel marzo del 1996, Tigha è in forza al Centro territoriale
di ricerca e indagine (Ctri) di Blida, nella Mitidja, a una
quarantina di chilometri da Algeri, una delle regioni più
"dure" di un Paese in piena guerra civile. Là, dopo circa
10 anni, l’Armata islamica di Salvezza (Ais), braccio
armato del Fronte islamico di salvezza (Fis), che aveva
fino ad allora dominato i maquis (falange armata dei Gia,
incaricata soprattutto dei sabotaggi, ndt), è in
concorrenza con i commandos dei Gia. Una rivalità che vira
ben presto verso lo scontro armato. I massacri di civili,
che i Gia prendono a bersaglio prioritariamente, suscitano
le prime domande sulla natura reale di questi gruppi. È
precisamente questo, e più ancora la personalità del loro
capo di allora, Djamel Zitouni, la questione centrale
nell’affare dei monaci. Quest’uomo è in effetti sospettato
di essere nel migliore dei casi un agente doppiogiochista,
nel peggiore di essere al servizio della Sicurezza Militare
dopo esserne stato allontanato. Manco a dirlo, la faccenda
dei monaci pone una volta di più la questione del ruolo dei
servizi di informazione algerini nella sporca guerra.
Se non c’è dubbio che i Gia uccidano "in nome di Dio",
alcuni diplomatici stranieri constatano da tempo
infiltrazioni o manipolazioni nei maquis e sottolineano che
"le condizioni della creazione dei Gia ne fanno uno dei
movimenti armati meno trasparenti". Sei anni più tardi, le
testimonianze a questo riguardo si sono moltiplicate. A
luglio, durante il processo intentato a Parigi dal generale
Nezzar, il vecchio uomo forte di Algeri, contro un giovane
ufficiale dissidente, Habib Souaïdia, il colonnello Mohamed
Samraoui aveva scosso il tribunale con la sua deposizione:
"Arrivato a un certo punto, sinceramente, non si contavano
più i gruppi che erano stati costituiti o infiltrati.
Siccome nascevano in continuazione nuove strutture di
sicurezza, non si sapeva a chi appartenevano questi gruppi,
se era o no un gruppo amico. Ecco il caos al quale eravamo
giunti. La situazione era diventata incontrollabile". È di
questo colonnello, ex aggiunto del numero due della Sm,
generale Smaïn Lamari, l’affermazione: "Il Gia è la
creazione dei servizi di sicurezza".
Missione speciale a Medea
Il 24 marzo 1996, al Ctri di Blida, Abdelkader Tigha si
stupisce di veder arrivare Mouloud Azzout, "un terrorista
dei Gia", che passa per essere il braccio destro di Djamel
Zitouni. Non è il contatto con Azzout che lo sorprende, ma
il fatto che venga direttamente, e vi passi anche la notte,
in questa caserma, luogo speciale delle operazioni
d’infiltrazione dei maquis. "Gli incontri con Azzout - nota
- si facevano solitamente in un appartamento ‘cassetta
postale’ del Drs, a Blida".
Il giorno dopo, verso le 9, "è il generale Smaïn Lamari ad
arrivare a bordo della sua Lancia blindata per vedere
personalmente Azzout". L’incon-tro dura più di due ore,
nell’ufficio di Tigha. Quest’ultimo cita ad uno ad uno i
cinque partecipanti, in particolare il colonnello M’henna
Djebbar, capo del Ctri. Il giorno stesso, questo colonnello
"ordina un’allerta di primo grado, che impedisce a chiunque
di lasciare il proprio posto di lavoro". Le guardie e le
sentinelle vengono sostituite da sottufficiali. La sera
erano pronte due normali camionette J-5, in genere
utilizzate per gli arresti. "Ho domandato a un collega:
‘Dove vanno?’". "Missione speciale a Medea".
I monaci, soli testimoni
A una trentina di chilometri da Blida, Medea, nel cuore
della Mitidja, ricco pianoro agricolo chiuso fra montagne,
è l’epicentro delle violenze. Dopo l’annullamento delle
elezioni legislative del 1992, ogni roccia è un maquis,
ogni tornante un’imboscata. Una dozzina di trappisti
francesi non ha mai voluto lasciare Tibehirine. "Finché
abbiamo un medico fra noi, gli uomini in armi ci
risparmieranno". È fratel Luc ad avere l’unico dispensario
della regione. Rifiuta di domandarsi chi assiste: "Un
malato non è né un militare, né un maquisard. È un malato".
Il monastero, che domina tutta la vallata, è un posto
d’osservazione inespugnabile. Quando la guerra si amplifica
e la popolazione è presa in ostaggio fra gli assassini dei
gruppi armati e le esazioni dell’esercito, i monaci sono i
soli testimoni esterni al conflitto. Dopo la loro morte,
gli abitanti della zona avranno ancora più paura: "Ormai,
non c’è più nessuno". Al Ctri di Blida, gli eventi
subiscono un’accelerazione. Nella notte fra il 26 e il 27
marzo, i due furgoni sono rientrati. "Si credeva ad un
arresto di terroristi", racconta Tigha. "Erano purtroppo i
sette monaci ad essere stati sequestrati. Sono stati
interrogati da Mouloud Azzout. Due giorni dopo, li ha
trascinati sulle alture di Blida, poi al posto di comando
di Djamel Zitouni, in un posto detto "Tala Acha",
costituito da rifugi sotterranei, di un’infermeria di
fortuna e di una scuola per le reclute" dei Gia. Da questo
nascondiglio, Azzout tiene i contatti con il centro di
Blida.
Nella Mitidja, le rivalità interne ai Gia rischiano di
rovesciare la situazione. Hocine Besiou, meglio conosciuto
come Abou Mosaâb, che dirige uno dei gruppi della zona
Blida-Bougara-Sidi Moussa-Baraki, esige che Zitouni gli
consegni i monaci. Una preda che, nella geografia dei
maquis, non può che assicurare la supremazia. "Zitouni e
Azzout hanno rifiutato fermamente il trasferimento degli
ostaggi a Bougara. Ma hanno dovuto cedere quando i
luogotenenti dei Gia hanno sostenuto la richiesta",
prosegue Tigha.
Djamel Zitouni sarà d’altronde obbligato a "giustificarsi"
per aver ceduto, davanti al suo gruppo, in cui non
necessariamente ogni "combattente" conosce il suo doppio
gioco: prende a pretesto la possibilità di un
rastrellamento militare nella zona. I monaci sono dunque
portati presso i maquis di Bougara e Azzout andrà al Ctri a
spiegarsi per questo trasferimento. "Ci resterà due
settimane, prima di dare segni di vita", afferma Tigha.
In Francia, il sequestro dei trappisti solleva un’immensa
emozione. I responsabili politici si urtano di fronte al
mutismo delle autorità algerine. "Siamo nelle loro mani per
ottenere informazioni e ce la danno a bere. Ci dicevano di
‘essere sulla buona strada’ spiegandoci che ci avrebbero
informato appena avrebbero avuto una pista", affermano
all’epoca vari diplomatici francesi a "Libération",
persuasi che Algeri "non alzerà un dito".
Far scomparire ogni traccia
Due emissari francesi tentano di avanzare nell’indagine,
incoraggiati da un misterioso contatto dei Gia giunto
all’ambasciata di Francia ad Algeri con una proposta di
negoziato e con una cassetta registrata dei monaci. La
faccenda farà gran rumore e le autorità algerine non
nascondono la loro ostilità a questi pourparler. Se questo
passo vanti doveva avere luogo, "il Drs avrebbe voluto che
Azzout fosse l’interlocutore dei francesi", sottolinea
Tigha. Quanto a Djamel Zitouni, il Drs esige che vada lui
stesso a recuperare gli ostaggi nei maquis di Bougara. Come
dire un viaggio senza ritorno in quello che era il periodo
più sanguinoso, fra guerra civile e guerra dei maquis, per
questo testimone divenuto troppo ingombrante nel momento in
cui l’operazione stava per sfuggire di mano ai servizi di
sicurezza algerini. "Zitouni è stato ucciso nel tragitto,
in un’imbo-scata tesa dall’Ais", riprende Tigha. "La sua
neutralizzazione e la scomparsa di Azzout sopprimevano ogni
traccia che incriminava i nostri servizi. Zitouni sarà
dichiarato morto solo a luglio". Ben dopo i monaci.
È in effetti con un comunicato del 21 maggio 1996 che i Gia
annunciano la loro morte: "Il presidente francese e il suo
ministro degli Affari esteri hanno dichiarato che non
avrebbero negoziato con i Gia, tagliando così il filo del
dialogo. E noi, da parte nostra, abbiamo tagliato la gola
ai sette monaci".
Una settimana più tardi, il 30 maggio, le loro teste
saranno scoperte per terra o appese a un albero in sacchi
di plastica all’uscita di Medea.




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